Negli ultimi anni una parte della cosiddetta controinformazione ha costruito una narrazione ricorrente: Israele starebbe “comprando tutto”, controllerebbe interi territori e acquisirebbe silenziosamente porzioni di Stati occidentali, Italia compresa.
Sono affermazioni che ottengono migliaia di condivisioni sui social, ma quando vengono sottoposte a verifica emerge un problema fondamentale: le prove spesso non ci sono.
La controinformazione nasce, almeno teorariamente, per verificare ciò che il mainstream omette. Quando però rinuncia al metodo e sostituisce l’analisi con slogan e insinuazioni, finisce per fare esattamente ciò che rimprovera ai media tradizionali: propaganda.
La narrativa: “Israele sta comprando tutto”
Negli ultimi mesi sono circolate numerose affermazioni secondo cui:
- Israele starebbe acquistando vaste aree della Patagonia.
- Il governo Milei avrebbe ceduto milioni di ettari a Israele.
- Anche in Italia Israele starebbe comprando intere regioni, aziende e territori in modo occulto.
Queste affermazioni vengono spesso presentate come fatti acquisiti, ma raramente sono accompagnate da:
- documenti catastali;
- atti notarili;
- registri immobiliari;
- dati ufficiali;
- provvedimenti governativi.
In altre parole, mancano gli elementi necessari per dimostrarle.
La Patagonia: cosa risulta realmente
Uno dei casi più citati riguarda la Patagonia argentina.
Sui social è stata diffusa la teoria secondo cui il governo argentino avrebbe predisposto un piano per trasferire centinaia di migliaia di cittadini israeliani nella regione.
Le principali organizzazioni di fact-checking che hanno analizzato questa affermazione hanno concluso che non esistono prove dell’esistenza di un simile progetto e che il presunto “documento riservato” richiamato nei post virali non è mai stato trovato.
Questo non significa che non esistano investitori israeliani in Argentina, come esistono investitori di molte altre nazionalità. Significa però che la tesi di una cessione della Patagonia a Israele non è supportata da evidenze pubbliche.
E la base cinese in Patagonia?
Qui la situazione è completamente diversa.
Esiste infatti una realtà documentata.
Nel 2015, durante la presidenza di Cristina Fernández de Kirchner, l’Argentina ha autorizzato la costruzione della stazione spaziale cinese di Neuquén, gestita dalla China Satellite Launch and Tracking Control General (CLTC), ente collegato al programma spaziale cinese. La concessione è di lungo periodo ed è stata oggetto di ampio dibattito internazionale per le possibili implicazioni strategiche, pur essendo ufficialmente destinata a usi civili e scientifici.
In questo caso non si parla di indiscrezioni o teorie, ma di un accordo internazionale pubblico.
E in Italia?
Anche nel nostro Paese ricorre frequentemente la frase:
“Israele sta comprando l’Italia.”
È una formula molto efficace dal punto di vista comunicativo, ma estremamente vaga.
Per sostenerla sarebbe necessario dimostrare, ad esempio:
- quali beni vengono acquistati;
- da quali soggetti;
- con quali quote societarie;
- con quali dati ufficiali;
- rispetto a quali altri investitori stranieri.
Ad oggi non risultano evidenze che Israele stia acquistando “l’Italia” o porzioni rilevanti del territorio nazionale. Esistono investimenti israeliani in alcuni settori economici, come esistono investimenti statunitensi, francesi, tedeschi, britannici, cinesi o di altri Paesi, ma questo è diverso dall’affermare che uno Stato “stia comprando tutto”.
La propaganda funziona perché semplifica
Le narrazioni propagandistiche hanno una caratteristica comune.
Trasformano fenomeni complessi in slogan semplici.
Così ogni investimento diventa “colonizzazione”.
Ogni collaborazione internazionale diventa “occupazione”.
Ogni partecipazione azionaria diventa “controllo totale”.
Il problema è che queste semplificazioni finiscono per sostituire l’analisi con la tifoseria.
Controinformazione o conferma dei propri pregiudizi?
Una parte della controinformazione sembra aver abbandonato il principio fondamentale della verifica.
Quando una notizia conferma la narrativa desiderata viene condivisa immediatamente.
Quando invece richiede controlli, documenti o dati, questi vengono considerati secondari.
Il rischio è evidente: chi denuncia la propaganda finisce per produrne altra.
Conclusioni
Essere critici verso governi, lobby, multinazionali o Stati è legittimo. Lo stesso vale per analizzare gli investimenti stranieri e il loro impatto strategico.
Ma un’analisi credibile richiede prove, documenti e dati verificabili.
Sostenere che “Israele sta comprando tutto”, senza fornire evidenze concrete e generalizzando casi isolati, non rafforza la credibilità della controinformazione: la indebolisce.
La forza della controinformazione non dovrebbe essere quella di offrire una narrativa alternativa a prescindere, ma quella di sottoporre ogni affermazione – anche quelle che confermano le proprie convinzioni – allo stesso livello di verifica. Quando questo principio viene meno, la differenza tra informazione e propaganda si assottiglia fino quasi a scomparire.
Fonti
- EFE Verifica – Verifica sulle affermazioni relative alla Patagonia e ai presunti insediamenti israeliani.
- AFP Fact Check – Analisi delle teorie sul cosiddetto “Piano Andinia” e sugli incendi in Patagonia.
- Wired Italia – Analisi sulla diffusione della disinformazione riguardante l’Italia.
- Euronews Fact Check – Verifica di contenuti manipolati e deepfake sui rapporti tra Italia e Israele.

