La rivoluzione culturale americana

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Come la sinistra radicale ha conquistato le istituzioni

Per decenni l’Occidente ha creduto che il comunismo fosse morto insieme all’Unione Sovietica. Il Muro di Berlino era caduto, l’URSS si era dissolta e le grandi rivoluzioni marxiste del Novecento sembravano consegnate definitivamente alla storia.

Ma se fosse sopravvissuta un’altra rivoluzione?

Non quella dei carri armati, dei partiti unici e della collettivizzazione economica, ma una rivoluzione più lenta e difficile da riconoscere: una trasformazione culturale combattuta dentro università, scuole, amministrazioni, media e grandi organizzazioni private.

È questa la tesi centrale sviluppata da Christopher F. Rufo nel libro America’s Cultural Revolution: How the Radical Left Conquered Everything, pubblicato nel 2023. Una ricostruzione fortemente polemica e discussa, ma che individua una genealogia intellettuale precisa: Herbert Marcuse, Angela Davis, Paulo Freire e Derrick Bell.

Secondo Rufo, per comprendere l’America esplosa culturalmente nel 2020 bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo.

Solženicyn e il caso Angela Davis

Nel 1975 Aleksandr Solženicyn parlò a New York davanti all’AFL-CIO, la grande federazione sindacale americana.

Lo scrittore russo conosceva direttamente il sistema sovietico: arrestato nel 1945, aveva trascorso anni nei campi di lavoro e nell’esilio interno prima di diventare uno dei più celebri dissidenti dell’URSS.

Nel suo intervento ricordò il trattamento propagandistico riservato in Unione Sovietica ad Angela Davis, militante comunista americana diventata una celebrità internazionale dopo il suo arresto negli Stati Uniti.

La propaganda sovietica l’aveva trasformata in un simbolo della repressione occidentale. Secondo il racconto di Solženicyn, quando alcuni prigionieri politici cecoslovacchi cercarono successivamente di ottenere il suo sostegno, Davis non mostrò nei loro confronti la stessa solidarietà che il blocco comunista aveva mobilitato per lei.

Per Solženicyn, quell’episodio rappresentava qualcosa di più grande: il rischio di una morale nella quale la sorte dell’individuo diventa secondaria rispetto alla causa politica.

Diritti, liberazione e giustizia possono diventare universali soltanto a parole, mentre nella pratica vengono applicati selettivamente a seconda dell’identità politica della vittima e dell’oppressore.

È una contraddizione che attraverserà molte delle battaglie ideologiche dei decenni successivi.

1968: la rivoluzione cambia strategia

La genealogia descritta da Rufo passa inevitabilmente dal 1968.

Le società occidentali vengono attraversate da proteste studentesche, contestazione dell’autorità, radicalismo politico, conflitti razziali e, nelle loro manifestazioni più estreme, violenza rivoluzionaria.

Negli Stati Uniti emergono organizzazioni e movimenti molto diversi tra loro, tra cui Students for a Democratic Society, Weather Underground e Black Panther Party.

Ma il dato più importante non è soltanto ciò che accade nelle strade.

È ciò che accade nelle università.

Una parte della nuova sinistra occidentale comincia infatti ad allontanarsi dall’interpretazione marxista classica secondo cui il principale motore rivoluzionario sarebbe necessariamente il proletariato industriale.

L’attenzione si sposta progressivamente verso cultura, razza, educazione, linguaggio, identità e rapporti sociali.

La rivoluzione cambia terreno.

Herbert Marcuse e la New Left

Uno dei protagonisti intellettuali di questa trasformazione è Herbert Marcuse, filosofo associato alla Scuola di Francoforte.

Marcuse esercitò una forte influenza sulla New Left americana e sui movimenti studenteschi degli anni Sessanta.

Il capitalismo occidentale, nella sua analisi, non poteva essere interpretato esclusivamente attraverso i rapporti economici. Le società industriali avanzate possedevano strumenti culturali e sociali capaci di integrare il dissenso e riprodurre il sistema.

La contestazione doveva quindi estendersi alla cultura.

È un passaggio fondamentale.

Se il potere non risiede soltanto nella proprietà economica, anche la lotta politica non può limitarsi alla fabbrica. Università, linguaggio, sessualità, famiglia, educazione e cultura diventano potenziali campi di conflitto.

La politica comincia così a penetrare in territori che il marxismo tradizionale aveva considerato secondari.

Angela Davis: razza, classe e rivoluzione

Angela Davis fu studentessa di Marcuse e divenne uno dei simboli internazionali del radicalismo americano.

Comunista, attivista e successivamente accademica, collegò nelle proprie analisi razza, capitalismo, sistema carcerario e oppressione politica.

Il suo pensiero avrebbe esercitato un’influenza duratura soprattutto sul movimento abolizionista contemporaneo relativo a carceri e polizia.

La questione razziale assume così un ruolo sempre più centrale.

Il conflitto non viene più interpretato esclusivamente attraverso capitale e lavoro. La società può essere analizzata attraverso differenti categorie di oppressori e oppressi.

È una trasformazione destinata a diventare decisiva nella politica americana del XXI secolo.

Paulo Freire: trasformare l’educazione

Il terzo protagonista della genealogia indicata da Rufo è Paulo Freire.

Il pedagogista brasiliano, autore di Pedagogy of the Oppressed, concepiva l’educazione come qualcosa di profondamente legato alle strutture sociali e politiche.

La scuola non doveva semplicemente trasferire conoscenze dall’insegnante allo studente.

L’educazione doveva sviluppare una coscienza critica capace di comprendere e trasformare la realtà.

Per i suoi sostenitori, Freire rappresenta una pedagogia dell’emancipazione.

Per i suoi critici, questa concezione contiene un problema fondamentale: se l’educazione diventa esplicitamente uno strumento di trasformazione politica, il confine tra insegnamento e attivismo può diventare estremamente sottile.

La scuola smette potenzialmente di essere il luogo nel quale vengono forniti strumenti per pensare e rischia di diventare quello nel quale viene indicato cosa pensare.

Derrick Bell e la Critical Race Theory

Un altro passaggio fondamentale conduce a Derrick Bell, professore di diritto ad Harvard e figura centrale nella nascita della Critical Race Theory.

Bell contestava l’idea secondo cui il razzismo potesse essere considerato semplicemente una deviazione occasionale rispetto ai principi liberali americani.

Nella sua prospettiva, le dinamiche razziali erano profondamente incorporate nelle istituzioni e nella storia giuridica degli Stati Uniti.

Da qui nasce una differenza sostanziale rispetto al paradigma classico dei diritti civili.

Non basta più chiedere che la legge tratti gli individui allo stesso modo.

Bisogna interrogare le strutture che producono risultati differenti.

Ed è precisamente in questo passaggio che si apre uno dei conflitti culturali più importanti dell’America contemporanea: uguaglianza davanti alla legge oppure equità dei risultati?

Le due cose non sono necessariamente equivalenti.

Dalle barricate alla lunga marcia

Durante gli anni Settanta molte delle organizzazioni rivoluzionarie più radicali entrano in crisi o scompaiono.

La rivoluzione armata americana fallisce.

Ma questo non significa che tutte le idee nate in quella stagione scompaiano.

Una parte del radicalismo entra nell’accademia, nelle organizzazioni culturali, nel mondo educativo e successivamente nelle strutture amministrative.

È qui che la tesi di Rufo diventa particolarmente controversa.

Secondo l’autore, la rivoluzione avrebbe semplicemente modificato il proprio metodo: non conquistare lo Stato con la forza, ma trasformare progressivamente le istituzioni che producono cultura, conoscenza e legittimità sociale.

Non servono barricate quando si possono formare generazioni di studenti.

Non serve occupare una televisione quando si possono formare i futuri giornalisti.

Non serve conquistare un ministero quando un’intera generazione di funzionari condivide già determinate categorie interpretative.

La conquista diventa lenta, burocratica e culturale.

Il nuovo vocabolario

Nel corso dei decenni successivi termini un tempo confinati prevalentemente all’accademia entrano progressivamente nel linguaggio politico e aziendale.

“Razzismo sistemico”.

“Privilegio bianco”.

“Equità”.

“Intersezionalità”.

“Microaggressioni”.

“Allyship”.

“Diversità, equità e inclusione”.

Non significa che questi concetti siano identici o provengano tutti dalla stessa scuola teorica. La loro storia è molto più complessa.

Ma progressivamente entrano in una stessa costellazione culturale.

E soprattutto escono dalle università.

Arrivano nelle amministrazioni pubbliche, nei programmi di formazione aziendale, nei dipartimenti delle risorse umane e nelle grandi organizzazioni.

Quello che negli anni Settanta poteva apparire come linguaggio radicale diventa, in alcuni ambienti, linguaggio istituzionale.

Poi arriva il 2020.

George Floyd e l’esplosione culturale

La morte di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio 2020 rappresenta uno spartiacque.

Le proteste attraversano gli Stati Uniti e successivamente numerosi altri Paesi.

Milioni di persone scendono in strada contro razzismo e violenza della polizia. Accanto alle manifestazioni pacifiche si verificano anche rivolte, saccheggi, incendi e scontri.

Ma il fenomeno più importante, dal punto di vista culturale, avviene contemporaneamente dentro le istituzioni.

Università, aziende, fondazioni, associazioni professionali e amministrazioni adottano rapidamente il linguaggio dell’antirazzismo contemporaneo.

Grandi società americane annunciano programmi DEI, finanziamenti, corsi di formazione e nuove politiche interne.

Il linguaggio sviluppato per decenni in ambienti accademici diventa improvvisamente mainstream.

Per Rufo, il 2020 non rappresenta quindi l’inizio della rivoluzione culturale, ma il momento in cui un processo lungo decenni diventa finalmente visibile al grande pubblico.

La rivoluzione entra nelle corporation

Ed è qui che emerge uno dei paradossi più interessanti.

Il linguaggio nato dalla critica radicale del capitalismo viene progressivamente adottato dalle più grandi corporation capitalistiche del pianeta.

Aziende come Disney, Walmart, Verizon, American Express e Bank of America sono state coinvolte, con modalità e intensità differenti, nel più ampio processo di diffusione di programmi DEI e iniziative legate a diversità e inclusione.

È una trasformazione sorprendente.

Il capitalismo non distrugge necessariamente la critica radicale: può incorporarla.

La ribellione diventa formazione aziendale.

Il linguaggio rivoluzionario diventa protocollo delle risorse umane.

La critica delle gerarchie diventa una nuova burocrazia.

È forse questa la più grande ironia dell’intera vicenda.

Una nuova divisione morale

Il paradigma tradizionale americano tendeva almeno idealmente a considerare l’individuo come unità fondamentale della società.

La nuova visione tende invece a dare maggiore importanza all’appartenenza ai gruppi e alle strutture di potere nelle quali l’individuo sarebbe inserito.

Razza, genere, identità e posizione sociale diventano categorie fondamentali attraverso cui interpretare rapporti politici e sociali.

Il rischio evidente è trasformare la società in una gerarchia permanente di colpe e crediti identitari.

L’individuo non viene più giudicato soltanto per ciò che fa, ma anche per la categoria alla quale appartiene.

È precisamente qui che il radicalismo contemporaneo rischia di entrare in collisione con uno dei principi fondamentali della tradizione liberale: l’individuo precede il gruppo.

Il problema del dissenso

Ogni sistema culturale diventa pericoloso quando smette di considerare legittima la possibilità di essere criticato.

Se una teoria sostiene di possedere contemporaneamente la spiegazione dell’ingiustizia e gli strumenti morali per distinguere oppressori e oppressi, il dissenso rischia facilmente di essere reinterpretato come prova della stessa colpa contestata.

Non sei d’accordo con una determinata teoria sul razzismo?

La tua opposizione può essere interpretata come manifestazione del razzismo sistemico.

Contesti una politica DEI?

Il dissenso può diventare dimostrazione del tuo privilegio.

Rifiuti una classificazione identitaria?

Il rifiuto stesso può essere interpretato attraverso quella classificazione.

Si crea così un sistema teorico difficile da falsificare perché persino la critica può essere utilizzata come conferma.

Ed è qui che il confronto politico rischia di trasformarsi in ortodossia.

La vera conquista è culturale

La tesi di America’s Cultural Revolution può essere contestata in molti punti.

La storia delle idee non procede attraverso una singola linea genealogica. Marcuse, Davis, Freire e Bell appartengono a tradizioni differenti, e sarebbe semplicistico attribuire loro direttamente ogni successivo sviluppo del progressismo americano.

Allo stesso modo, l’espressione “lunga marcia attraverso le istituzioni” possiede una storia più articolata di quanto spesso suggerisca il dibattito politico contemporaneo.

Ma il problema posto da Rufo rimane.

Come hanno fatto concetti un tempo confinati ai settori più radicali dell’accademia a diventare, nel giro di alcune generazioni, parte del linguaggio di università, corporation, amministrazioni e media?

Liquidare la domanda come una teoria del complotto significa evitare il problema.

Non serve infatti immaginare una cabina di regia segreta.

Le idee viaggiano.

Gli studenti diventano professori, giornalisti, dirigenti, consulenti, funzionari e responsabili delle risorse umane. Le categorie apprese in un ambiente possono progressivamente diventare il senso comune di un altro.

È così che avvengono molte rivoluzioni culturali: non attraverso un ordine impartito dall’alto, ma attraverso la lenta sostituzione delle categorie con cui una società interpreta se stessa.

Solženicyn aveva indicato il pericolo

Ed è qui che torniamo al 1975.

Solženicyn aveva conosciuto una forma infinitamente più brutale di dominio ideologico. Sarebbe improprio equiparare l’America contemporanea all’Unione Sovietica dei gulag.

Ma il principio che denunciava merita ancora attenzione.

Quando l’individuo concreto viene subordinato all’astrazione politica, qualcosa si rompe.

Quando la giustizia dipende dall’identità di chi parla, qualcosa si rompe.

Quando una vittima merita solidarietà soltanto se appartiene alla categoria politicamente corretta, qualcosa si rompe.

E quando un’ideologia stabilisce che contestarla costituisce già una prova della colpevolezza del dissidente, il pluralismo comincia a restringersi.

La battaglia decisiva, allora, non riguarda soltanto destra e sinistra.

Riguarda la possibilità stessa di una società libera di mettere in discussione le proprie ortodossie.

Perché il potere più profondo non è necessariamente quello che controlla il governo.

È quello che decide quali parole possono essere pronunciate, quali domande possono essere poste e quali idee possono essere considerate legittime.

La rivoluzione culturale americana descritta da Rufo non avrebbe conquistato Washington con un’insurrezione.

Avrebbe conquistato qualcosa di molto più importante: il linguaggio attraverso cui una parte dell’America interpreta il mondo.

E chi conquista il linguaggio non ha ancora conquistato tutto.

Ma ha già conquistato il terreno sul quale verranno combattute le battaglie successive.


Fonti e approfondimenti

Christopher F. Rufo, America’s Cultural Revolution: How the Radical Left Conquered Everything, Broadside Books/HarperCollins, 2023:
https://www.harpercollins.com/products/americas-cultural-revolution-christopher-f-rufo

Christopher F. Rufo, sito ufficiale e materiali sull’America’s Cultural Revolution:
https://christopherrufo.com/

Aleksandr Solzhenitsyn Center – discorso all’AFL-CIO, New York, 30 giugno 1975:
https://www.solzhenitsyncenter.org/

Encyclopaedia Britannica – Herbert Marcuse:
https://www.britannica.com/biography/Herbert-Marcuse

Encyclopaedia Britannica – Angela Davis:
https://www.britannica.com/biography/Angela-Davis

Encyclopaedia Britannica – Paulo Freire:
https://www.britannica.com/biography/Paulo-Freire

Encyclopaedia Britannica – Critical Race Theory:
https://www.britannica.com/topic/critical-race-theory

Harvard Law School – Derrick Bell:
https://hls.harvard.edu/

Articolo ispirato alla tesi e alla ricostruzione sviluppate da Christopher F. Rufo in America’s Cultural Revolution: How the Radical Left Conquered Everything (Broadside Books, 2023).

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