Per anni milioni di persone in tutto il mondo hanno guardato al Venezuela di Nicolás Maduro come a uno dei simboli della cosiddetta resistenza all’egemonia americana.
Secondo questa narrativa, Caracas rappresentava il baluardo della sovranità nazionale contro il dominio finanziario internazionale, contro Wall Street, contro il FMI e contro il sistema occidentale.
Eppure proprio una delle notizie emerse dai documenti doganali svizzeri negli ultimi mesi racconta una storia molto diversa.
Una storia che apre interrogativi profondi sulla distanza tra propaganda e realtà.
Secondo i dati analizzati dalla televisione pubblica svizzera e successivamente riportati da Reuters, tra il 2012 e il 2016 il Venezuela trasferì in Svizzera circa 127 tonnellate di oro provenienti dalle riserve della banca centrale venezuelana.
Per comprendere la portata di questo dato basta ricordare che il valore complessivo dell’operazione superava i 4,7 miliardi di franchi svizzeri dell’epoca.
Il mito della rivoluzione permanente
Per oltre due decenni il chavismo ha costruito la propria legittimità politica attorno a una narrazione precisa.
Da una parte il popolo.
Dall’altra l’imperialismo.
Da una parte la sovranità.
Dall’altra la finanza internazionale.
Tuttavia, quando il prezzo del petrolio iniziò a crollare e il sistema economico venezuelano mostrò tutte le sue fragilità strutturali, il governo fu costretto a cercare disperatamente nuove fonti di liquidità.
Fu proprio in quel periodo che una parte consistente delle riserve auree venezuelane lasciò il Paese.
Perché proprio la Svizzera?
La domanda è inevitabile.
Se il Venezuela combatteva il sistema finanziario internazionale, perché affidarsi proprio a uno dei principali hub mondiali del commercio dell’oro?
La risposta è semplice.
La Svizzera ospita alcune delle più grandi raffinerie aurifere del pianeta, tra cui Valcambi, PAMP e Argor-Heraeus. Qui il metallo può essere raffinato, certificato e trasformato in lingotti facilmente commerciabili sui mercati internazionali.
In altre parole, quando si è trattato di monetizzare rapidamente le riserve auree, il governo venezuelano si è rivolto proprio a uno dei centri più importanti della finanza globale.
La crisi che nessuno voleva raccontare
Mentre i discorsi ufficiali continuavano a parlare di rivoluzione bolivariana e lotta contro il capitalismo, il Paese stava vivendo una delle peggiori crisi economiche della sua storia.
Secondo le ricostruzioni citate dalle fonti svizzere, il trasferimento dell’oro venne effettuato come misura straordinaria per ottenere garanzie finanziarie, liquidità e prestiti necessari a evitare il default dello Stato.
Il problema è che nemmeno questa gigantesca operazione riuscì a fermare il collasso.
Nel 2017 il Venezuela entrò comunque in una fase di insolvenza e crisi del debito.
L’Asse della Resistenza e il paradosso del denaro
Questa vicenda evidenzia una contraddizione ricorrente.
Molti governi e movimenti che si presentano come alternativi al sistema occidentale continuano a utilizzare gli stessi strumenti finanziari internazionali che pubblicamente denunciano.
Quando si tratta di ottenere:
- liquidità;
- accesso ai mercati;
- certificazioni finanziarie;
- garanzie sui prestiti;
- commercio delle materie prime;
le strutture della finanza globale diventano improvvisamente indispensabili.
La retorica anti-imperialista spesso si scontra con la realtà dell’economia.
Il popolo venezuelano e il costo della propaganda
Mentre tonnellate di oro lasciavano il Paese, milioni di venezuelani affrontavano:
- iperinflazione;
- scarsità di beni essenziali;
- collasso sanitario;
- emigrazione di massa;
- impoverimento generalizzato.
Secondo varie stime internazionali, milioni di cittadini hanno lasciato il Venezuela negli ultimi anni, generando una delle più grandi crisi migratorie dell’America Latina.
La domanda politica diventa inevitabile.
Se la rivoluzione era stata costruita per emancipare il popolo, come si è arrivati a una situazione nella quale una parte significativa delle riserve nazionali è stata utilizzata per tentare di salvare un sistema ormai vicino al collasso?
Il confronto con la storia coloniale
Molti sostenitori del chavismo amano evocare il saccheggio coloniale operato dalle potenze europee.
È un tema reale e storicamente documentato.
Ma la vicenda dell’oro venezuelano introduce un elemento ulteriore.
Per la prima volta non si parla di un trasferimento imposto da una potenza coloniale esterna.
Si parla di una decisione assunta da un governo che si definiva anti-colonialista e rivoluzionario.
Questo non significa equiparare fenomeni storici diversi.
Significa però riconoscere che la gestione delle risorse nazionali non può essere giudicata esclusivamente in base agli slogan ideologici.
Conclusione
La storia delle 127 tonnellate di oro trasferite dal Venezuela alla Svizzera rappresenta molto più di una curiosità finanziaria.
È il simbolo di una contraddizione che attraversa buona parte delle moderne narrative anti-imperialiste.
Molti governi che si presentano come alternativi all’ordine occidentale finiscono per dipendere dagli stessi circuiti finanziari, commerciali e monetari che dichiarano di combattere.
La vera domanda non è se l’oro sia partito.
I documenti doganali dimostrano che è partito.
La vera domanda è perché un governo che prometteva sovranità economica abbia dovuto ricorrere proprio ai meccanismi della finanza internazionale per tentare di sopravvivere.
Fonti e documenti
- Reuters – Venezuela shipped gold worth $5.2 billion to Switzerland
- SwissInfo – Data reveals historic shipments of Venezuelan gold to Switzerland
- Euronews – Why did Maduro move gold to Switzerland?
- Reuters 2016 – Gold exports amid cash crisis
- Reuters – Switzerland freezes assets linked to Maduro
- United States sanctions during the Venezuelan crisis
- Swiss Federal reporting on Venezuelan gold transfers (via SwissInfo)

