Nel dibattito geopolitico contemporaneo c’è un problema che riguarda tanto i grandi media quanto una parte della cosiddetta controinformazione: confondere un fatto documentato con un’interpretazione e, successivamente, trasformare quell’interpretazione in una certezza.
È un metodo particolarmente efficace perché raramente parte da una notizia completamente inventata. Al contrario, utilizza eventi realmente accaduti, documenti autentici, precedenti storici e contraddizioni effettive della politica occidentale. Poi, però, aggiunge collegamenti causali per i quali spesso non viene fornita alcuna prova.
Il risultato è una narrazione apparentemente solidissima perché costruita sopra pezzi di realtà.
Ma mettere insieme dieci fatti veri non rende automaticamente vera l’undicesima conclusione.
Ed è proprio qui che il fact-checking diventa indispensabile.
Ceuta: dalla crisi reale alla teoria del Mossad
La crisi migratoria di Ceuta è un fatto enorme e impossibile da minimizzare.
Tra la fine di luglio e agosto 2026 decine di migliaia di persone hanno tentato di raggiungere l’enclave spagnola, provocando morti, sovraffollamento, enormi problemi di ordine pubblico e una crisi politica tra Madrid, Rabat e Bruxelles.
Reuters ha documentato un elemento particolarmente grave: i sindacati delle forze impegnate alla frontiera avevano inviato diversi avvertimenti alle autorità spagnole prima della grande ondata.
Secondo Reuters, furono almeno sei.
La stessa ricostruzione parla di reti criminali, messaggi diffusi sui social network, percezione di una maggiore facilità di ingresso e ritardi nella risposta delle autorità.
Questi sono fatti.
Ma da qui qualcuno compie un salto enorme: la crisi sarebbe stata una rappresaglia israelo-americana contro la Spagna, organizzata perché Madrid non avrebbe sostenuto sufficientemente Israele e Stati Uniti nel confronto con l’Iran.
A questo viene aggiunto un ulteriore elemento: dietro l’operazione ci sarebbe addirittura il Mossad.
Il problema non è che una simile operazione di guerra ibrida sia teoricamente impossibile.
Il problema è molto più semplice:
dove sono le prove?
Una cosa è sostenere che i movimenti migratori possano essere utilizzati geopoliticamente. È successo nella storia e continuerà probabilmente a succedere.
Altra cosa è sostenere che una determinata crisi sia stata organizzata da un determinato servizio segreto.
Per fare quest’ultima affermazione servono documenti, intercettazioni, operazioni finanziarie, testimonianze verificabili, rapporti d’intelligence autenticati o almeno una convergenza significativa di fonti indipendenti.
In assenza di tutto questo abbiamo una ipotesi, non un fatto.
Presentarla come certezza significa sostituire l’analisi con la narrativa.
Zelensky sarebbe un presidente «illegittimo» dal 2024?
Altro argomento utilizzato frequentemente: il mandato presidenziale di Volodymyr Zelensky sarebbe terminato nel 2024 e quindi il presidente ucraino sarebbe diventato automaticamente illegittimo.
Il problema è che basta leggere la Costituzione dell’Ucraina.
L’articolo 108 stabilisce che:
il Presidente dell’Ucraina continua a esercitare i propri poteri fino all’insediamento del presidente neoeletto.
La questione delle elezioni durante la guerra rimane politicamente discutibile.
Si può contestare la decisione di non indire elezioni.
Si può sostenere che una guerra estremamente lunga produca inevitabilmente un problema democratico.
Si può discutere di pluralismo politico, libertà di stampa, opposizione, partiti sospesi e concentrazione dei poteri.
Sono tutti argomenti legittimi.
Ma dire semplicemente:
«il mandato è scaduto, quindi Zelensky non è più presidente legittimo»
taglia via proprio la disposizione costituzionale che disciplina la continuità della carica presidenziale.
Non è fact-checking.
È selezione dei fatti.
Romania: le elezioni furono annullate perché aveva vinto il candidato «sbagliato»?
Anche il caso della Romania merita molta più precisione.
Le elezioni presidenziali furono effettivamente annullate.
Ed è assolutamente legittimo considerare quella decisione gravissima, discutibile e potenzialmente pericolosa per il precedente che crea.
Ma è un’altra cosa sostenere come fatto che:
«siccome aveva vinto un candidato non gradito alla NATO, hanno annullato le elezioni».
Questa è una spiegazione politica.
Non è ciò che stabiliscono gli atti ufficiali.
Prima dell’annullamento furono declassificati documenti dell’intelligence rumena relativi a una massiccia campagna online, attività coordinate sui social network, finanziamenti poco trasparenti e possibili operazioni di influenza straniera.
Reuters documentò inoltre l’intervento dell’Unione Europea nei confronti di TikTok, con l’ordine di preservare i dati relativi alla campagna elettorale proprio per consentire ulteriori accertamenti.
Si può contestare la forza delle prove.
Si può sostenere che le istituzioni abbiano reagito in maniera sproporzionata.
Si può perfino sostenere politicamente che dietro l’annullamento vi fossero anche considerazioni geopolitiche.
Ma questo deve essere presentato come tesi da dimostrare, non come fatto accertato.
È una distinzione enorme.
Iran e bomba atomica: una fatwa non sostituisce le ispezioni dell’AIEA
Un’altra affermazione ricorrente sostiene che l’Iran non avrebbe mai voluto produrre la bomba atomica perché esisterebbe una fatwa religiosa iraniana che vieta le armi nucleari.
La fatwa è un elemento reale del discorso politico e religioso iraniano.
Ma da sola non dimostra la natura esclusivamente pacifica di un programma nucleare.
Ed è qui che entra in gioco l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
In un rapporto del 2025, l’AIEA scriveva che rimanevano irrisolte importanti questioni relative alle salvaguardie nucleari iraniane.
Il direttore generale sottolineava che l’Iran non aveva fornito spiegazioni tecnicamente credibili sulla presenza di particelle di uranio in siti non dichiarati.
La conclusione era particolarmente significativa: fino alla soluzione di quelle questioni, l’Agenzia non era nella posizione di garantire che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico.
Questo non significa affermare automaticamente:
«L’Iran stava costruendo la bomba».
Sarebbe un altro salto logico.
Significa però che non è scientificamente corretto sostenere l’opposto:
«Sappiamo che l’Iran non l’ha mai voluta perché esiste una fatwa».
Le intenzioni dichiarate da uno Stato e le verifiche tecniche internazionali sono due cose completamente differenti.
La Cina ha già superato gli Stati Uniti?
Anche questa frase viene spesso utilizzata come se avesse un significato univoco:
«La Cina è ormai la prima economia mondiale».
Dipende dalla misura utilizzata.
Se consideriamo il PIL calcolato a parità di potere d’acquisto, la Cina ha effettivamente superato gli Stati Uniti.
Se invece utilizziamo il PIL nominale espresso in dollari correnti, gli Stati Uniti rimangono davanti.
Entrambe le misurazioni hanno una loro utilità.
Il problema nasce quando si utilizza soltanto quella favorevole alla propria tesi senza specificarlo.
Dire:
«la Cina è prima per PIL PPP»
è informazione.
Dire:
«la Cina ha già superato gli Stati Uniti come economia mondiale»
senza spiegare la metrica produce invece un’affermazione molto più ambigua.
Ed è esattamente attraverso queste piccole omissioni che nasce una grande narrazione.
L’Occidente vuole smembrare la Russia e rubarne il petrolio?
Qui arriviamo a una delle interpretazioni geopolitiche più spettacolari.
Secondo questa narrativa, il vero obiettivo statunitense in Ucraina non sarebbe soltanto impedire una vittoria russa o contenere Mosca.
Il progetto sarebbe molto più ampio:
rovesciare Putin, frammentare la Federazione Russa, riportarla nelle condizioni degli anni Novanta e infine mettere le mani sulle risorse energetiche russe attraverso le multinazionali occidentali.
Il problema non è che gli Stati Uniti perseguano i propri interessi.
Lo fanno.
Così come li perseguono Russia, Cina, Iran, Turchia, Arabia Saudita e qualsiasi altra potenza.
Gli Stati Uniti hanno inoltre utilizzato innumerevoli volte pressioni economiche, sanzioni, operazioni clandestine e interventi militari per difendere la propria posizione internazionale.
Tutto documentabile.
Ma da questo non deriva automaticamente l’esistenza di un piano operativo occidentale finalizzato a smembrare la Russia per appropriarsi del suo petrolio.
Una simile affermazione richiederebbe prove straordinarie.
Documenti strategici.
Decisioni politiche.
Piani operativi.
Prove finanziarie.
Non basta dire che Washington avrebbe economicamente interesse a una Russia debole.
Gli interessi geopolitici non sono automaticamente la prova dell’esistenza di un piano segreto.
Siria: qui una parte della denuncia è vera
La questione siriana è molto più interessante perché dimostra anche il rischio opposto: respingere automaticamente qualsiasi critica agli Stati Uniti significa fare propaganda uguale e contraria.
Washington e i suoi alleati hanno realmente sostenuto gruppi ribelli siriani.
Non è una teoria.
Il programma clandestino americano conosciuto come Timber Sycamore è ampiamente documentato.
Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita collaborarono nell’addestramento e nell’armamento di formazioni ribelli, mentre altri Stati della regione finanziavano e sostenevano ulteriori gruppi.
Le guerre civili, però, producono ecosistemi estremamente complessi.
Combattenti cambiano schieramento.
Armi vengono rivendute.
Organizzazioni si dividono.
Coalizioni si formano e si dissolvono.
Materiale fornito a un gruppo può finire nelle mani di un altro.
Per questo è corretto parlare del rischio di blowback e delle enormi responsabilità occidentali e regionali nella destabilizzazione siriana.
Ma anche qui bisogna evitare il salto successivo:
«Gli Stati Uniti hanno sostenuto alcuni ribelli»
non equivale automaticamente a:
«Tutto il jihadismo internazionale è una creazione o uno strumento controllato dagli Stati Uniti».
Tra le due affermazioni c’è un oceano di prove che dovrebbe essere attraversato.
Turchia, Pakistan e Arabia Saudita: esiste davvero un nuovo patto militare
Anche qui bisogna separare realtà e interpretazione.
Il 7 agosto 2026 Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno effettivamente sottoscritto un importante accordo di difesa con una clausola secondo cui un attacco contro uno dei membri viene considerato un attacco contro tutti.
Questo è un fatto estremamente importante.
Pakistan è una potenza nucleare.
Turchia possiede uno degli eserciti più importanti della NATO.
Arabia Saudita dispone di enormi risorse economiche e mantiene un ruolo centrale negli equilibri mediorientali.
Ma chiamare automaticamente quell’accordo una:
«NATO sunnita con ombrello nucleare pakistano»
significa andare oltre ciò che il documento permette di affermare con certezza.
Gli stessi firmatari hanno insistito sulla natura difensiva dell’accordo e hanno negato che esso rappresenti un blocco settario diretto contro un determinato Paese.
Inoltre la presenza del Pakistan non equivale automaticamente a una garanzia nucleare formalmente estesa agli altri due Paesi.
Può diventare una forma di deterrenza implicita.
È geopoliticamente importantissima.
Ma deterrenza implicita e garanzia nucleare formale non sono sinonimi.
Il metodo della propaganda sofisticata
La propaganda più efficace non è quella che inventa tutto.
Quella è relativamente semplice da smontare.
La propaganda sofisticata funziona diversamente.
Prende un fatto vero.
Poi un secondo fatto vero.
Poi un terzo.
Li mette in sequenza.
Aggiunge un’interpretazione plausibile.
Trasforma l’interpretazione in causalità.
E infine presenta quella causalità come fatto dimostrato.
Il procedimento diventa:
fatto → fatto → fatto → ipotesi → certezza.
È qui che il lettore deve fermarsi.
Perché una ricostruzione geopolitica seria dovrebbe invece utilizzare categorie differenti:
fatto accertato;
fatto contestato;
ipotesi plausibile;
interpretazione politica;
affermazione priva di riscontri.
Mescolare queste cinque categorie significa costruire propaganda.
Criticare l’Occidente non significa dover assolvere i suoi avversari
Questo è forse il punto più importante.
Gli Stati Uniti hanno commesso errori enormi.
Hanno sostenuto colpi di Stato.
Hanno intrapreso guerre disastrose.
Hanno collaborato con dittature.
Hanno sostenuto gruppi armati quando coincideva con i loro interessi geopolitici.
Hanno utilizzato sanzioni economiche come strumento di pressione.
Israele può essere criticato.
La NATO può essere criticata.
L’Unione Europea può essere criticata.
L’Ucraina può essere criticata.
Ma da tutto questo non deriva che Russia, Iran o Cina abbiano automaticamente ragione.
L’Iran rimane una Repubblica Islamica autoritaria.
La Russia rimane uno Stato con una fortissima concentrazione del potere politico.
La Cina rimane un regime a partito unico con un sistema di controllo politico e sociale enormemente penetrante.
Il fatto che Washington abbia mentito in Iraq non rende vera qualsiasi dichiarazione iraniana.
Il fatto che l’Occidente abbia sostenuto gruppi discutibili in Siria non dimostra automaticamente che ogni attentato jihadista sia una false flag occidentale.
Il fatto che esistano operazioni del Mossad non significa che dietro ogni crisi europea ci sia il Mossad.
Questo non è essere filoamericano.
È utilizzare lo stesso standard probatorio per tutti.
Il cortocircuito della cosiddetta controinformazione
Una parte della controinformazione nasceva con una missione utile:
contestare il potere.
Con il tempo una sua componente ha però trasformato quella missione in qualcosa di completamente diverso:
credere automaticamente al nemico del potere occidentale.
E così accade un paradosso.
Chi accusa quotidianamente i media occidentali di propaganda finisce per assumere come attendibili le narrative provenienti da Mosca, Teheran o Pechino quasi esclusivamente perché sono antioccidentali.
Non è controinformazione.
È semplicemente cambiare il ministero della propaganda al quale si decide di credere.
La verifica dovrebbe funzionare esattamente al contrario.
Se Washington afferma qualcosa, verifichiamola.
Se Mosca afferma qualcosa, verifichiamola.
Se Israele afferma qualcosa, verifichiamola.
Se Teheran afferma qualcosa, verifichiamola.
Se Pechino afferma qualcosa, verifichiamola.
Nessuno dovrebbe ricevere un lasciapassare ideologico.
Il caso delle «false flag»: quando l’ipotesi diventa immunizzata dalla prova
Una delle formule più pericolose del dibattito contemporaneo è:
«potrebbe essere una false flag».
Naturalmente le false flag esistono storicamente.
I servizi segreti esistono.
Le operazioni clandestine esistono.
Le provocazioni esistono.
Il problema comincia quando l’assenza di prove viene trasformata essa stessa in prova.
Se chiedi:
«dov’è la documentazione?»
la risposta diventa:
«Non può esserci, perché è un’operazione segreta».
A quel punto l’affermazione diventa impossibile da falsificare.
Qualunque evento conferma la teoria.
Qualunque smentita conferma la teoria.
L’assenza di documenti conferma la teoria.
La presenza di documenti contrari dimostra che il depistaggio funziona.
Questo non è più metodo storico.
È una struttura logica chiusa.
La geopolitica non è un romanzo con un unico burattinaio
La realtà internazionale è molto più complicata delle grandi teorie totalizzanti.
Gli Stati hanno interessi differenti.
I ministeri litigano tra loro.
I servizi d’intelligence commettono errori.
Gli alleati competono.
I governi cambiano strategia.
Le operazioni falliscono.
Le multinazionali perseguono interessi che talvolta divergono da quelli dei governi.
I militari possono avere priorità differenti dai diplomatici.
Pensare che dietro ogni crisi esista un solo centro di comando capace di coordinare tutto produce una rappresentazione della geopolitica quasi cinematografica.
La storia reale è molto più caotica.
Ed è proprio questo caos a renderla interessante.
Conclusione: non serve una nuova propaganda per combattere quella vecchia
La critica alla propaganda occidentale è necessaria.
Ma una propaganda non si combatte costruendone un’altra.
Si combatte con documenti, date, fonti primarie, verifiche indipendenti e soprattutto con una regola semplicissima:
non affermare come certo ciò che le prove consentono soltanto di ipotizzare.
Ceuta esiste.
La crisi migratoria esiste.
Gli errori del governo spagnolo esistono.
Le operazioni clandestine dei servizi segreti esistono.
Ma questo non dimostra automaticamente il Mossad.
La guerra in Ucraina esiste.
Il problema delle elezioni durante la legge marziale esiste.
Ma questo non cancella l’articolo 108 della Costituzione ucraina.
Le interferenze politiche internazionali esistono.
Ma questo non dimostra automaticamente che la NATO abbia annullato le elezioni rumene.
L’Iran possiede una fatwa contro le armi nucleari.
Ma questo non cancella i problemi di verifica rilevati dall’AIEA.
Gli Stati Uniti hanno sostenuto gruppi armati in Siria.
Ma questo non trasforma automaticamente ogni jihadista in un agente della CIA.
Questa è la differenza fondamentale tra inchiesta e propaganda.
L’inchiesta cerca di scoprire se la propria ipotesi è vera.
La propaganda parte dalla conclusione e cerca soltanto i fatti che possono essere utilizzati per sostenerla.
E quando si applica veramente il metodo storico — fonti, prove, contraddittorio e distinzione tra fatti e supposizioni — molte narrazioni apparentemente granitiche diventano improvvisamente molto più fragili.
Fonti e link
Crisi di Ceuta e avvertimenti precedenti alla grande ondata migratoria
Reuters – Spain disregarded Ceuta warnings before migrant rush
Nuovi tentativi di attraversamento e operazioni delle autorità marocchine e spagnole
Reuters – Morocco arrests migrants headed for Spain’s Ceuta
Costituzione dell’Ucraina – Articolo 108
Verkhovna Rada – Constitution of Ukraine
Elezioni rumene, TikTok e documenti sull’interferenza elettorale
Reuters – EU orders TikTok to freeze Romanian elections data
Programma nucleare iraniano e questioni irrisolte sulle salvaguardie
IAEA – GOV/2025/10, Verification and monitoring in Iran
Economia mondiale e prospettive economiche di Stati Uniti e Cina
World Bank – Global Economic Prospects
Programma CIA/Saudita Timber Sycamore e sostegno ai ribelli siriani
U.S. Congress – documentazione sul programma Timber Sycamore
Accordo di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan del 7 agosto 2026
Associated Press – Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign defense agreement
Precisazioni pakistane sulla natura del nuovo patto militare
Associated Press – Pakistan says defense pact is purely defensive

