Il capitalismo “inclusivo” dei Rothschild: riforma sociale o restaurazione tecnocratica del potere?

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Negli ultimi anni il termine Inclusive Capitalism è stato presentato come la nuova frontiera morale del sistema economico globale. A promuoverlo con forza è stata Lynn Forester de Rothschild, imprenditrice, finanziaria e figura centrale nei circuiti dell’alta finanza internazionale, legata a istituzioni come il World Economic Forum, il Council on Foreign Relations e il network del cosiddetto “capitalismo sostenibile”.

Nel celebre intervento pubblicato dalla CKGSB Knowledge, Lady Rothschild sostiene che il capitalismo non debba essere abolito, ma “reinventato”. Dietro questa formula apparentemente rassicurante si cela però una domanda fondamentale: chi decide cosa significa “reinventare” il capitalismo? E soprattutto: chi trae vantaggio da questa trasformazione?


Il paradosso dell’élite che vuole “salvare” il popolo

Uno degli aspetti più controversi dell’Inclusive Capitalism è la sua natura profondamente verticistica. Le stesse élite finanziarie che hanno beneficiato per decenni della deregolamentazione, della finanziarizzazione dell’economia e della concentrazione monopolistica del capitale, oggi si propongono come arbitri morali della “giustizia sociale”.

Lynn Forester de Rothschild ammette apertamente che il capitalismo occidentale ha prodotto disuguaglianza crescente, salari stagnanti e perdita di fiducia nelle istituzioni. Tuttavia, la soluzione proposta non mette realmente in discussione il sistema di accumulazione del potere finanziario globale; al contrario, cerca di renderlo più accettabile sul piano comunicativo ed etico.

In altre parole:

  • non si discute la centralizzazione della ricchezza;
  • non si mette in discussione il dominio dei grandi fondi;
  • non si affronta il problema del debito sistemico;
  • non si limita il potere delle multinazionali transnazionali.

Si propone invece una “umanizzazione” del capitalismo gestita dagli stessi soggetti che ne controllano i meccanismi fondamentali.


Dal libero mercato alla governance tecnocratica

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Il progetto dell’Inclusive Capitalism si intreccia strettamente con la diffusione dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance), con le politiche climatiche globali e con nuove forme di governance pubblico-privata.

La retorica ufficiale parla di sostenibilità, inclusione e responsabilità sociale. Tuttavia molti critici osservano che tali strumenti rischiano di trasformarsi in:

  • sistemi di controllo reputazionale delle imprese;
  • meccanismi di conformità ideologica;
  • strumenti di pressione finanziaria;
  • modelli di governance non elettiva.

Quando grandi corporation, fondi d’investimento, organismi sovranazionali e istituzioni finanziarie stabiliscono cosa sia “socialmente corretto”, il rischio è che la democrazia venga progressivamente sostituita da una tecnocrazia morale guidata dal capitale stesso.

Il problema centrale non è l’idea di migliorare il capitalismo, ma il fatto che questa trasformazione venga orchestrata da reti di potere prive di reale controllo democratico.


L’uso della crisi come leva politica

L’Inclusive Capitalism nasce ufficialmente dopo la crisi finanziaria del 2008. Ma molti analisti vedono in questa evoluzione una strategia di adattamento del sistema finanziario globale alla crescente rabbia sociale.

Dopo decenni di:

  • delocalizzazioni;
  • precarizzazione del lavoro;
  • speculazione finanziaria;
  • erosione della classe media;

le élite economiche hanno compreso che il vecchio modello neoliberista stava perdendo legittimità.

La risposta non è stata una redistribuzione reale del potere economico, bensì una sofisticata operazione di rebranding ideologico:

trasformare il capitalismo da sistema predatorio a “sistema etico”.

Una narrazione che permette alle grandi corporation di presentarsi contemporaneamente come:

  • causa del problema;
  • vittima del sistema;
  • soluzione finale.

Il Vaticano, Davos e la sacralizzazione del capitale

Uno degli aspetti più discussi del progetto è stato il legame tra il Council for Inclusive Capitalism e il Vaticano.

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L’alleanza simbolica tra alta finanza globale e autorità morali/religiose ha generato forti critiche. Per molti osservatori, questo rappresenta il tentativo di attribuire una legittimazione etica e spirituale a un sistema economico che continua a produrre concentrazione di ricchezza e dipendenza finanziaria.

Il rischio è la nascita di una nuova forma di “capitalismo morale” in cui:

  • il dissenso economico viene delegittimato;
  • la governance privata assume funzioni quasi istituzionali;
  • la filantropia sostituisce la sovranità popolare.

Inclusione o marketing ideologico?

Persino ambienti finanziari tradizionali hanno iniziato a prendere le distanze da certe derive ESG e “woke capitalism”. Un articolo del Wall Street Journal evidenzia come la stessa Lynn Forester de Rothschild abbia riconosciuto che molte iniziative ESG si siano trasformate in una “alphabet soup”, cioè un insieme confuso di slogan ideologici e strumenti finanziari spesso scollegati dalla realtà economica.

Questo passaggio è importante perché mostra una contraddizione interna:

  • prima si promuove una trasformazione radicale del capitalismo basata su ESG e governance etica;
  • poi si riconosce che tali strumenti sono stati utilizzati anche come prodotti finanziari e strumenti di marketing reputazionale.

Il vero nodo: il potere

Il problema fondamentale non è la parola “inclusione”.
Il problema è chi controlla i processi economici globali.

Se il capitalismo inclusivo:

  • mantiene il monopolio delle grandi istituzioni finanziarie;
  • concentra ulteriormente il potere nelle mani di organismi sovranazionali;
  • sostituisce la politica con la governance tecnocratica;
  • usa la sostenibilità come strumento di centralizzazione;

allora non siamo davanti a una democratizzazione dell’economia, ma a una sua ristrutturazione oligarchica.

L’Inclusive Capitalism rischia quindi di diventare non una riforma del capitalismo, ma la sua evoluzione post-democratica: un sistema in cui il potere economico globale si presenta come autorità morale universale.


Fonti e approfondimenti

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