Al suo interno avanza una nuova convergenza tra socialismo radicale, politica identitaria e attivismo islamista
Il Partito Democratico americano che per decenni ha rappresentato una coalizione di liberal, operai sindacalizzati, minoranze, classe media urbana e progressismo riformista sta attraversando una trasformazione profonda.
Dire che il Partito Democratico sia letteralmente “morto” sarebbe evidentemente una provocazione: il partito esiste, conserva un enorme apparato nazionale e continua a ospitare correnti moderate, liberal tradizionali e centristi.
Ma politicamente la domanda è un’altra: quanto del vecchio Partito Democratico sopravvive nella forza politica che oggi porta quello stesso nome?
La battaglia interna non riguarda più soltanto aliquote fiscali, welfare, aborto, sanità pubblica o regolamentazione economica. Riguarda la concezione stessa dell’America, della sua storia, delle sue frontiere, del capitalismo, della libertà individuale e, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, del rapporto con Israele e con l’islamismo politico.
È in questo spazio che si è sviluppata una convergenza apparentemente contraddittoria ma politicamente efficace: sinistra socialista e radicale da una parte, settori dell’attivismo politico islamista e radicalmente antisionista dall’altra.
Non significa che socialisti e islamisti condividano la stessa visione della società. Su religione, sessualità, famiglia e diritti civili possono essere persino agli antipodi.
Il punto è un altro.
Condividono alcuni avversari.
Capitalismo americano, egemonia occidentale, politica estera statunitense, sionismo e Israele possono diventare il terreno sul quale due tradizioni ideologicamente lontanissime riescono a marciare temporaneamente nella stessa direzione.
Ed è proprio questa convergenza che merita di essere analizzata.
DALLA LOTTA DI CLASSE ALLA LOTTA SULL’IDENTITÀ
Le radici della trasformazione precedono di molti decenni Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib o Ilhan Omar.
Bisogna tornare alla Nuova Sinistra degli anni Sessanta.
Una parte della sinistra occidentale cominciò progressivamente ad ampliare il conflitto oltre la tradizionale contrapposizione marxiana tra capitale e lavoro.
Razza, colonialismo, genere, identità e rapporti culturali di potere entrarono progressivamente al centro dell’analisi politica.
Il proletariato industriale cessava di essere l’unico soggetto della trasformazione.
Al suo fianco apparivano nuovi soggetti considerati oppressi.
Il cambiamento sarebbe diventato enorme nei decenni successivi.
Una parte della sinistra americana si spostò così da una politica prevalentemente economica a una politica nella quale identità e appartenenza culturale diventavano strumenti fondamentali per interpretare i rapporti di potere.
Università e organizzazioni militanti furono uno dei principali laboratori di questa trasformazione.
Post-colonialismo, Critical Race Theory, intersectionality e critica del “privilegio” appartengono a tradizioni teoriche differenti e sarebbe scorretto ridurle tutte semplicemente al marxismo. Ma hanno contribuito a costruire un vocabolario politico nel quale la società viene frequentemente interpretata attraverso rapporti strutturali fra gruppi dominanti e gruppi subordinati.
Ed è precisamente questo linguaggio che, molti anni dopo, avrebbe permesso una saldatura politica con una parte dell’attivismo pro-palestinese radicale.
1979: QUANDO L’ANTI-IMPERIALISMO INCONTRA L’ISLAMISMO
La rivoluzione iraniana rappresentò uno dei primi grandi paradossi.
Una rivoluzione religiosa guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini avrebbe dovuto apparire incompatibile con la sinistra marxista occidentale.
Eppure una parte della sinistra internazionale guardò inizialmente con simpatia alla caduta dello Shah.
La ragione era semplice: Mohammad Reza Pahlavi era considerato un alleato strategico degli Stati Uniti.
L’Iran rivoluzionario, al contrario, faceva dell’opposizione all’America e a Israele uno dei pilastri della propria identità internazionale.
Cominciava così a manifestarsi una dinamica destinata a riapparire continuamente:
l’avversario dell’avversario occidentale poteva diventare un interlocutore politico anche quando i suoi valori erano incompatibili con quelli della sinistra occidentale.
Naturalmente non tutta la sinistra sostenne Khomeini e molti marxisti iraniani finirono essi stessi vittime della Repubblica Islamica.
Ma il paradigma anti-imperialista sopravvisse.
L’America veniva identificata come potenza egemone.
Israele come sua estensione mediorientale.
I movimenti che combattevano entrambi potevano quindi essere reinterpretati attraverso categorie quali liberazione nazionale, resistenza e decolonizzazione.
È un meccanismo politico che sarebbe diventato enormemente importante dopo il 7 ottobre 2023.
DOPO L’11 SETTEMBRE: LA PAURA DELL’“ISLAMOFOBIA”
Gli attentati dell’11 settembre 2001 avrebbero potuto determinare una riflessione occidentale sistematica sulla natura dell’islamismo radicale.
Una parte della sinistra americana scelse invece soprattutto un’altra strada.
Accanto alla necessaria difesa dei cittadini musulmani da discriminazioni e generalizzazioni, si sviluppò progressivamente una tendenza a interpretare persino alcune critiche all’islamismo politico attraverso la categoria dell’“islamofobia”.
La distinzione fondamentale cominciò così a diventare politicamente problematica.
Islam non significa islamismo.
Un musulmano è una persona appartenente a una religione.
Un islamista è invece un soggetto che attribuisce all’Islam una funzione politica e punta, con modalità molto differenti a seconda dei movimenti, a organizzare istituzioni e società secondo principi religiosi.
Confondere le due cose è sbagliato in entrambe le direzioni.
È sbagliato accusare genericamente i musulmani di islamismo.
Ma è altrettanto sbagliato utilizzare la presenza di milioni di musulmani pacifici come argomento per negare l’esistenza dell’islamismo politico.
Ed è proprio quest’ultimo errore che una parte della cultura progressista americana ha commesso ripetutamente.
BERNIE SANDERS CAMBIA LE REGOLE DEL GIOCO
La trasformazione del Partito Democratico accelera enormemente nel 2016.
Bernie Sanders non conquista la nomination democratica, ma ottiene qualcosa di forse ancora più importante: rende il socialismo nuovamente presentabile nella politica americana.
Per decenni la parola “socialist” era stata quasi radioattiva negli Stati Uniti.
Dopo Sanders non lo è più.
Medicare for All, università pubblica gratuita, redistribuzione della ricchezza, maggiore tassazione dei patrimoni, critica delle grandi corporation e ostilità verso Wall Street diventano elementi centrali della discussione progressista.
Parallelamente cresce il Democratic Socialists of America.
Il DSA non coincide con il Partito Democratico e mantiene con esso un rapporto complesso. Ma molti suoi candidati utilizzano le primarie democratiche come strumento elettorale.
Il risultato è impressionante.
Secondo una ricostruzione dell’Anti-Defamation League aggiornata al 2026, il DSA conta ormai più di 120.000 iscritti paganti, mentre oltre 250 suoi membri occupano cariche elettive in circa 40 Stati.
Una forza che pochi anni prima apparteneva ai margini della politica americana possiede oggi una vera infrastruttura elettorale.
2018: ARRIVA LA SQUAD
Le elezioni del 2018 rappresentano il momento simbolico della nuova fase.
Alexandria Ocasio-Cortez sconfigge nelle primarie democratiche Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’establishment.
Entrano contemporaneamente sulla scena nazionale figure come Ilhan Omar e Rashida Tlaib.
Nasce quella che i media chiameranno “The Squad”.
La novità non consiste semplicemente nell’età, nell’origine etnica o nella religione delle nuove deputate.
Consiste nella piattaforma politica.
Capitalismo, immigrazione, polizia, clima e soprattutto Israele vengono affrontati attraverso categorie radicalmente differenti rispetto alla vecchia leadership democratica.
Il conflitto israelo-palestinese assume progressivamente una funzione centrale.
Israele non viene più criticato soltanto per determinate decisioni del suo governo.
In settori della nuova sinistra viene reinterpretato attraverso categorie quali colonialismo, apartheid e “settler colonialism”.
Il DSA aveva formalmente aderito alla campagna BDS già nel 2017 e avrebbe successivamente assunto posizioni antisioniste sempre più nette.
L’antisionismo diventa così uno dei principali punti d’incontro fra sinistra socialista radicale e una parte dell’attivismo politico musulmano.
ATTENZIONE: MUSULMANI E ISLAMISTI NON SONO LA STESSA COSA
Questo è il punto sul quale qualsiasi analisi seria deve evitare scorciatoie.
I musulmani americani non costituiscono un blocco ideologico islamista.
Anzi, i dati mostrano una realtà molto più complessa.
Secondo Pew Research Center, nel 2023-2024 circa il 53% degli adulti musulmani americani si identificava con il Partito Democratico o tendeva verso di esso, mentre il 42% si identificava o tendeva verso il Partito Repubblicano.
La distanza si è quindi enormemente ridotta rispetto al passato.
Significa che quasi metà dell’elettorato musulmano americano non appartiene affatto alla coalizione democratica.
Esistono inoltre musulmani conservatori, liberali, libertari, progressisti e completamente apolitici.
La questione politica interessante non è quindi un’improbabile “alleanza tra democratici e musulmani”.
È molto più specifica:
l’intersezione fra la sinistra radicale americana e alcune organizzazioni e reti militanti caratterizzate da un forte antisionismo e da una concezione politica dell’identità musulmana.
Questa distinzione non indebolisce la denuncia.
La rende più precisa.
7 OTTOBRE: IL MOMENTO DELLA VERITÀ
Poi arriva il 7 ottobre 2023.
Hamas attraversa il confine israeliano, massacra civili e prende ostaggi.
La risposta delle società occidentali rivela immediatamente una frattura culturale gigantesca.
Una parte dell’America condanna Hamas senza esitazioni.
Ma in settori dell’attivismo universitario compare quasi immediatamente un’altra interpretazione.
“Resistenza”.
“Decolonizzazione”.
“Liberazione”.
La guerra successiva a Gaza moltiplica naturalmente le proteste contro il governo israeliano e contro l’enorme costo umano del conflitto. Criticare Netanyahu, contestare le operazioni militari israeliane o chiedere un cessate il fuoco non equivale di per sé né ad antisemitismo né a sostegno di Hamas.
Ma contemporaneamente emerge qualcosa di diverso.
In alcuni ambienti militanti la condanna di Israele si trasforma nella contestazione della stessa legittimità dello Stato ebraico.
È qui che la convergenza diventa evidente.
Il linguaggio della decolonizzazione sviluppato dalla sinistra radicale fornisce una cornice teorica perfetta all’antisionismo militante.
Palestinesi = colonizzati.
Israele = colonizzatore.
Stati Uniti = potenza imperiale.
Il conflitto viene così inserito nello stesso schema utilizzato per interpretare razza, capitalismo e colonialismo occidentale.
Due mondi ideologicamente diversissimi trovano improvvisamente un linguaggio comune.
IL CROLLO DEL CONSENSO DEMOCRATICO SU ISRAELE
Il cambiamento non riguarda soltanto gli attivisti.
È ormai visibile nell’elettorato.
Gallup rilevava nel febbraio 2025 una frattura impressionante.
L’83% dei repubblicani dichiarava un’opinione favorevole di Israele.
Tra i democratici la percentuale era precipitata al 33%.
Cinquanta punti di differenza.
Secondo Gallup si trattava del più grande divario partitico mai registrato sulla questione.
Per decenni il sostegno a Israele era stato sostanzialmente bipartisan.
Non lo è più.
Ed è probabilmente questa una delle trasformazioni geopolitiche più importanti avvenute all’interno della politica americana.
2026: LA GUERRA PER LE PRIMARIE
La battaglia è ormai arrivata direttamente dentro le urne democratiche.
Il caso più interessante è il Michigan.
Abdul El-Sayed rappresenta l’ala progressista e ha ricevuto l’appoggio di figure importanti della sinistra americana e del DSA.
Dall’altra parte Haley Stevens rappresenta molto più chiaramente l’establishment democratico e una linea tradizionalmente favorevole all’alleanza USA-Israele.
Il risultato delle primarie del 4 agosto 2026 è emblematico proprio perché, mentre scriviamo, non mostra un trionfo schiacciante di nessuna delle due anime.
Con circa il 95% dei voti scrutinati nelle rilevazioni disponibili nelle prime ore del 5 agosto, El-Sayed risultava avanti di poco più di un punto: circa 48,7% contro 47,3%.
Una battaglia praticamente alla pari.
Ed è forse ancora più significativa di una vittoria schiacciante.
Dimostra che una candidatura appartenente all’area socialista-progressista può contendere alla pari una nomination senatoriale in uno degli Stati decisivi delle elezioni americane.
Ma dimostra anche che l’establishment democratico non è affatto morto.
Altrove, infatti, i risultati sono stati misti.
In Missouri Wesley Bell ha sconfitto nettamente il tentativo di ritorno di Cori Bush.
Nello stesso Michigan, invece, William Lawrence — sostenuto da Bernie Sanders e Rashida Tlaib — ha conquistato la nomination democratica nel competitivo 7° distretto.
Non siamo quindi davanti a una conquista completa.
Siamo davanti a una guerra civile politica dentro il Partito Democratico.
IL DSA NON È PIÙ UNA CURIOSITÀ
Ed è questo il dato strutturale.
Oltre 250 eletti legati al DSA significano consiglieri comunali, legislatori statali e rappresentanti distribuiti sul territorio.
Significano personale politico.
Significano campagne elettorali.
Significano attivisti.
Significano capacità di raccogliere fondi.
Significano organizzazione.
Soprattutto significano futuro.
Perché una trasformazione politica raramente comincia dalla Casa Bianca.
Comincia dalle scuole, dalle università, dalle amministrazioni locali, dai sindacati, dalle associazioni, dalle procure, dai consigli comunali e dalle primarie.
Poi sale.
LA CONTRADDIZIONE CHE NON È UNA CONTRADDIZIONE
Resta una domanda apparentemente ovvia.
Come possono socialisti occidentali fortemente progressisti allearsi con movimenti appartenenti a una cultura religiosa spesso molto più conservatrice?
La risposta è che non serve condividere la stessa società ideale.
Serve condividere temporaneamente lo stesso antagonista.
La storia politica è piena di coalizioni negative.
La nuova sinistra radicale considera spesso il capitalismo americano, il nazionalismo occidentale e Israele strutture di dominio.
L’islamismo politico considera gli Stati Uniti e Israele avversari strategici, culturali o religiosi.
Le motivazioni sono completamente differenti.
Il bersaglio, in alcuni casi, coincide.
Ed è sufficiente per costruire campagne comuni.
Soprattutto sulla Palestina.
IMMIGRAZIONE: UN’ALTRA LINEA DI FRATTURA
Anche sull’immigrazione il Partito Democratico è cambiato.
La vecchia sinistra sindacale americana era spesso molto più prudente sull’immigrazione irregolare, proprio perché temeva la concorrenza salariale.
La nuova sinistra interpreta invece frequentemente il controllo migratorio attraverso il prisma dei diritti umani, dell’antirazzismo e dell’opposizione alle politiche di deportazione.
Da qui slogan come “Abolish ICE”, diventati popolari nella sinistra radicale.
Ancora una volta sarebbe sbagliato attribuire questa posizione a tutto il Partito Democratico.
Ma ciò che dieci o quindici anni fa sarebbe stato considerato politicamente marginale è entrato nel dibattito nazionale.
IL RISCHIO PER I DEMOCRATICI
La trasformazione presenta però un problema enorme per il partito.
L’America non coincide con Brooklyn, Minneapolis o alcuni distretti universitari.
Le elezioni presidenziali vengono decise anche in Pennsylvania, Wisconsin, Michigan, Arizona, Georgia e Nevada.
E vincere una primaria democratica non significa necessariamente vincere un’elezione generale.
È questo il dilemma dell’establishment.
Contrastare la sinistra significa rischiare di perdere giovani, attivisti e organizzazione territoriale.
Assecondarla significa rischiare di perdere moderati, indipendenti, elettori suburbani e una parte della classe operaia.
La sfida Stevens-El-Sayed mostra esattamente questa tensione.
FETTERMAN E I DEMOCRATICI CHE NON VOGLIONO SEGUIRE
Esistono ancora democratici che rifiutano questa trasformazione.
John Fetterman ne è uno degli esempi più evidenti sul dossier israeliano.
Esistono inoltre governatori, senatori e deputati democratici che mantengono posizioni molto più moderate su sicurezza, immigrazione, capitalismo e politica estera.
Per questo affermare semplicemente che “il Partito Democratico è ormai dominato dai marxisti” va oltre ciò che i dati consentono di dimostrare.
Ma sostenere che la sinistra socialista possieda oggi un’influenza incomparabilmente superiore rispetto a dieci o vent’anni fa è molto più difficile da contestare.
Ed è questa la trasformazione realmente importante.
LA CONQUISTA CULTURALE PRECEDE QUELLA ELETTORALE
Il potere non si misura soltanto contando i deputati.
Si misura osservando quali parole diventano accettabili.
Vent’anni fa un candidato nazionale americano difficilmente avrebbe utilizzato apertamente la parola “socialism” come identità positiva.
Oggi esiste un’organizzazione socialista con più di centomila iscritti e centinaia di eletti.
Vent’anni fa l’alleanza con Israele rappresentava uno dei pochi elementi quasi bipartisan della politica estera americana.
Oggi soltanto un terzo dei democratici intervistati da Gallup dichiara una visione favorevole dello Stato ebraico.
Vent’anni fa “abolire ICE” sarebbe sembrato uno slogan proveniente dall’estrema periferia politica.
Oggi è stato discusso apertamente all’interno della politica nazionale.
Il cambiamento culturale è già avvenuto.
La domanda riguarda quanto di esso riuscirà a trasformarsi in potere istituzionale.
NON È “ISLAM CONTRO OCCIDENTE”
Ed è importante ribadirlo.
Presentare questa trasformazione come una guerra fra musulmani e Occidente sarebbe non soltanto scorretto ma controproducente.
I dati Pew mostrano che il voto musulmano americano è molto più contendibile di quanto suggerisca questo schema.
Circa il 42% degli adulti musulmani intervistati nel 2023-24 si identificava infatti con il GOP o tendeva verso i repubblicani.
Significa che esiste una grande parte dell’America musulmana che non riconosce affatto la propria identità politica nella sinistra progressista.
Il vero confronto riguarda quindi l’islamismo politico, non l’Islam come religione.
E riguarda la disponibilità di settori della sinistra radicale occidentale a costruire convergenze con movimenti radicalmente antisionisti quando questi vengono interpretati attraverso lo schema “oppresso contro oppressore”.
Questa è una questione politica.
Non religiosa.
LA VERA ALLEANZA È L’ANTI-OCCIDENTALISMO
Arriviamo quindi al cuore della questione.
Socialismo radicale occidentale e islamismo politico non sono la stessa ideologia.
Non vogliono necessariamente la stessa società.
Non possiedono la stessa concezione della famiglia.
Non condividono la stessa morale sessuale.
Non condividono la stessa idea della religione.
Talvolta sono incompatibili.
Ma una parte di queste due galassie condivide una rappresentazione dell’ordine internazionale nella quale Stati Uniti e Israele costituiscono il centro del problema.
È lì che avviene la convergenza.
L’antisionismo rappresenta il ponte.
L’anti-imperialismo fornisce il linguaggio.
La Palestina fornisce la causa mobilitante.
La politica identitaria fornisce la struttura teorica.
I social network forniscono l’amplificazione.
Le università forniscono parte del personale militante.
E le primarie democratiche forniscono il possibile accesso al potere.
IL PARTITO DEMOCRATICO È DAVANTI A UNA SCELTA
Non è ancora corretto sostenere che i moderati siano scomparsi.
Le primarie del 2026 dimostrano esattamente il contrario: in alcuni Stati i progressisti avanzano, in altri vengono respinti.
Ma è altrettanto difficile sostenere che non sia successo nulla.
Il Partito Democratico di Bill Clinton non esiste più.
Quello di Barack Obama apparteneva già a una fase diversa.
Quello post-2020 è ancora un’altra cosa.
Dentro il partito convivono ormai due concezioni profondamente differenti dell’America.
Una considera gli Stati Uniti una democrazia imperfetta da riformare.
L’altra tende a interpretarli come un sistema strutturalmente costruito attraverso oppressione, colonialismo, capitalismo e gerarchie identitarie.
La differenza è enorme.
Nel primo caso si vuole correggere l’America.
Nel secondo si vuole trasformarne radicalmente le fondamenta.
IL PUNTO DI NON RITORNO?
La partita decisiva non è ancora stata giocata.
Le elezioni di metà mandato del 2026 diranno quanto questa nuova sinistra sia capace di uscire dalle primarie e conquistare l’elettorato generale.
Le elezioni successive diranno se il fenomeno rappresenta una fase temporanea oppure un riallineamento generazionale.
Ma una cosa è già evidente.
Il socialismo americano non è più marginale.
L’antisionismo non è più confinato nei campus.
Il sostegno democratico a Israele non è più automatico.
E la convergenza fra sinistra radicale e alcune componenti dell’attivismo politico islamista non è più soltanto un fenomeno universitario.
È entrata nella competizione per il potere.
Per questo il titolo provocatorio — “Il Partito Democratico è morto” — contiene una domanda politica reale.
Non è morto il Democratic Party come organizzazione.
Potrebbe essere in via di estinzione il Partito Democratico come lo conoscevamo.
Al suo interno si combatte una guerra per stabilire quale forza prenderà il suo posto.
Da una parte rimane la tradizione liberal americana: capitalismo regolato, istituzioni, alleanze occidentali, riformismo sociale.
Dall’altra cresce una coalizione socialista, identitaria, anti-establishment e fortemente critica dell’ordine occidentale tradizionale, capace in alcuni contesti di convergere con l’attivismo islamista e radicalmente antisionista.
Il Michigan del 2026 mostra che le due Americhe democratiche sono ormai abbastanza forti da affrontarsi quasi alla pari.
Ed è probabilmente questo, più di qualsiasi slogan, il dato da osservare.
Perché quando una corrente un tempo marginale riesce a trasformare il linguaggio, conquistare organizzazioni, eleggere centinaia di rappresentanti e contendere le principali primarie del Paese, non siamo più davanti a una protesta.
Siamo davanti a una lotta per la successione.

