Le dichiarazioni di Marco Rubio, le infiltrazioni nell’apparato americano e il paradosso di un regime capace di proiettare potere all’estero mentre la propria economia sprofonda
2 agosto 2026
Cuba è uno dei più grandi paradossi geopolitici dell’ultimo mezzo secolo.
Un’isola relativamente piccola, con risorse economiche limitate e attraversata oggi da una delle crisi più profonde dalla rivoluzione del 1959, è riuscita per decenni a esercitare un’influenza internazionale enormemente superiore al proprio peso economico.
Non attraverso la ricchezza.
Non attraverso una superiorità tecnologica.
Non attraverso la forza di un gigantesco apparato industriale.
Ma attraverso intelligence, ideologia, diplomazia, reti politiche, operazioni clandestine e una straordinaria capacità di inserirsi nelle fratture politiche degli avversari.
È questo il punto centrale sollevato dal segretario di Stato americano Marco Rubio parlando di Cuba nell’agosto 2026.
Secondo Rubio, l’errore commesso frequentemente negli Stati Uniti consiste nel giudicare L’Avana soltanto attraverso le sue dimensioni economiche e demografiche. Se osservata da quella prospettiva, Cuba appare inevitabilmente come un attore marginale.
Ma se il parametro diventa la capacità di intelligence e di influenza politica, il quadro cambia radicalmente.
Rubio ha sintetizzato il concetto definendo Cuba, nel campo dello spionaggio e delle operazioni d’influenza, una vera e propria “superpotenza”.
Può sembrare un’esagerazione politica.
La storia dell’intelligence americana suggerisce però che il problema non possa essere liquidato come semplice retorica.
Per comprenderlo bastano due nomi.
Ana Belén Montes.
Victor Manuel Rocha.
Due casi differenti, separati nel tempo, ma accomunati da un elemento impressionante: la capacità dell’intelligence cubana di penetrare per lunghi periodi strutture estremamente sensibili dello Stato americano.
Ana Belén Montes: la spia nel cuore dell’intelligence militare americana
Il caso di Ana Belén Montes rimane uno degli esempi più clamorosi della capacità operativa dell’intelligence cubana.
Montes lavorava alla Defense Intelligence Agency, la DIA, l’agenzia del Pentagono incaricata dell’intelligence militare.
Non era una funzionaria marginale.
Era diventata una delle principali esperte americane di Cuba.
In altre parole, una persona alla quale Washington affidava il compito di analizzare Cuba stava segretamente lavorando proprio per Cuba.
Secondo la ricostruzione ufficiale dell’FBI, il reclutamento avvenne negli anni Ottanta.
Nel 1984 Montes lavorava presso il Dipartimento di Giustizia e manifestava apertamente la propria opposizione alla politica americana in America Centrale. Le sue convinzioni attirarono l’attenzione di persone collegate agli interessi cubani.
Poco dopo accettò di collaborare.
Nel 1985 entrò alla DIA.
Da quel momento cominciò una delle più gravi penetrazioni dell’intelligence statunitense contemporanea.
Il sistema utilizzato era sorprendentemente semplice.
Montes evitava di sottrarre fisicamente documenti dagli uffici. Memorizzava le informazioni classificate, le ricostruiva successivamente a casa e le trasferiva attraverso sistemi concordati con i suoi contatti.
Le comunicazioni comprendevano messaggi cifrati trasmessi attraverso onde corte.
Per anni il sistema funzionò.
L’FBI afferma inoltre che Montes contribuì deliberatamente a distorcere le valutazioni del governo americano su Cuba.
La questione quindi non riguardava soltanto il furto di informazioni.
Un agente infiltrato all’interno di un apparato di analisi può produrre un effetto ancora più importante: influenzare il modo nel quale il decisore interpreta l’avversario.
Ed è qui che intelligence e influenza politica finiscono per sovrapporsi.
Montes riconobbe inoltre di aver rivelato le identità di quattro ufficiali americani sotto copertura operanti a Cuba.
Il suo movente rende il caso ancora più significativo.
Non fu il denaro.
Secondo l’FBI, Montes agì essenzialmente per convinzione ideologica.
Dopo l’arresto del settembre 2001 si dichiarò colpevole e nel 2002 venne condannata a 25 anni di carcere.
Il caso Montes dimostra una caratteristica fondamentale del modello cubano: la capacità di utilizzare l’affinità ideologica come strumento di reclutamento.
Un Paese povero può non avere le risorse economiche delle grandi potenze.
Ma un servizio di intelligence non ha necessariamente bisogno di comprare tutti i propri agenti.
Può reclutarli attraverso convinzioni politiche, risentimenti, identità ideologiche e opposizione alla politica del proprio Paese.
È un capitale completamente diverso dal denaro.
E L’Avana ha dimostrato storicamente di saperlo utilizzare.
Victor Manuel Rocha: quarant’anni dentro il sistema americano
Se il caso Montes è impressionante, quello di Victor Manuel Rocha rende ancora più difficile considerare l’intelligence cubana come un fenomeno marginale.
Rocha non era un semplice impiegato pubblico.
Aveva costruito una lunga carriera diplomatica americana.
Aveva lavorato al Dipartimento di Stato.
Aveva prestato servizio nel National Security Council tra il 1994 e il 1995.
Era stato ambasciatore degli Stati Uniti in Bolivia dal 2000 al 2002.
Eppure, secondo il Dipartimento di Giustizia americano, aveva segretamente agito per decenni come agente del governo cubano.
Nell’aprile 2024 Rocha si è dichiarato colpevole di due capi d’accusa relativi alla sua attività clandestina e un giudice federale lo ha condannato alla pena massima prevista per quei reati: 15 anni di carcere, oltre a una multa di 500.000 dollari e altre sanzioni.
Il Dipartimento di Giustizia parlò esplicitamente di oltre quattro decenni di tradimento e inganno.
Quattro decenni.
È questa durata a rendere il caso straordinario.
Significa che l’apparato cubano è stato capace di coltivare un rapporto clandestino mentre Rocha attraversava differenti amministrazioni americane, differenti equilibri geopolitici e persino la fine della Guerra Fredda.
Cadeva il Muro di Berlino.
Scompariva l’Unione Sovietica.
Cambiavano i presidenti americani.
Mutavano le priorità strategiche di Washington.
Il rapporto clandestino attribuito a Rocha continuava.
La questione fondamentale non è quindi soltanto quanti segreti possano essere stati trasmessi.
La domanda più inquietante è un’altra:
quante decisioni, valutazioni, reti personali e dinamiche istituzionali può osservare dall’interno un uomo che trascorre decenni nel sistema diplomatico e di sicurezza della principale potenza mondiale?
Non soltanto spionaggio: la strategia dell’influenza
Limitare l’analisi cubana allo spionaggio tradizionale sarebbe però un errore.
La grande specialità sviluppata dalla Cuba rivoluzionaria è stata la combinazione tra intelligence e influenza politica.
Durante la Guerra Fredda L’Avana non si concepiva semplicemente come uno Stato caraibico.
La rivoluzione castrista si presentava come parte di un movimento rivoluzionario internazionale.
Cuba diventò progressivamente un punto di riferimento per organizzazioni rivoluzionarie, movimenti marxisti e formazioni guerrigliere.
Questo progetto fu particolarmente evidente in America Latina.
Uno dei principali strumenti fu il Departamento América del Partito Comunista Cubano, associato soprattutto alla figura di Manuel Piñeiro, uno degli uomini chiave dell’apparato rivoluzionario cubano.
La strategia non rimase confinata alla propaganda.
Durante differenti fasi della Guerra Fredda Cuba fornì addestramento, collegamenti, sostegno politico e in alcuni casi assistenza materiale a movimenti rivoluzionari latinoamericani.
La stessa documentazione storica americana dimostra però che questa politica non rimase identica nel tempo.
Un memorandum interagenzia statunitense del novembre 1974, oggi declassificato, osservava per esempio che il sostegno cubano diretto alla rivoluzione armata latinoamericana si era notevolmente ridotto rispetto agli anni Sessanta.
Il documento aggiungeva tuttavia un elemento significativo: Cuba manteneva nella regione un numero considerevole di ufficiali dell’intelligence, maggiormente concentrati sullo spionaggio e sulla promozione degli interessi cubani attraverso strumenti aperti e clandestini.
Questo passaggio è importante.
L’Avana aveva compreso che la rivoluzione non doveva necessariamente essere esportata soltanto attraverso il guerrigliero armato.
Poteva essere promossa anche attraverso politica, diplomazia, organizzazioni, propaganda e intelligence.
Era un’evoluzione tattica, non necessariamente la rinuncia all’influenza.
Nicaragua: il successo sandinista
Il Nicaragua rappresentò uno dei casi più importanti della proiezione cubana.
Il Frente Sandinista de Liberación Nacional sviluppò per anni rapporti con Cuba prima della caduta del regime di Anastasio Somoza nel 1979.
Dopo la vittoria sandinista, la relazione con L’Avana diventò ancora più profonda.
Cuba fornì consiglieri, personale, cooperazione nel campo della sicurezza, istruzione e assistenza istituzionale.
Per Washington, il Nicaragua sandinista rappresentava la dimostrazione che l’influenza rivoluzionaria cubana poteva ottenere risultati concreti nel continente americano.
L’Avana non aveva bisogno di annettere territori.
Le bastava contribuire alla nascita di governi ideologicamente e strategicamente vicini.
El Salvador e la guerra rivoluzionaria
Un’altra area centrale fu El Salvador.
Durante la guerra civile, il Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional divenne una delle principali organizzazioni rivoluzionarie dell’America Centrale.
Il sostegno esterno alla guerriglia salvadoregna divenne uno degli elementi della contrapposizione regionale della Guerra Fredda.
Cuba svolse un ruolo nella rete politica e logistica rivoluzionaria regionale, sebbene intensità, modalità e periodi del sostegno vadano distinti e non ridotti alla formula semplicistica secondo cui ogni movimento latinoamericano fosse direttamente comandato dall’Avana.
È proprio questa distinzione che rende l’analisi più credibile.
Cuba non controllava automaticamente tutta la sinistra rivoluzionaria latinoamericana.
Ma rappresentò per decenni un centro di formazione, collegamento e legittimazione internazionale di una parte significativa di essa.
Colombia: una relazione più complessa
Anche la Colombia entrò nella lunga storia delle relazioni tra Cuba e i movimenti rivoluzionari latinoamericani.
Le FARC e altre organizzazioni guerrigliere appartenevano a un ecosistema ideologico nel quale la rivoluzione cubana rappresentava un precedente fondamentale.
Successivamente Cuba avrebbe svolto anche un ruolo differente, ospitando negoziati di pace tra il governo colombiano e le FARC.
Questo dimostra la capacità dell’Avana di trasformare progressivamente il proprio ruolo: da esportatore della rivoluzione a interlocutore diplomatico capace di utilizzare le relazioni costruite durante decenni di attività politica.
È precisamente questa continuità delle reti a rendere Cuba geopoliticamente più importante di quanto suggeriscano il suo PIL o la sua popolazione.
Il grande paradosso cubano
Arriviamo così alla contraddizione centrale.
Cuba è stata molto più efficace nel costruire un apparato di intelligence e influenza internazionale che nel costruire un’economia capace di garantire prosperità ai propri cittadini.
Ed è probabilmente questo il dato politicamente più significativo.
Un sistema capace di mantenere agenti per decenni dentro strutture americane estremamente sensibili non è riuscito, dopo oltre sessant’anni di rivoluzione, a garantire un sistema energetico affidabile alla propria popolazione.
Un regime capace di proiettare influenza dall’America Latina all’Africa non è riuscito a impedire il collasso di alcuni dei settori produttivi che un tempo rappresentavano il simbolo stesso dell’economia cubana.
Cuba prima della rivoluzione: attenzione ai miti, ma era un’economia relativamente prospera
Su questo punto è necessario evitare anche una semplificazione diffusa nel campo anticomunista.
La Cuba di Batista non era un paradiso.
Esistevano fortissime disuguaglianze sociali, povertà rurale, autoritarismo politico e una notevole dipendenza economica dagli Stati Uniti.
Negarlo sarebbe storicamente scorretto.
Ma è altrettanto scorretto descrivere la Cuba prerivoluzionaria come un Paese economicamente arretrato rispetto all’intera America Latina.
Gli studi storici sul reddito cubano mostrano che l’isola era una economia a medio reddito relativamente prospera e che, alla vigilia della rivoluzione, il suo reddito pro capite si collocava tra i livelli elevati della regione.
Alcune ricostruzioni stimano il reddito cubano pre-rivoluzionario intorno al 30% di quello americano e tra il 50 e il 60% dei livelli europei dell’epoca.
Il problema, dunque, non è sostenere che Castro abbia distrutto un paradiso.
Il punto è differente:
Cuba partiva da condizioni economiche relativamente favorevoli rispetto a gran parte dell’America Latina e non è riuscita a trasformarle in una traiettoria duratura di convergenza con le economie più avanzate.
Il disastro dello zucchero
Nessun settore racconta meglio questo declino dell’industria dello zucchero.
Per generazioni lo zucchero è stato sinonimo di Cuba.
L’isola disponeva di infrastrutture, competenze, terreni e un sistema produttivo costruito intorno alla canna da zucchero.
Durante i decenni successivi alla rivoluzione la produzione raggiunse in alcuni periodi diversi milioni di tonnellate l’anno, sostenuta anche dalla relazione privilegiata con l’Unione Sovietica.
Ma quel modello nascondeva una vulnerabilità enorme.
Mosca comprava zucchero cubano a condizioni politicamente favorevoli e forniva petrolio, credito e assistenza.
Quando l’Unione Sovietica crollò, Cuba perse il principale sostegno esterno del proprio sistema economico.
Il risultato fu devastante.
La produzione zuccheriera è progressivamente precipitata.
Impianti chiusi.
Campi abbandonati.
Macchinari obsoleti.
Mancanza di carburante.
Scarsità di fertilizzanti.
Bassa produttività.
Un settore che rappresentava uno dei pilastri storici dell’isola si è ridotto a una frazione della propria capacità precedente.
Il sistema elettrico che non riesce più a tenere accese le luci
Ancora più visibile è la crisi energetica.
Negli ultimi anni Cuba ha subito ripetuti collassi della rete elettrica nazionale.
In diverse aree dell’isola sono stati documentati blackout quotidiani superiori alle dieci ore e, nelle fasi peggiori, interruzioni ancora più lunghe.
La crisi deriva da una combinazione di fattori:
centrali termoelettriche obsolete;
scarsa manutenzione;
mancanza di valuta;
carenza di combustibile;
riduzione delle forniture esterne;
sanzioni americane;
inefficienze strutturali dell’apparato economico.
Nel luglio 2026 Reuters descriveva una situazione caratterizzata da blackout, carenza nazionale di carburante, trasporto pubblico fortemente compromesso e perfino riduzione dell’anno scolastico.
Il dato politicamente più interessante è ciò che sta facendo lo stesso governo cubano.
Nel 2026 L’Avana ha iniziato ad ampliare gli spazi concessi all’impresa privata, all’importazione privata e all’utilizzo economico di capitali non statali.
Sono state annunciate 176 misure di riforma.
Sono state allentate decine di restrizioni alle attività private.
Sono state aperte nuove possibilità nel commercio, nel turismo, nell’agricoltura e perfino in alcuni servizi.
È difficile immaginare una confessione economica più significativa.
Dopo decenni trascorsi a sostenere la superiorità della pianificazione socialista, il regime cerca ossigeno proprio attraverso una parziale restituzione di spazio al mercato.
Ma l’embargo esiste e conta
Qui occorre essere intellettualmente seri.
Attribuire ogni problema economico cubano esclusivamente al socialismo sarebbe semplicistico.
Le sanzioni americane hanno effetti reali.
Limitano transazioni finanziarie, commercio, investimenti, accesso al credito e approvvigionamenti.
Nel 2026 la pressione americana sul settore energetico cubano ha ulteriormente aggravato una situazione già estremamente fragile.
Lo stesso dibattito accademico sull’impatto dell’embargo rimane aperto.
Alcuni studi attribuiscono la maggior parte della divergenza economica cubana alle istituzioni socialiste e alla pianificazione centralizzata; altri contestano queste stime e sostengono che l’embargo possa spiegare una quota molto maggiore della sottoperformance economica.
Affermare che l’embargo non conta sarebbe quindi scorretto.
Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzarlo come spiegazione universale.
L’embargo non spiega da solo la bassa produttività agricola.
Non spiega integralmente decenni di restrizioni all’impresa privata.
Non spiega perché il governo cubano abbia impedito o limitato a lungo l’accumulazione privata di capitale.
E soprattutto non spiega perché, quando il sistema entra in crisi, la risposta scelta dallo stesso governo sia reintrodurre progressivamente meccanismi di mercato.
Il problema fondamentale: gli incentivi
È qui che il caso cubano diventa interessante oltre Cuba.
Un’economia non è semplicemente una quantità di fabbriche, lavoratori e materie prime.
È soprattutto un sistema di incentivi.
Chi decide cosa produrre?
Chi rischia il capitale?
Chi beneficia dell’innovazione?
Chi subisce il costo dell’errore?
Quali informazioni determinano prezzi e investimenti?
Nella pianificazione centralizzata molte di queste decisioni vengono trasferite dal mercato all’apparato politico e burocratico.
Il risultato può funzionare relativamente bene in alcuni settori nei quali lo Stato concentra enormi risorse.
Ma l’economia complessiva è infinitamente più complessa.
Milioni di persone prendono ogni giorno miliardi di decisioni.
Prezzi, salari, consumi, risparmi, investimenti e aspettative trasmettono informazioni impossibili da raccogliere integralmente in un centro amministrativo.
Quando il prezzo perde la propria funzione informativa e il profitto viene trasformato principalmente in sospetto politico, il sistema perde progressivamente la capacità di allocare capitale in maniera efficiente.
Cuba rappresenta uno degli esperimenti più longevi di questo modello nell’emisfero occidentale.
Venezuela: quando il modello incontra il petrolio
Il Venezuela costituisce un altro caso fondamentale.
A prima vista avrebbe dovuto essere impossibile replicare il dramma cubano.
Il Venezuela possiede alcune delle maggiori riserve petrolifere del pianeta.
Durante il boom delle materie prime Hugo Chávez disponeva inoltre di enormi entrate.
Il governo utilizzò una parte significativa di quelle risorse per programmi sociali, sussidi e redistribuzione.
Ma contemporaneamente aumentò il controllo politico sull’economia, moltiplicò nazionalizzazioni ed espropri, impose controlli valutari e dei prezzi e indebolì progressivamente le istituzioni economiche.
La produzione petrolifera diminuì.
Gli investimenti crollarono.
Il sistema produttivo si deteriorò.
Poi arrivarono anche sanzioni esterne, che contribuirono ad aggravare ulteriormente la crisi.
Ma il deterioramento venezuelano era già iniziato prima delle misure più severe.
Il risultato sociale rimane impressionante.
Secondo UNHCR, alla fine del 2025 quasi 7,9 milioni di venezuelani avevano lasciato il Paese.
È uno dei più grandi esodi contemporanei al di fuori di una guerra convenzionale.
Una nazione seduta sopra enormi riserve energetiche è diventata una delle principali sorgenti mondiali di emigrazione.
Cuba e Venezuela: un rapporto che va oltre l’ideologia
Il rapporto tra Cuba e Venezuela non fu soltanto simbolico.
Dopo l’arrivo di Chávez al potere, Caracas divenne il principale sostegno economico dell’Avana dopo la fine dell’Unione Sovietica.
Petrolio venezuelano arrivava a Cuba a condizioni favorevoli.
Cuba forniva in cambio medici, personale tecnico e cooperazione in diversi settori.
Ma la relazione comprendeva anche una profonda cooperazione politica e di sicurezza.
Per L’Avana il Venezuela rappresentò una straordinaria vittoria geopolitica.
A pochi decenni dalla fine dell’URSS, Cuba aveva trovato un nuovo grande partner ideologico dotato di immense risorse petrolifere.
Per anni sembrò la dimostrazione che il progetto rivoluzionario latinoamericano potesse rinascere.
Oggi il bilancio appare molto diverso.
Milioni di venezuelani sono emigrati.
Cuba affronta una crisi economica ed energetica drammatica.
E i due Paesi che avrebbero dovuto dimostrare la superiorità del nuovo socialismo latinoamericano sono diventati invece esempi delle fragilità strutturali dei sistemi fortemente politicizzati e centralizzati.
Nicaragua: dalla rivoluzione alla concentrazione del potere
Il Nicaragua completa un quadro regionale ancora più significativo.
Daniel Ortega, protagonista storico della rivoluzione sandinista, è tornato al potere nel 2007.
Nel tempo il sistema politico nicaraguense ha subito una progressiva concentrazione del potere.
Organizzazioni internazionali e organismi delle Nazioni Unite hanno documentato repressione dell’opposizione, restrizioni alle libertà civili e persecuzione di organizzazioni indipendenti.
La traiettoria politica mostra una dinamica ricorrente nei sistemi rivoluzionari:
la rivoluzione nasce promettendo di liberare il popolo dalle élite;
costruisce un apparato per difendere la rivoluzione;
l’apparato accumula potere;
chi controlla l’apparato finisce per identificare la propria permanenza al potere con la sopravvivenza stessa della rivoluzione.
A quel punto contestare il governo significa contestare il sistema.
E contestare il sistema può essere trasformato in un atto contro lo Stato.
Il vero prodotto di esportazione cubano
Per decenni si è parlato di zucchero, sigari, rum e successivamente di medici.
Ma il prodotto geopolitico più importante esportato dalla Cuba rivoluzionaria è probabilmente un altro:
un metodo di organizzazione del potere.
Un sistema fondato su alcuni elementi ricorrenti:
centralizzazione politica;
controllo dell’informazione;
apparati di sicurezza molto sviluppati;
mobilitazione ideologica;
costruzione di reti internazionali;
capacità di intelligence;
identificazione tra partito, Stato e rivoluzione.
Questa struttura aiuta a spiegare un paradosso apparentemente incomprensibile.
Come può uno Stato incapace di garantire elettricità continua alla propria popolazione costruire uno dei servizi di intelligence più efficaci dell’emisfero?
La risposta è semplice.
Le priorità di un regime non coincidono necessariamente con quelle dei cittadini.
Una democrazia viene giudicata dagli elettori anche attraverso reddito, servizi, occupazione e qualità della vita.
Un sistema autoritario deve prima di tutto garantire la propria sopravvivenza.
E per sopravvivere ha bisogno di sicurezza interna, intelligence, controllo dell’informazione e capacità di neutralizzare minacce interne ed esterne.
Da questo punto di vista, l’apparente contraddizione cubana scompare.
Il sistema non ha fallito in tutto.
Ha fallito soprattutto dove il cittadino avrebbe avuto bisogno che avesse successo.
Perché Rubio parla di “superpotenza”
È quindi possibile comprendere meglio le parole di Marco Rubio.
Definire Cuba una superpotenza economica sarebbe assurdo.
Definirla una superpotenza militare sarebbe altrettanto improprio.
Ma parlare di una potenza dell’intelligence e dell’influenza significa misurare una capacità differente.
Ana Belén Montes arrivò al cuore della DIA.
Victor Manuel Rocha attraversò per decenni la diplomazia americana e il National Security Council.
La storia della Guerra Fredda documenta l’attività cubana nell’addestramento e nel sostegno di movimenti rivoluzionari.
La documentazione americana declassificata dimostra inoltre che, quando L’Avana ridusse il sostegno diretto alla guerriglia, mantenne una considerevole presenza di intelligence dedicata allo spionaggio e alla promozione clandestina dei propri interessi.
Questi sono fatti.
Si può discutere sulla definizione di “superpotenza”.
È molto più difficile negare la straordinaria efficacia dell’apparato cubano rispetto alle risorse disponibili.
Il paradosso finale: bravissimi a difendere il sistema, incapaci di farlo prosperare
Ed eccoci al punto fondamentale.
Dopo più di sessant’anni la rivoluzione cubana può rivendicare una longevità politica eccezionale.
È sopravvissuta a Eisenhower.
A Kennedy.
Alla Baia dei Porci.
Alla crisi dei missili.
A Reagan.
Alla caduta dell’Unione Sovietica.
Al “Periodo Especial”.
Alle aperture di Obama.
Al ritorno delle sanzioni.
A Fidel Castro.
E continua a esistere.
Dal punto di vista della sopravvivenza del regime, è difficile parlare di fallimento.
Il sistema ha dimostrato una capacità straordinaria di preservare se stesso.
Il problema è un altro.
Che cosa è successo nel frattempo al Paese?
Il settore zuccheriero è collassato.
La rete energetica è diventata cronicamente fragile.
La scarsità di carburante paralizza periodicamente trasporti e produzione.
L’emigrazione ha assunto dimensioni enormi.
Il governo è stato costretto ad ampliare gli spazi dell’impresa privata.
E nel 2026, dopo oltre sei decenni di rivoluzione socialista, L’Avana sta cercando di rianimare la propria economia attraverso una maggiore apertura proprio a quegli strumenti di mercato che il sistema rivoluzionario aveva per generazioni guardato con sospetto.
Questo è il vero verdetto storico.
Un apparato efficiente dentro un’economia inefficiente
Cuba obbliga quindi a distinguere due concetti che vengono spesso confusi.
Uno Stato forte non è necessariamente una società prospera.
Uno Stato può possedere un eccellente servizio di intelligence e contemporaneamente un pessimo sistema produttivo.
Può essere efficiente nel controllare e inefficiente nel produrre.
Può essere straordinariamente competente nella propria conservazione e disastrosamente inefficiente nella creazione di ricchezza.
Ed è precisamente questo che rende Cuba un caso di studio così importante.
La rivoluzione castrista ha dimostrato che un piccolo Paese può esercitare un’enorme influenza geopolitica quando concentra risorse, ideologia e intelligence su obiettivi strategici.
Ma ha dimostrato contemporaneamente il prezzo pagato quando la politica pretende di sostituirsi sistematicamente agli incentivi economici e alla libertà individuale.
La lezione cubana
Il vero confronto non è quindi tra propaganda americana e propaganda cubana.
È tra risultati.
Dopo oltre sessant’anni non esiste più l’alibi del tempo.
Non siamo davanti a un esperimento appena iniziato.
Generazioni intere sono nate, cresciute e invecchiate sotto il sistema rivoluzionario.
Cuba ha avuto il sostegno economico sovietico.
Ha avuto il petrolio venezuelano.
Ha costruito relazioni con Cina, Russia, Europa, Canada e gran parte dell’America Latina.
Ha subito contemporaneamente un embargo americano reale e pesante, che deve essere incluso in qualunque valutazione seria.
Ma dopo aver considerato tutte queste variabili rimane una domanda difficilmente evitabile:
perché un sistema che si presenta da oltre sessant’anni come alternativa superiore al capitalismo è oggi costretto ad allentare i propri controlli economici per permettere a imprese private e capitale esterno di fare ciò che l’apparato statale non riesce più a garantire?
È questa la domanda che la propaganda non può cancellare.
Cuba: il successo del regime e il fallimento del modello
Forse la definizione più precisa della storia cubana è proprio questa.
Il regime è stato un successo nella conservazione del potere.
Il modello economico è stato un fallimento nella produzione di prosperità.
Sono due giudizi che possono coesistere.
E spiegano il paradosso evidenziato da Marco Rubio.
L’isola che fatica a mantenere accese le proprie centrali elettriche è riuscita a infiltrare uomini e donne dentro alcuni dei più delicati apparati della superpotenza americana.
Il Paese che ha visto crollare la propria industria dello zucchero ha costruito reti politiche e diplomatiche estese su più continenti.
Il governo che oggi deve liberalizzare pezzi della propria economia ha saputo preservare il proprio sistema politico per più di sessant’anni.
Non è una contraddizione.
È il risultato delle priorità.
Cuba ha investito enormemente nella sopravvivenza della rivoluzione.
Intelligence.
Sicurezza.
Ideologia.
Influenza.
Controllo politico.
La prosperità economica è rimasta indietro.
Ed è forse questa la lezione più importante dell’intera vicenda cubana.
Un sistema politico può sopravvivere molto più a lungo del modello economico sul quale sostiene di fondare la propria legittimità.
Può persino diventare estremamente sofisticato nel proteggere se stesso mentre la società che governa diventa progressivamente più povera.
Le storie di Ana Belén Montes e Victor Manuel Rocha dimostrano che sottovalutare l’intelligence cubana sarebbe ingenuo.
I blackout, la crisi produttiva, l’emigrazione e le stesse riforme economiche adottate oggi dall’Avana dimostrano però qualcosa di altrettanto importante:
essere straordinariamente capaci di conservare il potere non significa essere capaci di creare prosperità.
Ed è proprio nella distanza tra queste due capacità che si trova la storia della Cuba rivoluzionaria.
Fonti e approfondimenti
FBI – Ana Belén Montes
Scheda ufficiale dell’FBI sulla penetrazione cubana nella Defense Intelligence Agency, il reclutamento di Montes, i sistemi utilizzati per trasferire informazioni e la condanna a 25 anni.
https://www.fbi.gov/history/cases-and-criminals/ana-montes
U.S. Department of Justice – Victor Manuel Rocha
Comunicato ufficiale sulla dichiarazione di colpevolezza dell’ex ambasciatore e sulla condanna a 15 anni per aver agito clandestinamente per decenni come agente del governo cubano.
https://www.justice.gov/usao-sdfl/pr/former-us-ambassador-and-national-security-council-official-admits-secretly-acting
U.S. Department of Justice – dichiarazioni sulla condanna di Rocha
Ricostruzione del Dipartimento di Giustizia dei “più di quattro decenni” di attività clandestina attribuita a Rocha.
https://www.justice.gov/archives/opa/speech/principal-deputy-assistant-attorney-general-david-newman-delivers-remarks-sentencing
FBI/DOJ – Marta Rita Velázquez e il reclutamento di Ana Montes
Documentazione relativa alla donna accusata di aver contribuito al reclutamento di Montes per l’intelligence cubana.
https://archives.fbi.gov/archives/washingtondc/press-releases/2013/unsealed-indictment-charges-former-u.s.-federal-employee-with-conspiracy-to-commit-espionage-for-cuba
U.S. Department of State – Office of the Historian
Documento declassificato del 1974, “The Status of Cuban Subversion in Latin America”, sulla trasformazione delle operazioni cubane nella regione e sull’attività degli ufficiali dell’intelligence.
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76ve11p1/d289
UNHCR – Venezuela Situation
Dati aggiornati sull’esodo venezuelano: quasi 7,9 milioni di rifugiati e migranti venezuelani nel mondo.
https://www.unhcr.org/emergencies/venezuela-situation
Reuters – Cuba, crisi economica e nuove aperture al settore privato, 31 luglio 2026
Analisi delle nuove misure economiche adottate dall’Avana, comprese aperture alle imprese private, agli investimenti e alle importazioni.
https://www.reuters.com/legal/government/cuba-takes-steps-implement-economic-overhaul-amid-us-pressure-campaign-2026-07-31/
Reuters – crisi cubana, blackout e carenza di carburante, 26 luglio 2026
Resoconto delle condizioni economiche ed energetiche dell’isola e della contrapposizione tra Washington e il governo Díaz-Canel.
https://www.reuters.com/world/americas/cuban-president-accuses-us-political-genocide-anniversary-revolution-2026-07-26/
Associated Press – riforme economiche cubane, luglio 2026
Approfondimento sull’allentamento delle restrizioni al settore privato e sulla crisi economica che ha spinto L’Avana ad ampliare gli spazi concessi all’iniziativa non statale.
https://apnews.com/article/f69519537900a6ca736542f33edfe091
Fox News – My View with Lara Trump
Programma nel quale Marco Rubio ha affrontato il ruolo dell’intelligence cubana e la capacità di influenza internazionale dell’Avana.
https://www.foxnews.com/video

