I CANI DA RIPORTO DELLA PROPAGANDA: QUANDO LE IDEOLOGIE SI TRAVESTONO DA ANALISI

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Per anni hanno accusato il mainstream di manipolare l’informazione.

Per anni hanno denunciato i giornalisti di sistema, gli esperti televisivi, i commentatori prezzolati e gli opinionisti incapaci di distinguere tra fatti e propaganda.

Poi, lentamente, sono diventati esattamente ciò che dicevano di combattere.

La grande tragedia di una parte della controinformazione contemporanea è proprio questa: aver sostituito una propaganda con un’altra, credendo ingenuamente di aver conquistato la libertà di pensiero.

In realtà molti sedicenti analisti geopolitici si sono trasformati nei più fedeli cani da riporto di nuove narrazioni ideologiche.

Non studiano i fatti.

Non verificano le fonti.

Non mettono alla prova le proprie convinzioni.

Aspettano semplicemente che la realtà confermi ciò che hanno già deciso di credere.

E quando la realtà non collabora, tanto peggio per la realtà.


L’ANALISI È MORTA. VIVA LA TIFOSERIA

L’analisi geopolitica richiede una qualità sempre più rara: la capacità di cambiare idea.

Richiede di accettare che il mondo sia complesso.

Richiede di riconoscere che nessuna potenza è onnipotente e nessuna è infallibile.

Ma questo approccio non genera visualizzazioni.

Non crea fanatismo.

Non costruisce comunità ideologiche.

È molto più redditizio trasformare la geopolitica in una partita di calcio.

Da una parte i buoni.

Dall’altra i cattivi.

Da una parte gli eroi della resistenza.

Dall’altra l’impero del male.

In questo schema infantile non esistono sfumature.

Esistono soltanto tifoserie.

E una volta entrati nella logica della tifoseria, i fatti smettono di avere importanza.


GLI INDOVINI CHE SBAGLIANO SEMPRE

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La caratteristica più sorprendente di questi personaggi è la loro straordinaria capacità di sbagliare senza mai pagare alcun prezzo.

Da anni annunciano il collasso imminente degli Stati Uniti.

Da anni prevedono la fine del dollaro.

Da anni raccontano l’imminente dissoluzione della NATO.

Da anni spiegano che l’Occidente sarebbe a un passo dal crollo definitivo.

Eppure il tempo passa.

Le profezie si accumulano.

Le previsioni falliscono.

Le date vengono continuamente spostate.

I traguardi vengono rinviati.

Le promesse vengono dimenticate.

E nessuno presenta il conto.

Anzi.

Più le previsioni si rivelano errate, più questi personaggi sembrano acquisire autorevolezza presso il proprio pubblico.

Un fenomeno che sarebbe incomprensibile in qualsiasi altra professione.

Immaginate un meteorologo che sbagliasse le previsioni ogni giorno per dieci anni consecutivi.

Verrebbe licenziato.

Nel mondo della propaganda invece diventa un guru.


LA FABBRICA DELLE VITTORIE IMMAGINARIE

Uno dei meccanismi più ricorrenti consiste nel trasformare ogni evento in una vittoria della propria parte.

Se un obiettivo viene raggiunto, è una vittoria.

Se non viene raggiunto, è una vittoria strategica.

Se si subisce una sconfitta, diventa una vittoria morale.

Se la situazione peggiora, allora si tratta di una brillante mossa tattica.

Se nulla va come previsto, la colpa è di un complotto.

Il risultato è una realtà parallela nella quale non esistono mai errori di valutazione.

Esistono soltanto vittorie che il pubblico non è abbastanza intelligente da comprendere.


DALLA CONTROINFORMAZIONE ALLA FEDE

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La vera controinformazione dovrebbe mettere in discussione ogni narrazione.

Anche quelle che le sono più simpatiche.

Invece una parte del panorama alternativo ha progressivamente abbandonato il metodo critico per abbracciare una forma di fede politica.

Le prove non servono più.

I dati non servono più.

Le verifiche non servono più.

Conta soltanto la coerenza con il racconto.

Se una notizia rafforza la narrativa viene condivisa immediatamente.

Se la contraddice viene ignorata.

Se la smentisce apertamente viene dichiarata propaganda nemica.

È esattamente lo stesso schema mentale che per anni è stato attribuito ai media tradizionali.


IL PROBLEMA NON È SBAGLIARE

Chiunque può commettere errori.

La geopolitica è una materia complessa.

Le informazioni sono incomplete.

Gli scenari cambiano rapidamente.

Il problema non è sbagliare.

Il problema è non ammettere mai di aver sbagliato.

È continuare a spacciare come analisi ciò che in realtà è soltanto una convinzione ideologica.

È trasformare il proprio pubblico in una comunità di credenti anziché di persone che ragionano.

È vendere certezze assolute in un mondo che non ne offre quasi mai.


QUANDO LA REALTÀ DIVENTA NEMICA

Il punto finale di questo processo è forse il più pericoloso.

Quando una narrazione viene difesa troppo a lungo, chi la promuove finisce per considerare la realtà stessa come un nemico.

Qualsiasi fatto che contraddice il racconto viene rifiutato.

Qualsiasi dato scomodo viene ignorato.

Qualsiasi prova contraria viene reinterpretata.

A quel punto non siamo più nel campo dell’analisi.

Siamo nel campo della propaganda.

E il propagandista finisce per credere alle proprie invenzioni.

Non racconta più una bugia per convincere gli altri.

Racconta una bugia perché ha convinto prima di tutto sé stesso.


CONCLUSIONE

L’informazione libera non consiste nello scegliere una propaganda diversa.

Non consiste nel sostituire i vecchi sacerdoti con nuovi sacerdoti.

Non consiste nel cambiare padrone.

Consiste nel mantenere la capacità di dubitare.

Di verificare.

Di correggersi.

Di accettare che la realtà sia spesso più complessa delle nostre convinzioni.

Chi trasforma ogni evento in una conferma delle proprie idee non sta facendo analisi geopolitica.

Sta semplicemente facendo propaganda.

E spesso, ironia della sorte, diventa il più fedele cane da riporto della narrativa che ha scelto di servire.


Fonti e approfondimenti

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