Israele si prepara allo scenario che per decenni ha cercato di evitare
Le recenti dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Eyal Zamir rappresentano molto più di una semplice presa di posizione politica.
Dietro le parole pronunciate nelle ultime settimane emerge infatti una realtà che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata impensabile: Israele sta seriamente valutando la possibilità di dover affrontare la questione iraniana senza il sostegno diretto degli Stati Uniti.
Secondo quanto riferito da diverse fonti vicine agli ambienti governativi israeliani, Netanyahu avrebbe avvertito il proprio gabinetto che lo Stato ebraico deve prepararsi anche allo scenario peggiore: isolamento internazionale, limitazioni negli approvvigionamenti militari e assenza di un appoggio operativo americano in caso di confronto diretto con l’Iran.
Una prospettiva che evidenzia come qualcosa stia cambiando profondamente nei rapporti tra Gerusalemme e Washington.
Per decenni l’alleanza tra Israele e gli Stati Uniti è stata considerata uno dei pilastri della geopolitica mondiale.
Oggi, invece, iniziano ad apparire crepe sempre più evidenti.
Il vero nodo: il programma nucleare iraniano
Dietro lo scontro politico si nasconde una questione che Israele considera esistenziale.
Per la leadership israeliana il problema non è semplicemente l’Iran.
Il problema è la possibilità che l’Iran possa avvicinarsi alla capacità di produrre un’arma nucleare.
Da oltre vent’anni i governi israeliani, indipendentemente dal colore politico, hanno sostenuto che una Repubblica Islamica dotata di capacità nucleari militari rappresenterebbe una minaccia strategica senza precedenti.
Per questo motivo Israele ha spesso adottato una linea molto più aggressiva rispetto ai propri alleati occidentali.
La convinzione prevalente negli ambienti della sicurezza israeliana è che qualsiasi accordo che permetta a Teheran di mantenere infrastrutture nucleari avanzate finisca semplicemente per rinviare il problema.
Da qui la dichiarazione del generale Zamir:
“Come lo vediamo ora, quasi qualsiasi accordo è un brutto accordo.”
Una frase che fotografa perfettamente la posizione dell’establishment militare israeliano.
Per Israele il rischio non è tanto ciò che l’Iran può fare oggi, ma ciò che potrebbe fare tra cinque o dieci anni.
La divergenza con Trump
Uno degli aspetti più interessanti di questa vicenda riguarda il rapporto con Donald Trump.
Molti osservatori continuano a descrivere Trump e Netanyahu come alleati inseparabili.
La realtà geopolitica è molto più complessa.
Trump ha certamente adottato durante il suo primo mandato posizioni fortemente favorevoli a Israele.
Il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan e gli Accordi di Abramo ne sono esempi evidenti.
Tuttavia Trump ha sempre mostrato una caratteristica particolare: evitare il più possibile guerre lunghe e costose per gli Stati Uniti.
Questa impostazione lo distingue profondamente da una parte dell’establishment neoconservatore americano che negli ultimi decenni ha sostenuto numerosi interventi militari in Medio Oriente.
Se da una parte Netanyahu considera il programma nucleare iraniano una minaccia immediata da neutralizzare, dall’altra Trump sembra preferire un approccio basato sulla pressione economica, sulla deterrenza e sulla negoziazione.
Questa differenza strategica sta producendo una crescente tensione tra Washington e Gerusalemme.
Israele può davvero agire da solo?
La domanda centrale è proprio questa.
Militarmente Israele possiede capacità straordinarie.
Le Forze di Difesa Israeliane sono considerate tra le forze armate più efficienti del pianeta.
L’intelligence israeliana ha dimostrato in più occasioni di poter operare profondamente all’interno del territorio iraniano.
Tuttavia un’operazione contro il programma nucleare iraniano sarebbe enormemente più complessa rispetto ai precedenti attacchi contro i reattori iracheni o siriani.
Le installazioni nucleari iraniane sono numerose.
Sono disperse sul territorio.
Molte si trovano sottoterra.
Alcune sono protette da sistemi di difesa avanzati.
Altre si trovano a distanze che richiederebbero operazioni aeree estremamente sofisticate.
Anche in caso di successo, Israele dovrebbe poi affrontare le conseguenze.
La rete regionale dell’Iran
Un altro elemento spesso sottovalutato è che un eventuale conflitto non coinvolgerebbe soltanto Teheran.
Negli ultimi vent’anni l’Iran ha costruito una rete di alleanze e gruppi armati che si estende in tutto il Medio Oriente.
Tra questi:
- Hezbollah in Libano;
- varie milizie sciite in Iraq;
- Ansar Allah nello Yemen;
- gruppi armati presenti in Siria.
Questo significa che un attacco israeliano potrebbe rapidamente trasformarsi in un conflitto regionale.
Missili, droni, attacchi contro infrastrutture energetiche e blocchi commerciali potrebbero coinvolgere gran parte del Medio Oriente.
Il rischio dell’isolamento internazionale
Netanyahu sembra consapevole che uno scenario del genere potrebbe aumentare ulteriormente l’isolamento diplomatico di Israele.
Dopo gli eventi degli ultimi anni, una parte significativa della comunità internazionale guarda con crescente criticità alle operazioni militari israeliane.
Molti governi occidentali si trovano inoltre sotto una forte pressione interna.
Per questo motivo Gerusalemme teme che, in caso di iniziativa unilaterale contro l’Iran, il sostegno politico internazionale possa risultare inferiore rispetto al passato.
Da qui l’avvertimento rivolto al gabinetto.
Israele deve essere pronto anche a uno scenario in cui dovrà contare principalmente sulle proprie forze.
Il ciclo infinito dell’escalation
Il vero problema è che entrambe le parti sembrano intrappolate in una logica di sicurezza reciproca.
Israele interpreta ogni avanzamento nucleare iraniano come una minaccia esistenziale.
L’Iran interpreta ogni minaccia israeliana come una conferma della necessità di rafforzare le proprie capacità strategiche.
Il risultato è un ciclo continuo di:
- sanzioni;
- sabotaggi;
- operazioni clandestine;
- attacchi missilistici;
- rappresaglie.
Ogni azione genera una reazione.
Ogni reazione alimenta una nuova escalation.
In questo contesto qualsiasi accordo viene visto come insufficiente da una parte e come una concessione eccessiva dall’altra.
Una partita che riguarda il futuro dell’ordine mondiale
Ridurre questa vicenda a uno scontro personale tra Netanyahu e Trump sarebbe un errore.
In realtà siamo di fronte a uno dei principali punti di frizione dell’attuale sistema internazionale.
Da una parte vi è la volontà americana di evitare una nuova grande guerra regionale.
Dall’altra vi è la convinzione israeliana che il tempo per fermare il programma nucleare iraniano stia rapidamente diminuendo.
Tra queste due visioni si gioca una partita che potrebbe influenzare non solo il Medio Oriente, ma anche i rapporti tra:
- Stati Uniti;
- Russia;
- Cina;
- le monarchie del Golfo;
- le principali potenze regionali.
La domanda che oggi domina le cancellerie di mezzo mondo è semplice:
Israele accetterà un compromesso che considera insufficiente oppure deciderà di agire autonomamente assumendosi tutti i rischi di una guerra regionale?
Le dichiarazioni di Netanyahu e Zamir suggeriscono che, almeno nei vertici israeliani, questa seconda ipotesi non viene più considerata impossibile.
Ed è proprio per questo motivo che il confronto tra Israele e Iran continua a rappresentare uno dei dossier più pericolosi dell’intera geopolitica contemporanea.
Fonti e approfondimenti
- Ufficio del Primo Ministro di Israele
- Ministero degli Esteri di Israele
- Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA)
- Dipartimento di Stato degli Stati Uniti
- United Nations – Middle East Affairs
- Institute for the Study of War
- International Crisis Group
- Arms Control Association – Iran Nuclear Program

