La domanda più scomoda arriva adesso.
Siamo davvero sicuri che 1984 appartenga soltanto al passato?
Naturalmente viviamo ancora, nelle democrazie occidentali, in sistemi radicalmente diversi dall’Oceania immaginata da Orwell: esistono elezioni, opposizioni, tribunali, proprietà privata, pluralismo politico e possibilità di contestare pubblicamente il governo.
Sostenere che l’Europa contemporanea sia già 1984 sarebbe una caricatura.
Ma sarebbe altrettanto superficiale ignorare alcune tendenze che ricordano inquietantemente i meccanismi contro i quali Orwell ci metteva in guardia.
E una parte della sinistra contemporanea sembra aver sviluppato una sorprendente fiducia proprio negli strumenti che un tempo avrebbe dovuto guardare con sospetto: controllo istituzionale dell’informazione, regolamentazione crescente del discorso pubblico, sorveglianza tecnologica, espansione dell’apparato amministrativo e attribuzione alle autorità del potere di stabilire quali contenuti costituiscano una minaccia.
DAL PROLETARIO DA LIBERARE AL CITTADINO DA AMMINISTRARE
La sinistra storica parlava continuamente di emancipazione.
Emancipare il lavoratore.
Emancipare il cittadino.
Emancipare l’individuo dalle strutture oppressive.
Una parte della sinistra contemporanea sembra invece sempre più affascinata da un’altra idea:
amministrare il cittadino.
Dirgli quali comportamenti siano socialmente responsabili.
Quali parole siano accettabili.
Quali informazioni siano affidabili.
Quali opinioni costituiscano “disinformazione”.
Quali sacrifici siano necessari per un bene collettivo definito dall’alto.
Il problema non è che una democrazia stabilisca delle regole. Ogni società lo fa.
Il problema nasce quando la sfera delle decisioni sottratte all’individuo continua ad allargarsi mentre diminuisce la tolleranza verso chi mette in discussione l’ortodossia dominante.
È precisamente qui che Orwell dovrebbe tornare sul comodino di chiunque ami la libertà.
IL NUOVO MINISTERO DELLA VERITÀ NON HA BISOGNO DI CHIAMARSI COSÌ
Nessun governo occidentale istituirà probabilmente un ministero chiamandolo “Ministero della Verità”.
Sarebbe troppo evidente.
Il problema moderno è molto più sofisticato.
Abbiamo governi, autorità sovranazionali, piattaforme digitali, organizzazioni private, fact-checker, algoritmi e sistemi automatizzati che partecipano, con ruoli e poteri molto diversi, alla gestione dell’ecosistema informativo.
Molti di questi strumenti perseguono obiettivi legittimi: contrastare truffe, interferenze straniere, incitamento alla violenza o campagne coordinate di manipolazione.
Ma proprio perché gli obiettivi possono essere legittimi, bisogna porre una domanda che Orwell avrebbe probabilmente apprezzato:
chi controlla chi decide che cosa sia disinformazione?
Perché un errore scientifico può essere corretto.
Una teoria può essere confutata.
Una bugia può essere dimostrata.
Ma quando la risposta all’errore diventa attribuire a un apparato politico-amministrativo un potere crescente sulla circolazione delle idee, stiamo creando uno strumento che domani potrebbe essere utilizzato da qualcuno di completamente diverso.
LA TENTAZIONE DELLA CENSURA “BUONA”
Ogni censore della storia ha avuto una giustificazione.
Ordine pubblico.
Sicurezza.
Morale.
Protezione della società.
Difesa della rivoluzione.
Difesa dello Stato.
Oggi utilizziamo formule differenti.
Ma il principio liberale dovrebbe rimanere identico:
il potere di silenziare qualcuno non diventa innocuo soltanto perché viene utilizzato contro una persona che detestiamo.
Ed è qui che una parte della sinistra occidentale sembra avere dimenticato una delle proprie tradizioni migliori: la diffidenza verso il potere costituito.
Quando censurare l’avversario diventa accettabile perché l’avversario viene considerato fascista, estremista, complottista, disinformatore o semplicemente moralmente ripugnante, viene creato un precedente.
E i precedenti politici hanno una caratteristica spiacevole:
sopravvivono a chi li ha creati.
IL PARADOSSO DELLE ÉLITE PROGRESSISTE
Esiste poi una contraddizione ancora più evidente.
Una parte della sinistra continua a utilizzare il linguaggio della lotta contro le élite economiche mentre sostiene strutture politiche nelle quali enormi decisioni vengono trasferite verso apparati tecnocratici, istituzioni sovranazionali, autorità amministrative e organismi sempre più lontani dal controllo quotidiano dell’elettore.
Il risultato può diventare paradossale.
Si combatte il miliardario perché possiede troppo potere economico e contemporaneamente si chiede allo Stato di possedere ancora più potere politico.
Ma se la concentrazione del potere è pericolosa quando riguarda il denaro, perché dovrebbe improvvisamente diventare virtuosa quando riguarda la capacità di regolamentare la vita di milioni di persone?
È precisamente questa contraddizione che il dibattito contemporaneo dovrebbe affrontare.
LA GUERRA PERMANENTE E LA POLITICA DELLA PAURA
Anche un altro elemento di 1984 merita attenzione: l’emergenza permanente.
Nel romanzo la società vive continuamente sotto una minaccia.
La guerra non finisce mai.
Il nemico può cambiare.
La necessità dell’obbedienza rimane.
Naturalmente questo non significa che guerre, pandemie, terrorismo, crisi climatiche o interferenze straniere siano necessariamente inventati. Sarebbe assurdo sostenerlo.
Il punto è un altro.
Ogni emergenza reale può diventare anche uno strumento politico.
Quando una misura eccezionale viene introdotta dobbiamo quindi domandarci:
Quando finirà?
Chi ne controlla l’applicazione?
Quali diritti limita?
Può essere contestata?
Chi decide quando l’emergenza è terminata?
Una società libera non si distingue perché non affronta emergenze.
Si distingue perché non permette all’emergenza di trasformarsi nella condizione permanente del governo.
E POI ARRIVA IL GRANDE CORTOCIRCUITO IDEOLOGICO
Esiste infine un fenomeno particolarmente contraddittorio: settori della sinistra radicale occidentale che, in nome dell’anti-occidentalismo, finiscono talvolta per mostrare indulgenza verso movimenti politici o regimi che condividono pochissimo con i tradizionali valori progressisti.
Qui entra anche il rapporto con l’islamismo politico, che va distinto rigorosamente dall’Islam e dai musulmani.
Marxismo e islamismo sono ideologie profondamente differenti. Uno nasce da una concezione materialistica della storia, l’altro da interpretazioni politiche della religione.
Eppure possono incontrarsi tatticamente quando individuano nello stesso soggetto — capitalismo occidentale, Stati Uniti, Israele o liberalismo — il nemico principale.
Nasce così uno dei paradossi più singolari della politica contemporanea:
persone che si proclamano progressiste possono finire per giustificare o minimizzare movimenti che, su libertà religiosa, libertà d’espressione, condizione femminile, diritti individuali e rapporto tra religione e Stato, sostengono principi incompatibili con gran parte della tradizione progressista occidentale.
Non perché marxismo e islamismo siano la stessa cosa.
Non lo sono.
Ma perché l’ideologia del nemico comune può diventare più forte della coerenza.
SERVIRE IL POTERE CREDENDO DI COMBATTERLO
Ed eccoci al paradosso finale.
Il militante crede di combattere l’élite.
Chiede più controllo.
Crede di combattere la propaganda.
Chiede più censura.
Crede di combattere le multinazionali.
Chiede più centralizzazione.
Crede di proteggere la democrazia.
Accetta che qualcuno stabilisca quali opinioni siano abbastanza pericolose da dover essere limitate.
E alla fine potrebbe contribuire a costruire esattamente gli strumenti che un’élite autoritaria avrebbe bisogno di possedere.
Questa è la grande ironia politica.
Il totalitarismo non deve necessariamente arrivare annunciando:
“Vogliamo togliervi la libertà.”
Può presentarsi promettendo sicurezza.
Uguaglianza.
Protezione.
Giustizia.
Ordine.
Difesa dalla disinformazione.
Difesa dal nemico.
Ogni singolo passo può essere presentato come ragionevole, temporaneo e necessario.
Finché un giorno qualcuno potrebbe scoprire che lo Stato possiede strumenti che nessun governo avrebbe mai dovuto accumulare.
A quel punto non conterà più se a costruirli sia stata la destra o la sinistra.
Conterà soltanto chi avrà le chiavi.
Ed è per questo che 1984 rimane un avvertimento formidabile:
non chiedetevi soltanto se vi fidate di chi esercita oggi un determinato potere. Domandatevi se sareste disposti a consegnare lo stesso potere al vostro peggior avversario politico.
Se la risposta è no, probabilmente quel potere non dovrebbe possederlo nessuno.
Perché 1984 comincia davvero a diventare inquietante non quando compare un Grande Fratello sullo schermo.
Comincia quando una società viene convinta che rinunciare progressivamente alla libertà sia necessario per il suo stesso bene.
1984 NON ERA UN MANUALE
Orwell, il totalitarismo e l’incubo di una società dominata dal Partito
C’è un paradosso quasi grottesco nel vedere oggi persone che si dichiarano nemiche delle élite, del capitalismo e del potere mentre difendono modelli politici che, portati alle loro conseguenze autoritarie, possono consegnare a una ristretta classe dirigente un controllo sulla società enormemente superiore a quello di qualsiasi miliardario.
George Orwell aveva capito perfettamente il pericolo.
1984 non è semplicemente il romanzo della sorveglianza. È una dissezione del totalitarismo, della manipolazione del linguaggio, della cancellazione della memoria, della guerra permanente e soprattutto della trasformazione dell’individuo in materiale amministrato dal potere.
Orwell era un socialista democratico, non un conservatore e certamente non un apologeta del capitalismo. Proprio per questo la sua denuncia è particolarmente significativa: aveva combattuto dalla parte repubblicana nella guerra civile spagnola e aveva osservato direttamente le lotte interne alla sinistra e i metodi dello stalinismo. La Orwell Foundation ricorda esplicitamente che il suo socialismo era legato alla libertà e alla democrazia e che la sua esperienza spagnola contribuì alla sua opposizione al totalitarismo.
IL PARTITO NON VUOLE SOLTANTO GOVERNARTI. VUOLE POSSEDERE LA REALTÀ
Il vero orrore di 1984 non consiste nelle telecamere.
Consiste nel fatto che il Partito pretende di stabilire che cosa sia vero.
Winston Smith lavora al Ministero della Verità e modifica continuamente il passato affinché i documenti coincidano con la versione corrente della propaganda.
Se ieri il Partito sosteneva una cosa e oggi sostiene il contrario, non è il Partito ad aver mentito.
È il passato che deve essere riscritto.
Questa è l’essenza del totalitarismo orwelliano: il potere non si accontenta dell’obbedienza esteriore. Vuole penetrare nella memoria, nelle parole e infine nella coscienza.
Orwell aveva già affrontato direttamente questo problema nel saggio The Prevention of Literature, collegando la libertà intellettuale alla possibilità di riferire ciò che si è visto e sentito senza essere costretti a falsificarlo secondo un’ortodossia politica.
La libertà muore definitivamente quando il cittadino non può più distinguere tra verità e verità ufficiale.
LA NEOLINGUA: SE DISTRUGGI LE PAROLE, RESTRINGI IL PENSIERO
Uno degli strumenti più geniali immaginati da Orwell è la Neolingua.
Non basta proibire alcune idee.
Bisogna rendere progressivamente più difficile persino formularle.
Ridurre il vocabolario significa restringere lo spazio concettuale nel quale può nascere il dissenso.
Ecco perché 1984 continua a essere attuale ben oltre la Guerra fredda.
Ogni volta che un potere politico pretende di stabilire non soltanto quali comportamenti siano leciti, ma quali parole possano essere pronunciate e quali categorie mentali siano moralmente ammesse, la domanda orwelliana ritorna:
chi decide il significato delle parole?
Perché chi controlla il linguaggio possiede uno strumento formidabile per orientare la percezione della realtà.
LA SOCIETÀ DI OCEANIA NON È UGUALE: È FEROCEMENTE GERARCHICA
Ed eccoci alla contraddizione che dovrebbe interessare soprattutto chi continua a identificare automaticamente collettivismo ed uguaglianza.
La società di 1984 è tutt’altro che egualitaria.
È rigidamente stratificata.
In cima troviamo il Partito Interno, una piccolissima élite.
Sotto troviamo il Partito Esterno, al quale appartiene Winston: burocrati sorvegliati, disciplinati e sottoposti continuamente all’ideologia.
Infine ci sono i prolet, la grande maggioranza della popolazione.
Il sistema che proclama il dominio assoluto del collettivo produce quindi una delle società più gerarchiche immaginabili.
Non esiste l’uguaglianza.
Esiste una piramide.
E al vertice della piramide vive chi amministra il potere.
I PROLET: LA MAGGIORANZA CHE NON DEVE CONTARE
I prolet costituiscono circa l’85% della popolazione di Oceania nel romanzo.
Ed è proprio questa maggioranza che il Partito considera politicamente irrilevante finché rimane disorganizzata.
Vive in condizioni degradate, circondata da lavoro, povertà, intrattenimento elementare e piccole preoccupazioni quotidiane.
È una massa enorme ma politicamente impotente.
Ed ecco l’ironia più feroce.
Una retorica apparentemente costruita intorno alle masse produce una società nella quale le masse non governano affatto.
Il potere appartiene all’apparato.
Non al lavoratore.
Non alla famiglia.
Non alla comunità.
Non all’individuo.
Al Partito.
È questo uno dei punti nei quali 1984 diventa una formidabile critica di ogni totalitarismo che pretenda di governare “in nome del popolo” senza consentire al popolo di rimuovere realmente chi governa.
L’ÉLITE PREDICA SACRIFICI CHE NON CONDIVIDE
Orwell introduce un altro dettaglio fondamentale.
O’Brien appartiene al Partito Interno.
Quando Winston entra nel suo appartamento scopre immediatamente un livello di vita diverso da quello riservato alla normale burocrazia.
Privilegi, servitori, beni migliori e una libertà materiale impensabile per chi vive ai livelli inferiori della gerarchia.
Non è un dettaglio ornamentale.
È il cuore politico della questione.
Il potere che predica uguaglianza non necessariamente vive nell’uguaglianza.
È una dinamica che la storia sovietica avrebbe reso tristemente concreta attraverso la nomenklatura: una classe politico-amministrativa che non possedeva necessariamente fabbriche e capitali come una borghesia occidentale, ma disponeva di privilegi derivanti dalla posizione occupata nell’apparato.
L’eliminazione formale del capitalista non aveva eliminato il privilegio.
Aveva creato un’altra strada per raggiungerlo:
la vicinanza al potere.
LA GUERRA PERMANENTE
Poi c’è la guerra.
Oceania è permanentemente in guerra.
Il nemico può cambiare, ma la guerra rimane.
Ed è fondamentale che rimanga.
Perché la guerra permanente permette di giustificare scarsità, disciplina, paura, mobilitazione ideologica e obbedienza.
Il nemico esterno diventa contemporaneamente uno strumento di controllo interno.
La popolazione deve essere continuamente mobilitata contro qualcuno.
Oggi Eurasia.
Domani Estasia.
E se l’alleato di ieri diventa improvvisamente il nemico di oggi, la memoria collettiva deve essere corretta.
Il cittadino ideale non domanda:
«Ma ieri non dicevate il contrario?»
Accetta la nuova verità.
IL VERO OBIETTIVO È IL POTERE
Qui 1984 diventa devastante.
Orwell rifiuta l’idea consolatoria secondo cui ogni dittatura sarebbe semplicemente un sistema animato da buone intenzioni che ha commesso qualche errore.
Nel mondo di Oceania il potere diventa fine a sé stesso.
Non si domina l’uomo per costruire successivamente una società perfetta.
La società viene organizzata per perpetuare il dominio.
È questa intuizione a rendere il romanzo molto più profondo di una semplice satira dell’URSS staliniana.
Il bersaglio è la logica totalitaria stessa:
quando un apparato non possiede più autentici contrappesi, la sua priorità può diventare semplicemente preservare sé stesso.
ORWELL CONTRO LO STALINISMO, NON CONTRO QUALSIASI IDEA SOCIALISTA
Qui bisogna essere storicamente precisi, proprio per non regalare argomenti facili agli avversari.
Dire che Orwell scrisse 1984 come semplice manifesto “contro il comunismo” sarebbe incompleto.
Orwell continuò a definirsi socialista democratico.
Ma fu ferocemente anti-stalinista e anti-totalitario.
Nel celebre saggio Why I Write, spiegò che dal 1936 ciò che aveva scritto seriamente era stato rivolto, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico.
Questa precisazione non indebolisce la critica al marxismo autoritario.
La rende più forte.
Perché dimostra che una delle più potenti denunce letterarie del totalitarismo del Novecento arrivò da un uomo della sinistra che aveva compreso quanto facilmente l’emancipazione proclamata potesse essere divorata dall’apparato che pretendeva di realizzarla.
QUANDO L’IDEOLOGIA DIVENTA PIÙ IMPORTANTE DELL’INDIVIDUO
È qui che arriviamo al problema contemporaneo.
Il pericolo non appartiene esclusivamente al marxismo.
Esiste ogni volta che una dottrina politica o religiosa pretende di possedere una verità definitiva e assegna all’individuo valore soltanto nella misura in cui obbedisce a quella verità.
Per questo marxismo autoritario e islamismo politico, pur essendo ideologie profondamente diverse e storicamente anche antagoniste, possono presentare alcuni meccanismi autoritari comparabili quando assumono forme totalizzanti: subordinazione dell’individuo, demonizzazione del dissenso, primato dell’ideologia e aspirazione a disciplinare ambiti sempre più vasti della vita sociale.
Confondere marxismo e Islam sarebbe però un errore grossolano: l’islamismo politico è un’ideologia politica e non coincide con l’Islam né con i musulmani nel loro insieme.
La critica seria deve colpire l’autoritarismo, non trasformarsi in un attacco indiscriminato contro persone sulla base della loro religione.
I RIVOLUZIONARI CHE FINISCONO PER COSTRUIRE IL PALAZZO DELL’ÉLITE
Ed ecco il paradosso finale.
Ci sono militanti convinti di combattere “il sistema” che finiscono per invocare:
più controllo statale;
più censura delle opinioni considerate pericolose;
più subordinazione dell’individuo alla causa;
più potere concentrato nelle istituzioni che ritengono ideologicamente giuste.
Credono di combattere le élite mentre contribuiscono culturalmente a legittimare gli strumenti che un’élite potrebbe usare contro di loro.
Perché il problema del potere assoluto è precisamente questo:
oggi potrebbe essere nelle mani di qualcuno che approvi.
Domani potrebbe appartenere al tuo peggior nemico.
Le libertà civili non servono principalmente a proteggere le persone quando governa qualcuno che amano.
Servono quando governa qualcuno che odiano.
1984 È UN AVVERTIMENTO, NON UN PROGRAMMA
Il messaggio più potente del romanzo non è che una determinata fazione politica sia sempre malvagia.
È qualcosa di più universale.
Non consegnare mai a nessuno il potere di stabilire contemporaneamente:
che cosa puoi dire, che cosa puoi leggere, che cosa devi ricordare, quale versione del passato è vera, chi è il nemico, che cosa devi pensare e perfino quali parole puoi utilizzare per pensarlo.
Perché quando un potere controlla informazione, economia, coercizione e linguaggio, non ha più bisogno soltanto della tua obbedienza.
Può pretendere la tua mente.
Ed è questa la lezione che rende 1984 ancora oggi terribilmente importante.
I totalitarismi promettono spesso di costruire l’uomo nuovo.
Orwell ci ricorda cosa può accadere quando, per costruirlo, prima devono distruggere l’uomo libero.
FONTI E APPROFONDIMENTI
The Orwell Foundation — George Orwell
https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/
The Orwell Foundation — Why I Write, George Orwell
https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/essays-and-other-works/why-i-write/
The Orwell Foundation — The Prevention of Literature
https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/essays-and-other-works/the-prevention-of-literature/
Encyclopaedia Britannica — Nineteen Eighty-four
https://www.britannica.com/topic/Nineteen-Eighty-four
Encyclopaedia Britannica — George Orwell
https://www.britannica.com/biography/George-Orwell
Library of Congress — Revelations from the Russian Archives
https://www.loc.gov/exhibits/archives/
Treccani — Orwell, George
https://www.treccani.it/enciclopedia/george-orwell/
George Orwell — 1984, catalogo della Library of Congress
https://www.loc.gov/item/49009420/

