I soliti reporter della propaganda marxista mistificano i fatti: Colombia e Israele, cosa c’è davvero dietro l’accordo sui visti, sempre a sventolare lo spettro Israele.

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La Colombia cambia politica estera dopo gli anni di Gustavo Petro e ristabilisce i rapporti con Israele. L’esenzione reciproca dai visti diventa però il pretesto per costruire una narrazione che mescola fatti reali, omissioni, un clamoroso errore sul ministro degli Esteri e giudizi ideologici presentati come cronaca.

C’è un metodo propagandistico particolarmente efficace perché non richiede necessariamente di inventare una notizia da zero. È sufficiente prendere alcuni fatti autentici, eliminare il contesto che li rende comprensibili, aggiungere una serie di associazioni emotive e accompagnare tutto con un lessico politicamente orientato.

È esattamente il problema della narrazione circolata sul riavvicinamento tra Colombia e Israele.

Il fatto di partenza esiste: dal 1° settembre 2026 Colombia e Israele ripristineranno l’esenzione reciproca dal visto per i rispettivi cittadini.

Ma da questo dato viene costruita una storia molto più ampia: il nuovo governo colombiano sarebbe impegnato in una sorta di conversione ideologica filo-israeliana, l’apertura delle frontiere servirebbe implicitamente a favorire israeliani — con un riferimento particolare ai militari — e tutto dovrebbe essere letto attraverso Gaza, il Golan e il Sahara Occidentale.

Il problema è che, una volta separati i fatti dalle opinioni, il quadro diventa molto diverso.

Primo dettaglio: l’esenzione è reciproca

La prima omissione riguarda la natura stessa della misura.

Non è semplicemente la Colombia che “apre le porte agli israeliani”.

Israele elimina l’obbligo nei confronti dei colombiani e la Colombia fa altrettanto nei confronti degli israeliani.

È precisamente il principio di reciprocità che aveva avuto un ruolo anche nella precedente introduzione dell’obbligo di visto.

Presentare quindi il provvedimento esclusivamente come una concessione colombiana agli israeliani significa descrivere soltanto metà della decisione.

La reciprocità cambia completamente il significato politico dell’accordo: non stiamo parlando di un privilegio unilaterale concesso da Bogotá, ma della normalizzazione delle condizioni di viaggio tra due Paesi che stanno ricostruendo le loro relazioni diplomatiche.

La storia dei visti non comincia nel 2026

C’è poi un elemento storico ancora più importante.

La documentazione ufficiale della Cancelleria colombiana registra un accordo per la soppressione dei visti turistici tra Colombia e Israele risalente al 12 giugno 1966.

Sessant’anni fa.

Questo particolare rende molto meno suggestiva la rappresentazione secondo cui il nuovo governo avrebbe improvvisamente spalancato la Colombia a Israele.

I rapporti diplomatici tra i due Paesi risalgono infatti al 1957 e, nel corso dei decenni, Bogotá e Gerusalemme hanno costruito relazioni diplomatiche, commerciali, turistiche e di sicurezza ben prima dell’arrivo di Gustavo Petro o di Abelardo de la Espriella.

Esistono inoltre accordi economici risalenti agli anni Ottanta, accordi turistici e un trattato di libero scambio firmato nel 2013.

La vera anomalia storica, quindi, può essere letta anche al contrario: non necessariamente il riavvicinamento del 2026, ma il profondo deterioramento delle relazioni avvenuto durante la presidenza Petro.

C’è persino un errore sul nome del ministro

La narrazione presenta inoltre un problema fattuale difficilmente liquidabile come semplice sfumatura.

Viene scritto che la decisione sarebbe arrivata dopo i colloqui tra il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e Álvaro Leyva Escobar.

Ma l’interlocutore colombiano del nuovo governo è Omar Bula Escobar.

La differenza è enorme.

Álvaro Leyva è stato ministro degli Esteri proprio durante il governo di Gustavo Petro.

Attribuirgli il negoziato del nuovo corso diplomatico significa confondere due figure appartenenti a contesti politici completamente differenti.

Quando un articolo pretende di spiegare una svolta geopolitica e sbaglia persino l’identità di uno dei protagonisti della trattativa, la verifica delle altre affermazioni diventa ancora più necessaria.

Poi compaiono Gaza, i militari israeliani e l'”apartheid”

A questo punto il racconto abbandona progressivamente il provvedimento sui visti e introduce Gaza.

Viene sottolineato che tra i turisti israeliani vi sarebbero “molti militari in servizio” e immediatamente dopo vengono richiamate le accuse di genocidio e apartheid.

Ma quale sarebbe il rapporto giuridico tra queste accuse e l’accordo sui visti?

L’esenzione riguarda i cittadini dei due Paesi. Non risulta essere un programma speciale per i membri delle Forze di Difesa Israeliane, né un corridoio costruito appositamente per militari israeliani.

Naturalmente si può criticare politicamente l’accordo.

Si può sostenere che la Colombia non dovrebbe normalizzare i rapporti con Israele. Si può appoggiare la politica di Petro. Si possono contestare le operazioni militari israeliane a Gaza.

Ma sono opinioni politiche distinte dal contenuto dell’accordo.

Inserire nella stessa sequenza “turisti israeliani”, “militari”, “genocidio” e “apartheid” produce invece una precisa associazione emotiva.

Non dimostra un rapporto causale.

Lo suggerisce.

Ed è proprio questa la differenza tra informazione e framing politico.

Le accuse contro Israele vanno attribuite correttamente

Lo stesso problema riguarda termini estremamente pesanti come “genocidio” e “apartheid”.

Esistono organizzazioni, governi, esperti e procedimenti internazionali che hanno formulato accuse di questo genere contro Israele. Esistono contemporaneamente contestazioni giuridiche e politiche di tali qualificazioni da parte israeliana e di altri soggetti.

Un’informazione rigorosa dovrebbe quindi spiegare chi sostiene cosa.

Scrivere che Israele è accusato di genocidio è una cosa.

Trasformare automaticamente l’accusa in un fatto giudiziariamente definitivamente accertato è un’altra.

Il giornalismo dovrebbe distinguere fatti, accuse, sentenze, procedimenti ancora aperti e opinioni.

Petro aveva realmente rotto le relazioni con Israele

Un altro elemento del testo è invece sostanzialmente corretto.

Il governo di Gustavo Petro interruppe le relazioni diplomatiche con Israele nel maggio 2024, nel pieno dello scontro politico sulla guerra di Gaza.

Il nuovo governo di Abelardo de la Espriella ha scelto una linea diametralmente opposta.

Questa è una svolta politica reale.

Ma chiamarla “estrema destra” e accompagnare ogni singolo provvedimento con una lettura morale predeterminata non sostituisce l’analisi delle ragioni geopolitiche della scelta.

Colombia e Israele possedevano relazioni profonde molto prima di Petro.

La restaurazione di quelle relazioni può quindi essere descritta anche come ritorno alla tradizionale cooperazione bilaterale dopo la rottura dell’era Petro.

È una formulazione meno militante, ma storicamente molto più completa.

Il Golan: il fatto è vero, ma va spiegato

Anche il riconoscimento colombiano della sovranità israeliana sulle Alture del Golan rappresenta una svolta reale.

Il nuovo governo colombiano si è allineato alla posizione degli Stati Uniti riconoscendo la sovranità israeliana sul territorio.

Qui bisogna però essere altrettanto precisi dalla parte opposta: la posizione prevalente delle Nazioni Unite e della comunità internazionale non riconosce l’annessione israeliana del Golan.

Nascondere questo elemento sarebbe scorretto quanto nascondere il resto.

La differenza tra analisi e propaganda consiste proprio in questo: riportare anche i fatti che non aiutano la propria tesi.

Il punto interessante dovrebbe allora diventare un altro: perché il nuovo governo colombiano ha deciso di modificare così radicalmente la propria posizione?

È una domanda geopolitica.

Ridurre tutto all’etichetta “estrema destra filo-israeliana” è invece una risposta ideologica già confezionata.

Anche sul Sahara Occidentale esiste una svolta

Bogotá ha modificato anche la politica sul Sahara Occidentale, abbandonando la linea seguita da Petro e avvicinandosi al Marocco.

Anche questo è un fatto.

Ma inserirlo semplicemente in una presunta catena “Israele-USA-Marocco-Colombia” rischia di eliminare le motivazioni diplomatiche specifiche della scelta colombiana.

Il Marocco sta conducendo da anni un’intensa offensiva diplomatica internazionale per ottenere sostegno al proprio piano di autonomia per il Sahara Occidentale.

Il cambiamento colombiano va quindi analizzato anche all’interno di questa strategia e della ridefinizione complessiva delle alleanze internazionali di Bogotá.

Il trucco narrativo: mettere tutto nella stessa frase

Ed eccoci al cuore del problema.

Osserviamo la sequenza:

visti → israeliani → militari → Gaza → genocidio → apartheid → estrema destra → Golan → Sahara Occidentale → Stati Uniti.

Quasi tutti questi elementi possono essere discussi separatamente.

Il problema nasce quando vengono concatenati per produrre nel lettore l’impressione che rappresentino le diverse parti di un unico piano già dimostrato.

Non funziona così.

Una correlazione politica non dimostra automaticamente una relazione causale.

Un accordo turistico non diventa un accordo militare perché alcuni cittadini israeliani hanno prestato servizio nelle IDF.

Il ripristino delle relazioni diplomatiche non dimostra da solo la subordinazione politica della Colombia a Israele.

Il riconoscimento del Golan non dimostra che l’accordo sui visti sia stato stipulato per favorire militari israeliani.

Il riconoscimento della posizione marocchina sul Sahara Occidentale non trasforma automaticamente Bogotá in una pedina di Gerusalemme.

Per dimostrare queste tesi servirebbero documenti, accordi, dichiarazioni o prove concrete.

Non basta mettere gli eventi uno accanto all’altro.

Quello che la narrazione dimentica: quasi settant’anni di rapporti

La parte forse più importante è proprio quella che rischia di scomparire dal racconto.

Colombia e Israele non si sono conosciuti nell’agosto 2026.

I rapporti diplomatici risalgono al 1957.

L’accordo sull’esenzione dei visti turistici risale al 1966.

Nel corso dei decenni sono seguiti accordi economici, commerciali, turistici e di cooperazione.

Il trattato di libero scambio è stato firmato nel 2013.

Raccontare quindi il riavvicinamento attuale senza questa cronologia produce l’impressione di un’alleanza appena costruita dal nuovo governo colombiano.

Storicamente è molto più corretto parlare della ricostruzione di una relazione bilaterale pluridecennale gravemente deterioratasi durante la presidenza Petro.

Poi ciascuno è libero di giudicare positivamente o negativamente quella scelta.

Ma prima vengono i fatti.

Criticare Israele non significa automaticamente antisemitismo

Serve infine una distinzione importante.

Una posizione anti-Netanyahu, anti-israeliana o fortemente filo-palestinese non è automaticamente antisemita.

L’antisemitismo riguarda ostilità, discriminazione o generalizzazioni rivolte agli ebrei in quanto ebrei.

Confondere sistematicamente cittadini israeliani, governo israeliano, esercito e popolazione ebraica mondiale può invece diventare estremamente problematico.

Proprio per questo il linguaggio dovrebbe essere preciso.

Si può contestare duramente la politica del governo israeliano senza attribuire responsabilità collettive agli israeliani o agli ebrei.

La propaganda più efficace non inventa tutto: seleziona

Questo caso rappresenta bene una caratteristica della comunicazione ideologica contemporanea.

Non serve necessariamente creare una fake news completa.

È molto più efficace utilizzare:

un fatto vero + un’omissione + un errore + un’etichetta politica + una serie di associazioni emotive.

Il risultato appare credibile proprio perché una parte consistente degli elementi è autentica.

L’esenzione dai visti è vera.

Il riavvicinamento con Israele è vero.

La rottura di Petro era vera.

Il cambio di posizione sul Golan è vero.

La svolta sul Sahara Occidentale è reale.

Ma da questi fatti non discendono automaticamente tutte le conclusioni suggerite dal racconto.

E soprattutto rimangono fuori informazioni decisive: la reciprocità dell’esenzione, l’accordo storico del 1966, decenni di cooperazione Colombia-Israele e persino la corretta identità del ministro colombiano coinvolto nei colloqui.

È qui che il lettore dovrebbe iniziare a diffidare.

Non perché debba diventare filo-israeliano, filo-colombiano o sostenitore di De la Espriella.

Ma perché l’informazione dovrebbe permettergli di costruirsi un’opinione, non costruirgliela preventivamente attraverso la selezione dei fatti.

Conclusione

La storia Colombia-Israele dimostra ancora una volta quanto sia importante distinguere una notizia dalla cornice ideologica utilizzata per raccontarla.

Il nuovo governo colombiano ha effettivamente operato una svolta rispetto a Petro. Ha ristabilito i rapporti con Israele, modificato la posizione sul Golan e cambiato linea sul Sahara Occidentale.

Sono fatti.

Ma anche il resto sono fatti: Colombia e Israele intrattengono rapporti diplomatici dal 1957; l’esenzione dai visti ha precedenti che risalgono al 1966; la misura del settembre 2026 è reciproca; e attribuire i colloqui ad Álvaro Leyva invece che a Omar Bula significa confondere il ministro del governo Petro con l’esponente del nuovo corso.

La critica politica è legittima.

La mistificazione comincia quando opinioni, omissioni e associazioni vengono confezionate come se fossero tutte fatti della stessa natura.

Ed è precisamente lì che finisce il giornalismo e comincia la propaganda.


Fonti e documenti

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