BELFAST È “CACCIA ALLO STRANIERO”, MA QUANDO LE VITTIME SONO BIANCHE IL LINGUAGGIO CAMBIA?

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Il doppio standard mediatico che nessuno vuole discutere

Ogni giorno milioni di persone leggono i titoli dei giornali senza rendersi conto che spesso il vero messaggio non si trova nei fatti raccontati, ma nelle parole scelte per raccontarli.

È il potere della narrazione.

È il potere del linguaggio.

È il potere della costruzione della realtà attraverso il filtro mediatico.

Quando l’agenzia ANSA titola “Belfast è caccia allo straniero”, il lettore riceve immediatamente una precisa chiave interpretativa.

Non sta semplicemente leggendo la cronaca di disordini urbani.

Sta leggendo una definizione politica e morale dell’evento.

Una definizione che attribuisce automaticamente ruoli, responsabilità e significati.

Ma proprio questa scelta lessicale pone una domanda che merita di essere affrontata seriamente.

Perché esistono espressioni che vengono utilizzate frequentemente in alcuni casi e che scompaiono completamente in altri?

Perché alcuni gruppi vengono sempre identificati come vittime mentre altri sembrano sparire dal vocabolario giornalistico?

Perché quando la violenza colpisce determinate categorie sociali o etniche il linguaggio diventa immediatamente specifico, mentre in altri casi diventa improvvisamente neutro?

Queste domande non riguardano soltanto Belfast.

Riguardano il funzionamento dell’intero sistema informativo occidentale.


Belfast e il peso delle parole

I recenti disordini nell’Irlanda del Nord hanno riportato sotto i riflettori tensioni che attraversano da anni il Regno Unito.

Problemi legati all’immigrazione.

Problemi economici.

Problemi di integrazione.

Problemi identitari.

Tensioni sociali accumulate per decenni.

Quando però i giornali descrivono questi eventi utilizzando formule come “caccia allo straniero”, la notizia assume immediatamente una dimensione differente.

Non si racconta più soltanto ciò che accade.

Si suggerisce perché accade.

Si suggerisce chi siano i colpevoli.

Si suggerisce come il lettore debba interpretare gli avvenimenti.

Il problema non è denunciare episodi di violenza contro stranieri.

Il problema nasce quando questo schema interpretativo viene applicato selettivamente.


Minneapolis e le rivolte del 2020

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Per comprendere la questione basta tornare indietro di qualche anno.

Estate 2020.

Le proteste scoppiate dopo la morte di George Floyd trasformano numerose città americane in scenari di tensione e scontri.

A Minneapolis, Portland, Seattle, Chicago, New York e Atlanta si registrano incendi, devastazioni, aggressioni e saccheggi.

Interi quartieri vengono travolti dal caos.

Migliaia di attività commerciali subiscono danni.

Cittadini vengono aggrediti.

Automobili incendiate.

Palazzi dati alle fiamme.

Poliziotti feriti.

Residenti costretti a barricarsi nelle proprie abitazioni.

Eppure raramente il linguaggio giornalistico utilizza formule come:

  • “caccia ai bianchi”;
  • “persecuzione etnica”;
  • “violenza anti-europea”;
  • “aggressioni contro i residenti bianchi”.

Nella maggior parte dei casi si parla invece di:

  • proteste;
  • manifestazioni;
  • tensioni sociali;
  • rivolte;
  • disordini urbani.

Una terminologia molto più prudente.

Molto più neutra.

Molto meno emotiva.


Il ruolo della cornice narrativa

La sociologia della comunicazione insegna che i media non influenzano soltanto ciò che pensiamo.

Influenzano soprattutto il modo in cui pensiamo.

Questo fenomeno viene definito “framing”.

La stessa notizia può assumere significati completamente diversi a seconda della cornice narrativa utilizzata.

Un’aggressione può essere descritta come:

  • episodio di criminalità;
  • conflitto sociale;
  • violenza politica;
  • atto di odio etnico.

Sono tutte definizioni diverse dello stesso fatto.

Ed è proprio qui che nasce il problema.

Quando la scelta della cornice sembra dipendere dall’identità delle vittime o degli aggressori, il giornalismo rischia di perdere la propria credibilità.


Le vittime invisibili

Uno degli aspetti più controversi del dibattito contemporaneo riguarda la selettività dell’attenzione mediatica.

Esistono vittime che ricevono immediatamente copertura internazionale.

Esistono vittime che diventano simboli.

Esistono vittime che occupano le prime pagine per settimane.

Ed esistono vittime che vengono rapidamente dimenticate.

Il fenomeno non riguarda soltanto l’etnia.

Riguarda anche la classe sociale.

L’appartenenza politica.

La nazionalità.

La religione.

L’orientamento ideologico.

Quando il pubblico percepisce che alcune categorie ricevono automaticamente maggiore attenzione rispetto ad altre, nasce inevitabilmente una crisi di fiducia.


Il giornalismo e la crisi della credibilità

Negli ultimi anni la fiducia nei confronti dei media tradizionali è crollata in gran parte dell’Occidente.

Milioni di cittadini dichiarano apertamente di non fidarsi più dei giornali.

Non necessariamente perché credano che tutte le notizie siano false.

Ma perché ritengono che la selezione delle notizie e il linguaggio utilizzato siano influenzati da considerazioni ideologiche.

Molti lettori hanno la sensazione che esistano argomenti trattati con estrema sensibilità e altri trattati con estrema superficialità.

Che esistano vittime di serie A e vittime di serie B.

Che esistano forme di discriminazione considerate gravi e altre considerate trascurabili.

È una percezione che si sta diffondendo in tutto il mondo occidentale.


La polarizzazione come modello di business

Un altro elemento raramente discusso riguarda l’economia dell’informazione.

I media moderni vivono di attenzione.

Vivono di click.

Vivono di indignazione.

Vivono di engagement.

Un titolo equilibrato genera poche reazioni.

Un titolo polarizzante genera traffico.

Genera condivisioni.

Genera commenti.

Genera conflitto.

E il conflitto oggi è uno dei prodotti più redditizi del mercato mediatico.

Per questo motivo sempre più spesso i titoli sembrano progettati per suscitare emozioni piuttosto che per descrivere la realtà.


Belfast come sintomo di una crisi più ampia

La questione quindi non riguarda soltanto Belfast.

Belfast rappresenta semplicemente uno specchio.

Uno specchio che riflette le contraddizioni del giornalismo contemporaneo.

Quando il pubblico legge “caccia allo straniero” e contemporaneamente ricorda episodi simili descritti con parole completamente diverse, inevitabilmente si pone delle domande.

Domande sulla coerenza.

Domande sull’imparzialità.

Domande sulla neutralità.

Ed è proprio da queste domande che nasce la crescente distanza tra cittadini e media tradizionali.


La vera sfida: tornare alla simmetria

Il problema non è denunciare la violenza.

La violenza va denunciata sempre.

Il problema non è difendere o condannare una particolare categoria.

Il problema è applicare gli stessi criteri a tutti.

Se il linguaggio cambia in funzione dell’identità delle persone coinvolte, il rischio è quello di trasformare l’informazione in propaganda.

La vera sfida per il giornalismo del futuro sarà recuperare un principio semplice ma fondamentale:

  • stesso metro;
  • stesso linguaggio;
  • stessa severità;
  • stessa attenzione.

Per tutti.


Conclusione

Quando un titolo come “Belfast è caccia allo straniero” finisce sulle prime pagine, il dibattito non dovrebbe limitarsi ai fatti narrati.

Dovrebbe riguardare anche il modo in cui quei fatti vengono raccontati.

Perché il linguaggio non è mai neutrale.

Ogni parola scelta da un giornalista costruisce una rappresentazione della realtà.

E quando i cittadini iniziano a percepire che quelle parole vengono utilizzate in maniera selettiva, la conseguenza inevitabile è la perdita di fiducia.

Non basta raccontare i fatti.

Bisogna raccontarli con coerenza.

Perché la credibilità dell’informazione non si misura soltanto dalla veridicità delle notizie.

Si misura soprattutto dalla capacità di applicare gli stessi criteri a chiunque, senza eccezioni e senza doppi standard.


Fonti e approfondimenti

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