Ancora una volta la Repubblica Islamica si trova davanti a una verità che il regime tenta disperatamente di nascondere dietro slogan ideologici, retorica rivoluzionaria e parate militari: senza l’appoggio economico e geopolitico della Cina, l’Iran sarebbe già in una condizione molto più fragile di quanto la propaganda interna voglia far credere.
Le recenti indiscrezioni secondo cui Pechino starebbe esercitando forti pressioni su Teheran per favorire un accordo con gli Stati Uniti rappresentano l’ennesima dimostrazione di una realtà evidente: la leadership iraniana non controlla realmente il proprio destino strategico quanto sostiene di fare. E soprattutto, emerge ancora una volta l’assurdità della linea perseguita dall’IRGC, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, diventato ormai non soltanto uno strumento militare, ma una vera e propria macchina ideologica incapace di distinguere il pragmatismo dalla fanatica autoconservazione.
Il vice ministro degli Esteri iraniano ha ribadito che la politica estera di Teheran “non è dettata né dall’Est né dall’Ovest”, ma si fonda sull’Islam e sull’indipendenza nazionale. Una dichiarazione che, letta senza il filtro della propaganda, appare quasi ironica. Perché un paese realmente indipendente non dipende economicamente dalla Cina, non aggira sanzioni vendendo petrolio sottocosto a Pechino e soprattutto non trasforma la propria politica estera in una guerra permanente contro mezzo mondo per soddisfare le ossessioni ideologiche di un’élite militare-religiosa.
L’IRGC continua infatti a comportarsi come se l’Iran fosse ancora nel 1979, imprigionato in una visione messianica e paranoica delle relazioni internazionali. Ogni crisi diventa un’occasione per alimentare il vittimismo rivoluzionario, ogni negoziato viene dipinto come una battaglia apocalittica contro “l’arroganza occidentale”, mentre la popolazione iraniana paga il prezzo reale di questa follia: inflazione devastante, disoccupazione, fuga di cervelli, repressione sociale e isolamento economico.
La retorica dell’“indipendenza islamica” è ormai diventata un guscio vuoto. In pratica, Teheran si è trasformata in un junior partner della Cina e, in misura crescente, della Russia. Altro che autonomia strategica: il regime vende petrolio a prezzi ribassati, offre corridoi geopolitici e riceve in cambio ossigeno economico sufficiente soltanto a mantenere in vita il sistema. Un sistema che però continua a investire miliardi nei proxy regionali, nelle milizie e nei programmi militari, mentre milioni di iraniani lottano per sopravvivere.
Ed è qui che emerge tutta l’idiozia politica dell’IRGC. La leadership delle Guardie Rivoluzionarie sembra incapace di comprendere che il mondo multipolare che tanto celebra non funziona sulla base degli slogan rivoluzionari, ma sugli interessi concreti. La Cina non sostiene l’Iran per solidarietà ideologica o religiosa: lo sostiene finché conviene economicamente e strategicamente. Se Pechino ritiene utile un compromesso tra Teheran e Washington per stabilizzare i mercati energetici e proteggere le proprie rotte commerciali, farà pressione senza esitazioni.
L’illusione dell’“asse della resistenza” si scontra così con la brutalità della geopolitica reale. Mentre l’IRGC continua a presentarsi come il baluardo antioccidentale del Medio Oriente, gli stessi alleati orientali trattano l’Iran come una pedina negoziale. Questo dovrebbe far riflettere chi, all’interno del regime, continua a credere che l’estremismo ideologico possa sostituire una strategia nazionale razionale.
Nel frattempo, il popolo iraniano resta ostaggio di una classe dirigente che ha trasformato un paese dalla storia millenaria, culturalmente sofisticato e ricco di potenzialità, in una fortezza assediata dalla propria stessa paranoia. La tragedia dell’Iran moderno non è soltanto il confronto con l’Occidente, ma il fatto di essere governato da apparati che sembrano incapaci di uscire dalla logica permanente della rivoluzione.
E mentre Teheran proclama di “non piegarsi né all’Est né all’Ovest”, la realtà è che l’Iran continua a oscillare tra dipendenza economica, isolamento diplomatico e fanatismo strategico. Una combinazione che non rafforza il paese: lo logora lentamente dall’interno.

