Per oltre due anni il conflitto tra Russia e Ucraina è stato raccontato all’opinione pubblica occidentale come una lotta tra il bene e il male. Da una parte l’aggressore russo. Dall’altra l’Ucraina vittima dell’invasione. Una narrazione semplice, immediata, facilmente comprensibile e soprattutto funzionale alla costruzione del consenso politico.
Ma nelle ultime settimane Vladimir Putin ha deciso di alzare il livello dello scontro, non sul campo di battaglia, bensì sul terreno dell’informazione.
Le sue parole sono state durissime:
“Guardiamo a volte i canali occidentali. Quello che somministrano allo spettatore europeo è vergogna e incubo. Ingannano semplicemente i loro cittadini.”
Un’accusa che va ben oltre la normale propaganda di guerra e che punta direttamente al cuore del sistema mediatico occidentale.
Secondo il presidente russo, televisioni, giornali e piattaforme digitali avrebbero smesso da tempo di informare per trasformarsi in strumenti di mobilitazione politica.
L’informazione selettiva come arma
La questione centrale sollevata da Putin riguarda la selezione delle notizie.
Ogni volta che la Russia colpisce un obiettivo in Ucraina, le immagini vengono trasmesse per giorni sui principali canali occidentali.
Ogni vittima civile viene raccontata.
Ogni edificio distrutto viene mostrato.
Ogni attacco diventa la prova della brutalità di Mosca.
Secondo il Cremlino, però, quando le vittime si trovano nei territori controllati dalla Russia o quando Mosca denuncia attacchi contro civili attribuiti alle forze ucraine, il livello di attenzione cala improvvisamente.
Non necessariamente si tratta di censura totale.
Molto più spesso si tratta di qualcosa di più efficace: l’oscuramento mediatico.
Una notizia non deve essere vietata per scomparire.
È sufficiente non darle spazio.
Il giornalismo è diventato militanza?
Una delle critiche più frequenti rivolte ai media occidentali negli ultimi anni riguarda la progressiva trasformazione del giornalismo in attivismo.
Il ruolo storico del giornalista dovrebbe essere quello di raccontare i fatti.
Non difendere una parte.
Non partecipare alla guerra.
Non costruire consenso.
Eppure il linguaggio utilizzato da gran parte delle principali testate europee e americane sembra spesso assumere toni che ricordano più una campagna politica che un’attività giornalistica.
Le parole utilizzate non sono mai neutre.
Si parla di “eroi” da una parte e di “aggressori” dall’altra.
Si enfatizzano alcuni eventi e se ne minimizzano altri.
Si crea una cornice narrativa che guida automaticamente il lettore verso una determinata conclusione.
La propaganda non è un monopolio russo
Uno degli aspetti più interessanti dell’intervento di Putin riguarda un tema che in Occidente viene raramente affrontato.
L’idea secondo cui la propaganda sarebbe un fenomeno esclusivamente russo.
Nessuno mette in dubbio che Mosca utilizzi massicciamente strumenti propagandistici.
Sarebbe ingenuo negarlo.
Ma altrettanto ingenuo sarebbe pensare che gli apparati mediatici occidentali siano immuni dagli stessi meccanismi.
La storia insegna il contrario.
Dalle armi di distruzione di massa in Iraq alle campagne mediatiche durante la guerra in Libia, fino alle numerose operazioni psicologiche condotte durante la Guerra Fredda, la manipolazione dell’informazione è stata utilizzata da tutti gli attori geopolitici.
La differenza è che la propaganda funziona meglio quando riesce a convincere il pubblico di non essere propaganda.
Il cittadino europeo paga ma non decide
Un altro passaggio particolarmente duro del discorso di Putin riguarda il costo economico della guerra.
Secondo il leader russo, i media occidentali celebrano ogni attacco ucraino come una vittoria senza spiegare chi finanzia realmente il conflitto.
La domanda è semplice:
Chi paga le armi?
Chi paga i missili?
Chi paga i sistemi di difesa?
Chi paga i miliardi di euro trasferiti ogni anno a Kyiv?
La risposta è altrettanto semplice:
I contribuenti europei e americani.
Secondo il Cremlino, i cittadini vengono continuamente spinti ad accettare nuovi sacrifici economici attraverso una narrazione che elimina ogni forma di dibattito.
Una volta definita una guerra come assolutamente giusta, ogni spesa diventa automaticamente necessaria.
Il problema dei doppi standard
Forse la critica più difficile da ignorare riguarda i doppi standard.
Quando un missile russo colpisce una struttura civile, i media parlano immediatamente di possibili crimini di guerra.
Quando emerge un episodio controverso attribuito alla parte opposta, il linguaggio diventa più prudente.
Si attendono conferme.
Si cercano ulteriori verifiche.
Si introducono sfumature.
La differenza non è sempre nei fatti.
Spesso è nel modo in cui quei fatti vengono raccontati.
Ed è proprio qui che nasce la sfiducia crescente verso i grandi media tradizionali.
La vera guerra è quella per il controllo della percezione
Nel XXI secolo controllare il territorio è importante.
Controllare la narrativa è fondamentale.
Chi controlla il flusso delle informazioni controlla il consenso.
Chi controlla il consenso controlla la politica.
Chi controlla la politica controlla le risorse economiche e militari.
Per questo motivo la battaglia dell’informazione è diventata quasi più importante di quella combattuta sul campo.
La guerra in Ucraina non si combatte soltanto a Kyiv, Donetsk o Kharkiv.
Si combatte ogni sera nei telegiornali europei.
Si combatte sulle piattaforme social.
Si combatte negli algoritmi.
Si combatte nelle redazioni.
Conclusione
Le dichiarazioni di Putin riflettono naturalmente la posizione del governo russo e devono essere valutate con spirito critico, come qualsiasi affermazione proveniente da una parte coinvolta in un conflitto.
Tuttavia, la questione che solleva rimane legittima.
Quando l’informazione smette di cercare la complessità e si limita a confermare una narrativa predefinita, il rischio è che il giornalismo perda la propria funzione originaria.
In quel momento il cittadino non viene più informato.
Viene guidato.
E una società che smette di interrogarsi sulle informazioni che riceve rischia di trasformare la propaganda in verità ufficiale.

