La recente approvazione da parte della Duma russa di una legge che autorizza Vladimir Putin a utilizzare le forze armate all’estero per “proteggere cittadini russi arrestati o perseguiti da tribunali stranieri” rappresenta molto più di una modifica tecnica del diritto interno russo. È, in realtà, la formalizzazione di una dottrina geopolitica che apre scenari estremamente delicati sul piano del diritto internazionale, della sovranità statale e delle relazioni tra grandi potenze.
Il punto centrale non è soltanto la legge in sé, ma il principio che introduce: uno Stato si arroga il diritto di proiettare forza militare oltre i propri confini non in risposta a un’aggressione diretta, ma per intervenire in casi di arresti, procedimenti giudiziari o controversie legali che coinvolgano propri cittadini.
È un passaggio fondamentale perché trasforma la “protezione dei connazionali” in possibile casus belli.
La rapidità della Duma e il significato politico
La rapidità con cui la Duma ha approvato il provvedimento è stata impressionante. Secondo diverse fonti internazionali, il voto è avvenuto in pochi minuti e senza opposizione significativa.
Questo dettaglio non è secondario. Rivela almeno tre elementi:
- L’assoluta verticalizzazione del potere politico russo
- L’urgenza strategica percepita dal Cremlino
- La volontà di inviare un messaggio all’Occidente
Mosca sta dicendo apertamente che considera ormai il conflitto con il sistema euro-atlantico non più limitato all’Ucraina, ma esteso all’intera architettura giuridica e geopolitica occidentale.
La legge, infatti, non si limita ai tribunali nazionali stranieri, ma include anche organismi internazionali “non riconosciuti” dalla Russia. Il riferimento implicito alla Corte Penale Internazionale è evidente, soprattutto dopo il mandato di arresto emesso contro Putin nel 2023.
La dottrina della “protezione dei connazionali”
In realtà, questa strategia non nasce oggi.
La Russia utilizza da anni il concetto di “protezione dei cittadini russi” o delle popolazioni russofone come giustificazione geopolitica.
Lo schema è noto:
- si concede cittadinanza russa a popolazioni all’estero;
- si sostiene che tali popolazioni siano minacciate;
- si rivendica il diritto di intervento;
- si utilizza l’argomento umanitario come copertura strategica.
È esattamente ciò che avvenne in:
- Ossezia del Sud e Abkhazia (Georgia, 2008)
- Crimea (2014)
- Donbass
- Ucraina nel 2022
Il Cremlino ha sempre presentato queste operazioni come missioni difensive o umanitarie, non come aggressioni.
La novità odierna è che questa logica viene codificata formalmente nella legislazione russa.
Venezuela: il precedente dell’amministrazione Trump
Tra il 2019 e il 2020, Washington adottò una linea estremamente aggressiva contro il governo venezuelano di Nicolás Maduro.
Gli Stati Uniti:
- riconobbero Juan Guaidó come “presidente legittimo”;
- imposero sanzioni economiche devastanti;
- minacciarono apertamente un intervento militare;
- sostennero operazioni clandestine e tentativi di destabilizzazione.
Nel maggio 2020 esplose il caso della cosiddetta Operation Gideon, un tentativo fallito di incursione armata in Venezuela da parte di mercenari legati a ex forze speciali americane.
L’operazione mirava, secondo numerose ricostruzioni, alla cattura o alla rimozione di Maduro.
Due ex berretti verdi statunitensi, Luke Denman e Airan Berry, furono arrestati dalle autorità venezuelane.
Ed è qui che il parallelismo con la Russia diventa interessante.
Washington esercitò enormi pressioni diplomatiche e mediatiche per ottenere il rilascio dei propri cittadini detenuti in Venezuela. Negli anni successivi gli Stati Uniti intensificarono trattative, scambi di prigionieri e operazioni di pressione internazionale per recuperare cittadini americani arrestati all’estero, specialmente in Stati considerati ostili.
La differenza fondamentale è che gli USA raramente formalizzano queste pratiche in una legge che autorizzi esplicitamente l’uso delle forze armate per liberare cittadini arrestati all’estero.
Tuttavia, sul piano pratico, il principio è stato più volte applicato.
La “dottrina americana” dell’intervento extraterritoriale
Gli Stati Uniti hanno costruito per decenni una dottrina di intervento globale basata su concetti come:
- difesa degli interessi nazionali;
- protezione dei cittadini americani;
- lotta al terrorismo;
- esportazione della democrazia;
- sicurezza internazionale.
Queste motivazioni sono state utilizzate per giustificare operazioni in:
- Panama
- Iraq
- Afghanistan
- Libia
- Siria
- Somalia
- Pakistan
In alcuni casi, Washington ha condotto operazioni militari o raid speciali senza autorizzazione dello Stato sovrano coinvolto.
L’esempio più noto è il raid contro Osama bin Laden in Pakistan nel 2011.
Formalmente, si trattò di una violazione della sovranità pakistana. Ma gli Stati Uniti rivendicarono il diritto di agire per ragioni superiori di sicurezza nazionale.
Il problema centrale: chi decide quando una sovranità può essere violata?
Ed è qui il nodo cruciale della questione.
Quando una superpotenza stabilisce unilateralmente di poter intervenire militarmente oltre confine per:
- difendere propri cittadini;
- proteggere interessi strategici;
- impedire arresti;
- contrastare tribunali internazionali;
- fermare governi ostili;
si entra in una zona grigia estremamente pericolosa del diritto internazionale.
Perché il principio della sovranità statale — teoricamente fondamento dell’ONU — viene subordinato alla forza geopolitica.
In sostanza:
- gli Stati forti si attribuiscono eccezioni;
- gli Stati deboli subiscono le conseguenze.
Russia e Stati Uniti: differenze reali e somiglianze strutturali
Naturalmente esistono differenze enormi tra Russia e Stati Uniti:
- sistema politico;
- alleanze;
- peso economico;
- modello istituzionale;
- rapporto con le organizzazioni internazionali.
Ma sul piano strategico emerge una somiglianza importante: entrambe le potenze tendono a rivendicare una forma di extraterritorialità del proprio potere.
La Russia lo fa oggi in modo più esplicito e diretto.
Gli Stati Uniti lo hanno fatto per decenni attraverso:
- interventi NATO;
- coalizioni internazionali;
- operazioni speciali;
- sanzioni extraterritoriali;
- pressioni economiche;
- “regime change”.
La differenza è anche narrativa.
Washington tende a presentare le proprie azioni come:
- difesa della democrazia;
- tutela dei diritti umani;
- lotta contro dittature o terrorismo.
Mosca, invece, utilizza:
- protezione dei russi etnici;
- difesa della patria;
- opposizione all’Occidente;
- sicurezza nazionale.
Ma la logica geopolitica sottostante presenta analogie profonde.
Il rischio reale: la normalizzazione dell’intervento permanente
La vera conseguenza di questa legge russa non è necessariamente un’immediata invasione di qualche Stato straniero.
Il rischio maggiore è la normalizzazione concettuale dell’intervento permanente.
Se ogni grande potenza può:
- intervenire per propri cittadini;
- ignorare tribunali internazionali;
- violare sovranità straniere;
- usare la forza come estensione della propria giurisdizione,
allora il sistema internazionale entra progressivamente in una fase neo-imperiale.
Non più un ordine basato su regole universali, ma su:
- sfere di influenza;
- capacità militare;
- deterrenza nucleare;
- forza economica.
Conclusione
La nuova legge approvata dalla Duma non è soltanto un provvedimento giuridico. È una dichiarazione strategica.
La Russia sta istituzionalizzando una dottrina che considera legittimo l’uso della forza oltre confine per proteggere propri cittadini e opporsi a sistemi giudiziari considerati ostili.
Il parallelo con quanto fatto dagli Stati Uniti in Venezuela e in altri teatri internazionali mostra però una realtà più ampia: le grandi potenze tendono sempre più a interpretare il diritto internazionale come uno strumento flessibile subordinato ai propri interessi strategici.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto la Russia.
Riguarda la trasformazione dell’ordine mondiale in un sistema dove la forza torna progressivamente a prevalere sulla norma, e dove la sovranità degli Stati rischia di diventare un principio valido solo finché non entra in conflitto con gli interessi delle potenze dominanti.

