Dall’“energy dominance” americana all’Asse della Resistenza: perché Hormuz racconta una storia molto più lunga dell’ultima crisi
2 agosto 2026
C’è un errore di prospettiva che rischia di falsare completamente il dibattito sulla nuova crisi energetica e geopolitica del Golfo Persico: partire dall’ultima fiammata nello Stretto di Hormuz come se tutto fosse cominciato lì.
Non è così.
La pressione sulle rotte energetiche, l’utilizzo delle milizie alleate, la costruzione di capacità missilistiche e navali asimmetriche e la minaccia ai grandi colli di bottiglia del commercio mondiale appartengono da decenni alla strategia regionale della Repubblica Islamica dell’Iran.
Ed è proprio qui che diventa interessante l’analisi pubblicata da Kimberley A. Strassel sul Wall Street Journal, significativamente intitolata Trump’s Energy Triumph.
La tesi di Strassel è semplice ma politicamente esplosiva: mentre una parte del sistema mediatico americano attribuisce all’amministrazione Trump la responsabilità politica della crisi energetica provocata dal conflitto con l’Iran, gli Stati Uniti arrivano a questo confronto in una condizione energetica enormemente più forte rispetto al passato.
Non significa che l’America sia immune da uno shock petrolifero mondiale. Il petrolio è una commodity globale e un aumento del Brent si trasmette inevitabilmente anche al mercato statunitense.
Significa qualcosa di diverso e molto più importante: gli Stati Uniti non dipendono più strutturalmente dal Golfo Persico come accadeva decenni fa.
Ed è una differenza strategica enorme.
L’America che produce più petrolio di chiunque altro
Partiamo dai numeri.
Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto mediamente circa 13,6 milioni di barili di greggio al giorno, stabilendo un nuovo record americano e mondiale.
Gli Stati Uniti sono rimasti il maggiore produttore di petrolio greggio del pianeta, posizione che occupano dal 2018.
La trasformazione è impressionante.
Il Paese che per decenni aveva costruito parte della propria strategia internazionale intorno alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici provenienti dall’estero è diventato una superpotenza energetica capace di produrre petrolio e gas in quantità che soltanto vent’anni fa sarebbero sembrate difficilmente immaginabili.
Ma bisogna fare una precisazione essenziale.
Gli Stati Uniti continuano a essere importatori netti di petrolio greggio: nel 2025 le importazioni nette di crude oil sono state circa 2,2 milioni di barili al giorno.
Se però consideriamo complessivamente petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati, la situazione cambia: gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di petrolio nel suo complesso.
Ancora più evidente è il quadro considerando l’intero sistema energetico.
Nel 2025 le esportazioni energetiche americane hanno raggiunto il record di circa 31 quadrilioni di BTU, contro circa 21 quadrilioni importati.
Il saldo netto delle esportazioni energetiche ha così raggiunto un nuovo massimo storico.
Questa è la trasformazione strutturale che rende il confronto con l’Iran profondamente diverso rispetto alle crisi petrolifere del passato.
Il vero boom americano: il gas naturale liquefatto
Il cambiamento più spettacolare riguarda probabilmente il gas.
Nel febbraio 2016 partì dal terminale di Sabine Pass il primo grande carico commerciale di LNG americano.
Dieci anni dopo gli Stati Uniti sono diventati il maggiore esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, davanti a Qatar e Australia.
Secondo l’EIA, le esportazioni americane di LNG sono passate da appena 0,5 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2016 a circa 15 miliardi nel 2025.
Una crescita di trenta volte in meno di un decennio.
Ed è difficile sopravvalutare le conseguenze geopolitiche di questo cambiamento.
Il gas americano non è soltanto una commodity.
È diventato una componente della sicurezza energetica europea e asiatica.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, il LNG americano ha contribuito alla sostituzione di una parte significativa del gas russo precedentemente destinato all’Europa.
Oggi la crisi iraniana aggiunge un secondo elemento.
Se Hormuz viene compromesso, non è soltanto il petrolio a essere interessato. Attraverso quelle acque transita anche una parte fondamentale delle esportazioni mondiali di LNG, a partire da quelle del Qatar.
E infatti nel luglio 2026 QatarEnergy è arrivata ad acquistare decine di carichi di LNG americano per compensare le difficoltà generate dalle interruzioni nello Stretto.
Il paradosso geopolitico è evidente:
una crisi nel Golfo Persico aumenta contemporaneamente il valore strategico dell’energia americana.
Trump può rivendicare tutto questo?
Qui bisogna evitare la propaganda anche quando si vuole difendere una tesi politicamente scomoda.
Trump non ha inventato lo shale americano.
La rivoluzione dello shale oil e dello shale gas era cominciata prima del suo ingresso alla Casa Bianca, favorita dalla combinazione tra perforazione orizzontale, fratturazione idraulica, capitale privato, innovazione tecnologica e gigantesche risorse geologiche.
Anche il primo grande terminale LNG di Sabine Pass iniziò le esportazioni nel 2016, prima dell’insediamento della prima amministrazione Trump.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che la politica energetica non abbia avuto alcuna importanza.
Trump ha fatto dell’energy dominance uno degli elementi centrali della propria strategia economica e internazionale.
Nel suo primo mandato l’amministrazione favorì l’espansione della produzione domestica, delle infrastrutture energetiche e delle esportazioni.
Nel secondo mandato questa impostazione è stata ulteriormente rafforzata.
Il punto quindi non è attribuire a un singolo presidente una rivoluzione tecnologica durata vent’anni.
Il punto è riconoscere che Trump ha trasformato quella capacità produttiva in una dottrina geopolitica esplicita.
Produrre energia significa ridurre la vulnerabilità.
Esportare energia significa aumentare l’influenza.
Offrire agli alleati forniture alternative significa diminuire il potere dei concorrenti.
Ed è qui che energia e politica estera diventano inseparabili.
Hormuz: il collo di bottiglia che Teheran conosce perfettamente
Per comprendere la strategia iraniana bisogna guardare una carta geografica.
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più delicati dell’economia mondiale.
A nord c’è l’Iran.
A sud la penisola arabica.
In mezzo passa una parte fondamentale delle esportazioni energetiche provenienti dal Golfo Persico.
La possibilità di minacciare questa arteria ha quindi offerto a Teheran una forma di deterrenza asimmetrica.
L’Iran non deve necessariamente essere più potente militarmente degli Stati Uniti.
Non deve possedere una marina superiore.
Non deve nemmeno riuscire a mantenere indefinitamente chiuso lo Stretto.
Gli basta essere capace di creare abbastanza rischio da far aumentare:
- premi assicurativi;
- costi di trasporto;
- prezzi dell’energia;
- rischio politico;
- volatilità dei mercati.
È la logica classica della guerra asimmetrica.
Ma Hormuz rappresenta soltanto metà della storia.
L’altra metà si trova centinaia di chilometri più a sud-ovest.
Si chiama Bab el-Mandeb.
Dallo Stretto di Hormuz al Bab el-Mandeb
Il Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano.
Chi riesce a minacciare quella rotta esercita indirettamente pressione anche sul traffico diretto verso il Canale di Suez.
Ed è qui che entrano in scena gli Houthi dello Yemen.
L’Iran non ha creato il movimento Houthi, e sarebbe storicamente scorretto descriverlo come una semplice organizzazione artificiale costruita da Teheran.
Ma nel corso degli anni il rapporto è diventato sempre più importante.
Secondo il Council on Foreign Relations e numerose altre fonti occidentali, l’Iran è diventato il principale sostenitore esterno degli Houthi, fornendo assistenza comprendente armi, tecnologia, addestramento e intelligence.
Nel luglio 2025 le forze yemenite anti-Houthi intercettarono quello che venne descritto come il più grande carico di armamenti iraniani mai sequestrato diretto al movimento: circa 750 tonnellate di materiale, comprendenti componenti per droni, testate missilistiche e sistemi radar.
Il risultato strategico è evidente.
Teheran dispone così di pressione su Hormuz direttamente e di influenza indiretta su un altro grande collo di bottiglia attraverso un alleato regionale.
Non è necessario immaginare un centro di comando onnipotente che controlla ogni singola operazione.
La realtà è più sofisticata.
L’Iran ha costruito negli anni una rete di partner con differenti livelli di autonomia, accomunati però dalla capacità di moltiplicare la pressione sui rivali di Teheran.
1979: quando nasce il modello iraniano
Per capire questa rete bisogna tornare alla Rivoluzione islamica.
Dopo il 1979 l’Iran si trovò rapidamente isolato.
Poi arrivò la guerra Iran-Iraq.
Otto anni di conflitto devastante convinsero ulteriormente la leadership iraniana di una realtà elementare: competere convenzionalmente con Stati Uniti, monarchie del Golfo e altri avversari regionali sarebbe stato estremamente costoso.
Serviva un’altra strategia.
Da questa esigenza nacque progressivamente un sistema fondato su:
milizie, organizzazioni politiche armate, missili, droni, intelligence, operazioni clandestine e alleanze ideologiche.
Il Congressional Research Service americano descrive il sostegno iraniano a gruppi politici e armati regionali come uno dei pilastri della politica estera della Repubblica Islamica fin dalla sua fondazione.
Le ragioni sono facilmente comprensibili.
Una rete di forze alleate permette di proiettare potere a costi inferiori rispetto a un esercito convenzionale.
Permette di colpire avversari mantenendo diversi gradi di negabilità.
Permette di combattere lontano dai confini iraniani.
E soprattutto permette di trasformare territori di altri Paesi nella prima linea della deterrenza iraniana.
Hezbollah: il prototipo
Il caso più importante rimane il Libano.
Durante gli anni Ottanta, in piena guerra civile libanese, l’Iran ebbe un ruolo determinante nello sviluppo di Hezbollah.
Nel tempo l’organizzazione è diventata contemporaneamente movimento politico, struttura sociale e forza militare.
Il suo peso ha superato enormemente quello di una normale organizzazione politica.
Per Teheran Hezbollah ha rappresentato per decenni un asset strategico fondamentale: una forza armata alleata direttamente sul fronte settentrionale di Israele.
Non solo.
Hezbollah ha acquisito a sua volta esperienza nell’addestramento e nel sostegno ad altri gruppi regionali, contribuendo alla diffusione del modello iraniano.
Durante la guerra civile siriana il movimento libanese intervenne militarmente al fianco di Bashar al-Assad, insieme ad altre forze sostenute dall’Iran.
La guerra siriana mostrò quindi la maturazione dell’intero sistema.
Non più semplici relazioni bilaterali tra Iran e singole organizzazioni.
Ma una rete transnazionale capace di cooperare attraverso diversi teatri.
Iraq: le milizie diventano potere politico
Dopo l’invasione americana dell’Iraq del 2003 si aprì un altro enorme spazio strategico.
Teheran sfruttò abilmente il nuovo scenario.
Milizie sciite sostenute dall’Iran aumentarono progressivamente la propria influenza militare e politica.
Tra queste troviamo organizzazioni come Kata’ib Hezbollah e Asa’ib Ahl al-Haq.
Alcune combatterono le forze americane.
Successivamente parteciparono anche alla guerra contro ISIS.
Nel frattempo entrarono sempre più profondamente nel sistema politico ed economico iracheno.
È proprio questa caratteristica a rendere semplicistica la parola “proxy”.
Non siamo sempre davanti a mercenari che attendono un ordine telefonico da Teheran.
Molte organizzazioni hanno proprie leadership, propri interessi locali, propri finanziamenti e proprie strategie.
Ma contemporaneamente intrattengono rapporti ideologici, militari, finanziari o politici profondissimi con la Repubblica Islamica.
Il risultato per Teheran è strategicamente vantaggioso:
influenza senza occupazione.
Siria: il corridoio verso il Mediterraneo
La Siria è stata per anni un altro elemento fondamentale dell’architettura iraniana.
Quando il regime di Bashar al-Assad rischiò il collasso durante la guerra civile, Iran e Hezbollah intervennero pesantemente a suo sostegno.
Per Teheran la sopravvivenza del regime siriano aveva un’importanza che andava ben oltre Damasco.
La Siria costituiva un ponte geografico e politico verso il Libano.
Un corridoio attraverso Iraq e Siria consentiva di collegare più facilmente la Repubblica Islamica alla rete regionale.
Era quella che alcuni analisti hanno definito la “mezzaluna sciita”.
Non significa che ogni governo o comunità sciita della regione rispondesse automaticamente all’Iran.
Significa che Teheran aveva costruito una profondità strategica che arrivava dal proprio territorio fino al Mediterraneo.
Una guerra combattuta fuori dall’Iran
Qui emerge la caratteristica forse più importante dell’intero sistema.
Per decenni una parte considerevole del confronto tra Iran, Israele, Stati Uniti e monarchie arabe non è stata combattuta direttamente sul territorio iraniano.
È stata combattuta:
in Libano,
in Siria,
in Iraq,
in Yemen,
nel Mar Rosso,
contro installazioni americane,
contro infrastrutture energetiche,
contro navigazione commerciale.
Questa è la logica della forward defense, la difesa avanzata iraniana.
Dal punto di vista di Teheran si tratta di impedire che la guerra raggiunga direttamente il cuore della Repubblica Islamica.
Dal punto di vista dei suoi avversari, invece, significa che l’Iran ha trasformato altri territori in piattaforme di pressione regionale.
Le due interpretazioni non si escludono.
Una strategia può essere contemporaneamente difensiva nelle motivazioni dichiarate e offensiva negli strumenti utilizzati.
Non semplicemente “proxy”
Anche qui serve precisione.
Descrivere Hezbollah, Houthi e tutte le milizie irachene come semplici burattini telecomandati dall’Iran è analiticamente insufficiente.
Il Congressional Research Service sottolinea che i gruppi appartenenti al cosiddetto Asse della Resistenza sono differenti per motivazioni, capacità e livello di autonomia.
È proprio questo a rendere il sistema resistente.
Una struttura rigidamente centralizzata può essere decapitata.
Una rete decentralizzata è molto più difficile da distruggere.
Ogni nodo può adattarsi.
Ogni organizzazione può perseguire contemporaneamente obiettivi locali e interessi convergenti con quelli iraniani.
Teheran non deve necessariamente impartire ogni ordine.
Gli basta costruire un ambiente nel quale interessi, ideologia, armi e nemici comuni producano cooperazione.
Il vero obiettivo: spostare il fronte lontano da Teheran
L’errore più comune è interpretare questa strategia esclusivamente attraverso la retorica religiosa.
L’ideologia rivoluzionaria conta.
L’ostilità verso Israele conta.
L’opposizione alla presenza americana conta.
Ma dietro tutto questo esiste una logica geopolitica estremamente concreta.
L’Iran è circondato da Stati che per decenni hanno ospitato basi o forze americane.
Non dispone della stessa aviazione degli Stati Uniti.
Non dispone della stessa capacità navale.
Non dispone dello stesso sistema di alleanze convenzionali.
Ha quindi costruito un sistema alternativo.
Droni economici contro sistemi antimissile costosissimi.
Missili contro infrastrutture.
Milizie contro eserciti regolari.
Proxy contro basi straniere.
Pressione sulle rotte commerciali contro economie globalizzate.
È una strategia razionale dal punto di vista del regime iraniano.
Ed è precisamente per questo che rappresenta un problema strategico per i suoi avversari.
Gli Accordi di Abramo: la risposta opposta
Durante il primo mandato Trump si sviluppò contemporaneamente un’altra architettura regionale.
Gli Accordi di Abramo portarono alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi Paesi arabi, a partire da Emirati Arabi Uniti e Bahrein, cui seguirono altri percorsi diplomatici.
L’importanza degli accordi non consisteva semplicemente nell’apertura delle ambasciate.
La loro logica era molto più ampia.
Trasformare progressivamente il Medio Oriente da sistema costruito intorno al conflitto arabo-israeliano in un sistema fondato su:
commercio,
tecnologia,
investimenti,
sicurezza,
energia,
cooperazione militare.
In altre parole, sostituire progressivamente la geopolitica della contrapposizione permanente con quella degli interessi convergenti.
Naturalmente gli Accordi di Abramo non hanno risolto il conflitto israelo-palestinese né eliminato le profonde rivalità regionali.
Ma hanno dimostrato qualcosa che fino a pochi anni prima sembrava quasi impossibile:
Israele e importanti Paesi arabi potevano costruire relazioni pubbliche senza aspettare la soluzione definitiva della questione palestinese.
Per Teheran questa evoluzione rappresentava un problema strategico.
Perché un Medio Oriente nel quale Israele, monarchie del Golfo e Stati Uniti cooperano sempre più strettamente restringe lo spazio politico dell’Asse della Resistenza.
Energia più alleanze: la dottrina Trump
È mettendo insieme questi due elementi che emerge il significato più profondo dell’analisi di Strassel.
Da una parte:
energia americana.
Dall’altra:
integrazione regionale.
Il primo elemento riduce la vulnerabilità economica degli Stati Uniti.
Il secondo aumenta il costo politico e militare della destabilizzazione regionale.
È questa combinazione che modifica l’equilibrio.
Per decenni il Medio Oriente ha potuto esercitare una pressione enorme sull’Occidente attraverso l’energia.
Oggi quella leva non è scomparsa.
Hormuz rimane fondamentale.
Il petrolio continua ad avere un prezzo mondiale.
Uno shock nel Golfo può ancora provocare inflazione, aumento dei carburanti e rallentamento economico.
Ma l’America del 2026 non è l’America del 1973.
Il punto debole della tesi del “Trump ha causato la crisi energetica”
Ed è qui che la polemica politica diventa interessante.
Si può certamente discutere se ogni decisione militare o diplomatica dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran sia stata corretta.
È un dibattito legittimo.
Ma attribuire a Trump l’origine strutturale del problema significa cancellare quasi mezzo secolo di storia mediorientale.
La Repubblica Islamica sostiene organizzazioni armate regionali da decenni.
Hezbollah non nasce con Trump.
Le milizie sciite irachene non nascono con Trump.
Il rapporto Iran-Houthi non nasce con Trump.
La strategia iraniana di pressione su Hormuz non nasce con Trump.
L’ostilità tra Repubblica Islamica e Stati Uniti non nasce con Trump.
E soprattutto l’utilizzo della vulnerabilità energetica come strumento geopolitico precede di molto l’attuale amministrazione.
Trump ha ereditato questa realtà.
La differenza è che gli Stati Uniti che oggi affrontano quella realtà possiedono un’arma strategica che le amministrazioni americane degli anni Settanta, Ottanta e Novanta non avevano:
una gigantesca capacità energetica interna.
Ma l’America non è invulnerabile
Sarebbe però propaganda sostenere che il problema sia risolto.
La stessa situazione del 2026 dimostra il contrario.
Gli Stati Uniti rimangono integrati nel mercato petrolifero mondiale.
Se il Brent sale violentemente, anche i consumatori americani ne risentono.
Le raffinerie americane utilizzano inoltre differenti qualità di greggio e continuano a importarne quantità significative.
Esiste poi la questione della Strategic Petroleum Reserve.
La SPR rappresenta una risorsa fondamentale nelle emergenze, ma non è infinita.
Nel corso della crisi del 2026 gli Stati Uniti hanno dovuto utilizzare nuovamente parte delle proprie riserve strategiche per attenuare gli effetti delle interruzioni dell’offerta.
Questo introduce una distinzione fondamentale:
indipendenza energetica non significa isolamento energetico.
Gli Stati Uniti possono essere molto più sicuri rispetto al passato senza essere immuni dalle crisi mondiali.
Ed è proprio questa distinzione che rende credibile la tesi dell’energy dominance senza trasformarla in slogan.
Il vero trionfo non è pagare poco la benzina
La parola “trionfo” utilizzata da Strassel rischia di essere interpretata esclusivamente in termini di prezzo alla pompa.
Ma sarebbe una lettura superficiale.
Il vero successo strategico americano consiste nell’avere costruito una capacità produttiva che offre alla Casa Bianca margini d’azione molto più ampi.
Un Paese dipendente dalle importazioni deve pensare continuamente alla sicurezza del fornitore.
Un grande produttore pensa alla sicurezza del mercato.
Un grande esportatore può invece influenzare anche la sicurezza energetica degli alleati.
È un salto qualitativo.
L’energia diventa politica estera.
La lunga guerra per procura dell’Iran
Ed è esattamente qui che le due storie si incontrano.
Da una parte abbiamo un Iran che, dal 1979, ha progressivamente costruito una rete regionale capace di compensare le proprie inferiorità convenzionali.
Dall’altra abbiamo Stati Uniti che negli ultimi vent’anni hanno trasformato radicalmente la propria posizione energetica e che sotto Trump hanno fatto dell’energia uno strumento dichiarato di potenza nazionale.
Sono due modelli strategici.
Il modello iraniano moltiplica il potere attraverso le reti armate.
Il modello americano cerca di moltiplicarlo attraverso energia, economia, tecnologia e alleanze.
La partita attuale è anche lo scontro tra queste due architetture.
Chi trae vantaggio dalla destabilizzazione?
La domanda fondamentale diventa allora: chi beneficia di un Medio Oriente permanentemente instabile?
La risposta non può essere ridotta a un’unica capitale o a una teoria onnipotente.
Le guerre producono interessi differenti e spesso contraddittori.
Ma una cosa è documentabile.
La Repubblica Islamica ha costruito deliberatamente una strategia che considera la pressione indiretta uno strumento essenziale della propria sicurezza e della propria influenza regionale.
Questo non significa che Teheran sia responsabile di ogni guerra mediorientale.
Non significa che Stati Uniti, Israele, monarchie arabe o altre potenze siano privi di responsabilità.
Significa semplicemente rifiutarsi di cancellare l’Iran dall’equazione.
Una parte della narrativa occidentale descrive spesso Teheran esclusivamente come soggetto che “reagisce”.
Quarant’anni di politica regionale raccontano una realtà più complessa.
L’Iran reagisce.
Ma contemporaneamente agisce, finanzia, arma, addestra, influenza e costruisce deterrenza fuori dai propri confini.
La debolezza nascosta dell’Asse della Resistenza
Il sistema iraniano ha dimostrato una notevole resilienza.
Ma possiede anche una debolezza strutturale.
Funziona meglio quando l’avversario è politicamente diviso, energeticamente vulnerabile e incapace di coordinare i propri alleati.
Funziona peggio quando accade il contrario.
Un’America capace di esportare energia riduce il potere del ricatto energetico.
Una maggiore cooperazione tra Israele e Paesi arabi riduce lo spazio geopolitico dei proxy.
Una difesa integrata contro droni e missili riduce il rendimento della guerra asimmetrica.
Una rete logistica alternativa riduce il valore dei colli di bottiglia.
Non elimina la minaccia.
Ne aumenta però progressivamente il costo.
Il paradosso iraniano
Ed emerge un paradosso.
Ogni volta che l’Iran o i gruppi a esso collegati minacciano il traffico energetico mondiale, ricordano agli Stati Uniti e ai loro alleati perché diversificare le fonti energetiche è una necessità strategica.
Ogni attacco alle rotte marittime aumenta l’interesse verso forniture alternative.
Ogni crisi di Hormuz aumenta il valore della produzione americana.
Ogni crisi nel Mar Rosso rafforza l’interesse verso nuove infrastrutture, pipeline, terminali LNG e corridoi commerciali alternativi.
In altre parole:
l’utilizzo dell’energia come arma accelera la ricerca di strumenti capaci di rendere quell’arma meno efficace.
È lo stesso processo osservato con la Russia dopo il 2022.
Mosca utilizzò il proprio peso energetico come strumento di pressione.
L’Europa reagì diversificando rapidamente.
Uno dei maggiori beneficiari fu proprio il LNG americano.
Trump ha cambiato il tavolo
Trump non ha inventato il petrolio americano.
Non ha inventato lo shale.
Non ha inventato il LNG.
Non ha inventato la rivalità con l’Iran.
E non ha inventato la rete dei proxy iraniani.
Ma ha compreso una cosa che spesso la politica occidentale dimentica:
l’energia è potere.
Non soltanto ricchezza.
Potere.
Chi controlla la propria energia possiede maggiore libertà politica.
Chi può esportarla possiede maggiore influenza.
Chi può offrirla agli alleati possiede maggiore capacità diplomatica.
Chi dipende da un collo di bottiglia controllabile da un avversario possiede invece una vulnerabilità.
È questa la vera essenza dell’“energy dominance”.
Conclusione: il trionfo energetico è soprattutto geopolitico
La crisi dello Stretto di Hormuz non dimostra il fallimento della strategia energetica americana.
Dimostra perché quella strategia esiste.
Gli Stati Uniti rimangono vulnerabili agli shock del mercato globale, ma lo sono enormemente meno rispetto all’America delle grandi crisi petrolifere del Novecento.
Producono più greggio di qualsiasi altro Paese.
Sono il maggiore esportatore mondiale di LNG.
Sono esportatori netti di energia.
Dispongono di infrastrutture capaci di rifornire non soltanto il mercato interno ma anche gli alleati.
Parallelamente, la Repubblica Islamica continua a fare affidamento sulla strategia che ha costruito progressivamente dal 1979: profondità strategica, organizzazioni armate alleate, missili, droni, pressione sulle rotte marittime e guerra asimmetrica.
Sono due concezioni differenti del potere.
La rete iraniana cerca di moltiplicare il costo dell’intervento degli avversari.
La strategia americana cerca di ridurre il valore delle leve utilizzate da quella rete.
Ed è proprio qui che l’articolo di Kimberley Strassel coglie un punto essenziale.
Il vero successo energetico americano non consiste nell’essere diventati immuni dalle crisi.
Consiste nell’essere diventati molto più difficili da ricattare attraverso l’energia.
Questa è la differenza fondamentale.
Hormuz continua a essere importante.
Bab el-Mandeb continua a essere importante.
Il petrolio del Golfo continua a essere importante.
Ma l’equilibrio non è più quello del 1973.
E mentre l’Iran continua a utilizzare strumenti strategici sviluppati durante gli ultimi quarant’anni, gli Stati Uniti hanno cambiato una delle variabili fondamentali dell’equazione.
Hanno trasformato l’energia da vulnerabilità strategica in leva geopolitica.
È questo il vero significato del “Trump’s Energy Triumph”.
Non la fine delle crisi energetiche.
Non l’autarchia americana.
Non l’immunità dal prezzo mondiale del petrolio.
Ma qualcosa di geopoliticamente molto più importante:
la possibilità di affrontare una crisi nel cuore energetico del Medio Oriente senza essere più l’America energeticamente dipendente di mezzo secolo fa.
I “cani da riporto” della controinformazione italiana: quando l’anti-americanismo finisce per fare propaganda a Teheran
C’è poi un altro fronte della guerra, molto meno visibile di Hormuz, dei missili e dei droni: quello della narrazione.
In Italia una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito negli anni un meccanismo quasi automatico di interpretazione delle crisi internazionali: se Stati Uniti, Israele o NATO si trovano da una parte, dall’altra deve necessariamente esserci qualcuno che combatte l’imperialismo occidentale e che, proprio per questo, merita comprensione, giustificazione o sostegno.
È il meccanismo dei “cani da riporto della controinformazione”: si presentano come antagonisti del mainstream, ma troppo spesso finiscono per recuperare e rilanciare, quasi senza filtro critico, la narrativa geopolitica più conveniente agli avversari dell’Occidente.
Nel caso iraniano il fenomeno diventa particolarmente evidente.
La Repubblica Islamica viene raccontata quasi esclusivamente come una nazione assediata che reagisce all’aggressività americana e israeliana. Hezbollah diventa semplicemente “la Resistenza libanese”. Gli Houthi vengono rappresentati principalmente come combattenti anti-israeliani. Le milizie sciite irachene diventano forze di liberazione. L’intero Asse della Resistenza viene così inserito nella grande epopea della lotta contro l’“imperialismo”.
Ciò che tende a sparire dal racconto è tutto il resto.
Scompare il progetto regionale iraniano.
Scompare il finanziamento delle milizie.
Scompare l’addestramento.
Scompaiono missili e droni trasferiti agli alleati.
Scompare la pressione sulle istituzioni libanesi e irachene.
Scompare il ruolo dell’IRGC e della Forza Quds.
Scompare soprattutto il fatto che la Repubblica Islamica abbia costruito per decenni una propria architettura di potenza regionale.
Non occorre negare gli errori americani, le responsabilità israeliane o le contraddizioni delle monarchie del Golfo per riconoscere questa realtà.
Il giornalismo dovrebbe essere capace di vedere contemporaneamente entrambe le cose.
La propaganda, invece, ha bisogno di santi e demoni.
Il vecchio riflesso marxista: cambia la bandiera, rimane lo schema
Qui il fenomeno diventa ancora più interessante.
Perché una parte dell’anti-occidentalismo contemporaneo non nasce con la Repubblica Islamica e nemmeno con la guerra di Gaza.
Affonda le proprie radici nella cultura politica del Novecento e, in particolare, nella rappresentazione sovietica dell’ordine internazionale.
Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica costruì una potentissima narrativa basata sull’opposizione tra “imperialismo occidentale” e “popoli oppressi”.
Gli Stati Uniti rappresentavano il centro dell’imperialismo capitalistico.
Israele veniva progressivamente inserito nella medesima architettura narrativa come avamposto occidentale in Medio Oriente.
I movimenti rivoluzionari, anticoloniali e antiamericani venivano invece interpretati attraverso la categoria della “liberazione nazionale”.
Mosca sostenne governi, movimenti e organizzazioni estremamente differenti tra loro, spesso senza alcun autentico carattere marxista, purché fossero geopoliticamente utili nel confronto con Washington.
Questa distinzione è fondamentale.
Non significa che l’Iran islamista sia marxista.
Non lo è.
La Repubblica Islamica perseguitò duramente comunisti e organizzazioni marxiste iraniane dopo la rivoluzione del 1979. Sul piano religioso, sociale ed economico esistono enormi differenze tra islamismo khomeinista e comunismo sovietico.
La continuità è altrove.
È nella grammatica geopolitica utilizzata da una parte dell’Occidente per interpretare il mondo.
America uguale imperialismo.
Israele uguale colonialismo.
Chi combatte America e Israele uguale resistenza.
Ed è proprio attraverso questa formula elementare che organizzazioni islamiste radicali possono improvvisamente diventare, agli occhi di alcuni ambienti occidentali, eredi simbolici delle vecchie lotte antimperialiste.
Il paradosso: marxisti occidentali innamorati di una teocrazia
È qui che si manifesta una delle contraddizioni più clamorose della controinformazione contemporanea.
Una parte della sinistra radicale e dell’anti-imperialismo occidentale finisce per guardare con simpatia geopolitica a una Repubblica Islamica teocratica che, sul piano interno, rappresenta quasi l’opposto di ciò che storicamente il marxismo affermava di voler costruire.
Il collante non è quindi il modello sociale iraniano.
È il nemico comune.
Gli Stati Uniti.
E immediatamente dopo:
Israele.
È sufficiente questo per produrre convergenze narrative che, osservate esclusivamente attraverso le categorie tradizionali di destra e sinistra, sembrerebbero assurde.
L’ayatollah diventa così, paradossalmente, un simbolo della lotta antimperialista.
Hezbollah diventa “resistenza”.
Gli Houthi diventano “resistenza”.
Hamas diventa “resistenza”.
Le milizie filo-iraniane diventano “resistenza”.
E una volta applicata questa etichetta, tutto ciò che potrebbe incrinare il racconto viene relegato sullo sfondo.
Dalla propaganda sovietica all’anti-imperialismo contemporaneo
Durante la Guerra Fredda l’URSS investì enormemente nella propaganda internazionale e nelle cosiddette “misure attive”: operazioni di influenza, disinformazione, utilizzo di organizzazioni di facciata, sostegno a campagne politiche e amplificazione di divisioni già presenti nelle società occidentali.
Sarebbe però scorretto affermare che ogni posizione antiamericana contemporanea derivi direttamente da un’operazione sovietica.
La storia non funziona così.
Le idee possono sopravvivere alle strutture politiche che le hanno diffuse.
L’Unione Sovietica è scomparsa nel 1991.
Una parte delle sue categorie interpretative è sopravvissuta.
Ed è questa eredità culturale che ritroviamo in alcuni settori della comunicazione politica contemporanea: il mondo viene ancora letto come se esistesse un unico centro imperialista e tutto ciò che lo contrasta rappresentasse automaticamente un elemento progressivo.
Ma il mondo del 2026 non è quello del 1968.
Russia, Cina e Iran non sono movimenti di liberazione.
Sono Stati con interessi nazionali, apparati militari, intelligence, strategie economiche e ambizioni geopolitiche.
Esattamente come gli Stati occidentali.
Rifiutarsi di applicare loro lo stesso metro utilizzato nei confronti di Washington significa rinunciare all’analisi per entrare nel campo dell’ideologia.
Il cortocircuito dell’Asse della Resistenza
L’Asse della Resistenza rappresenta forse l’esempio più evidente di questo cortocircuito.
La definizione stessa è politicamente potentissima.
Chi potrebbe essere contrario alla “resistenza”?
Ma resistenza a cosa?
E soprattutto: per costruire cosa?
Quando Hezbollah mantiene un apparato militare autonomo gigantesco all’interno del Libano, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?
Quando milizie sostenute dall’Iran acquisiscono influenza sulle istituzioni irachene, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?
Quando gli Houthi attaccano navigazione commerciale internazionale nel Mar Rosso, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?
Quando l’IRGC utilizza una rete regionale di organizzazioni armate per costruire profondità strategica iraniana, siamo ancora soltanto davanti alla resistenza?
È precisamente qui che la parola smette di descrivere e comincia a legittimare.
Controinformazione o propaganda speculare?
La controinformazione dovrebbe avere una funzione fondamentale: controllare il potere, contestare le versioni ufficiali, individuare omissioni e verificare ciò che i grandi media non raccontano.
Ma contestare il mainstream non significa automaticamente produrre informazione migliore.
Se si sostituisce una propaganda con quella opposta, non si è superata la propaganda.
Si è semplicemente cambiato padrone della narrativa.
Ed è questo il problema dei “cani da riporto” della controinformazione italiana.
Passano ore a cercare ogni contraddizione di Washington.
Analizzano ogni dichiarazione israeliana alla ricerca di omissioni.
Contestano ogni comunicato NATO.
Ed è legittimo farlo.
Il problema nasce quando la stessa severità improvvisamente scompare davanti a Teheran, Mosca, Pechino o all’Asse della Resistenza.
Se una fonte americana mente, diventa la prova dell’intero sistema.
Se una fonte iraniana diffonde propaganda, viene spesso presentata come versione alternativa da prendere quasi automaticamente sul serio.
Questo non è metodo critico.
È pregiudizio geopolitico rovesciato.
Il nemico del mio nemico non diventa automaticamente un liberatore
È forse questa la lezione più importante.
Criticare Washington non obbliga a sostenere Teheran.
Criticare Netanyahu non obbliga a trasformare Hezbollah in un movimento romantico di liberazione.
Criticare la NATO non obbliga a giustificare Mosca.
Criticare gli errori occidentali non richiede di chiudere gli occhi davanti all’autoritarismo dei suoi avversari.
E soprattutto:
il nemico del proprio nemico non diventa automaticamente un combattente per la libertà.
Questa è precisamente la trappola ideologica nella quale una parte della controinformazione italiana continua a cadere.
Dal Cremlino sovietico agli ayatollah: sopravvive la stessa lente
La grande ironia storica è quindi evidente.
L’Unione Sovietica comunista non esiste più.
Il Patto di Varsavia non esiste più.
Il mondo bipolare della Guerra Fredda non esiste più.
Ma una parte delle categorie propagandistiche attraverso cui quel mondo veniva interpretato è sopravvissuta.
Il protagonista può cambiare.
Ieri era un movimento rivoluzionario sostenuto da Mosca.
Oggi può essere una milizia sciita sostenuta da Teheran.
La struttura narrativa rimane sorprendentemente simile:
Occidente = imperialismo.
Israele = colonialismo.
Avversario dell’Occidente = resistenza.
Avversario di Israele = liberazione.
È uno schema comodo perché elimina la complessità.
Ma proprio per questo è uno schema pericoloso.
Perché impedisce di vedere quello che l’Iran ha realmente costruito dal 1979: non semplicemente una coalizione difensiva, ma una rete di influenza e deterrenza regionale che permette alla Repubblica Islamica di proiettare potere molto oltre i propri confini.
Ed è qui che il discorso torna all’energia.
Mentre i cani da riporto della controinformazione continuano a raccontare il confronto attraverso categorie ideologiche ereditate dal secolo scorso, la geopolitica reale si muove su petrolio, gas, rotte commerciali, missili, porti, alleanze e capacità industriale.
Trump ha risposto a questa realtà con una strategia opposta.
Non una nuova Internazionale ideologica.
Energia, deterrenza e alleanze.
L’America produce.
L’America esporta.
Gli alleati diversificano.
E ogni volta che Teheran prova a trasformare Hormuz o i suoi proxy in strumenti di pressione, emerge ancora più chiaramente il valore strategico dell’indipendenza energetica americana.
È qui che la vecchia narrativa anti-imperialista si scontra con una realtà molto più difficile da nascondere:
la Repubblica Islamica non è una spettatrice della destabilizzazione mediorientale. È uno dei protagonisti che da quasi mezzo secolo hanno imparato a utilizzarla come strumento di potere.
E raccontare soltanto metà di questa storia non è controinformazione.
È propaganda con il segno invertito.
I cani da riporto della controinformazione: contro l’“imperialismo” occidentale, ma ciechi davanti a quello islamista di Teheran
In Italia esiste poi un cortocircuito politico e mediatico che merita di essere affrontato senza giri di parole.
Una parte della cosiddetta controinformazione, quella che da anni legge qualsiasi crisi internazionale attraverso un’unica lente — Stati Uniti e Israele colpevoli per definizione, loro avversari automaticamente trasformati in “resistenza” — è arrivata progressivamente a svolgere una funzione paradossale: contestare la propaganda occidentale rilanciando quella della Repubblica Islamica dell’Iran e del suo apparato militare, l’IRGC.
Sono quelli che possiamo definire i cani da riporto della controinformazione italiana.
Sempre pronti a denunciare l’imperialismo americano.
Sempre pronti a parlare di ingerenze occidentali.
Sempre pronti a descrivere la NATO come macchina di espansione.
Ma quando la Repubblica Islamica finanzia, arma, addestra e sostiene organizzazioni militari fuori dai propri confini, improvvisamente la parola “imperialismo” scompare.
Al suo posto compare una parola magica:
resistenza.
Ed è proprio qui che il racconto si trasforma in propaganda.
L’IRGC non è il difensore del popolo iraniano
Prima ancora di parlare dell’Asse della Resistenza, bisognerebbe ricordare che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica — IRGC o Pasdaran — non è semplicemente una forza armata incaricata della difesa territoriale dell’Iran.
È uno dei pilastri fondamentali del sistema politico nato dalla Rivoluzione islamica del 1979.
Il suo compito originario era precisamente quello di proteggere la Rivoluzione e il nuovo ordine islamico, parallelamente alle normali forze armate iraniane.
Nel corso dei decenni l’IRGC è diventato molto di più.
Potere militare.
Potere economico.
Potere politico.
Intelligence.
Controllo interno.
Proiezione internazionale.
Attraverso la Forza Quds, l’IRGC ha inoltre costruito e gestito rapporti con milizie e organizzazioni armate in diversi Paesi del Medio Oriente.
È quindi paradossale presentare questo apparato esclusivamente come una forza che “resiste all’imperialismo”.
Prima ancora di essere uno strumento contro gli avversari esterni, l’IRGC è uno dei principali strumenti attraverso i quali la Repubblica Islamica preserva il proprio sistema di potere.
Quando gli iraniani scendono nelle strade contro il regime, non incontrano davanti a loro Marines americani o soldati israeliani.
Incontrano gli apparati della Repubblica Islamica.
È questo il punto che tanti sostenitori occidentali dell’“Asse della Resistenza” sembrano dimenticare.
Il popolo iraniano scompare dalla propaganda filo-Teheran
C’è qualcosa di particolarmente significativo nella narrativa di certi ambienti italiani.
Parlano continuamente dell’Iran.
Ma molto meno degli iraniani.
La Repubblica Islamica viene trattata come se coincidesse automaticamente con il suo popolo.
Non è così.
Uno Stato, un regime e una popolazione non sono la stessa cosa.
La società iraniana è complessa, attraversata da enormi differenze politiche, culturali, generazionali e religiose.
Ridurre milioni di persone alle posizioni geopolitiche della leadership della Repubblica Islamica significa cancellare proprio quel popolo che questi commentatori affermano di voler difendere dall’Occidente.
Il paradosso diventa evidente:
denunciano Washington perché vorrebbe imporre la propria volontà all’Iran, ma non mostrano la stessa indignazione quando Teheran impone la propria volontà agli iraniani.
Denunciano l’egemonia occidentale.
Ma dimenticano l’egemonia esercitata internamente da un sistema teocratico.
Denunciano la repressione quando arriva da governi alleati degli Stati Uniti.
Quando arriva dalla Repubblica Islamica, improvvisamente il discorso cambia argomento e ritorna su Israele, sulla CIA, sulla NATO o sulle sanzioni.
È il grande trucco della propaganda ideologica:
spostare continuamente il punto di osservazione fino a far sparire le responsabilità del soggetto che si è deciso di difendere.
L’Asse della Resistenza è anche uno strumento di potenza iraniana
Lo stesso meccanismo viene applicato alla politica estera.
Hezbollah?
Resistenza.
Houthi?
Resistenza.
Milizie irachene vicine a Teheran?
Resistenza.
Forze sostenute dall’Iran in Siria?
Resistenza.
Ma se si elimina per un momento l’etichetta e si osserva la carta geografica, emerge un’altra interpretazione.
Dal Golfo Persico al Mediterraneo, passando per Iraq, Siria e Libano, fino allo Yemen e al Mar Rosso, Teheran ha sviluppato una rete di rapporti militari e politici che aumenta enormemente la propria capacità di influenzare gli equilibri di Paesi formalmente sovrani.
Chiamarla esclusivamente “resistenza” significa raccontare soltanto la giustificazione ideologica della strategia.
Dal punto di vista geopolitico è anche proiezione di potenza.
E la proiezione di potenza non smette di esserlo semplicemente perché a esercitarla non sono gli Stati Uniti.
L’imperialismo diventa improvvisamente accettabile se è islamista?
E qui arriva la contraddizione più clamorosa.
Per decenni una parte della cultura marxista e anti-imperialista europea ha denunciato qualsiasi tentativo occidentale di costruire aree d’influenza.
Washington sostiene un governo straniero?
Imperialismo.
La CIA influenza la politica di un altro Paese?
Imperialismo.
Gli Stati Uniti dispiegano una base militare?
Imperialismo.
Israele cerca profondità strategica?
Espansionismo.
Ma quando Teheran finanzia organizzazioni armate fuori dall’Iran, costruisce corridoi strategici, sostiene milizie che condizionano governi stranieri e utilizza la Forza Quds per estendere la propria influenza regionale, la stessa categoria improvvisamente non viene più applicata.
Perché?
Perché l’Iran combatte gli Stati Uniti e Israele.
Ed ecco riemergere il vecchio principio:
il nemico del mio nemico deve essere necessariamente dalla parte giusta della Storia.
È la stessa scorciatoia ideologica che per decenni ha portato una parte dell’intellighenzia occidentale a giustificare regimi autoritari semplicemente perché schierati contro Washington.
Il colore della bandiera cambia.
La logica rimane.
Dall’anti-imperialismo sovietico all’imperialismo islamista
È qui che sopravvive la vecchia eredità culturale dell’anti-imperialismo di matrice marxista e sovietica.
Naturalmente la Repubblica Islamica non è marxista.
Anzi, dopo il 1979 il regime islamico represse anche organizzazioni comuniste e marxiste iraniane.
Ma l’alleanza narrativa occidentale non nasce da una comunanza di valori.
Nasce da una comunanza di nemici.
La vecchia propaganda sovietica aveva costruito una rappresentazione binaria:
Occidente capitalista = imperialismo.
Movimenti antioccidentali = liberazione.
Quella struttura mentale è sopravvissuta alla caduta dell’Unione Sovietica.
E oggi produce uno dei paradossi politici più sorprendenti del nostro tempo:
settori che si definiscono progressisti, marxisti o rivoluzionari finiscono per trasformarsi negli apologeti geopolitici di una teocrazia islamista.
Non perché condividano davvero il suo progetto sociale.
Ma perché condividono il suo avversario.
Quando l’anti-imperialismo diventa il paravento di un altro imperialismo
È quindi necessario utilizzare le stesse categorie per tutti.
Se costruire sfere d’influenza è imperialismo quando lo fanno gli Stati Uniti, bisogna interrogarsi sul significato della penetrazione militare iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen.
Se armare organizzazioni straniere significa interferire negli affari di altri Paesi quando lo fa Washington, bisogna porre la stessa domanda quando lo fa Teheran.
Se condizionare la sovranità di uno Stato è sbagliato quando a farlo è l’Occidente, non può diventare improvvisamente virtuoso quando la pressione arriva attraverso l’IRGC o una milizia vicina alla Repubblica Islamica.
Altrimenti non siamo davanti a un principio.
Siamo davanti a una tifoseria geopolitica.
Ed è precisamente questo il problema dei cani da riporto della controinformazione.
Non combattono realmente l’imperialismo.
Combattono un solo imperialismo.
Quello occidentale.
Mentre l’espansionismo, la proiezione di potenza e l’ingerenza esercitati dagli avversari dell’Occidente vengono ribattezzati “resistenza”, “multipolarismo” o “liberazione”.
L’Iran non esporta soltanto sicurezza: esporta la Rivoluzione
La stessa Costituzione e la storia politica della Repubblica Islamica mostrano quanto l’elemento rivoluzionario sia centrale nell’identità del regime nato nel 1979.
Il sistema khomeinista non nasce semplicemente per difendere i confini dello Stato iraniano.
Nasce rivendicando una missione politica e religiosa molto più ampia.
L’IRGC è espressione diretta di questa concezione.
La costruzione di relazioni con movimenti armati e organizzazioni ideologicamente affini deve quindi essere letta anche alla luce di questo progetto.
Non significa che Teheran controlli ogni decisione di Hezbollah, degli Houthi o delle varie milizie irachene.
Questi soggetti possiedono livelli diversi di autonomia e interessi locali propri.
Ma negare che l’intera rete rappresenti anche uno strumento della potenza iraniana significa rifiutare decenni di evidenze geopolitiche.
Chi opprime davvero gli iraniani?
E allora torniamo alla domanda fondamentale.
Chi esercita quotidianamente il potere sul cittadino iraniano?
Donald Trump?
Israele?
La NATO?
No.
Il potere quotidiano sulla società iraniana è esercitato dalle istituzioni della Repubblica Islamica.
Sono quelle istituzioni che stabiliscono le regole politiche.
Sono quelle istituzioni che controllano l’accesso al potere.
Sono quegli apparati che reprimono le proteste.
Sono quelle strutture che proteggono il sistema teocratico.
È quindi possibile criticare duramente le sanzioni americane o un’eventuale operazione militare contro l’Iran e contemporaneamente riconoscere un fatto elementare:
la principale struttura di coercizione interna che un cittadino iraniano incontra non arriva da Washington. Arriva dal regime iraniano stesso.
E l’IRGC rappresenta uno dei suoi pilastri.
Questa semplice realtà manda in cortocircuito anni di propaganda.
I cani da riporto difendono il regime e dimenticano il popolo
Ed ecco il punto più grave.
A furia di dichiararsi amici dell’Iran, alcuni commentatori italiani finiscono per essere amici soprattutto del regime iraniano.
Sono due cose completamente differenti.
Difendere il diritto dell’Iran a non essere aggredito non significa difendere l’IRGC.
Difendere la popolazione iraniana dagli effetti di una guerra non significa celebrare gli ayatollah.
Contestare una decisione americana non significa trasformare la Forza Quds in una brigata di liberazione.
E criticare Israele non significa dover raccontare Hezbollah o Hamas esclusivamente attraverso la loro propaganda.
Questo dovrebbe essere il compito di una vera controinformazione:
non credere a nessuno sulla parola.
Invece troppo spesso succede l’opposto.
Si diffida automaticamente di Washington e si concede credito automatico a Teheran.
Si analizza parola per parola un comunicato israeliano e si rilancia senza lo stesso filtro quello proveniente dall’Asse della Resistenza.
Si parla continuamente di propaganda occidentale, ignorando che Iran, IRGC, Hezbollah e gli altri protagonisti regionali possiedono anch’essi apparati propagandistici, obiettivi politici e strategie informative.
Il vero anti-imperialismo dovrebbe valere per tutti
Se davvero si vuole essere anti-imperialisti, il principio dovrebbe essere universale.
Nessuna grande potenza dovrebbe poter trasformare Paesi più piccoli in strumenti della propria strategia.
Nessuna milizia dovrebbe poter sostituire permanentemente la sovranità dello Stato.
Nessuna ideologia dovrebbe giustificare la repressione interna.
Nessuna “resistenza” dovrebbe ricevere automaticamente un’assoluzione morale per il semplice fatto di combattere un nemico considerato peggiore.
Vale per Washington.
Vale per Mosca.
Vale per Pechino.
E deve valere anche per Teheran.
Altrimenti l’anti-imperialismo diventa soltanto la copertura retorica utilizzata per sostenere l’imperialismo della parte che si è scelto di tifare.
E nel Medio Oriente contemporaneo questo significa anche interrogarsi senza ipocrisie sulla costruzione di una sfera d’influenza politico-militare a guida iraniana e sulla sua componente ideologica islamista.
È proprio questa realtà che i cani da riporto della controinformazione italiana non vogliono vedere.
Perché costringerebbe ad ammettere una cosa politicamente devastante per la loro narrativa:
si può combattere l’egemonia americana e contemporaneamente costruire una propria egemonia.
Si può denunciare l’imperialismo occidentale e contemporaneamente praticare espansionismo regionale.
Si può parlare in nome dei popoli oppressi e contemporaneamente reprimere il proprio.
Ed è precisamente questa contraddizione che rende indispensabile distinguere il popolo iraniano dalla Repubblica Islamica, l’Iran dall’IRGC e la legittima difesa nazionale dal progetto di potenza regionale degli ayatollah.
Chi rifiuta queste distinzioni non sta difendendo l’Iran.
Sta difendendo il regime che governa l’Iran.
Fonti e approfondimenti
Kimberley A. Strassel – “Trump’s Energy Triumph”, The Wall Street Journal / riferimento White House, 13 marzo 2026
https://www.whitehouse.gov/releases/2026/03/icymi-trumps-energy-triumph/
The American Presidency Project – White House Press Release: “ICYMI: Trump’s Energy Triumph”
https://www.presidency.ucsb.edu/documents/white-house-press-release-icymi-trumps-energy-triumph
U.S. Energy Information Administration – The United States produced more crude oil than any other country in 2025
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=67844
U.S. Energy Information Administration – The United States is a major energy exporter and importer, especially for petroleum
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=67724
U.S. Energy Information Administration – Annual U.S. crude oil exports decrease for first time since 2021
https://www.eia.gov/Todayinenergy/detail.php?id=67324
U.S. Energy Information Administration – Ten years after first Sabine Pass cargo, U.S. LNG exports are still on the rise
https://www.eia.gov/TODAYINENERGY/detail.php?id=67224
U.S. Energy Information Administration – U.S. Strategic Petroleum Reserve
https://www.eia.gov/dnav/pet/pet_stoc_typ_d_nus_SAS_mbbl_m.htm
Congressional Research Service – Iran: Background and U.S. Policy
https://www.congress.gov/crs-products/product/pdf/R/R47321
Council on Foreign Relations – Iran’s Regional Armed Network
https://www.cfr.org/articles/irans-regional-armed-network
Council on Foreign Relations – Iran’s Support of the Houthis: What to Know
https://www.cfr.org/articles/irans-support-houthis-what-know
U.S. Department of State – U.S. Policy on the Abraham Accords, Explained
https://www.youtube.com/watch?v=2B7gDtb_Dk4

