Accuse reali contro Infantino, rapporti politici realmente esistenti e un salto logico tutto da dimostrare: così una controversia sulla governance della FIFA viene trasformata nell’ennesima narrazione geopolitica contro Donald Trump
🚨 FIFA, TRUMP E GIORDANIA: QUANDO I FATTI FINISCONO E COMINCIA LA NARRATIVA
La tecnica è sempre la stessa: prendere alcuni fatti reali, metterli uno accanto all’altro e trasformare le coincidenze in una trama politica.
Il principe Ali bin Al Hussein ha realmente accusato la FIFA di “ricatto”, sostenendo che gli sarebbe stato comunicato verbalmente che appoggiare la rielezione di Infantino avrebbe aiutato la federazione giordana.
È un’accusa seria e va investigata.
Ma da qui parte il salto mortale della narrativa.
Thrive Capital → Josh Kushner → fratello di Jared Kushner → genero di Trump → quindi Trump.
Peccato che FIFA abbia persino precisato che Jared Kushner non era un investitore nell’operazione.
E non stavano neppure “vendendo il Mondiale”: il progetto riguardava una partecipazione minoritaria in una struttura commerciale controllata dalla FIFA, mentre governance e competizioni sarebbero rimaste sotto il controllo FIFA.
Poi arriva il capolavoro:
Trump sarebbe rimasto in silenzio perché avrebbe bisogno di re Abdullah e della Giordania contro l’Iran.
Prova? Nessuna.
Che USA e Giordania siano alleati strategici è un fatto.
Che Trump abbia rapporti con Abdullah è un fatto.
Che Infantino abbia rapporti con Trump è un fatto.
Che Josh Kushner sia fratello del genero di Trump è un fatto.
Ma mettere quattro fatti veri in fila non rende vera una quinta affermazione inventata per collegarli.
Se esistono documenti che dimostrano che Trump abbia deciso di non sostenere Infantino per non irritare Abdullah, mostrateli.
Altrimenti si chiama speculazione politica, non informazione.
La vicenda FIFA merita un’inchiesta seria.
Proprio per questo non ha bisogno di essere trasformata nell’ennesimo diagramma:
KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.
I fatti prima della propaganda.
🚨 FIFA, TRUMP E GIORDANIA: QUANDO I FATTI FINISCONO E COMINCIA LA NARRATIVA
La tecnica è sempre la stessa: prendere alcuni fatti reali, metterli uno accanto all’altro e trasformare le coincidenze in una trama politica.
Il principe Ali bin Al Hussein ha realmente accusato la FIFA di “ricatto”, sostenendo che gli sarebbe stato comunicato verbalmente che appoggiare la rielezione di Infantino avrebbe aiutato la federazione giordana.
È un’accusa seria e va investigata.
Ma da qui parte il salto mortale della narrativa.
Thrive Capital → Josh Kushner → fratello di Jared Kushner → genero di Trump → quindi Trump.
Peccato che FIFA abbia persino precisato che Jared Kushner non era un investitore nell’operazione.
E non stavano neppure “vendendo il Mondiale”: il progetto riguardava una partecipazione minoritaria in una struttura commerciale controllata dalla FIFA, mentre governance e competizioni sarebbero rimaste sotto il controllo FIFA.
Poi arriva il capolavoro:
Trump sarebbe rimasto in silenzio perché avrebbe bisogno di re Abdullah e della Giordania contro l’Iran.
Prova? Nessuna.
Che USA e Giordania siano alleati strategici è un fatto.
Che Trump abbia rapporti con Abdullah è un fatto.
Che Infantino abbia rapporti con Trump è un fatto.
Che Josh Kushner sia fratello del genero di Trump è un fatto.
Ma mettere quattro fatti veri in fila non rende vera una quinta affermazione inventata per collegarli.
Se esistono documenti che dimostrano che Trump abbia deciso di non sostenere Infantino per non irritare Abdullah, mostrateli.
Altrimenti si chiama speculazione politica, non informazione.
La vicenda FIFA merita un’inchiesta seria.
Proprio per questo non ha bisogno di essere trasformata nell’ennesimo diagramma:
KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.
I fatti prima della propaganda.
FIFA, Infantino, Trump e Giordania: quando dai fatti si passa alla costruzione della narrativa
Il caso Ali bin Al Hussein è reale. Il resto della storia va dimostrato
C’è un metodo narrativo diventato sempre più frequente nel racconto politico contemporaneo: partire da alcuni fatti autentici, selezionarli accuratamente, collegarli attraverso rapporti personali o familiari e arrivare infine a una conclusione geopolitica che nessuna delle fonti citate dimostra realmente.
La controversia esplosa intorno alla FIFA, a Gianni Infantino e al presidente della federazione calcistica giordana, il principe Ali bin Al Hussein, rappresenta un esempio particolarmente interessante.
Il punto deve essere chiarito immediatamente: le accuse rivolte da Ali bin Al Hussein alla FIFA sono reali, pubbliche e molto gravi.
Non c’è quindi alcuna ragione per nasconderle o minimizzarle.
Ma proprio perché sono accuse gravi bisogna evitare di utilizzarle come trampolino per costruire una storia completamente diversa, nella quale entrano improvvisamente Donald Trump, Joshua Kushner, Jared Kushner, re Abdullah II, l’Iran e la strategia militare americana in Medio Oriente.
Una cosa è raccontare lo scontro interno alla FIFA.
Un’altra è sostenere implicitamente l’esistenza di una catena politica:
Infantino → Kushner → Trump → Giordania → Iran.
Per trasformare questa sequenza in una ricostruzione giornalistica servono prove.
Altrimenti abbiamo una serie di fatti autentici collegati da supposizioni.
Ed è precisamente qui che bisogna separare informazione, interpretazione e propaganda.
1. Partiamo dai fatti: cosa ha realmente accusato Ali bin Al Hussein?
Il 4 agosto 2026 il principe Ali bin Al Hussein, presidente della Jordan Football Association ed ex vicepresidente FIFA, ha lanciato un’accusa pesantissima contro la gestione della FIFA guidata da Gianni Infantino.
Secondo quanto riportato anche da Reuters, Ali ha denunciato una serie di problemi incontrati dalla federazione giordana in occasione della sua prima partecipazione a un Mondiale.
Tra le questioni indicate figurano le difficoltà incontrate da alcuni tifosi giordani nell’ottenere i visti per entrare negli Stati Uniti, problematiche fiscali collegate alla partecipazione al torneo e il mancato pagamento di somme relative alla FIFA Arab Cup.
Il passaggio politicamente più esplosivo arriva però dopo.
Ali sostiene che, durante il Mondiale, gli sarebbe stato comunicato verbalmente che un suo endorsement alla candidatura di Infantino avrebbe contribuito in maniera significativa ad aiutare la federazione giordana.
Da qui la sua conclusione: l’intera situazione, secondo Ali, equivarrebbe a un “blackmail”, cioè a un ricatto.
L’accusa è estremamente seria.
Ma bisogna utilizzare le parole con precisione.
Ali bin Al Hussein ha accusato la FIFA di ricatto.
Non significa che il ricatto sia già stato provato.
Al momento stiamo parlando della denuncia pubblica di una delle figure più importanti del calcio asiatico e internazionale. Una denuncia che merita certamente chiarimenti, verifiche e, se necessario, un’indagine.
Trasformare automaticamente un’accusa in un fatto definitivamente accertato sarebbe però giornalisticamente scorretto.
Il principio dovrebbe valere indipendentemente da chi sia l’accusato.
2. Infantino vuole davvero essere rieletto nel 2027
Su un secondo elemento della vicenda non esistono particolari dubbi.
Gianni Infantino ha annunciato ufficialmente la propria intenzione di candidarsi nuovamente alla presidenza FIFA nel 2027.
Lo ha comunicato durante il 76° Congresso FIFA tenutosi a Vancouver.
Non si tratta quindi di un’indiscrezione giornalistica.
È una candidatura annunciata pubblicamente dallo stesso Infantino.
Anche questo elemento rende naturalmente molto più delicata l’accusa proveniente dalla Giordania.
Se fosse dimostrato che strumenti economici o amministrativi della FIFA sono stati utilizzati per ottenere sostegno elettorale, la questione sarebbe gravissima.
Ma questo deve essere dimostrato.
Ed è importante sottolinearlo perché non occorre inventare complotti geopolitici per considerare seria la vicenda.
La vicenda FIFA è già abbastanza importante da sola.
3. La crisi di Infantino è reale
Sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che le polemiche contro Infantino siano completamente inventate.
Il presidente FIFA attraversa effettivamente una delle fasi politicamente più complicate della propria gestione.
L’accusa proveniente dalla Giordania è arrivata nel mezzo di una controversia molto più ampia riguardante il progetto FIFA Forward Enterprise.
Il progetto aveva provocato fortissime resistenze nel mondo calcistico.
Anche figure interne o vicine alla struttura FIFA hanno manifestato perplessità, mentre il piano ha incontrato l’opposizione di importanti componenti del calcio internazionale.
Quindi il quadro generale è autentico:
Infantino è sotto pressione.
Ma essere sotto pressione non dimostra automaticamente l’esistenza della trama politica che alcuni commentatori stanno cercando di costruire intorno a Trump.
4. Che cos’era realmente FIFA Forward Enterprise?
Qui comincia uno dei primi problemi della narrativa.
Il progetto viene spesso sintetizzato con formule del tipo:
“Infantino voleva vendere quote del Mondiale.”
È una definizione efficace sul piano comunicativo, ma incompleta sul piano societario.
Il progetto prevedeva la creazione di una nuova struttura commerciale, FIFA Forward Enterprise, nella quale investitori privati avrebbero potuto acquisire una partecipazione minoritaria.
Secondo le informazioni pubblicate sulla vicenda, la nuova entità avrebbe concentrato importanti attività commerciali della FIFA, comprese quelle legate alle competizioni.
La valutazione iniziale indicata era nell’ordine dei 20 miliardi di dollari, con l’ipotesi di raccogliere circa 4,2 miliardi attraverso investitori esterni.
La FIFA avrebbe comunque mantenuto una posizione di controllo.
Questo non significa che le critiche fossero infondate.
Al contrario.
La domanda politica e sportiva era enorme:
fino a che punto è opportuno permettere al capitale privato di entrare nella struttura economica che gestisce gli asset commerciali del calcio mondiale?
È un dibattito assolutamente legittimo.
UEFA, AFC e altre componenti del calcio internazionale hanno sollevato obiezioni importanti riguardanti governance, trasparenza, consultazione e struttura dell’operazione.
Ma raccontare tutto semplicemente come la “vendita del Mondiale” rischia di eliminare le distinzioni fondamentali.
Non si stava vendendo la proprietà della Coppa del Mondo come se fosse un normale bene aziendale.
Si discuteva dell’ingresso di investitori privati in una nuova struttura commerciale collegata agli asset FIFA.
È comunque una scelta discutibile.
Ma è una cosa diversa.
5. L’opposizione dell’AFC è vera
Anche l’opposizione proveniente dall’Asian Football Confederation non è un’invenzione.
L’AFC ha espresso fortissime preoccupazioni sul progetto, contestando in particolare il metodo seguito dalla FIFA, la mancanza di consultazione e la trasparenza dell’intera operazione.
È un elemento politicamente molto significativo perché il calcio asiatico rappresenta un blocco importante nell’equilibrio elettorale della FIFA.
Questo può quindi diventare un problema molto serio per Infantino in vista delle elezioni del 2027.
Ma anche qui occorre fermarsi davanti ai fatti.
L’opposizione dell’AFC al progetto FIFA Forward Enterprise non dimostra automaticamente che esista un fronte geopolitico costruito intorno a Trump.
È uno scontro sulla governance del calcio mondiale.
Può certamente avere implicazioni politiche.
Ma le implicazioni vanno dimostrate, non semplicemente immaginate.
6. Arriva Joshua Kushner. E improvvisamente compare Trump
Uno dei potenziali investitori dell’operazione era Thrive, realtà finanziaria guidata da Joshua Kushner.
Ed è qui che il racconto cambia improvvisamente registro.
Joshua Kushner è il fratello di Jared Kushner.
Jared Kushner è il marito di Ivanka Trump.
Ivanka Trump è la figlia di Donald Trump.
Tutto vero.
Ma la domanda decisiva è un’altra:
quale prova dimostra che Donald Trump controllasse, dirigesse o avesse ordinato l’operazione finanziaria?
Essere imparentati con qualcuno non significa rappresentarne automaticamente gli interessi politici.
Se adottassimo questo criterio come standard giornalistico, qualsiasi investimento effettuato da una società guidata da un parente di un politico diventerebbe automaticamente un’operazione politica del governo.
Non funziona così.
Per dimostrare un coinvolgimento di Trump servirebbero elementi molto più concreti:
un incontro documentato sull’operazione;
un’indicazione proveniente dalla Casa Bianca;
un intervento dell’amministrazione;
una comunicazione;
un investimento riconducibile direttamente al presidente;
un’attività di lobbying documentata;
oppure una testimonianza verificabile che dimostri il coordinamento.
Senza elementi di questo genere rimane semplicemente una relazione familiare.
Joshua Kushner non è Donald Trump.
Thrive non è la Casa Bianca.
E soprattutto:
essere fratello del genero del presidente non trasforma automaticamente un fondo d’investimento in uno strumento della politica estera americana.
7. Il rapporto Trump-Infantino esiste
Anche in questo caso è inutile negare l’evidenza.
Donald Trump e Gianni Infantino hanno sviluppato negli anni un rapporto pubblico molto stretto.
Il presidente FIFA ha avuto numerosi rapporti con Trump, particolarmente evidenti nell’ambito dell’organizzazione della Coppa del Mondo 2026 negli Stati Uniti, Canada e Messico.
Questo rapporto può naturalmente essere criticato.
Si può discutere sull’opportunità che il presidente della FIFA mostri una tale vicinanza a un capo di Stato.
Si può discutere della politicizzazione del calcio.
Si può discutere dei rapporti tra FIFA e governi.
Tutto legittimo.
Ma ancora una volta:
un rapporto stretto non dimostra automaticamente una regia politica.
La differenza tra correlazione e causalità dovrebbe essere uno dei principi fondamentali del giornalismo.
8. Poi entra in scena re Abdullah II
La seconda parte della narrazione compie un ulteriore salto.
Il ragionamento diventa sostanzialmente questo:
Trump è vicino a Infantino.
Trump è vicino anche a re Abdullah II.
Ali bin Al Hussein appartiene alla famiglia reale giordana.
La Giordania è strategicamente importante per Washington.
Dunque Trump non potrebbe difendere Infantino perché avrebbe bisogno della Giordania.
Il problema?
Manca il passaggio fondamentale:
la prova.
Che Stati Uniti e Giordania abbiano un rapporto strategico è incontestabile.
Washington e Amman cooperano da decenni sul piano diplomatico, militare, economico e dell’intelligence.
E la cooperazione è continuata e si è ulteriormente manifestata nel 2026.
Il 21 luglio la Casa Bianca ha annunciato un nuovo accordo commerciale con la Giordania.
Il testo dell’accordo parla esplicitamente di cooperazione sulla sicurezza economica, sui controlli alle esportazioni, sulla sicurezza degli investimenti e perfino dell’intenzione americana di facilitare e rafforzare il commercio nel settore della difesa.
Pochi giorni dopo, rappresentanti militari giordani e statunitensi hanno discusso ulteriormente l’approfondimento della cooperazione strategica.
Quindi non c’è alcun bisogno di inventare il rapporto USA-Giordania.
Il rapporto esiste ed è pubblico.
Ma proprio questo indebolisce la necessità di costruire retroscena fantasiosi.
Washington non ha bisogno di nascondere la propria partnership con Amman.
È una partnership dichiarata apertamente.
9. La Giordania e la crisi iraniana
Anche il collegamento con l’Iran contiene una parte autentica.
Nel marzo 2026 re Abdullah II e Donald Trump hanno discusso direttamente dell’escalation regionale.
La Giordania ha condannato gli attacchi iraniani contro il proprio territorio.
Successivamente Amman ha accolto positivamente l’accordo tra Stati Uniti e Iran per interrompere le operazioni militari e avviare negoziati.
A maggio Abdullah ha partecipato anche a una telefonata con Trump e altri leader regionali dedicata proprio alla necessità di mantenere il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Sono fatti.
La Giordania rappresenta effettivamente un attore strategico importante nella sicurezza mediorientale.
Ma da questo non discende automaticamente che Trump abbia deciso di non intervenire pubblicamente nella crisi FIFA per non compromettere i rapporti con Abdullah.
Questa è un’ipotesi.
E un’ipotesi deve essere presentata come tale.
10. Attenzione anche alla storia delle “basi americane in Giordania”
C’è inoltre un dettaglio particolarmente interessante.
La narrativa sostiene che la Giordania avrebbe assunto un ruolo centrale nella guerra contro l’Iran “grazie alle sue basi militari”.
Ma il 17 luglio 2026 il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi ha pubblicamente respinto proprio la formulazione secondo cui il paese ospiterebbe “basi militari americane”.
Safadi ha precisato che sul territorio giordano sono presenti forze statunitensi nell’ambito di un accordo bilaterale di cooperazione militare, ma ha contestato la definizione di “basi USA”.
Si può naturalmente discutere della distinzione politica o semantica.
Resta però un dato interessante: persino la premessa utilizzata per costruire la teoria viene presentata in termini più categorici di quelli adottati ufficialmente dalla stessa Giordania.
Questo è precisamente il tipo di dettaglio che dovrebbe spingere alla prudenza.
11. “Trump è rimasto in silenzio”: il grande argomento costruito sul nulla
Arriviamo così alla parte più debole dell’intera costruzione.
Trump sarebbe rimasto in silenzio.
E questo silenzio diventerebbe una prova politica.
Ma il silenzio non dimostra praticamente nulla.
Un presidente degli Stati Uniti può non commentare una controversia FIFA per decine di ragioni.
Potrebbe non considerarla sufficientemente importante.
Potrebbe non voler intervenire in una controversia interna alla FIFA.
Potrebbe aspettare ulteriori informazioni.
Potrebbe non essere stato interrogato pubblicamente sulla questione.
Potrebbe decidere di commentarla successivamente.
Oppure potrebbe effettivamente avere considerazioni diplomatiche.
Tutte queste possibilità esistono.
Ma senza una fonte interna alla Casa Bianca, una dichiarazione di Trump o un documento che dimostri la motivazione, non sappiamo perché non abbia commentato.
Trasformare l’assenza di una dichiarazione in una prova è uno dei meccanismi più pericolosi della narrativa politica.
Perché produce una teoria impossibile da falsificare.
Se Trump parla, significa qualcosa.
Se Trump non parla, significa comunque qualcosa.
Qualunque comportamento diventa conferma della teoria.
Questo non è un metodo di verifica.
È un metodo narrativo.
12. La tecnica: fatti veri, collegamenti arbitrari
Ed eccoci al cuore del problema.
Osserviamo la sequenza.
Fatto 1: Ali bin Al Hussein accusa la FIFA di ricatto.
Vero.
Fatto 2: Infantino vuole essere rieletto nel 2027.
Vero.
Fatto 3: FIFA ha progettato l’ingresso di capitali privati in FIFA Forward Enterprise.
Vero.
Fatto 4: Joshua Kushner era collegato a uno dei potenziali investitori.
Vero.
Fatto 5: Joshua Kushner è fratello di Jared Kushner.
Vero.
Fatto 6: Jared Kushner è genero di Trump.
Vero.
Fatto 7: Infantino ha rapporti stretti con Trump.
Vero.
Fatto 8: Trump ha rapporti con re Abdullah II.
Vero.
Fatto 9: USA e Giordania sono partner strategici.
Vero.
Fatto 10: la Giordania ha avuto un ruolo importante nella crisi regionale con l’Iran.
Vero.
Poi arriva la conclusione:
Trump non difende Infantino perché ha bisogno della Giordania contro l’Iran.
Ed è proprio questa la parte che deve essere dimostrata.
Dieci fatti autentici non dimostrano automaticamente l’undicesimo.
È possibile costruire praticamente qualsiasi teoria politica utilizzando questo sistema.
13. Il classico errore della “colpa per associazione”
Il meccanismo utilizzato ricorda una delle tecniche retoriche più antiche della propaganda politica: la colpa per associazione.
A conosce B.
B conosce C.
C è parente di D.
D ha rapporti con E.
Quindi A agisce nell’interesse di E.
Il problema è evidente.
Le élite politiche, finanziarie, sportive e diplomatiche mondiali sono inevitabilmente interconnesse.
Presidenti, imprenditori, fondi d’investimento, federazioni sportive e famiglie politicamente influenti si incontrano continuamente.
La semplice esistenza di una relazione non dimostra la natura della relazione.
Servono documenti.
Servono decisioni.
Servono flussi finanziari.
Servono comunicazioni.
Servono testimonianze.
Servono elementi verificabili.
Altrimenti si passa dal giornalismo alla costruzione narrativa.
14. Criticare Infantino non significa dover inventare Trump
Questo è forse il paradosso maggiore.
Esistono già moltissime ragioni per discutere criticamente della gestione Infantino.
La governance FIFA.
Il progetto FIFA Forward Enterprise.
L’ingresso dei capitali privati.
La trasparenza.
Il rapporto con le federazioni.
La concentrazione del potere.
Le accuse provenienti dalla Giordania.
Le tensioni con UEFA e AFC.
Il processo elettorale del 2027.
Sono tutte questioni enormi.
Perché allora trasformarle necessariamente in una storia su Trump?
Perché inserire il presidente americano attraverso il fratello del genero?
È qui che emerge il filtro ideologico.
Un fatto diventa interessante soltanto se può essere inserito nella narrativa politica desiderata.
E così una crisi della governance FIFA diventa:
Kushner.
Poi Trump.
Poi Abdullah.
Poi Iran.
Il calcio scompare quasi completamente.
15. Trump e la Giordania: alleanza reale, non misteriosa
La cosa più curiosa è che non serve alcuna teoria per dimostrare quanto siano importanti i rapporti tra Washington e Amman.
Sono pubblici.
Nel luglio 2026 gli Stati Uniti e la Giordania hanno ulteriormente rafforzato la propria cooperazione economica e strategica.
I vertici militari dei due paesi continuano a incontrarsi.
La Giordania partecipa alla stabilizzazione regionale.
Trump e Abdullah comunicano direttamente.
Tutto questo è documentato.
Ma proprio perché il rapporto è così evidente, utilizzarlo come spiegazione automatica di qualsiasi comportamento di Trump è metodologicamente scorretto.
Gli Stati Uniti intrattengono contemporaneamente rapporti strategici con decine di paesi.
Non significa che ogni dichiarazione o mancata dichiarazione del presidente americano possa essere spiegata attraverso uno di questi rapporti.
16. La posizione giordana sull’Iran è inoltre più complessa
C’è un’altra semplificazione da evitare.
Descrivere semplicemente la Giordania come uno strumento americano “contro l’Iran” non restituisce completamente la posizione diplomatica di Amman.
La Giordania ha condannato gli attacchi iraniani contro il proprio territorio e mantiene una strettissima cooperazione con Washington.
Ma contemporaneamente ha sostenuto la cessazione delle ostilità tra Stati Uniti e Iran e la ripresa della diplomazia.
Il 15 giugno il ministero degli Esteri giordano ha accolto positivamente l’accordo USA-Iran per interrompere le operazioni militari e avviare negoziati per un’intesa permanente.
Il 17 luglio Safadi ha ribadito la necessità di rispettare il cessate il fuoco e perseguire una soluzione diplomatica.
Quindi ridurre la posizione giordana a:
“Trump ha bisogno della Giordania per fare la guerra all’Iran”
è quantomeno semplicistico.
Amman cerca prima di tutto di proteggere la propria sicurezza e stabilità in una regione estremamente instabile.
17. Una cosa sono le accuse contro Infantino. Un’altra è la geopolitica immaginata
È quindi possibile sostenere contemporaneamente due cose.
La prima:
le accuse di Ali bin Al Hussein sono gravissime e meritano risposte immediate dalla FIFA.
La seconda:
non esistono, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, prove sufficienti per sostenere che il comportamento di Trump nella vicenda dipenda dalla necessità di scegliere tra Infantino e re Abdullah in funzione della strategia contro l’Iran.
Le due affermazioni non sono in contraddizione.
Anzi.
Questa distinzione è precisamente ciò che dovrebbe separare l’analisi dalla propaganda.
18. Il vero scandalo FIFA non ha bisogno di essere trasformato in propaganda politica
Se la FIFA ha effettivamente condizionato l’assistenza a una federazione nazionale al sostegno elettorale verso Infantino, sarebbe uno scandalo enorme.
Se l’accusa fosse provata, sarebbe perfettamente legittimo chiedere conseguenze politiche e istituzionali.
Allo stesso modo è perfettamente legittimo contestare il progetto di apertura del business FIFA agli investitori privati.
Ed è legittimo interrogarsi sui rapporti tra sport, politica e finanza.
Ma una cosa è indagare questi rapporti.
Un’altra è sostituire le prove con una catena di associazioni.
Conclusione: il problema non sono i fatti, ma il filo invisibile che viene aggiunto tra i fatti
Il caso FIFA-Giordania mostra perfettamente come funziona una certa costruzione propagandistica.
Non è necessario inventare ogni elemento.
Anzi, la propaganda più efficace utilizza spesso fatti autentici.
Il trucco consiste nel modo in cui vengono collegati.
Ali accusa Infantino?
Vero.
Infantino vuole essere rieletto?
Vero.
Thrive è collegata a Joshua Kushner?
Vero.
Joshua è fratello di Jared?
Vero.
Jared è genero di Trump?
Vero.
Trump conosce Infantino?
Vero.
Trump parla con Abdullah?
Vero.
La Giordania coopera militarmente con Washington?
Vero.
La Giordania è stata coinvolta nella crisi iraniana?
Vero.
Ma da tutto questo non discende automaticamente:
Trump sta abbandonando Infantino perché ha bisogno di Abdullah contro l’Iran.
Quella è la tesi che deve essere provata.
E fino a quando non vengono prodotti documenti, testimonianze, comunicazioni o dichiarazioni capaci di stabilire quel nesso causale, deve essere presentata per quello che è:
un’interpretazione politica, non un fatto accertato.
La vicenda Infantino merita di essere investigata fino in fondo.
La FIFA deve rispondere alle accuse giordane.
Il progetto FIFA Forward Enterprise merita un dibattito serio sulla privatizzazione e sulla governance del calcio.
Ma proprio perché le questioni sono serie non c’è alcun bisogno di costruire l’ennesimo diagramma nel quale qualsiasi vicenda mondiale deve necessariamente terminare nello stesso punto:
KUSHNER → TRUMP → GIORDANIA → IRAN.
Il giornalismo dovrebbe procedere nella direzione opposta.
Prima i documenti.
Poi i collegamenti.
Infine le conclusioni.
Non il contrario.
FONTI E LINK
Reuters – Jordan FA chief accuses FIFA’s Infantino of “blackmail” over endorsement
https://www.reuters.com/sports/soccer/jordan-fa-chief-accuses-fifas-infantino-blackmail-over-endorsement-2026-08-04/
FIFA – Gianni Infantino announces candidacy for re-election in 2027
https://inside.fifa.com/organisation/president/news/gianni-infantino-president-reelection-2027-congress-vancouver
ANSA – Infantino ufficializza la candidatura alla presidenza FIFA nel 2027
https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2026/04/30/calcio-infantino-ufficializza-che-si-ricandidera-alla-presidenza-fifa_817ca266-a4b7-4345-bd13-c94edded8dcf.html
Financial Times – The week that shook football
https://www.ft.com/content/0b7081c3-2654-471c-b1b9-87c6f6369fb0
The Guardian – AFC attacks FIFA over the World Cup commercial plan
https://www.theguardian.com/football/2026/jul/30/fifa-uefa-world-cup-infantino
Capital Brief – FIFA plans minority stake in $20bn commercial entity
https://www.capitalbrief.com/briefing/fifa-plans-to-sell-minority-stake-in-usd20b-entity-uefa-cries-foul-e25ab568-9c89-43ad-9f01-ebf6dbcf8600/
Jordan News Agency – Trump and King Abdullah discuss regional developments and Iran
https://petra.gov.jo/en/news/king-in-call-with-us-president-discusses-regional-developments
Jordan News Agency – King Abdullah participates in call with Trump and regional leaders on US-Iran ceasefire
https://petra.gov.jo/en/news/king-participates-in-joint-call-with-president-trump-world-leaders
Jordan News Agency – Jordan welcomes US-Iran agreement and negotiations
https://www.petra.gov.jo/en/news/jordan-welcomes-us-iran-agreement-to-halt-military-operations-launch-negotiations
Jordan News Agency – Jordan-US defense cooperation
https://www.petra.gov.jo/en/news/jordan-us-discuss-defense-cooperation-regional-security-in-washington
Jordan News Agency – Jordanian foreign minister calls for maintaining US-Iran ceasefire
https://petra.gov.jo/wp-contart/x/index.php/en/news/fm-calls-for-upholding-us-iran-ceasefire
The White House – Agreement Between the United States and Jordan on Reciprocal Trade
https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/2026/07/agreement-between-the-united-states-of-america-and-the-hashemite-kingdom-of-jordan-on-reciprocal-trade/
The White House – President Trump Announces Trade Deal with Jordan
https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2026/07/fact-sheet-president-donald-j-trump-announces-trade-deal-with-jordan/

