CUBA, IL PARADISO MARXISTA DEI GENERALI: IL POPOLO HA FAME, L’ELITE MILITARE CONTROLLA MILIARDI

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Per decenni ci hanno raccontato la stessa storia.

Cuba sarebbe povera esclusivamente per colpa dell’embargo americano. La miseria, le file per il cibo, i blackout, la fuga di milioni di cubani, gli stipendi insufficienti e il collasso delle infrastrutture sarebbero sempre responsabilità di qualcun altro.

Mai del regime.

Mai del sistema economico.

Mai dell’apparato militare che controlla una parte gigantesca delle attività più redditizie dell’isola.

Poi arrivano i numeri.

E i numeri raccontano una storia molto più scomoda.

Al centro del sistema economico cubano c’è GAESA, Grupo de Administración Empresarial S.A., un enorme conglomerato controllato dalle Forze Armate Rivoluzionarie cubane.

Non parliamo di una piccola azienda pubblica.

GAESA opera nel turismo, negli hotel, nei supermercati, nei distributori di carburante, nella logistica, nei servizi finanziari, nelle rimesse dall’estero, nel commercio e nelle attività legate al porto e alla Zona Speciale di Sviluppo di Mariel.

Il Dipartimento del Tesoro americano definisce ufficialmente GAESA una “Cuban military-controlled umbrella enterprise”, un’impresa ombrello controllata dai militari cubani con interessi nel turismo, negli investimenti finanziari, nell’import-export e nelle rimesse.

In altre parole: mentre al cittadino cubano viene chiesto di sopportare sacrifici in nome della rivoluzione, una parte enorme dei settori capaci di generare valuta forte passa attraverso strutture legate direttamente all’apparato militare.

18 MILIARDI MENTRE IL PAESE È IN GINOCCHIO

La parte più devastante della storia emerge dai documenti finanziari interni di GAESA ottenuti dal Miami Herald.

Secondo quei documenti, nel marzo 2024 il conglomerato dichiarava circa 18 miliardi di dollari di attività correnti.

Di questi, circa 14,5 miliardi risultavano depositati in conti bancari o nelle istituzioni finanziarie dello stesso gruppo.

Diciotto miliardi.

In un Paese nel quale la popolazione vive da anni con carenze alimentari, blackout, deterioramento dei servizi pubblici e una continua emergenza economica.

Naturalmente bisogna essere precisi: “attività correnti” non significa che tutti quei 18 miliardi fossero banconote immediatamente disponibili in una cassaforte.

Ma il punto politico resta enorme.

Un conglomerato militare disponeva di attività valutate in miliardi mentre l’economia civile cubana precipitava.

Ed è questa contraddizione che il governo dell’Avana deve spiegare.

Non con uno slogan.

Con i bilanci.

RUBIO: “PIÙ SOLDI DEL GOVERNO”

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha riassunto la questione con parole durissime: GAESA avrebbe più risorse dello stesso governo e quelle risorse non si tradurrebbero in strade, ponti o cibo per la popolazione.

Rubio ha inoltre accusato il conglomerato di generare miliardi senza che tali ricchezze producano benefici proporzionati per i cittadini cubani.

Le parole di Rubio sono evidentemente parte dello scontro politico tra Washington e L’Avana.

Ma ciò non elimina il problema sottostante.

Reuters conferma che GAESA è un conglomerato gestito dai militari, creato negli anni Novanta e cresciuto fino ad assumere un ruolo enorme nell’economia cubana. Le stime esterne sulla sua influenza oscillano addirittura fra il 40% e il 70% dell’economia dell’isola, anche se la mancanza di trasparenza rende impossibile stabilire una percentuale definitiva.

Ed è proprio questa opacità il cuore dello scandalo.

SOCIALISMO PER IL POPOLO, CAPITALISMO DI STATO PER L’ELITE

Il meccanismo è vecchio quanto i regimi socialisti autoritari.

Alla popolazione viene raccontato che la proprietà privata è sospetta, che l’accumulazione di ricchezza è immorale, che l’individuo deve sacrificarsi per la collettività.

Ma al vertice dello Stato nasce contemporaneamente una nuova classe privilegiata.

Non la borghesia tradizionale.

La borghesia burocratica.

Generali.

Funzionari.

Dirigenti delle aziende statali.

Apparati di sicurezza.

Uomini collegati al potere politico.

Il risultato è un paradosso feroce:

la proprietà privata viene limitata in nome dell’uguaglianza, mentre la proprietà economica reale viene concentrata nelle mani dello Stato e di chi controlla lo Stato.

Il cittadino non diventa proprietario collettivamente.

Diventa dipendente.

Dipendente dal salario pubblico.

Dipendente dalle autorizzazioni.

Dipendente dai prezzi amministrati.

Dipendente dalla distribuzione.

Dipendente dal partito.

Questa non è emancipazione economica.

È concentrazione del potere.

IL MARXISMO NON CANCELLA LE CLASSI: LE RICREA

La propaganda marxista promette l’abolizione delle classi.

La storia dei regimi comunisti ha troppo spesso prodotto invece una nuova gerarchia.

In cima non ci sono necessariamente gli industriali.

Ci sono coloro che amministrano lo Stato.

Sotto, tutti gli altri.

Il risultato può diventare persino peggiore del capitalismo che il sistema pretendeva di distruggere, perché nel capitalismo almeno il potere economico e quello politico possono appartenere a soggetti differenti.

Nel sistema monopartitico, invece, quando Stato, partito, esercito e grandi imprese coincidono, chi controlla il potere politico può controllare contemporaneamente:

il lavoro,

il credito,

le importazioni,

la valuta,

le imprese,

i mezzi di comunicazione,

la sicurezza,

e perfino la possibilità di contestare il sistema.

È una concentrazione di potere enorme.

Cuba ne rappresenta uno degli esempi più longevi.

IL POPOLO STRINGE LA CINGHIA, I GENERALI GESTISCONO GLI HOTEL

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando dove vengono indirizzati gli investimenti.

Mentre Cuba soffre una grave crisi energetica e abitativa, GAESA ha continuato a essere fortemente presente nello sviluppo del settore turistico e alberghiero.

Reuters ha ricordato il caso della Torre K, il gigantesco hotel di 42 piani costruito all’Avana e diventato un simbolo delle priorità economiche contestate del sistema.

È difficile spiegare a una famiglia che vive ore senza elettricità perché il modello economico abbia trovato capitale per nuovi alberghi mentre infrastrutture essenziali continuano a deteriorarsi.

La domanda quindi non può più essere soltanto:

“Quanto costa l’embargo?”

La domanda deve diventare anche:

“Come vengono utilizzate le risorse che Cuba possiede?”

L’EMBARGO ESISTE. MA NON PUÒ ESSERE L’ALIBI UNIVERSALE

Qui occorre evitare una semplificazione opposta.

Le sanzioni americane esistono.

Hanno effetti economici.

Reuters ha riportato anche valutazioni internazionali secondo cui le recenti restrizioni statunitensi, soprattutto quelle sul carburante e sui trasporti, stanno aggravando una situazione già gravissima.

Negarlo sarebbe propaganda.

Ma utilizzare le sanzioni per spiegare ogni singolo fallimento economico cubano è propaganda altrettanto evidente.

Un embargo non obbliga un governo a concentrare settori strategici nelle mani dei militari.

Un embargo non impone l’opacità dei bilanci.

Un embargo non impedisce di pubblicare i conti consolidati di GAESA.

Un embargo non determina automaticamente le priorità d’investimento interne.

Queste sono scelte politiche.

IL VERO PROBLEMA È CHI CONTROLLA LE RISORSE

L’intera narrazione della rivoluzione cubana è stata costruita intorno all’idea che il socialismo avrebbe sottratto le ricchezze alle oligarchie per restituirle al popolo.

Dopo più di sessant’anni bisogna chiedere:

quale popolo?

Perché se uno dei più grandi conglomerati del Paese è controllato dalle forze armate;

se opera nei settori che intercettano gran parte della valuta straniera;

se i suoi bilanci non vengono pubblicati normalmente;

se documenti interni indicano attività per miliardi di dollari;

e se contemporaneamente milioni di cittadini vivono dentro una crisi permanente,

allora il problema non può essere liquidato semplicemente pronunciando la parola “embargo”.

Il problema è strutturale.

È il rapporto fra potere economico e potere politico.

LA POVERTÀ COME STRUMENTO DI CONTROLLO

C’è poi un aspetto ancora più inquietante.

Una popolazione economicamente indipendente è difficile da controllare.

Una popolazione che possiede imprese, risparmi, proprietà e fonti autonome di reddito può permettersi di contestare il governo.

Una popolazione che dipende dallo Stato per quasi tutto è molto più vulnerabile.

Quando lo Stato controlla il lavoro, la moneta, le importazioni, le grandi imprese e buona parte dell’economia, la dipendenza economica può trasformarsi facilmente in dipendenza politica.

È questo il fallimento profondo di molti sistemi marxisti reali.

Non hanno eliminato il potere economico.

Lo hanno centralizzato.

Non hanno eliminato le élite.

Le hanno trasformate in nomenklatura.

Non hanno liberato le masse dalla dipendenza.

Hanno sostituito la dipendenza dal mercato con quella dallo Stato.

E quando lo Stato coincide con un partito unico, il cittadino non ha nemmeno la possibilità politica di sostituire chi gestisce quel potere.

UNA RIVOLUZIONE CHE HA DIVORATO LE SUE PROMESSE

La tragedia cubana è tutta qui.

Una rivoluzione nata promettendo uguaglianza ha prodotto un sistema nel quale l’apparato militare controlla alcuni dei settori economicamente più importanti del Paese.

Una rivoluzione nata contro i privilegi ha costruito una classe dirigente sostanzialmente inamovibile.

Una rivoluzione nata per liberare il popolo ha creato uno Stato nel quale milioni di persone hanno scelto di andarsene pur di cercare altrove un futuro migliore.

E mentre il cittadino cubano viene invitato ancora una volta alla resistenza, al sacrificio e alla disciplina rivoluzionaria, i dati emersi sui conti di GAESA pongono una domanda semplicissima:

Se ci sono miliardi nel sistema economico controllato dai militari, perché il popolo continua a vivere nella penuria?

È una domanda alla quale non basta rispondere gridando “imperialismo”.

Servono numeri.

Servono bilanci.

Serve trasparenza.

Serve spiegare chi controlla quel denaro, dove viene investito e perché.

IL PROBLEMA NON È IL POPOLO CUBANO. È IL SISTEMA CHE LO TIENE POVERO

I cubani non hanno bisogno di altra retorica rivoluzionaria.

Hanno bisogno di poter lavorare, produrre, commerciare, investire, possedere e scegliere liberamente.

Hanno bisogno che le risorse prodotte dal Paese vengano utilizzate prioritariamente per costruire infrastrutture, garantire energia, importare beni essenziali e creare sviluppo.

Soprattutto hanno bisogno di sapere dove finiscono i soldi.

Perché quando un governo chiede continuamente sacrifici alla popolazione mentre un conglomerato controllato dai suoi militari amministra miliardi, la questione non è più soltanto economica.

È morale.

Il socialismo cubano prometteva di eliminare l’élite che viveva sulle spalle delle masse.

Ha finito per crearne un’altra.

Una nuova aristocrazia senza titoli nobiliari ma con uniformi, incarichi, società, banche e accesso privilegiato alla valuta.

Socialismo per il popolo.

Potere economico per l’apparato.

Sacrifici per le masse.

Controllo delle risorse per l’élite.

Questa è la contraddizione che sessant’anni di propaganda non riescono più a nascondere.

E finché Cuba non separerà realmente il potere politico dal potere economico, non aprirà i conti delle proprie grandi holding militari e non restituirà ai cittadini il diritto di produrre liberamente la propria prosperità, sarà difficile parlare seriamente di liberazione.

Perché un popolo mantenuto povero non è un popolo liberato.

È un popolo dipendente.

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