Non è la “più grande moschea d’Europa”, ma il progetto di via Bologna è enorme. E soprattutto apre una questione che non può essere liquidata con la solita formula della libertà religiosa: chi finanzia un centro islamico di queste dimensioni e quale influenza accompagnerà quei finanziamenti?
A Torino sta prendendo forma uno dei progetti islamici più importanti della città.
Il progetto riguarda l’area delle ex fonderie Nebiolo, in via Bologna: un complesso destinato a comprendere una grande sala di preghiera, spazi accessori, studentato, palestra e un minareto.
Le cifre circolate sulla stampa parlano di circa 1.300 metri quadrati, una capienza nell’ordine delle 1.000 persone, un minareto di circa 20 metri e soprattutto di un investimento complessivo stimato in circa 17 milioni di euro.
Numeri che meritano attenzione.
Non perché in Italia debba essere messa in discussione la libertà di culto, garantita dalla Costituzione, ma precisamente per il motivo opposto: quando un’organizzazione religiosa realizza un’infrastruttura da milioni di euro con finanziamenti provenienti anche dall’estero, la trasparenza dovrebbe essere assoluta.
La domanda fondamentale: chi mette i 17 milioni?
Questo dovrebbe essere il punto centrale del dibattito.
Non basta sapere chi costruisce materialmente la moschea. Occorre conoscere nel dettaglio chi finanzia l’intera operazione, in quale misura, attraverso quali soggetti giuridici e con quali eventuali vincoli.
Secondo quanto riportato da RaiNews Piemonte, una parte significativa dell’operazione è legata al sostegno economico del re del Marocco Mohammed VI.
Il progetto fa riferimento alla Confederazione Islamica Italiana, realtà storicamente legata alla comunità islamica di origine marocchina.
Ed è proprio qui che dovrebbe iniziare, anziché terminare, il lavoro della politica e dell’informazione.
Se una parte dei finanziamenti proviene dal Marocco, quale percentuale dei 17 milioni arriva effettivamente dall’estero?
Chi copre la parte restante?
Esistono altri finanziatori?
Esistono fondazioni, associazioni o enti stranieri coinvolti?
Chi sosterrà economicamente il centro una volta terminata la costruzione?
Chi sceglierà gli imam?
Chi finanzierà le loro attività?
Quale sarà la governance effettiva della struttura?
Sono domande perfettamente legittime.
Libertà religiosa non significa assenza di controlli
Ogni volta che viene sollevato il problema dei finanziamenti stranieri ai luoghi di culto islamici, una parte della politica tende a trasformare immediatamente la discussione in una questione di libertà religiosa.
È una falsa alternativa.
Si può difendere integralmente il diritto dei musulmani italiani a professare la propria religione e contemporaneamente pretendere la massima trasparenza sui finanziamenti provenienti da governi stranieri.
Le due cose non sono incompatibili.
Anzi.
Un luogo di culto dovrebbe essere innanzitutto espressione della comunità che vive sul territorio. Quando invece entrano in gioco milioni provenienti dall’estero, diventa inevitabile interrogarsi anche sull’influenza culturale, religiosa e politica esercitata dal finanziatore.
Vale per qualsiasi religione e dovrebbe valere ancora di più quando il finanziatore è direttamente o indirettamente collegato a uno Stato straniero.
Il ruolo del Marocco
Il coinvolgimento marocchino è particolarmente interessante perché Rabat conduce da anni una politica religiosa internazionale molto strutturata.
Il Marocco considera infatti la gestione dell’Islam marocchino all’estero anche come uno strumento per mantenere rapporti culturali e istituzionali con la propria diaspora.
Questo non dimostra di per sé l’esistenza di un progetto clandestino o illegale.
Dimostra però qualcosa di molto più semplice: il finanziamento religioso internazionale non è politicamente neutrale.
Gli Stati investono denaro all’estero perché intendono mantenere relazioni, influenza culturale e capacità di interlocuzione.
Per questo sarebbe ragionevole chiedere che ogni euro proveniente dall’estero destinato a un’infrastruttura religiosa di queste dimensioni sia pubblicamente tracciabile.
E la Fratellanza Musulmana?
Su questo punto occorre evitare scorciatoie.
Non risultano, allo stato delle fonti pubblicamente verificabili, elementi sufficienti per affermare come fatto che la moschea torinese sia “costruita dalla Fratellanza Musulmana”.
Fare questa affermazione senza documentazione finirebbe paradossalmente per indebolire le domande più serie.
La questione interessante è un’altra: quali sono esattamente le organizzazioni coinvolte? Quali rapporti nazionali e internazionali hanno? Chi siede nei loro organismi direttivi? Da dove provengono i finanziamenti?
Queste informazioni dovrebbero essere pubbliche e facilmente consultabili.
Se non esistono collegamenti problematici, una completa trasparenza servirebbe innanzitutto agli stessi promotori del progetto.
Torino e il rapporto storico con la sinistra
C’è poi l’aspetto politico.
Bisogna essere precisi: il Piemonte non è oggi una Regione governata dalla sinistra.
Alle elezioni regionali del 2024 Alberto Cirio è stato rieletto presidente con il centrodestra ottenendo oltre il 56% dei voti. Il PD è rimasto all’opposizione.
Ma Torino è un discorso diverso.
Il capoluogo piemontese possiede una lunga storia amministrativa legata alla sinistra e al centrosinistra.
E soprattutto l’attuale sindaco Stefano Lo Russo, in carica dal 2021, proviene dal Partito Democratico.
È quindi sul livello comunale, molto più che su quello regionale, che deve concentrarsi l’analisi politica.
Un progetto attraversato da amministrazioni politicamente diverse
C’è inoltre un particolare che rende la vicenda ancora più interessante.
Il percorso della moschea non nasce interamente con Lo Russo.
Secondo la ricostruzione pubblicata da RaiNews, l’operazione era già partita durante l’amministrazione comunale guidata da Chiara Appendino, esponente del Movimento 5 Stelle.
Successivamente, nel 2022, durante l’amministrazione Lo Russo, è arrivato un importante passaggio urbanistico.
La vicenda attraversa dunque amministrazioni differenti.
Ed è proprio questo che rende troppo semplicistico attribuire l’intera responsabilità a un solo partito.
Ciò non toglie che l’attuale amministrazione debba rispondere politicamente delle decisioni assunte durante il proprio mandato.
La sinistra torinese dovrebbe rispondere nel merito
Il punto politico dovrebbe quindi essere posto in termini molto concreti.
L’amministrazione Lo Russo ritiene sufficiente il livello attuale di trasparenza?
Ha verificato la provenienza completa dei finanziamenti?
Può rendere pubblica la struttura finanziaria dell’operazione?
Può spiegare ai torinesi quale quota dei circa 17 milioni provenga dall’estero?
Può indicare chi sosterrà economicamente la struttura negli anni successivi?
Può garantire che la formazione e la scelta degli imam saranno trasparenti?
Può spiegare quali strumenti esistano per evitare che un grande centro religioso possa diventare strumento di influenza di soggetti esteri?
Queste non sono domande “contro l’Islam”.
Sono domande che una democrazia dovrebbe porre davanti a qualsiasi investimento religioso multimilionario proveniente dall’estero.
Il vero problema è la reciprocità
Esiste poi un tema che in Europa viene affrontato troppo raramente: quello della reciprocità.
L’Europa garantisce una libertà religiosa molto ampia.
Ed è giusto che sia così.
Ma non tutti i Paesi che finanziano attività religiose in Europa garantiscono necessariamente sul proprio territorio lo stesso livello di libertà religiosa, di proselitismo e di costruzione di luoghi di culto alle altre confessioni.
La domanda politica diventa allora inevitabile:
può l’Europa continuare ad accettare senza particolari condizioni finanziamenti religiosi provenienti dall’estero senza pretendere trasparenza e reciprocità?
Non significa vietare moschee.
Significa stabilire regole.
Un investimento da 17 milioni non è una questione privata
Qui sta probabilmente l’errore più grande.
Presentare un’infrastruttura religiosa da circa 17 milioni di euro semplicemente come una normale questione urbanistica significa ignorarne la dimensione sociale.
Una struttura capace di ospitare centinaia o migliaia di fedeli, dotata di studentato, palestra e altri servizi, non rappresenta soltanto un edificio religioso.
Diventa inevitabilmente un centro comunitario, culturale e sociale.
E chi controlla un grande centro comunitario possiede inevitabilmente una capacità di influenza.
Questo non significa che tale influenza sia necessariamente negativa.
Significa però che la cittadinanza ha diritto di sapere chi la finanzia e chi la esercita.
Trasparenza totale, oppure le domande continueranno
La questione della grande moschea di Torino non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima battaglia ideologica tra chi considera qualsiasi domanda “islamofobia” e chi vede automaticamente dietro qualsiasi moschea un’organizzazione estremista.
Entrambe le posizioni impediscono di affrontare il punto centrale.
Servono documenti.
Servono bilanci.
Servono nomi.
Serve la provenienza completa dei finanziamenti.
Serve sapere chi controllerà la struttura.
Serve sapere chi sceglierà e finanzierà gli imam.
Serve conoscere gli eventuali rapporti con governi e organizzazioni straniere.
E soprattutto serve una politica capace di rispondere senza nascondersi dietro gli slogan.
Torino ha scelto di consentire la realizzazione di un centro islamico di dimensioni molto rilevanti.
L’amministrazione comunale guidata da Stefano Lo Russo ha quindi una responsabilità precisa: garantire ai cittadini che dietro ogni euro, ogni incarico e ogni rapporto internazionale ci sia la massima trasparenza.
Perché la libertà religiosa è un diritto.
Ma il diritto dei cittadini di conoscere chi finanzia strutture religiose multimilionarie sul territorio italiano non dovrebbe esserlo di meno.
RaiNews Piemonte – Moschea da 1.000 posti nelle ex fonderie Nebiolo
RaiNews – Il progetto della grande moschea di Torino
Fonte particolarmente importante per dimensioni, investimento, finanziamento marocchino e storia del progetto. Comune di Torino – Consiglio comunale e gruppi politici
Comune di Torino – Gruppi consiliari
Conferma l’attuale composizione della maggioranza e il peso del Partito Democratico, con 17 consiglieri. Comune di Torino – Risultati delle elezioni comunali 2021
Comune di Torino – Elezioni amministrative 2021
Il PD risultò la prima lista collegata a Stefano Lo Russo con il 28,56% al primo turno. Partito Democratico Torino – Elezione di Stefano Lo Russo
PD Torino – Stefano Lo Russo sindaco
Fonte dello stesso PD sull’elezione dell’attuale sindaco di Torino. PD Torino – Stefano Lo Russo già capogruppo PD
PD Torino – Lo Russo capogruppo PD in Comune
Documenta direttamente la lunga appartenenza politica di Lo Russo al PD. Comune di Torino – Risultati e coalizioni del 2021
Comune di Torino – Risultati elettorali e coalizioni
Utile per documentare la composizione della coalizione di centrosinistra che ha sostenuto Lo Russo.


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