Dai click alle donazioni: il mercato della catastrofe che tiene milioni di persone in uno stato di allarme continuo
Ogni settimana c’è una nuova emergenza.
Ogni mese c’è una nuova apocalisse.
Ogni anno c’è una nuova fine del mondo.
La Terza Guerra Mondiale.
L’olocausto nucleare.
Il collasso finanziario.
L’invasione imminente.
La dittatura globale.
Il crollo dell’Occidente.
La fine dell’Europa.
La distruzione della Russia.
La distruzione dell’America.
La distruzione dell’umanità.
Eppure, nonostante decenni di profezie catastrofiche, la realtà continua ostinatamente a non seguire i copioni degli influencer geopolitici della paura.
IL NUOVO BUSINESS DELLA CONTROINFORMAZIONE
Esiste un fenomeno che pochi hanno il coraggio di denunciare.
Una parte della cosiddetta controinformazione ha progressivamente abbandonato il giornalismo.
Ha abbandonato l’analisi.
Ha abbandonato la ricerca.
Per trasformarsi in qualcosa di molto più redditizio.
L’economia dell’allarme permanente.
Più paura significa:
- più visualizzazioni;
- più condivisioni;
- più commenti;
- più iscritti;
- più abbonamenti;
- più donazioni.
La paura vende.
E vende benissimo.
IL COPIONE È SEMPRE LO STESSO
Fase 1
Si prende una notizia reale.
Magari un articolo pubblicato da un giornale.
Una dichiarazione di un politico.
Una manovra militare.
Una trattativa diplomatica.
Fase 2
Si aggiunge una interpretazione personale.
“Potrebbe significare che…”
“Forse stanno preparando…”
“Probabilmente vogliono…”
Fase 3
L’ipotesi diventa una certezza.
Non si parla più di possibilità.
Si parla di piani segreti.
Di strategie già decise.
Di complotti già operativi.
Fase 4
Arriva l’apocalisse.
La guerra mondiale è imminente.
L’attacco nucleare è imminente.
Il collasso economico è imminente.
La dittatura globale è imminente.
Fase 5
Arriva la monetizzazione.
“Abbonatevi al mio canale.”
“Entrate nel mio gruppo privato.”
“Fate una donazione.”
“Seguitemi per conoscere la verità.”
IL PROBLEMA È CHE LE APOCALISSI NON ARRIVANO MAI
Osserviamo cosa accade da anni.
Secondo questi personaggi:
- il dollaro doveva essere morto almeno venti volte;
- la NATO doveva essere crollata dieci volte;
- l’Europa doveva essere implosa quindici volte;
- la Russia doveva aver già conquistato Kiev;
- gli Stati Uniti dovevano essere in guerra civile;
- la Terza Guerra Mondiale doveva essere iniziata almeno una dozzina di volte.
Eppure nulla di tutto questo è accaduto.
Quando una previsione fallisce?
Nessuna autocritica.
Nessuna rettifica.
Nessuna ammissione di errore.
Si passa semplicemente alla prossima emergenza.
IL GIORNALISMO È MORTO, È ARRIVATO IL TIFO
Molti di questi commentatori non analizzano più gli eventi.
Li tifano.
Non cercano informazioni.
Cercano conferme.
Non verificano.
Interpretano.
Ogni notizia viene piegata alla narrativa già costruita.
Se accade A:
“Lo avevamo detto.”
Se accade B:
“Lo avevamo detto.”
Se accade il contrario di A:
“Lo avevamo detto lo stesso.”
Una teoria che spiega tutto non spiega niente.
IL PARADOSSO DEGLI ESPERTI CHE NON PAGANO MAI IL PREZZO DELL’ERRORE
Un chirurgo che sbaglia continuamente perde il lavoro.
Un ingegnere che sbaglia continuamente perde il lavoro.
Un pilota che sbaglia continuamente perde il lavoro.
Ma nel mondo dell’informazione alternativa accade il contrario.
Più una previsione è catastrofica.
Più genera traffico.
Più genera attenzione.
Più genera profitti.
L’errore non viene punito.
Viene premiato.
LA FABBRICA DELLA RABBIA
Un’altra caratteristica ricorrente è la continua ricerca di un nemico assoluto.
Gli americani.
Gli inglesi.
La NATO.
L’Europa.
I globalisti.
I comunisti.
I capitalisti.
Gli oligarchi.
I servizi segreti.
Le banche.
Qualunque soggetto va bene.
L’importante è mantenere il pubblico in uno stato emotivo costante.
Perché una persona arrabbiata clicca.
Una persona spaventata condivide.
Una persona terrorizzata torna ogni giorno a controllare gli aggiornamenti.
IL RISCHIO DELLA DIPENDENZA DA CATASTROFE
Molti spettatori finiscono intrappolati.
Ogni giorno consumano contenuti che raccontano:
- guerre imminenti;
- collassi imminenti;
- attentati imminenti;
- crisi imminenti.
Il risultato?
Ansia.
Stress.
Rabbia.
Sfiducia totale.
Visione distorta della realtà.
CHI FA ANALISI E CHI FA SPETTACOLO
Esiste una differenza enorme.
L’analista serio dice:
“Potrebbe accadere.”
Il propagandista dice:
“Accadrà sicuramente.”
L’analista serio presenta dati.
Il propagandista presenta emozioni.
L’analista serio ammette i propri errori.
Il propagandista li dimentica.
L’analista serio formula ipotesi.
Il propagandista vende certezze.
LA PAURA COME MODELLO DI BUSINESS
La vera domanda che il pubblico dovrebbe porsi è molto semplice.
Quante delle previsioni degli ultimi dieci anni si sono realmente avverate?
Quante?
Perché chi pretende di essere creduto dovrebbe essere giudicato sui risultati.
Non sulle emozioni che riesce a generare.
CONCLUSIONE
L’informazione libera è fondamentale.
La critica al potere è necessaria.
La pluralità delle opinioni è un valore.
Ma la libertà di informare non significa libertà di sostituire i fatti con la paura.
Quando ogni notizia diventa la prova dell’imminente fine del mondo, non siamo più nel campo dell’analisi.
Siamo nel campo dell’intrattenimento emotivo.
E quando l’intrattenimento emotivo viene venduto come informazione, il rischio è che il pubblico smetta di distinguere tra realtà e narrativa.
La vera indipendenza intellettuale non consiste nel credere automaticamente al mainstream.
Ma nemmeno nel credere automaticamente a chi urla più forte contro di esso.
Consiste nel verificare.
Confrontare.
Analizzare.
E soprattutto ricordare una regola semplice:
chi vive di apocalissi ha bisogno che l’apocalisse sia sempre dietro l’angolo, ma mai abbastanza vicina da arrivare davvero.
Approfondimenti
- Financial Times: Financial Times
- NATO: NATO Official Website
- Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI): SIPRI
- International Institute for Strategic Studies: IISS

