I CANI DA RIPORTO DELLA PROPAGANDA: QUANDO GLI ANTISIONISTI ATTACCANO CHI SFIDA LA FINANZA GLOBALISTA SIONISTA

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La contraddizione che nessuno vuole spiegare

Da anni una parte della controinformazione italiana si presenta come nemica della globalizzazione sionista, delle delocalizzazioni, del potere delle grandi istituzioni finanziarie internazionali e delle élite transnazionali che hanno dominato l’economia mondiale dagli anni Novanta in poi.

Eppure, osservando molte delle reazioni alle politiche economiche dell’amministrazione Trump, emerge una contraddizione sorprendente.

Gli stessi commentatori che denunciano il libero commercio senza limiti, la deindustrializzazione dell’Occidente e la concentrazione del potere economico nelle mani di organismi sovranazionali sionisti, finiscono spesso per attaccare proprio quelle politiche che dichiarano di voler contrastare questi fenomeni.

Quando la narrativa conta più dei fatti

Le tariffe commerciali.

Il reshoring industriale.

La revisione degli accordi commerciali.

La pressione sulle catene globali di approvvigionamento.

Il tentativo di riportare produzioni strategiche all’interno degli Stati Uniti.

Che si condividano o meno queste scelte, si tratta di misure che rappresentano una rottura con il paradigma della globalizzazione economica dominante negli ultimi decenni.

Eppure molti commentatori alternativi preferiscono ignorare questa realtà.

Per loro Trump deve necessariamente rappresentare il nemico assoluto.

Non importa quali politiche adotti.

Non importa quali interessi colpisca.

La conclusione è già stata decisa.

Il caso Chatham House

Il recente rapporto di Chatham House sul cosiddetto “Trump Shock” è significativo proprio per questo motivo.

Non è un documento scritto da sostenitori del trumpismo.

È un’analisi prodotta da uno dei più influenti think tank occidentali.

Eppure il rapporto riconosce apertamente che le politiche economiche americane stanno mettendo sotto pressione meccanismi che hanno caratterizzato la globalizzazione per decenni.

Se persino ambienti storicamente favorevoli alla cooperazione economica internazionale parlano di uno “shock”, forse vale la pena interrogarsi sulle trasformazioni in corso.

La nuova ortodossia della controinformazione

La vera ironia è che molti ambienti alternativi stanno diventando ciò che hanno sempre criticato.

Non analizzano.

Non verificano.

Non mettono in discussione le proprie convinzioni.

Difendono una narrativa.

E quando i fatti non coincidono con quella narrativa, vengono semplicemente ignorati.

Conclusione

La credibilità di un analista non si misura dalla sua fedeltà a una fazione, ma dalla sua capacità di seguire i fatti anche quando questi mettono in crisi le proprie convinzioni.

Se la controinformazione vuole davvero distinguersi dalla propaganda, deve essere pronta a riconoscere le contraddizioni ovunque si manifestino, anche all’interno delle proprie comunità.

Altrimenti il rischio è quello di trasformarsi in una semplice immagine speculare del sistema che dice di combattere.

Fonti e approfondimenti

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