LA GRANDE CONTRADDIZIONE DELL’ASSE DELLA RESISTENZA: QUANDO L’ANTI-IMPERIALISMO DIVENTA UN SISTEMA DI POTERE

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Per oltre vent’anni una parte dell’opinione pubblica occidentale ha costruito una narrativa estremamente semplificata della geopolitica contemporanea.

Da una parte ci sarebbe l’imperialismo americano.

Dall’altra il cosiddetto “Asse della Resistenza”, descritto come un fronte composto da movimenti rivoluzionari, organizzazioni armate e Stati impegnati nella difesa dei popoli oppressi contro il dominio occidentale.

Questa rappresentazione è diventata particolarmente popolare negli ambienti antagonisti europei e nelle reti mediatiche alternative che vedono ogni conflitto esclusivamente attraverso la lente dell’opposizione a Washington.

Ma cosa accade quando si abbandonano gli slogan e si analizzano i documenti, i rapporti delle organizzazioni internazionali, le inchieste giudiziarie e le analisi degli organismi specializzati nel contrasto al terrorismo e al crimine organizzato?

La realtà che emerge è molto più complessa.

E soprattutto molto meno romantica.


La guerra come industria permanente

Uno degli aspetti meno discussi riguarda il fatto che molti movimenti armati che si presentano come forze di liberazione hanno progressivamente sviluppato vere e proprie economie parallele.

Le guerre moderne non sono soltanto scontri militari.

Sono anche giganteschi ecosistemi economici.

Quando un conflitto dura dieci, venti o trent’anni si sviluppano inevitabilmente reti finanziarie che permettono ai gruppi armati di sopravvivere indipendentemente dagli obiettivi politici originari.

Il conflitto diventa esso stesso una fonte di reddito.

In molte aree del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia si sono sviluppati sistemi basati su:

  • contrabbando di petrolio;
  • traffico di armi;
  • tassazione illegale;
  • estorsioni;
  • sequestri;
  • commercio illegale di materie prime;
  • traffici transfrontalieri.

Secondo numerosi rapporti ONU, il controllo delle rotte economiche rappresenta spesso una motivazione strategica non meno importante degli obiettivi ideologici dichiarati.


Il petrolio del mercato nero

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Uno dei casi più studiati riguarda il commercio illegale di petrolio nelle aree di conflitto.

Le Nazioni Unite, diversi governi e organismi internazionali hanno documentato come numerosi gruppi armati abbiano utilizzato negli anni il controllo di pozzi petroliferi, raffinerie improvvisate e reti di contrabbando per finanziare le proprie attività.

Il petrolio estratto illegalmente viene spesso immesso sul mercato attraverso reti opache che attraversano diversi Paesi.

In questi sistemi gli interessi economici tendono a prevalere sulle ideologie.

Il denaro non ha religione.

Non ha nazionalità.

Non ha colore politico.


L’alleanza tra terrorismo e criminalità organizzata

Per anni si è cercato di distinguere nettamente tra organizzazioni terroristiche e criminalità organizzata.

Oggi la maggior parte degli analisti della sicurezza considera questa separazione sempre meno valida.

Secondo Europol, ONU e numerosi centri di ricerca, le reti terroristiche moderne spesso utilizzano gli stessi strumenti operativi delle organizzazioni criminali.

Traffico di droga.

Riciclaggio.

Contrabbando.

Documenti falsi.

Corruzione.

Trasporto clandestino di persone.

Le differenze ideologiche tendono a dissolversi quando si tratta di finanziare strutture militari costose e permanenti.


L’illusione rivoluzionaria

Una delle narrazioni più diffuse negli ambienti anti-occidentali consiste nel descrivere questi gruppi come movimenti popolari spontanei.

La realtà è spesso molto diversa.

Con il passare del tempo molte organizzazioni nate come movimenti di resistenza si trasformano in apparati burocratici, militari e finanziari estremamente complessi.

Si creano élite.

Si sviluppano interessi economici.

Nascono oligarchie interne.

I dirigenti accumulano potere.

Le popolazioni rimangono povere.

Il risultato è un fenomeno osservato in numerosi scenari storici:

la rivoluzione finisce per produrre nuove strutture di controllo.


La retorica dei diritti del popolo

Uno degli aspetti più contraddittori riguarda proprio la propaganda.

Molte organizzazioni che dichiarano di combattere per i diritti dei popoli vengono accusate da osservatori indipendenti di:

  • reprimere il dissenso;
  • limitare la libertà di stampa;
  • perseguitare gli oppositori;
  • controllare rigidamente l’informazione;
  • utilizzare apparati di sicurezza estremamente invasivi.

La domanda diventa inevitabile:

se la lotta è davvero per la libertà del popolo, perché il popolo non può criticare liberamente chi governa?


Il ruolo delle reti occidentali

Un elemento raramente discusso riguarda il sostegno mediatico ricevuto da queste organizzazioni in Occidente.

In numerosi ambienti antagonisti europei e americani si è sviluppata una tendenza a considerare automaticamente “buono” qualsiasi soggetto che si opponga agli Stati Uniti.

Si tratta di una forma di riduzionismo ideologico.

In questa logica non importa:

  • come governa;
  • quali diritti rispetta;
  • quali traffici controlla;
  • quali metodi utilizza.

Conta soltanto che sia contro Washington.

Questo meccanismo porta spesso a ignorare aspetti estremamente problematici.


Il paradosso dell’anti-imperialismo

L’aspetto forse più interessante è il paradosso finale.

Molti movimenti che dichiarano di combattere l’imperialismo finiscono per costruire sistemi di potere fortemente centralizzati.

Sistemi che:

  • controllano l’economia;
  • controllano l’informazione;
  • controllano la giustizia;
  • controllano la sicurezza;
  • controllano il dissenso.

In altre parole, combattono una forma di dominio per sostituirla con un’altra.


La guerra permanente come strumento di governo

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La guerra permanente produce un effetto molto utile per le élite politiche e militari.

Consente di giustificare:

  • emergenze continue;
  • restrizioni alle libertà;
  • militarizzazione della società;
  • controllo dell’informazione;
  • repressione degli oppositori.

Quando una società vive costantemente sotto minaccia, diventa più facile concentrare il potere.

È un meccanismo che la storia ha mostrato in contesti molto diversi tra loro.


Chi paga davvero il prezzo?

Alla fine i veri sconfitti sono quasi sempre gli stessi.

Le popolazioni civili.

I giovani senza prospettive.

Le famiglie costrette a emigrare.

Le comunità intrappolate in conflitti che sembrano non finire mai.

Mentre i leader politici e militari consolidano il proprio potere, intere generazioni crescono all’interno di economie di guerra che impediscono qualsiasi sviluppo stabile.


Conclusione

L’errore più grande consiste nel guardare il mondo attraverso categorie semplicistiche.

Non tutto ciò che si oppone agli Stati Uniti rappresenta automaticamente una forza di liberazione.

Così come non tutto ciò che viene sostenuto dall’Occidente rappresenta necessariamente un modello di libertà.

Le reti di potere contemporanee sono molto più complesse.

Dietro gli slogan sulla resistenza, sulla rivoluzione e sulla liberazione possono nascondersi apparati economici, militari e politici che prosperano sul conflitto permanente.

La vera domanda non è chi urla più forte contro l’imperialismo.

La vera domanda è chi trae beneficio dalla perpetuazione del caos.


Fonti e approfondimenti

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