Da settimane una parte dell’informazione e della controinformazione sembra accomunata da un’unica ossessione: vedere fallire i negoziati tra Stati Uniti e Iran.
Ogni giorno vengono annunciati il collasso imminente delle trattative, la ripresa inevitabile della guerra, il tradimento reciproco, l’impossibilità di qualsiasi accordo.
Eppure, ancora una volta, i fatti stanno raccontando una storia diversa.
Mentre i professionisti dell’apocalisse continuano a sperare nel disastro, Washington e Teheran stanno costruendo, lentamente ma concretamente, una serie di punti di incontro che pochi mesi fa sarebbero sembrati impensabili.
La realtà sta smentendo gli estremisti di ogni schieramento
I falchi americani, gli irriducibili del regime iraniano, i neocon favorevoli allo scontro permanente e persino una parte della cosiddetta controinformazione occidentale sembrano paradossalmente accomunati dallo stesso desiderio:
impedire che la distensione abbia successo.
Per mesi ci è stato raccontato che la guerra era inevitabile.
Che Trump avrebbe distrutto qualsiasi possibilità di accordo.
Che Teheran non avrebbe mai accettato compromessi.
Che il Medio Oriente fosse destinato a una spirale incontrollabile.
Ma la diplomazia, quella vera, raramente segue le narrazioni dei tifosi.
E i risultati emersi dagli ultimi colloqui mostrano che, dietro le dichiarazioni pubbliche, esiste un lavoro politico molto più profondo.
JD Vance conferma due sviluppi di enorme portata
Il vicepresidente americano J.D. Vance ha rivelato due elementi estremamente significativi.
Innanzitutto, l’Iran ha accettato il ritorno degli ispettori internazionali sul programma nucleare, uno dei principali obiettivi perseguiti dagli Stati Uniti.
In secondo luogo, una parte degli asset iraniani sbloccati verrà utilizzata per acquistare prodotti agricoli americani destinati alla popolazione iraniana.
Secondo Vance:
“Alcuni di questi fondi iraniani sbloccati verranno effettivamente utilizzati per acquistare prodotti agricoli americani e poi nutrire il popolo iraniano. E quindi, di nuovo, gli ispettori che entrano in Iran e anche l’acquisto di beni agricoli americani. Due elementi principali dell’agenda per gli americani.”
Dietro queste parole si nasconde qualcosa di molto più importante del semplice commercio.
La storia dimostra che quando due paesi iniziano a costruire relazioni economiche, aumenta anche l’interesse reciproco a evitare nuovi conflitti.
L’interdipendenza economica è spesso uno dei più potenti strumenti di pace.
Anche Teheran conferma che le trattative stanno avanzando
Ancora più sorprendenti sono le dichiarazioni diffuse dal Ministero degli Esteri iraniano al termine dei colloqui con JD Vance.
Secondo Teheran:
- è stata istituita un’Unità di Controllo dei Conflitti per stabilizzare il Medio Oriente, compreso il Libano;
- è stata creata una linea diretta di comunicazione per affrontare eventuali crisi nello Stretto di Hormuz;
- è stato costituito un gruppo di lavoro sul dossier nucleare;
- sono stati raggiunti accordi con il Qatar per lo sblocco degli asset congelati;
- gli Stati Uniti hanno fornito documenti che consentirebbero all’Iran di esportare petrolio, gas e prodotti petrolchimici senza sanzioni per sessanta giorni.
Parallelamente, fonti internazionali confermano la creazione di meccanismi di deconfliction per ridurre le tensioni in Libano e garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.
Sono sviluppi che appartengono al linguaggio della diplomazia, non a quello della guerra.
La pace sembra terrorizzare più della guerra
La cosa più curiosa è osservare la reazione di certi ambienti.
Quando si parlava di bombardamenti, minacce e sanzioni, molti commentatori sembravano sentirsi perfettamente a loro agio.
Adesso che emergono:
- canali di comunicazione diretti;
- gruppi di lavoro sul nucleare;
- sblocco di asset;
- ripresa delle esportazioni;
- cooperazione sullo Stretto di Hormuz;
- ritorno degli ispettori internazionali;
- accordi economici con gli Stati Uniti;
gli stessi ambienti sembrano improvvisamente nervosi.
Perché la guerra alimenta le tifoserie.
La guerra produce audience.
La guerra permette di dividere il mondo tra buoni e cattivi.
La diplomazia, invece, è fatta di compromessi.
E i compromessi sono insopportabili per chi vive di propaganda.
I fatti stanno demolendo mesi di narrazioni
Nessuno può sapere se questo processo porterà a un accordo definitivo.
Nessuno può escludere sabotaggi o nuove crisi.
Il Medio Oriente resta una delle regioni più instabili del pianeta.
Ma esiste una differenza sostanziale tra analisi e propaganda.
L’analisi osserva i fatti.
La propaganda seleziona soltanto quelli che confermano la narrativa desiderata.
E i fatti, oggi, raccontano qualcosa che molti non vogliono sentire.
Mentre i professionisti dell’indignazione continuano a prevedere il fallimento, americani e iraniani continuano a sedersi allo stesso tavolo.
Continuano a costruire meccanismi di comunicazione.
Continuano a discutere del nucleare.
Continuano a facilitare il commercio.
Continuano a ridurre le tensioni regionali.
E soprattutto continuano a fare ciò che i propagandisti odiano di più:
parlare.
Perché la storia insegna che le guerre iniziano quando i canali di comunicazione vengono chiusi.
E finiscono quando qualcuno, nonostante tutto, decide di tenerli aperti.
Fonti
- Reuters – Progressi nei colloqui USA-Iran:
Reuters - Associated Press – Dichiarazioni di JD Vance e fondi destinati all’acquisto di prodotti agricoli americani:
Associated Press - Axios – Ritorno degli ispettori nucleari in Iran:
Axios - Financial Times – Meccanismi di de-escalation e linea di comunicazione su Hormuz:
Financial Times - The Guardian – Risultati dei colloqui e stabilizzazione del Libano:
The Guardian - Fox News Live – Utilizzo degli asset sbloccati per acquistare mais, soia e grano americani:
Fox News Live - Dichiarazioni attribuite al Ministero degli Esteri iraniano:
Sintesi delle dichiarazioni diffuse online

