Le scelte di Bruxelles, la crisi dei confini e il piano d’azione dell’Italia
Versione aggiornata – Agosto 2026
Per oltre un decennio il dibattito sull’immigrazione europea è stato presentato come uno scontro quasi morale: da una parte l’“accoglienza”, dall’altra la “chiusura”; da una parte la solidarietà, dall’altra l’egoismo nazionale.
Questa rappresentazione ha però nascosto la questione essenziale: chi controlla realmente le frontiere europee e chi decide chi può entrare, restare o essere rimpatriato?
Per rispondere non servono slogan. Occorre leggere i documenti prodotti dalle istituzioni europee dal 2015 in poi.
È proprio da quei testi che emerge la progressiva costruzione di un sistema nel quale la gestione dell’immigrazione è stata sottratta in misura crescente alla dimensione esclusivamente nazionale e inserita dentro procedure, obblighi, meccanismi di solidarietà, norme sull’asilo, vincoli giudiziari e competenze europee.
Ma nel 2026 il quadro presenta una differenza sostanziale rispetto a quello di dieci anni prima.
L’Europa sta cambiando.
E una parte delle politiche che fino a pochi anni fa venivano considerate incompatibili con il modello europeo — procedure di frontiera accelerate, accordi con Paesi terzi, centri esterni, rimpatri più rapidi e perfino veri e propri return hubs fuori dall’Unione Europea — è ormai entrata nel dibattito istituzionale europeo.
Non significa che il problema sia risolto.
Significa però che la battaglia politica sui confini è entrata in una fase completamente nuova.
PARTE I
Come Bruxelles ha costruito il sistema
1. L’Agenda Europea sulla Migrazione del 2015
Il punto di partenza fondamentale è la European Agenda on Migration – COM(2015) 240, presentata dalla Commissione europea il 13 maggio 2015 durante la presidenza di Jean-Claude Juncker.
Il documento nasce nel pieno della grande crisi migratoria mediterranea.
L’obiettivo dichiarato era costruire una politica comune capace contemporaneamente di salvare vite, combattere i trafficanti, distribuire la pressione migratoria tra gli Stati membri, rafforzare la cooperazione con i Paesi terzi e organizzare meglio l’immigrazione legale.
Ma dietro questa impostazione nasceva anche un cambiamento politico fondamentale.
La frontiera smetteva progressivamente di essere soltanto nazionale
L’Agenda proponeva infatti meccanismi europei di ricollocazione e reinsediamento.
La logica era semplice: gli Stati collocati alle frontiere esterne — Italia e Grecia soprattutto — non avrebbero dovuto sopportare da soli l’intera pressione migratoria.
Il principio poteva apparire ragionevole.
Ma introduceva una conseguenza politica enorme: la gestione delle persone entrate irregolarmente diventava sempre più una questione europea anziché esclusivamente nazionale.
L’Agenda parlava inoltre esplicitamente della necessità di creare nuovi canali di migrazione legale e di sviluppare una politica comune sull’asilo.
È qui che si consolida uno dei principi destinati a dominare il decennio successivo:
il migrante che raggiunge il territorio europeo entra innanzitutto in un sistema amministrativo e giudiziario destinato a verificare il suo eventuale diritto alla protezione.
Il problema emerge quando la capacità di decidere chi può restare è molto superiore alla capacità concreta di allontanare chi non ne ha diritto.
Ed è precisamente questo squilibrio che negli anni successivi diventerà uno dei punti deboli dell’intero sistema europeo.
2. Il nodo delle ONG e il Mediterraneo
Un secondo passaggio fondamentale arriva nel settembre 2020.
La Commissione adotta la Raccomandazione (UE) 2020/1365 del 23 settembre 2020, relativa alla cooperazione tra gli Stati membri per le operazioni svolte da navi possedute o gestite da soggetti privati impegnati nelle attività di ricerca e soccorso.
Il documento parte da un principio giuridicamente indiscutibile: salvare persone in pericolo in mare è un obbligo previsto dal diritto internazionale.
Ma la questione politica riguarda ciò che accade intorno a questo principio.
Nel Mediterraneo centrale si era infatti sviluppata una presenza crescente di organizzazioni private impegnate nelle operazioni SAR.
La Commissione riconosce esplicitamente l’esistenza di queste operazioni e invita gli Stati a sviluppare un quadro di cooperazione.
Parallelamente, Bruxelles interviene sul tema della criminalizzazione dell’assistenza umanitaria.
Il risultato politico è evidente: le ONG diventano progressivamente un attore strutturale della gestione migratoria mediterranea.
Il problema del “pull factor”
Qui occorre distinguere i fatti dalle interpretazioni.
Affermare che qualsiasi operazione SAR produca automaticamente immigrazione clandestina sarebbe semplicistico.
Ma è altrettanto semplicistico sostenere che la presenza prevedibile di mezzi di soccorso lungo determinate rotte non possa influenzare le strategie dei trafficanti.
La vera domanda dovrebbe quindi essere:
il sistema europeo ha costruito incentivi involontari capaci di modificare il comportamento delle reti criminali?
È una questione che non può essere liquidata attraverso l’accusa morale contro chiunque la sollevi.
Perché quando i trafficanti sanno che esiste una probabilità significativa che un’imbarcazione venga intercettata o soccorsa durante la traversata, possono adattare mezzi, rotte e modalità operative.
Il confine tra soccorso umanitario e gestione strategica delle frontiere diventa quindi uno dei nodi centrali dell’intero problema.
3. Il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo
Il terzo grande passaggio arriva il 23 settembre 2020 con COM(2020) 609, il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo.
La Commissione lo presenta come un sistema complessivo destinato a rendere la politica migratoria europea più sostenibile e resistente alle crisi.
La filosofia rimane quella della gestione condivisa.
Ma il sistema evolve.
Frontiere, screening, procedure d’asilo, solidarietà tra Stati, rimpatri e rapporti con i Paesi terzi diventano componenti dello stesso meccanismo.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione fondamentale dell’Europa degli ultimi dieci anni.
L’Europa è stata molto più efficiente nell’organizzare l’asilo che nell’eseguire i rimpatri
Uno Stato può respingere una domanda di protezione.
Ma ciò non significa automaticamente che la persona venga effettivamente rimpatriata.
Servono documenti.
Serve identificare la nazionalità.
Serve la collaborazione del Paese d’origine.
Servono accordi di riammissione.
Servono voli.
Servono strutture di trattenimento.
E soprattutto serve che il sistema giuridico consenta di trattenere la persona per il tempo necessario.
È qui che nasce il gigantesco collo di bottiglia europeo.
Il vero fallimento non è soltanto l’ingresso irregolare. È l’incapacità di trasformare un decreto di espulsione in un’espulsione reale.
PARTE II
La risposta italiana: dalla denuncia alla strategia
Negli ultimi anni l’Italia ha progressivamente modificato il proprio approccio.
La strategia può essere riassunta in quattro grandi direttrici.
1. Fermare le partenze prima che diventino sbarchi
È il principio più importante.
Una volta che una persona entra nel territorio europeo, entrano infatti in funzione una quantità enorme di garanzie, procedure e possibilità di ricorso.
La strategia più efficace consiste quindi nell’agire prima della traversata.
Da qui nasce la centralità degli accordi con Tunisia, Libia e altri Paesi africani.
La politica migratoria si fonde con quella economica, energetica e diplomatica.
2. Il Piano Mattei
Il Piano Mattei rappresenta il tentativo italiano di trasformare questa logica in una strategia strutturale.
Non semplicemente:
“vi paghiamo perché fermiate i migranti”.
Ma:
investimenti, energia, infrastrutture, formazione e cooperazione in cambio di stabilità e collaborazione.
È una differenza fondamentale.
Perché nessuna politica migratoria europea può funzionare se i Paesi di origine e transito non collaborano.
L’Europa può costruire muri, approvare regolamenti e finanziare Frontex.
Ma se uno Stato africano rifiuta di riconoscere un proprio cittadino, il rimpatrio diventa estremamente complicato.
La diplomazia migratoria diventa quindi inevitabilmente diplomazia economica.
3. Il laboratorio Albania
È probabilmente l’esperimento politicamente più importante promosso dall’Italia.
Il Protocollo Italia-Albania del novembre 2023 ha portato alla realizzazione delle strutture di Shëngjin e Gjadër.
Il progetto originario puntava a trasferire in Albania determinate categorie di migranti soccorsi in mare per svolgere procedure accelerate.
Il sistema ha incontrato fortissimi ostacoli giudiziari.
Le decisioni dei tribunali italiani e il confronto con il diritto europeo hanno impedito al modello di funzionare inizialmente nelle dimensioni previste.
Successivamente il centro di Gjadër è stato utilizzato anche come CPR per persone già destinatarie di provvedimenti di rimpatrio.
Ad agosto 2026 il bilancio resta quindi controverso: l’infrastruttura esiste ed è operativa, ma il numero di persone effettivamente ospitate è rimasto molto inferiore alle capacità originariamente prospettate e continuano a esistere questioni giudiziarie e operative.
Liquidarlo semplicemente come un successo definitivo sarebbe quindi prematuro.
Ma liquidarlo come un esperimento politicamente irrilevante sarebbe altrettanto sbagliato.
Per una ragione molto semplice.
Bruxelles si sta muovendo nella stessa direzione
Nel giugno 2026 Consiglio dell’UE e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sulle nuove norme europee sui rimpatri.
E nel testo compare una svolta enorme:
la possibilità di istituire return hubs in Paesi terzi.
Ovviamente questi accordi dovranno rispettare il diritto internazionale, i diritti fondamentali e il principio di non-refoulement.
Ma politicamente il cambiamento rimane impressionante.
Ciò che pochi anni prima sembrava quasi inconcepibile è ormai entrato ufficialmente nell’architettura europea.
PARTE III
Il cambio di paradigma europeo
Ed è proprio questo il punto che rende insufficiente raccontare ancora l’Unione Europea del 2026 come se fosse quella del 2015.
L’Europa non ha abbandonato il diritto d’asilo.
Non ha cancellato la protezione internazionale.
Non ha restituito agli Stati una sovranità assoluta sulle frontiere.
Ma il linguaggio politico è cambiato.
Oggi Bruxelles parla apertamente di:
rimpatri più rapidi;
obbligo di collaborazione per chi non ha diritto di soggiorno;
conseguenze per chi ostacola il rimpatrio;
accordi con Paesi terzi;
procedure di frontiera;
return hubs fuori dall’Unione.
È un cambiamento che sarebbe stato politicamente molto più difficile immaginare nel 2015.
PARTE IV
I quattro pilastri per l’Italia
Primo pilastro: controllo effettivo delle frontiere
Il controllo delle frontiere non può significare ignorare gli obblighi internazionali di soccorso.
Significa invece impedire che il soccorso diventi automaticamente uno strumento di ingresso permanente.
Lo Stato deve poter controllare le proprie acque territoriali, contrastare i trafficanti, disciplinare l’attività delle navi private e intervenire contro comportamenti incompatibili con la sicurezza della navigazione e con le norme nazionali e internazionali.
La Guardia Costiera e la Marina devono essere parte di una strategia complessiva che integri sicurezza, intelligence, diplomazia e cooperazione internazionale.
Secondo pilastro: esternalizzare il più possibile le procedure
Il principio strategico è elementare:
chi non ha ancora acquisito il diritto di entrare dovrebbe, dove il diritto europeo e internazionale lo consente, essere valutato prima dell’ingresso stabile nel territorio dell’Unione.
Il modello Albania rappresenta soltanto una possibile applicazione.
Il vero obiettivo è più ampio: creare una rete europea di strutture esterne, accordi con Paesi terzi sicuri e centri di rimpatrio capaci di spezzare l’automatismo:
partenza → traversata → ingresso → permanenza.
Terzo pilastro: trasformare l’espulsione amministrativa in rimpatrio reale
Questo è probabilmente il punto decisivo.
Un decreto di espulsione che non viene eseguito vale poco.
Servono quindi:
CPR sufficienti;
identificazione rapida;
accordi consolari;
voli charter;
cooperazione Frontex;
pressione diplomatica sui Paesi che rifiutano le riammissioni;
incentivi economici per chi collabora;
conseguenze diplomatiche per chi sistematicamente non collabora.
La politica dei rimpatri deve diventare parte integrante della politica estera.
Quarto pilastro: usare il peso italiano in Europa
L’Italia non può semplicemente “mettere il veto” su qualsiasi politica migratoria europea.
Questa è una semplificazione giuridicamente sbagliata.
Nelle politiche europee di asilo e immigrazione disciplinate dagli articoli 78 e 79 TFUE opera normalmente la procedura legislativa ordinaria e quindi il voto a maggioranza qualificata in Consiglio.
Il vero strumento italiano è un altro:
costruire minoranze di blocco e maggioranze alternative.
Roma deve quindi creare alleanze permanenti con gli Stati che condividono l’esigenza di rafforzare frontiere, rimpatri e cooperazione esterna.
È questa la vera partita europea.
PARTE V
Si può portare Bruxelles davanti ai giudici?
In teoria sì.
In pratica è molto più difficile di quanto suggerisca la retorica politica.
L’articolo 263 TFUE permette, in determinate condizioni, di chiedere l’annullamento di atti europei.
L’articolo 265 riguarda l’eventuale carenza delle istituzioni.
L’articolo 340 disciplina la responsabilità extracontrattuale dell’Unione.
Ma sostenere politicamente che una determinata politica europea abbia prodotto conseguenze negative è una cosa.
Dimostrare davanti a un tribunale un illecito europeo, un danno quantificabile e soprattutto un preciso nesso causale è tutt’altra cosa.
Una grande causa risarcitoria contro Bruxelles avrebbe quindi ostacoli enormi.
La battaglia probabilmente più efficace rimane quella politica.
PARTE VI
Parlamento europeo: aprire i dossier
L’articolo 226 TFUE consente al Parlamento europeo di costituire commissioni temporanee d’inchiesta.
L’articolo 227 riconosce invece ai cittadini dell’Unione il diritto di petizione.
Questi strumenti possono essere utilizzati per chiedere trasparenza su:
finanziamenti;
gestione delle frontiere;
accordi internazionali;
efficienza dei rimpatri;
costi dell’accoglienza;
attività delle organizzazioni private;
responsabilità delle istituzioni europee.
Non producono automaticamente condanne giudiziarie.
Ma possono produrre qualcosa di politicamente altrettanto importante:
documenti, audizioni, responsabilità e trasparenza pubblica.
PARTE VII
Quanto è avanzata realmente l’Italia?
Qui bisogna evitare numeri arbitrari.
Attribuire un “35-45%” di realizzazione alla strategia italiana può essere utile come valutazione politica, ma non esiste un indicatore istituzionale capace di misurare scientificamente questa percentuale.
Meglio quindi osservare separatamente i risultati.
Sul fronte degli sbarchi esistono dati aggiornati pubblicati dal Ministero dell’Interno attraverso il proprio cruscotto statistico.
Sul fronte dei rimpatri il governo ha rafforzato l’azione amministrativa e diplomatica.
Sul fronte dell’esternalizzazione esiste l’esperimento albanese, ma con capacità effettiva ancora limitata rispetto agli obiettivi originari.
Sul fronte europeo, invece, il cambiamento è forse ancora più importante: nel 2026 l’idea dei centri di rimpatrio nei Paesi terzi è entrata formalmente nel negoziato legislativo europeo.
Pertanto possiamo parlare di strategia avviata ma incompleta, non di missione compiuta.
Il vero ostacolo: la capacità di rimpatrio
Questo resta il problema centrale.
L’Europa può ridurre gli sbarchi del 20, 30 o 50%.
Può aumentare Frontex.
Può creare procedure accelerate.
Può finanziare Tunisia, Egitto o altri Paesi.
Ma fino a quando una persona priva del diritto di soggiorno avrà buone probabilità di restare comunque nell’Unione, il sistema conserverà un incentivo strutturale all’immigrazione irregolare.
La credibilità di una frontiera dipende infatti da una regola semplicissima:
chi ha diritto entra.
Chi non ha diritto torna indietro.
Se la seconda parte della regola non viene applicata, la prima perde progressivamente significato.
CONCLUSIONI
Dall’Europa dell’accoglienza all’Europa dei confini?
Il decennio iniziato nel 2015 ha mostrato tutti i limiti della politica migratoria europea.
L’Agenda europea sulla migrazione ha rafforzato la dimensione comunitaria della gestione dei flussi.
Le politiche SAR hanno cercato di conciliare il dovere di salvare vite con un Mediterraneo trasformato nella principale frontiera migratoria europea.
Il Nuovo Patto ha cercato di costruire una macchina comune capace di tenere insieme asilo, solidarietà, frontiere e rimpatri.
Ma il problema fondamentale è rimasto irrisolto:
l’Europa ha costruito un sistema estremamente complesso per stabilire chi può restare senza costruire, con la stessa efficacia, un sistema capace di far partire chi deve andarsene.
Oggi qualcosa sta cambiando.
L’Italia ha puntato sugli accordi con i Paesi di origine e transito.
Ha promosso il Piano Mattei.
Ha sperimentato l’esternalizzazione attraverso l’Albania.
Ha rafforzato il dibattito sui rimpatri.
E soprattutto ha contribuito a portare al centro del confronto europeo un principio che fino a pochi anni fa sembrava quasi impronunciabile:
l’immigrazione irregolare non deve essere semplicemente amministrata dopo l’arrivo. Deve essere prevenuta prima dell’ingresso e, quando non esiste diritto al soggiorno, deve concludersi con un rimpatrio effettivo.
La svolta europea del 2026 sui return hubs dimostra quanto il baricentro politico sia cambiato.
Ma sarebbe un errore dichiarare vittoria.
Il modello Albania deve ancora dimostrare pienamente la propria efficacia.
I rimpatri rimangono insufficienti rispetto alla dimensione complessiva dell’irregolarità.
La collaborazione dei Paesi terzi non è garantita.
I tribunali continueranno a verificare la compatibilità delle nuove politiche con il diritto europeo e internazionale.
E nessun governo italiano può cambiare da solo l’intera architettura dell’Unione.
Per questo la battaglia decisiva non si combatte soltanto nel Mediterraneo.
Si combatte nel Consiglio europeo, nel Parlamento europeo, nei rapporti diplomatici con l’Africa e nella capacità dell’Italia di costruire una coalizione stabile di Stati favorevoli a una politica migratoria più rigorosa.
La domanda che l’Europa dovrà finalmente affrontare è molto semplice.
Una frontiera è ancora una frontiera se lo Stato che la controlla non riesce concretamente a decidere chi può attraversarla e chi deve tornare indietro?
Per dieci anni Bruxelles ha cercato soprattutto di organizzare le conseguenze dell’immigrazione.
La sfida dell’Italia e dell’Europa del 2026 è completamente diversa:
tornare a governarne le cause, controllarne gli ingressi ed eseguire realmente le uscite.
Solo allora l’accoglienza tornerà a essere ciò che dovrebbe essere: protezione per chi ne ha veramente diritto, non la conseguenza automatica dell’incapacità dello Stato di controllare i propri confini.
FONTI E DOCUMENTI
Commissione europea – European Agenda on Migration, COM(2015) 240 final, 13 maggio 2015
EUR-Lex, documento 52015DC0240.
Commissione europea – Raccomandazione (UE) 2020/1365 del 23 settembre 2020
Cooperazione tra Stati membri riguardo alle operazioni svolte da navi possedute o gestite da soggetti privati impegnati in attività di ricerca e soccorso. Documento C(2020) 6468.
Commissione europea – New Pact on Migration and Asylum, COM(2020) 609 final, 23 settembre 2020
EUR-Lex, documento 52020DC0609.
Consiglio dell’Unione Europea – Nuovo regolamento europeo sui rimpatri, accordo Consiglio-Parlamento del 1° giugno 2026
Il testo prevede procedure comuni più rapide per il rimpatrio e contempla la possibilità di return hubs situati in Paesi terzi, subordinatamente al rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non-refoulement.
Ministero dell’Interno – Cruscotto statistico giornaliero su sbarchi e accoglienza
Dati ufficiali aggiornati sugli arrivi via mare e sulle presenze nel sistema italiano di accoglienza.
Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea
Art. 78 – politica comune in materia di asilo.
Art. 79 – politica comune dell’immigrazione.
Art. 226 – commissioni temporanee d’inchiesta del Parlamento europeo.
Art. 227 – diritto di petizione.
Art. 263 – ricorso per annullamento.
Art. 265 – ricorso per carenza.
Art. 340 – responsabilità extracontrattuale dell’Unione.
Agenda Europea sulla Migrazione – COM(2015) 240, 13 maggio 2015
EUR-Lex – Agenda Europea sulla MigrazioneRaccomandazione (UE) 2020/1365 – operazioni SAR delle navi private/ONG, 23 settembre 2020 – C(2020) 6468
EUR-Lex – Raccomandazione UE 2020/1365Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo – COM(2020) 609
EUR-Lex – COM(2020) 609Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) – artt. 78, 79, 226, 227, 263, 265 e 340
EUR-Lex – Testo consolidato del TFUEMinistero dell’Interno – Sbarchi e accoglienza dei migranti: dati ufficiali
Ministero dell’Interno – Sbarchi e accoglienzaCruscotto statistico giornaliero sull’immigrazione – Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione
Ministero dell’Interno – Cruscotto statistico
Qui trovi anche i report periodici del 2026, utili per documentare l’andamento degli sbarchi. Nuovo Patto UE sulla Migrazione e l’Asilo – portale della Commissione europea
Commissione europea – Migration and Asylum Pact

