Trump, l’Iran e la possibile rivoluzione geopolitica del Medio Oriente

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Gli Accordi di Abramo potrebbero trasformarsi da alleanza anti-iraniana a piattaforma di stabilizzazione regionale

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Per anni il Medio Oriente è stato raccontato come un sistema bloccato in una guerra permanente, dominato da conflitti religiosi, rivalità energetiche, terrorismo, proxy war e destabilizzazioni continue.

Ma nelle ultime settimane qualcosa sembra essersi incrinato.

Le recenti aperture di Donald Trump verso l’Iran, unite alle indiscrezioni su una possibile inclusione futura di Teheran nel quadro politico degli Accordi di Abramo, potrebbero rappresentare il più importante tentativo di ridefinizione dell’ordine mediorientale dalla fine della Guerra Fredda. (axios.com)

La vera svolta, però, non è soltanto diplomatica.

È strategica.

Perché Trump sembra restringere la propria “linea rossa” quasi esclusivamente alla rinuncia iraniana alle armi nucleari, abbandonando almeno in parte l’approccio ideologico che per anni ha dominato la politica occidentale verso Teheran.

Ed è proprio qui che si apre uno scenario completamente nuovo.


La fine del paradigma della “guerra infinita”

Per comprendere la portata di questo possibile cambiamento bisogna tornare indietro di almeno vent’anni.

Dopo l’11 settembre, il Medio Oriente è diventato il laboratorio della strategia americana basata su:

  • guerre preventive;
  • esportazione della democrazia;
  • cambio di regime;
  • pressione militare costante;
  • frammentazione geopolitica controllata.

Afghanistan, Iraq, Siria, Libia e Yemen sono stati i principali teatri di questa strategia.

Nel frattempo, l’Iran è stato progressivamente trasformato nel grande nemico sistemico regionale.

Washington e i suoi alleati hanno accusato Teheran di:

  • sostenere gruppi armati regionali;
  • destabilizzare il Golfo Persico;
  • alimentare milizie sciite;
  • minacciare Israele;
  • sviluppare un programma nucleare militare.

Da quel momento è iniziata una pressione senza precedenti:

  • sanzioni economiche devastanti;
  • isolamento finanziario;
  • operazioni clandestine;
  • cyber warfare;
  • eliminazioni mirate;
  • sabotaggi industriali.

Eppure il risultato finale è stato paradossale.

L’Iran non è collassato.

Al contrario, è diventato una delle principali potenze regionali.


L’errore strategico occidentale

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Uno dei grandi errori strategici dell’Occidente è stato credere che l’Iran potesse essere trattato come l’Iraq di Saddam Hussein o la Libia di Gheddafi.

Ma Teheran possiede caratteristiche completamente diverse:

  • una struttura statale antichissima;
  • una forte identità nazionale;
  • un apparato industriale avanzato;
  • una capacità militare autonoma;
  • reti regionali profonde;
  • una posizione geografica strategica.

Ogni tentativo di isolamento totale ha finito per rafforzare l’approccio securitario interno iraniano.

In pratica, più l’Occidente spingeva verso il confronto totale, più l’Iran accelerava la militarizzazione del proprio sistema.

Il risultato?

Un Medio Oriente sempre più instabile.

Un sistema regionale costruito sulla logica della deterrenza permanente.


Trump cambia approccio

È qui che entra in gioco la possibile svolta trumpiana.

Secondo varie fonti diplomatiche e giornalistiche, Trump starebbe progressivamente separando il tema del nucleare da tutto il resto.

Non più:

  • cambio di regime;
  • resa geopolitica totale;
  • eliminazione dell’influenza iraniana;
  • distruzione completa del sistema iraniano.

Ma una richiesta molto più limitata:

niente armi nucleari militari.

La differenza sembra sottile.

In realtà è gigantesca.

Perché quando una potenza pretende la distruzione totale del proprio avversario, il negoziato diventa impossibile.

Quando invece definisce una singola linea rossa precisa, allora si apre uno spazio diplomatico concreto.

Reuters ha riportato che le trattative in corso ruotano soprattutto attorno a:

  • limiti verificabili sul nucleare;
  • sicurezza marittima;
  • riapertura completa dello Stretto di Hormuz;
  • riduzione delle tensioni regionali;
  • alleggerimento graduale delle sanzioni. (reuters.com)

Questo significa che Washington potrebbe accettare la permanenza dell’Iran come potenza regionale legittima.

Ed è una rivoluzione geopolitica.


Gli Accordi di Abramo potrebbero cambiare natura

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Gli Accordi di Abramo nacquero ufficialmente nel 2020 come piattaforma di normalizzazione tra Israele e alcune monarchie arabe sunnite.

Ma il loro significato reale era molto più ampio.

Gli accordi servivano infatti a costruire:

  • un asse economico regionale;
  • una rete di cooperazione tecnologica;
  • un sistema di sicurezza condiviso;
  • un fronte geopolitico anti-iraniano.

Oggi però questo schema potrebbe essere superato.

Se Trump dovesse realmente aprire all’Iran, gli Accordi di Abramo smetterebbero di essere una coalizione contro Teheran per trasformarsi in una piattaforma di integrazione regionale.

Sarebbe un cambiamento storico.

Per decenni il Medio Oriente è stato organizzato attorno allo scontro tra:

  • asse israelo-sunnita;
  • asse sciita iraniano.

L’eventuale inclusione dell’Iran in un sistema diplomatico condiviso romperebbe definitivamente questa struttura.

E aprirebbe la strada a qualcosa di completamente nuovo:

  • corridoi commerciali;
  • cooperazione energetica;
  • stabilità marittima;
  • integrazione infrastrutturale;
  • riduzione della guerra per procura.

Il ruolo della Cina e della Russia

Dietro questo possibile cambiamento esiste anche un fattore globale spesso sottovalutato.

Il mondo multipolare.

Negli ultimi anni Cina e Russia hanno progressivamente aumentato la propria influenza nella regione.

Pechino ha mediato il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran.

Mosca mantiene rapporti strategici sia con Teheran sia con numerosi attori arabi.

Gli Stati Uniti hanno compreso che continuare una strategia di conflitto permanente rischierebbe di consegnare definitivamente il Medio Oriente all’influenza eurasiatica.

In questo senso la nuova apertura trumpiana potrebbe essere letta anche come:

  • tentativo di riequilibrio strategico;
  • riduzione dei costi militari;
  • recupero dell’influenza americana;
  • contenimento dell’espansione cinese.

L’economia conta più dell’ideologia

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Dietro la diplomazia esiste poi un fattore ancora più importante: l’economia.

Il Medio Oriente resta il cuore energetico del pianeta.

Ogni escalation produce:

  • aumento del petrolio;
  • instabilità finanziaria;
  • crisi logistiche;
  • inflazione globale;
  • tensioni sui mercati.

La guerra permanente è diventata economicamente insostenibile per tutti:

  • Stati Uniti;
  • Europa;
  • monarchie del Golfo;
  • Israele;
  • Iran.

Ecco perché cresce il numero di attori interessati a una stabilizzazione strutturale.

Reuters ha evidenziato come l’amministrazione Trump stia cercando di evitare un’escalation totale pur mantenendo pressione sul dossier nucleare. (reuters.com)


Le resistenze interne

Naturalmente gli ostacoli restano enormi.

Dentro Israele esistono fortissime opposizioni verso qualsiasi apertura a Teheran.

L’ala neoconservatrice americana considera l’Iran un nemico strutturale non negoziabile.

Anche all’interno dell’apparato iraniano sopravvive una profonda diffidenza verso Washington.

Eppure il vecchio paradigma sembra sempre meno sostenibile.

La guerra infinita ha logorato tutti.

Ha prodotto instabilità cronica.

Ha distrutto economie.

Ha radicalizzato intere popolazioni.

Ha trasformato il Medio Oriente in un sistema basato sulla paura permanente.


Il vero significato della svolta trumpiana

Il punto centrale non è se Trump ami o meno l’Iran.

La questione è molto più pragmatica.

Trump sembra aver compreso che:

la distruzione dell’Iran è impossibile senza incendiare l’intero Medio Oriente.

E allora emerge una logica completamente diversa:

  • contenere anziché distruggere;
  • integrare anziché isolare;
  • negoziare anziché destabilizzare.

Per questo la riduzione della “red line” alla sola questione delle armi nucleari cambia tutto.

Perché crea finalmente uno spazio diplomatico realistico.


Una pace possibile?

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Per la prima volta dopo molti anni, la pace regionale non appare più soltanto uno slogan irrealizzabile.

Certo, il percorso resta pieno di ostacoli:

  • rivalità storiche;
  • interessi militari;
  • pressioni ideologiche;
  • lobby geopolitiche;
  • apparati di sicurezza;
  • estremismi religiosi.

Ma qualcosa sta cambiando.

Il Medio Oriente potrebbe passare da teatro di guerra permanente a spazio di equilibrio competitivo controllato.

Ed è qui che gli Accordi di Abramo potrebbero trasformarsi definitivamente:

non più soltanto un’alleanza anti-iraniana, ma il primo embrione di una nuova architettura geopolitica multipolare regionale.

Se questo approccio verrà mantenuto, allora la possibilità di un accordo storico tra Stati Uniti, Israele, mondo arabo e Iran non appare più fantascienza diplomatica.

Potrebbe essere l’inizio di una nuova fase storica.


Fonti e documenti

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