Marxismo: promette uguaglianza, concentra il potere — il grande inganno politico del Novecento

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Il marxismo ha costruito gran parte della propria forza propagandistica attorno a un’accusa semplice: il capitalismo produce disuguaglianza.

Il ricco possiede troppo, il povero troppo poco. Il proprietario controlla il capitale, il lavoratore vende il proprio lavoro. Da questa rappresentazione nasce la promessa rivoluzionaria: eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione, spezzare il dominio della borghesia e costruire finalmente una società senza classi.

Una promessa formidabile.

Il problema arriva quando si pone una domanda elementare:

chi prende il controllo di tutto ciò che viene sottratto ai privati?

Perché fabbriche, banche, terre, infrastrutture e mezzi di comunicazione non evaporano quando vengono nazionalizzati.

Cambiano padrone.

Ed è precisamente qui che la promessa marxista rischia di trasformarsi nel suo contrario: nel tentativo di eliminare la concentrazione della ricchezza, si può costruire una concentrazione del potere immensamente più pericolosa.

La storia dell’Unione Sovietica ne offre una dimostrazione brutale. I documenti provenienti dagli archivi sovietici pubblicati dalla Library of Congress descrivono centralizzazione, repressione, controllo dei media, censura e persecuzione del dissenso.

LA GRANDE TRUFFA: NON ABOLIRE IL POTERE, MA CONSEGNARLO AL PARTITO

Il marxismo individua nel possesso dei mezzi di produzione una delle principali fonti del potere capitalistico.

La soluzione proposta consiste nella socializzazione di quei mezzi.

Ma tra lo slogan e la realtà esiste un problema enorme.

Chi rappresenta concretamente la “società”?

Nelle esperienze marxiste-leniniste del Novecento la risposta è stata troppo spesso: lo Stato.

E chi controllava lo Stato?

Il partito.

E chi controllava il partito?

Una struttura gerarchica sempre più ristretta.

La Library of Congress ricorda che Lenin concepiva un partito disciplinato e gerarchicamente organizzato per guidare la classe lavoratrice e che, nel sistema sovietico, il principio leninista subordinava le organizzazioni alle decisioni delle autorità superiori.

Ecco il paradosso.

Si comincia gridando:

«Abbasso i padroni!»

E si rischia di terminare costruendo un padrone infinitamente più potente: l’apparato politico che controlla contemporaneamente economia e coercizione.

IL CAPITALISTA PUÒ ESSERE POTENTE. LO STATO POSSIEDE LE MANETTE

Questo è il punto che una critica puramente economica tende a ignorare.

Un miliardario può possedere aziende, immobili, giornali e capitali enormi.

Può esercitare un’influenza politica sproporzionata. Può finanziare campagne, lobby, fondazioni e mezzi d’informazione.

Ed è precisamente per questo che una democrazia liberale deve possedere antitrust, concorrenza, tribunali indipendenti, norme anticorruzione e istituzioni capaci di impedire la trasformazione della ricchezza privata in dominio politico.

Ma c’è una differenza fondamentale.

Un imprenditore non dispone legalmente della polizia perché qualcuno lo critica.

Non può condannare un oppositore alla prigione.

Non può chiudere per decreto un giornale.

Non può mobilitare l’esercito.

Non può trasformare una critica politica in un reato contro lo Stato.

Un regime autoritario, invece, può farlo.

E quando lo stesso potere controlla anche lavoro, produzione, credito e informazione, il cittadino non ha davanti un semplice avversario economico.

Ha davanti un monopolio del potere.

DA “DITTATURA DEL PROLETARIATO” A DITTATURA SUL PROLETARIATO

La formula non è un’invenzione degli anticomunisti.

La “dittatura del proletariato” appartiene alla tradizione marxista come fase politica di transizione fra capitalismo e comunismo; le interpretazioni di Marx e le successive realizzazioni leniniste non sono però la stessa cosa e non è storicamente corretto attribuire automaticamente a Marx ogni caratteristica dello stalinismo.

Ma è proprio qui che la critica diventa ancora più pesante.

La teoria prometteva che il potere sarebbe appartenuto ai lavoratori.

Nell’esperienza sovietica, invece, si consolidò il monopolio politico del partito e, sotto Stalin, una dittatura personale.

Treccani osserva esplicitamente che la dittatura del proletariato di Marx non coincideva con la dittatura di un singolo partito e che il sistema staliniano arrivò invece al dispotismo personale, con la polizia politica al servizio del vertice.

Quindi il punto non è sostenere la formula semplicistica:

Marx = Stalin.

La questione più seria è un’altra:

perché un progetto nato per abolire il dominio di classe ha potuto produrre una macchina politica tanto concentrata?

Questa è la domanda che dovrebbe mettere in difficoltà qualsiasi apologeta del marxismo autoritario.

L’UGUAGLIANZA PER IL POPOLO, I PRIVILEGI PER LA NOMENKLATURA

C’è poi un’altra ironia storica.

Il marxismo prometteva l’abolizione delle classi.

Il sistema sovietico produsse invece la nomenklatura.

Non necessariamente una classe proprietaria nel senso capitalistico, ma una classe politico-amministrativa privilegiata.

Documenti storici statunitensi descrivevano la nomenklatura come l’élite che occupava posizioni influenti sottoposte all’approvazione delle autorità superiori del partito e che godeva di un tenore di vita e di privilegi superiori rispetto ai cittadini comuni.

Un rapporto pubblicato dal Congresso americano descrive inoltre un sistema nel quale l’appartenenza alla nomenklatura garantiva accesso a beni, servizi e privilegi normalmente fuori dalla portata del cittadino sovietico.

E allora che cosa era successo all’abolizione delle classi?

Il privilegio non era scomparso. Aveva cambiato uniforme.

Non dipendeva più soltanto dal capitale posseduto.

Dipendeva dalla posizione nell’apparato.

La ricchezza privata era stata combattuta in nome dell’uguaglianza, mentre nasceva un sistema nel quale l’accesso alle risorse poteva dipendere dalla vicinanza al potere politico.

QUANDO LO STATO CONTROLLA ANCHE LA VERITÀ

La concentrazione economica è già pericolosa.

La concentrazione economica insieme al monopolio dell’informazione lo è molto di più.

Gli archivi sovietici studiati dalla Library of Congress mostrano fino a che punto il Partito arrivò a controllare stampa, editoria, distribuzione dei libri, giornali e attività culturali.

La censura non interveniva soltanto alla fine.

Il sistema politico condizionava ciò che poteva essere pubblicato e perfino quali opere artistiche fossero considerate compatibili con la costruzione socialista.

Questo è uno dei punti più inquietanti dell’intero esperimento.

Se controlli l’economia, controlli una parte enorme della vita materiale.

Se controlli la polizia, controlli la coercizione.

Se controlli anche l’informazione, puoi tentare di controllare persino la descrizione della realtà.

Il fallimento economico diventa sabotaggio.

Il dissidente diventa nemico.

La critica diventa controrivoluzione.

La propaganda smette di essere semplice comunicazione politica e diventa parte integrante della conservazione del potere.

IL GULAG NON ERA UNA DISPUTA ACCADEMICA

Poi arriva il punto nel quale la teoria incontra la carne e il sangue.

Il sistema sovietico costruì una vasta macchina repressiva fatta di polizia politica, purghe, deportazioni e campi di lavoro.

I documenti pubblicati dalla Library of Congress descrivono come, durante il Grande Terrore staliniano, cittadini innocenti venissero inviati nei campi di lavoro o uccisi e come la repressione contribuisse a portare società e partito alla sottomissione.

Questo non significa che ogni socialista o marxista contemporaneo desideri il Gulag.

Sarebbe una caricatura intellettualmente disonesta.

Significa qualcosa di diverso e più importante:

un’ideologia politica deve essere giudicata anche per i rischi istituzionali creati quando pretende di concentrare nelle stesse strutture il controllo politico ed economico.

Perché le intenzioni dichiarate non sono un sistema di pesi e contrappesi.

IL PROBLEMA CHE IL MARXISMO NON PUÒ RISOLVERE CON UNO SLOGAN

Immaginiamo che domani venga abolita la grande proprietà privata.

Chi gestisce le fabbriche?

Chi distribuisce gli investimenti?

Chi stabilisce le priorità produttive?

Chi controlla le banche?

Chi assegna le risorse?

Chi dirige i mezzi d’informazione pubblici?

Chi controlla chi prende queste decisioni?

E soprattutto:

come può il cittadino togliere pacificamente il potere a chi controlla contemporaneamente politica ed economia?

Dire semplicemente “il popolo” non risolve nulla.

Il popolo è composto da milioni di individui.

Qualcuno deve prendere concretamente le decisioni.

Ed è precisamente in quel passaggio — dal teorico “potere dei lavoratori” al concreto potere dei funzionari che dichiarano di rappresentare i lavoratori — che può nascere una nuova élite.

IL MARXISMO VOLEVA LIBERARE L’UOMO DAL PADRONE. RISCHIAVA DI RENDERLO DIPENDENTE DALLO STATO

Questa è forse la contraddizione più feroce.

Nel capitalismo il lavoratore può essere economicamente debole rispetto al datore di lavoro.

È un problema reale.

Ma una società pluralista può permettergli di cambiare azienda, fondare un’impresa, creare un sindacato indipendente, votare contro il governo, finanziare un’opposizione, aprire un giornale, costituire un’associazione o denunciare pubblicamente chi governa.

Quando invece il principale datore di lavoro, proprietario, regolatore, finanziatore e arbitro politico coincidono nello stesso apparato, uscire dal rapporto di dipendenza diventa enormemente più difficile.

Il capitalismo può produrre monopoli economici.

La risposta liberale dovrebbe essere spezzarli.

Il marxismo-leninismo storico ha invece dimostrato il pericolo di costruire qualcosa di peggiore:

il monopolio politico dell’economia.

NON È UNA DIFESA DEL CAPITALISMO SELVAGGIO

Contestare il marxismo non significa sostenere che qualsiasi capitalismo sia accettabile.

Un capitalismo oligarchico nel quale poche multinazionali catturano governi, comprano influenza politica e soffocano la concorrenza è anch’esso una minaccia alla libertà.

Il punto è precisamente questo:

il nemico della libertà è la concentrazione incontrollata del potere, indipendentemente da chi la eserciti.

Per questo una società libera dovrebbe diffidare contemporaneamente del monopolista privato e del burocrate onnipotente.

Ma esiste una differenza decisiva.

Il liberalismo dispone almeno concettualmente degli strumenti per separare economia e governo, limitare entrambi e creare istituzioni concorrenti.

Un sistema che consegna deliberatamente allo Stato il controllo dei principali mezzi di produzione deve invece affrontare una domanda molto più difficile:

come impedire allo Stato economicamente onnipotente di diventare anche politicamente onnipotente?

LA LEZIONE CHE RESTA

Il marxismo ha avuto una straordinaria capacità di presentarsi come ideologia degli ultimi, degli sfruttati e degli oppressi.

Ma le buone intenzioni non cancellano la storia.

Gli archivi sovietici oggi disponibili documentano repressione, censura, centralizzazione e privilegi dell’apparato. Non sono slogan anticomunisti: sono materiali storici provenienti in larga parte dagli stessi archivi dell’ex sistema sovietico.

Ed è questo il punto sul quale bisognerebbe riportare la discussione.

Il capitalismo può distribuire il denaro in maniera profondamente diseguale.

Il marxismo autoritario ha dimostrato di poter distribuire in maniera ancora più diseguale qualcosa di più pericoloso: il potere.

Il ricco può diventare troppo influente.

Il monopolista può diventare pericoloso.

L’oligarca può corrompere la politica.

Tutto vero.

Ma quando un’unica struttura controlla economia, partito, informazione, polizia e apparato coercitivo, non abbiamo eliminato il padrone.

Gli abbiamo semplicemente consegnato anche le chiavi della prigione.

E questa è la domanda che nessuna promessa di uguaglianza dovrebbe permetterci di dimenticare:

Chi controlla i controllori?

Perché una società veramente libera non si misura soltanto da quanto denaro possiede ciascun individuo.

Si misura da quanto potere può accumulare qualcuno prima che gli altri abbiano gli strumenti per fermarlo.


FONTI E DOCUMENTI

Library of Congress — Revelations from the Russian Archives: Internal Workings of the Soviet System
Documenti sugli apparati sovietici, repressione, censura e controllo politico

Library of Congress — The Soviet Union and the United States
Documentazione sul Partito Comunista sovietico e sulla sua organizzazione

Library of Congress — Revelations from the Russian Archives
Presentazione della raccolta di documenti provenienti dagli archivi sovietici

Library of Congress — Russian Collections
Guida alla collezione Revelations from the Russian Archives

Treccani — Comunismo
Analisi storica del comunismo, dello stalinismo e della trasformazione del sistema sovietico

U.S. Department of State — Office of the Historian
Documento storico sulla struttura sovietica e sulla nomenklatura

Congress.gov — Library of Congress
Documento sul sistema amministrativo sovietico e sui privilegi della nomenklatura

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