Da Gramsci alla Scuola di Francoforte: come la battaglia politica si è trasformata in una guerra culturale
Per comprendere alcune delle più profonde trasformazioni culturali dell’Occidente contemporaneo bisogna tornare indietro di un secolo. Non alle barricate del Sessantotto, non ai social network e neppure alle moderne polemiche sul politicamente corretto.
Bisogna tornare in una cella del carcere fascista, dove Antonio Gramsci elaborò una delle riflessioni politiche più influenti del Novecento.
La questione fondamentale era semplice e, per il marxismo dell’epoca, drammatica: perché la rivoluzione proletaria non aveva conquistato l’Occidente industrializzato come Marx aveva previsto?
Da quell’interrogativo nasce una riflessione destinata a spostare il conflitto politico dal terreno strettamente economico a quello culturale.
Ed è proprio qui che comincia quella che possiamo chiamare “la cattedrale invisibile”: un sistema nel quale la conquista del potere non passa necessariamente attraverso il controllo immediato dello Stato, ma attraverso la capacità di determinare le categorie con cui una società interpreta se stessa.
Gramsci e la scoperta dell’egemonia
Antonio Gramsci comprese che una società non viene governata esclusivamente attraverso la coercizione.
Lo Stato possiede certamente esercito, polizia, tribunali e apparati amministrativi. Ma una classe dirigente mantiene il proprio predominio anche perché una parte significativa della popolazione considera naturale, legittimo o comunque accettabile l’ordine esistente.
È il problema dell’egemonia.
Famiglia, religione, scuola, associazioni, stampa, intellettuali e cultura contribuiscono alla costruzione di quello che una società considera “senso comune”.
Il testo di partenza individua proprio qui il passaggio decisivo: se famiglia, proprietà, patria, religione e tradizione continuano a essere percepite positivamente da vaste fasce popolari, una trasformazione rivoluzionaria della società incontra una resistenza culturale ancora prima che politica.
La battaglia, quindi, deve essere combattuta anche nella società civile.
Non basta conquistare il governo.
Bisogna conquistare la produzione del consenso.
Dalla rivoluzione politica alla “lunga marcia”
Da questo punto di vista assume particolare importanza una formula divenuta celebre molti decenni dopo Gramsci: la “lunga marcia attraverso le istituzioni”, associata al leader studentesco tedesco Rudi Dutschke.
Il principio rappresenta bene il cambiamento di paradigma.
Non più soltanto la presa rivoluzionaria del Palazzo d’Inverno.
La trasformazione politica può procedere anche attraverso:
- università;
- scuola;
- editoria;
- giornalismo;
- cinema;
- arte;
- pubblica amministrazione;
- organizzazioni culturali;
- produzione del linguaggio.
Il terreno dello scontro diventa quindi il modo stesso nel quale gli individui comprendono il mondo.
Il concetto gramsciano di “intellettuale organico” assume, in questa prospettiva, una funzione fondamentale: l’intellettuale non è necessariamente un osservatore neutrale della società, ma può diventare parte attiva della costruzione di una determinata egemonia.
La Scuola di Francoforte
Il secondo grande passaggio conduce all’Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e ad autori come Max Horkheimer, Theodor W. Adorno e Herbert Marcuse.
Con la Teoria Critica, l’analisi marxista supera progressivamente il terreno della proprietà dei mezzi di produzione per investire cultura, psicologia, autorità, famiglia e società di massa.
La critica del capitalismo diventa anche critica dei meccanismi culturali attraverso i quali una società riproduce valori, comportamenti e rapporti di potere.
Nel 1944 Horkheimer e Adorno completano Dialettica dell’Illuminismo, una delle opere fondamentali della Scuola di Francoforte.
Nel 1950 arriva The Authoritarian Personality, il grande studio coordinato da Adorno e altri studiosi nel quale compare la celebre F-Scale, concepita per misurare predisposizioni associate alla personalità autoritaria e al fascismo.
Qui è però necessaria una precisazione importante.
Sostenere che lo studio abbia semplicemente classificato “patriottismo, religiosità e famiglia tradizionale” come malattie mentali sarebbe una semplificazione della ricerca originale. La critica più interessante riguarda piuttosto un’altra questione: quanto può diventare sottile il confine tra studio psicologico dell’autoritarismo e patologizzazione delle convinzioni politiche?
È una domanda che rimane straordinariamente attuale.
Quando una posizione politica smette di essere discussa e comincia a essere interpretata come indice di ignoranza, fobia, irrazionalità o devianza psicologica, il terreno democratico cambia radicalmente.
L’avversario non deve più essere convinto.
Deve essere rieducato.
Marcuse e la “tolleranza repressiva”
È però Herbert Marcuse a formulare una delle tesi più controverse.
Nel 1965 pubblica Repressive Tolerance.
Il testo esiste ed è facilmente consultabile ancora oggi. Marcuse sostiene esplicitamente che quella che definisce “liberating tolerance” dovrebbe comportare intolleranza verso determinati movimenti della destra e tolleranza verso movimenti della sinistra.
Non è una parafrasi inventata dai suoi critici.
Marcuse scrive:
“Liberating tolerance […] would mean intolerance against movements from the Right and toleration of movements from the Left.”
La posizione nasce dalla convinzione che una società apparentemente pluralista possa essere in realtà strutturalmente squilibrata a favore dell’ordine dominante.
Per Marcuse, quindi, trattare allo stesso modo tutte le idee non garantirebbe necessariamente autentica libertà.
Ma proprio qui emerge il gigantesco problema politico.
Chi decide quali idee sono “liberatorie” e quali “repressive”?
Chi possiede il diritto di stabilire preventivamente quale opinione meriti di essere ascoltata?
E soprattutto: cosa accade quando chi esercita questo potere controlla università, istituzioni, mezzi di comunicazione o piattaforme attraverso cui avviene il dibattito?
Il rischio è evidente.
La tolleranza può trasformarsi da principio universale a privilegio ideologico.
Il paradosso della censura virtuosa
Marcuse arriva a discutere apertamente della possibilità di limitare determinate forme di espressione prima ancora che producano azioni concrete.
Il ragionamento è radicale: se determinate idee vengono considerate funzionali a un sistema oppressivo, limitarne la diffusione può essere interpretato non come censura, ma come liberazione.
È qui che il meccanismo diventa politicamente esplosivo.
Perché il censore può convincersi di essere contemporaneamente il difensore della libertà.
La repressione dell’opinione avversaria viene così moralmente ricodificata.
Non starebbe togliendo libertà.
Starebbe proteggendo la società.
È un paradigma che merita di essere studiato attentamente proprio perché Marcuse non lo nasconde: Repressive Tolerance presenta esplicitamente una concezione asimmetrica della tolleranza politica.
Foucault, Derrida e la French Theory
Negli anni successivi il quadro intellettuale cambia ulteriormente.
Michel Foucault concentra buona parte delle proprie ricerche sui rapporti tra sapere e potere, sulle istituzioni e sui meccanismi attraverso i quali vengono costruite e amministrate determinate categorie sociali.
Jacques Derrida sviluppa invece la decostruzione, destinata ad avere un’influenza enorme negli studi letterari, filosofici e culturali.
Occorre anche qui evitare equivalenze troppo semplicistiche: Foucault e Derrida non possono essere ridotti a meri continuatori di Gramsci o della Scuola di Francoforte.
Le loro genealogie filosofiche sono differenti.
Ma l’incontro di queste correnti nelle università occidentali ha contribuito alla diffusione di un approccio nel quale linguaggio, identità, istituzioni e produzione del sapere vengono sempre più frequentemente analizzati attraverso le categorie del potere.
Il risultato è stato un cambiamento profondo nel dibattito accademico.
Quando cambia il linguaggio cambia il campo di battaglia
Il controllo politico più efficace non consiste necessariamente nell’impedire fisicamente a qualcuno di parlare.
Può consistere nel modificare il significato delle parole attraverso cui quella persona può esprimersi.
È la battaglia semantica.
Una società decide continuamente che cosa significano termini come:
libertà, discriminazione, famiglia, autorità, identità, merito, uguaglianza, giustizia, violenza, tolleranza.
Modificare queste definizioni significa modificare anche i confini del dibattito politico.
Un’opinione può essere combattuta.
Ma se viene prima trasformata linguisticamente in una forma di odio, estremismo, disinformazione o pericolo sociale, il passaggio successivo diventa molto più semplice: escluderla.
È questa una delle questioni centrali sollevate dal documento alla base di questa analisi.
La scuola come campo decisivo
Se il potere culturale dipende dalla capacità di formare il senso comune, scuola e università diventano inevitabilmente istituzioni strategiche.
Qui occorre distinguere tra fatti documentabili e interpretazioni.
Non esiste una singola cabina di regia che abbia uniformemente trasformato tutte le scuole occidentali secondo un “piano gramsciano”.
Una simile affermazione richiederebbe prove che il documento non fornisce.
Esiste però un problema più serio e verificabile: l’enorme influenza che le teorie culturali e politiche esercitano sui programmi universitari e, indirettamente, sulla formazione delle generazioni successive.
Ogni sistema educativo trasmette inevitabilmente una visione del mondo.
La vera domanda è se insegni agli studenti come pensare oppure stabilisca preventivamente che cosa sia moralmente consentito pensare.
La differenza è enorme.
Un’università dovrebbe essere precisamente il luogo nel quale anche le convinzioni dominanti vengono sottoposte alla critica.
Quando invece determinate conclusioni diventano presupposti morali non discutibili, il metodo critico rischia di trasformarsi nel proprio contrario.
Dall’egemonia culturale all’Information Warfare
Il documento propone infine un parallelo con le moderne tecniche di guerra dell’informazione.
Anche qui bisogna evitare un’equivalenza storica automatica: Gramsci non elaborò un manuale moderno di information warfare.
Ma l’analogia è interessante.
La guerra informativa contemporanea mira spesso a influenzare:
- percezioni;
- fiducia nelle istituzioni;
- interpretazione degli eventi;
- identità collettive;
- comportamento politico;
- linguaggio attraverso cui vengono interpretate le informazioni.
Non è necessario distruggere un’infrastruttura quando è possibile modificare il comportamento delle persone che la governano.
Il campo di battaglia diventa la percezione.
La vera battaglia è per il senso comune
Ed eccoci al punto centrale.
Il potere culturale più efficace è quello che non viene percepito come potere.
Quando una determinata interpretazione della realtà diventa “normale”, chi la condivide non sente più di aderire a un’ideologia.
Pensa semplicemente di aderire alla realtà.
È questo il cuore dell’egemonia.
Ed è anche il motivo per cui la libertà intellettuale richiede qualcosa di più della semplice possibilità formale di parlare.
Richiede pluralismo reale.
Richiede università nelle quali una teoria possa essere contestata.
Richiede giornalismo nel quale i fatti possano contraddire la linea editoriale.
Richiede piattaforme nelle quali la moderazione non diventi arbitrariamente selezione politica.
Richiede soprattutto cittadini capaci di distinguere un fatto da un’interpretazione e un’interpretazione da un dogma.
Internet ha incrinato il monopolio
Per gran parte del Novecento l’accesso alla produzione culturale era necessariamente concentrato.
Pubblicare un libro richiedeva un editore.
Trasmettere immagini richiedeva una televisione.
Raggiungere milioni di persone richiedeva un giornale, una radio o un grande apparato politico.
Internet ha demolito buona parte di queste barriere.
Archivi, documenti, libri digitalizzati, paper scientifici, filmati originali e fonti primarie possono essere consultati direttamente da milioni di cittadini.
Naturalmente questo ha prodotto anche disinformazione, manipolazione e propaganda.
Ma ha introdotto qualcosa di storicamente rivoluzionario: la possibilità di verificare direttamente una fonte senza passare necessariamente attraverso il suo interprete tradizionale.
Ed è precisamente questo che rende fragile qualsiasi monopolio culturale.
La risposta non può essere un’altra censura
C’è però un errore che chi critica l’egemonia culturale dovrebbe evitare.
Rispondere alla censura con una censura di segno opposto significherebbe semplicemente riprodurre lo stesso meccanismo.
La risposta alla cattiva informazione è documentare meglio.
La risposta alla propaganda è mostrare le fonti.
La risposta alla manipolazione semantica è recuperare precisione linguistica.
La risposta all’ideologia non è costruire un’ideologia speculare impermeabile ai fatti.
È recuperare il principio di realtà.
Perché una società libera non ha bisogno di cittadini ai quali venga spiegato quali idee possono ascoltare.
Ha bisogno di cittadini sufficientemente preparati da poter ascoltare anche idee radicalmente opposte e giudicarle sulla base delle prove.
La cattedrale diventa visibile
Gramsci comprese qualcosa che il Novecento avrebbe dimostrato innumerevoli volte: il potere non vive soltanto nei parlamenti e nei ministeri.
Vive nella cultura.
Vive nelle parole.
Vive nelle categorie attraverso le quali definiamo ciò che è normale, giusto, vero e accettabile.
Marcuse spinse questa logica fino a mettere apertamente in discussione la neutralità della tolleranza.
Foucault studiò le relazioni tra sapere e potere.
Derrida mise radicalmente in discussione la stabilità del significato.
Si può condividere o respingere profondamente queste tradizioni intellettuali.
Ma ignorarle significa rinunciare a comprendere una parte fondamentale della storia culturale contemporanea.
La questione decisiva non è quindi sostituire un’egemonia con un’altra.
È impedire che qualsiasi egemonia diventi invisibile e quindi sottratta alla critica.
Perché quando un sistema culturale può stabilire contemporaneamente quali domande siano legittime, quali parole possano essere utilizzate e quali opinioni meritino di essere ascoltate, non controlla semplicemente il dibattito.
Controlla il perimetro entro il quale il dibattito può esistere.
E forse è proprio questo il significato più attuale della “cattedrale invisibile”.
FONTI E DOCUMENTI
Testo di riferimento
- Stefano Delacroix, La Cattedrale Invisibile – Origini, Dinamiche e Sovversione dell’Ingegneria Culturale Marxista.
Antonio Gramsci
- International Gramsci Society – risorse e bibliografia:
https://www.internationalgramscisociety.org/ - Stanford Encyclopedia of Philosophy – Antonio Gramsci:
https://plato.stanford.edu/
Herbert Marcuse
- Repressive Tolerance, testo integrale:
https://www.marcuse.org/herbert/publications/1960s/1965-repressive-tolerance-fulltext.html - Herbert Marcuse Official Website – pagina dedicata a Repressive Tolerance:
https://www.marcuse.org/herbert/publications/1960s/1965-repressive-tolerance.html - Riproduzione PDF di Repressive Tolerance:
https://www.marcuse.org/herbert/publications/1960s/1965-repressive-tolerance-1969.pdf
Scuola di Francoforte / Teoria Critica
- Stanford Encyclopedia of Philosophy – Critical Theory:
https://plato.stanford.edu/entries/critical-theory/ - Goethe-Universität Frankfurt – Institut für Sozialforschung:
https://www.ifs.uni-frankfurt.de/
Theodor W. Adorno e The Authoritarian Personality
- Encyclopaedia Britannica – Theodor W. Adorno:
https://www.britannica.com/biography/Theodor-Wiesengrund-Adorno
Michel Foucault
- Stanford Encyclopedia of Philosophy:
https://plato.stanford.edu/entries/foucault/
Jacques Derrida
- Stanford Encyclopedia of Philosophy:
https://plato.stanford.edu/entries/derrida/

