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SCACCO MATTO? IL GIORNO IN CUI VICTORIA NULAND AMMISE L’ESISTENZA DEI BIOLABORATORI IN UCRAINA E IL DIBATTITO CAMBIÒ PER SEMPRE

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Il momento che molti preferirebbero dimenticare

Ci sono momenti politici che, a distanza di anni, assumono un significato completamente diverso da quello che sembravano avere quando furono pronunciati.

Uno di questi momenti avvenne l’8 marzo 2022 durante un’audizione del Senato degli Stati Uniti.

Da una parte sedeva il senatore Marco Rubio.

Dall’altra Victoria Nuland, una delle figure più influenti della politica estera americana degli ultimi vent’anni.

La guerra in Ucraina era iniziata da poche settimane.

Le forze russe avanzavano sul territorio ucraino.

Mosca accusava Washington di finanziare una rete di laboratori biologici nel Paese.

I media occidentali liquidavano quelle accuse come propaganda.

Poi arrivò una domanda apparentemente semplice.

Rubio chiese:

“L’Ucraina possiede armi biologiche o chimiche?”

La risposta di Victoria Nuland è diventata uno dei passaggi più discussi dell’intera guerra.

Non disse “no”.

Non disse che le accuse erano false.

Non disse che si trattava di propaganda.

Rispose:

“L’Ucraina ha strutture di ricerca biologica e siamo piuttosto preoccupati che le forze russe possano cercare di prenderne il controllo.”

In quel momento qualcosa cambiò.


La domanda che nessuno si aspettava

Molti osservatori notarono immediatamente che Nuland non aveva risposto alla domanda più importante.

Se la narrativa dominante fosse stata completamente corretta, la risposta più naturale sarebbe stata:

“Non esistono strutture rilevanti.”

Oppure:

“Le accuse russe sono completamente false.”

Invece la risposta confermava l’esistenza di strutture biologiche considerate sufficientemente sensibili da preoccupare il Dipartimento di Stato americano.

Fu una dichiarazione che generò immediatamente interrogativi.

Se quei laboratori erano semplici centri di ricerca sanitaria, perché il governo americano appariva così preoccupato dalla possibilità che cadessero nelle mani russe?

Perché la questione veniva trattata come un tema di sicurezza nazionale?


La guerra delle narrative

Da quel momento si svilupparono due interpretazioni opposte.

La prima sosteneva che si trattasse di normali laboratori di biosicurezza impegnati nella ricerca epidemiologica e nel monitoraggio delle malattie infettive.

La seconda riteneva che la risposta di Nuland fosse la prova che esistevano attività più sensibili di quanto fosse stato raccontato al pubblico.

Tra questi due estremi si è sviluppata una delle più grandi guerre informative dell’era moderna.

Il problema è che spesso il dibattito non si è concentrato sui documenti.

Si è concentrato sulle tifoserie.

Chiunque ponesse domande veniva immediatamente classificato come propagandista russo.

Chiunque negasse qualsiasi problema veniva accusato di coprire attività segrete.

In mezzo, la ricerca della verità scompariva.


L’arrivo di Tulsi Gabbard e la declassificazione

Anni dopo, il dibattito è tornato improvvisamente d’attualità.

La Direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard ha reso pubblici documenti che descrivono una rete globale di oltre 120 laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in più di 30 Paesi.

La questione non riguarda più soltanto l’Ucraina.

Riguarda l’esistenza di un programma globale.

Riguarda la trasparenza.

Riguarda ciò che i governi raccontano e ciò che decidono di non raccontare.

Ed è proprio qui che molti osservatori ritengono che le dichiarazioni di Nuland del 2022 assumano oggi un significato diverso.

Non perché dimostrino automaticamente tutte le accuse formulate negli anni.

Ma perché dimostrano che alcune questioni archiviate come “propaganda” meritavano quantomeno di essere approfondite.


La frase che oggi appare sotto una luce diversa

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Durante la stessa audizione, Rubio chiese un’altra cosa.

Domandò se, in caso di incidente biologico in Ucraina, Nuland avesse dubbi sul fatto che la responsabilità sarebbe stata attribuita alla Russia.

Nuland rispose:

“È una tecnica classica russa accusare qualcun altro di ciò che stanno pianificando di fare loro stessi.”

Questa frase venne utilizzata per anni come prova definitiva della narrativa occidentale.

Oggi però alcuni osservatori sostengono che la successiva declassificazione dei documenti renda necessario riesaminare l’intera vicenda.

Non necessariamente per ribaltare tutte le conclusioni.

Ma certamente per porre nuove domande.


Il vero problema: chi decide cosa è una teoria del complotto?

Uno degli aspetti più interessanti di questa vicenda riguarda il funzionamento dell’informazione moderna.

Molte cose che nel 2022 venivano considerate impossibili oggi risultano documentate.

Non significa che ogni teoria fosse corretta.

Non significa che ogni accusa fosse fondata.

Ma dimostra che il confine tra “fatto” e “teoria del complotto” è spesso molto più politico di quanto si voglia ammettere.

La storia recente è piena di esempi simili.

Documenti classificati.

Programmi segreti.

Operazioni coperte.

Attività che per anni vengono negate e che successivamente emergono dagli archivi.

Per questo motivo il vero insegnamento della vicenda Nuland-Rubio non riguarda soltanto l’Ucraina.

Riguarda il metodo.


La controinformazione e il mainstream: due facce dello stesso problema?

La cosa più paradossale è che oggi una parte della controinformazione rischia di commettere lo stesso errore che per anni ha rimproverato ai media tradizionali.

Molti non analizzeranno i documenti.

Non leggeranno le fonti.

Non entreranno nel merito.

Perché hanno già deciso quale conclusione deve emergere.

Se i documenti sembrano favorire una narrativa sgradita verranno ignorati.

Se sembrano confermare convinzioni preesistenti verranno amplificati.

È lo stesso meccanismo che per anni è stato attribuito al mainstream.

Cambiano le bandiere.

Non cambia il metodo.


Il vero scacco matto

Forse il vero “scacco matto” non riguarda la Russia.

Non riguarda l’Ucraina.

Non riguarda nemmeno Trump o Biden.

Il vero scacco matto riguarda il sistema dell’informazione.

Perché la vicenda dimostra quanto sia facile trasformare un dibattito complesso in una guerra di slogan.

Dimostra quanto sia facile sostituire l’analisi con il tifo.

Dimostra quanto sia facile etichettare chi pone domande invece di rispondere alle domande.

E soprattutto dimostra che la ricerca della verità richiede qualcosa che oggi sembra sempre più raro:

la disponibilità a seguire i fatti anche quando mettono in discussione le proprie convinzioni.


Conclusione

L’audizione tra Marco Rubio e Victoria Nuland rimane uno dei momenti più significativi dell’intera vicenda dei biolaboratori ucraini.

Le successive declassificazioni hanno riaperto questioni che molti consideravano chiuse.

Non forniscono automaticamente tutte le risposte.

Ma rendono molto più difficile sostenere che certe domande non dovessero essere poste.

Ed è forse proprio questo il punto centrale.

In una democrazia matura il problema non dovrebbe essere chi fa le domande.

Il problema dovrebbe essere trovare le risposte.


Link e fonti

«La Gabbard si è dimessa perché conserva un briciolo di dignità»: ovvero come i professionisti della narrativa faranno finta di non vedere i documenti che mettono in crisi anni di propaganda anti-Trump

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Quando il problema non sono i documenti, ma ciò che i documenti raccontano

C’è qualcosa di straordinariamente prevedibile nel modo in cui una parte della controinformazione italiana reagisce ogni volta che la realtà decide di non rispettare il copione.

Per anni ci hanno spiegato che il problema era il mainstream.

Ci hanno detto che i grandi giornali mentivano.

Che le televisioni manipolavano.

Che i media selezionavano le notizie in base agli interessi politici ed economici dei proprietari.

Ci hanno spiegato che il cittadino doveva imparare a leggere tra le righe.

A verificare le fonti.

A diffidare delle narrative preconfezionate.

Tutto giusto.

Tutto condivisibile.

Il problema è che una parte della controinformazione, nel corso degli anni, è diventata esattamente ciò che diceva di combattere.

Ha assunto gli stessi vizi.

Gli stessi automatismi.

Le stesse distorsioni.

Gli stessi dogmi.

E oggi, davanti ai documenti declassificati dall’intelligence americana sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti nel mondo, questa contraddizione emerge in tutta la sua evidenza.


La reazione già scritta prima ancora di leggere i documenti

La cosa più interessante non è il contenuto dei documenti.

La cosa più interessante è osservare le reazioni.

Perché molti di coloro che per anni hanno chiesto trasparenza improvvisamente sembrano aver perso interesse per la trasparenza.

Molti di coloro che hanno sempre chiesto di aprire gli archivi oggi sembrano non avere alcuna voglia di leggerli.

Molti di coloro che sostenevano che la verità fosse nascosta oggi sembrano molto infastiditi dal fatto che alcuni documenti vengano finalmente pubblicati.

Perché?

Perché il problema non è mai stato la verità.

Il problema è sempre stato la narrativa.

Se la verità conferma la narrativa viene celebrata.

Se la mette in discussione viene ignorata.

È una dinamica vecchia quanto la propaganda stessa.


Il riflesso ideologico che distrugge l’analisi

Esiste una frase che sintetizza perfettamente il problema:

«Non vorrai mica dire che Trump fa certe cose. La Gabbard si è dimessa perché conserva un briciolo di dignità.»

Non importa che Tulsi Gabbard abbia firmato la declassificazione.

Non importa che il documento provenga dall’ODNI.

Non importa che le informazioni siano ufficiali.

Non importa che si tratti di materiale dell’intelligence americana.

Per alcuni la conclusione è già stata scritta.

Trump non può mai essere associato a nulla che possa essere interpretato come un’azione di trasparenza.

Mai.

Per principio.

Per fede.

Per necessità ideologica.

Ed è qui che l’analisi muore.

Perché quando la conclusione precede i fatti non siamo più nel campo della ricerca.

Siamo nel campo della religione politica.


I professionisti della narrativa

Ma il problema non riguarda soltanto l’ideologia.

Riguarda anche il business.

Perché bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente.

Esiste una parte della controinformazione che non vive di ricerca.

Vive di narrazione.

Vive di storytelling.

Vive della costruzione continua di un universo parallelo in cui ogni evento deve necessariamente confermare la storia raccontata il giorno prima.

Sono diventati imprenditori della suggestione.

Influencer della diffidenza.

Venditori di certezze assolute.

E come tutti i venditori di certezze hanno un problema enorme:

La realtà.

Perché la realtà è disordinata.

Contraddittoria.

Imprevedibile.

Non segue gli schemi.

Non rispetta le tifoserie.

Non si lascia rinchiudere dentro una teoria costruita su YouTube.


I mentitori seriali della controinformazione

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Qui bisogna essere brutali.

Perché il danno che stanno facendo è enorme.

Esiste ormai una categoria di mentitori seriali che ha trasformato la controinformazione in una caricatura di sé stessa.

Persone che sbagliano continuamente previsioni.

Sbagliano analisi.

Sbagliano interpretazioni.

Sbagliano ricostruzioni.

Eppure non pagano mai alcun prezzo reputazionale.

Mai.

Perché il loro pubblico non chiede risultati.

Chiede conferme.

Non importa quante volte abbiano annunciato eventi mai verificatisi.

Non importa quante volte abbiano raccontato storie prive di prove.

Non importa quante volte abbiano costruito castelli teorici crollati dopo poche settimane.

Il giorno dopo ricominciano come se nulla fosse successo.

Senza rettifiche.

Senza autocritica.

Senza il minimo imbarazzo.

Nel giornalismo serio una previsione sbagliata mina la credibilità.

Nella controinformazione ideologizzata sembra accadere l’opposto.

Più una teoria è assurda, più viene premiata.

Più una narrazione è estrema, più genera visualizzazioni.

Più una tesi è indimostrabile, più diventa virale.


La fabbrica permanente della realtà alternativa

Molti di questi personaggi sono ormai incapaci di distinguere tra analisi e fantasia.

Ogni evento deve essere inserito all’interno di uno schema fisso.

Se Trump parla è controllato.

Se Trump tace è controllato.

Se Trump pubblica documenti è una psyop.

Se non li pubblica è complice.

Se attacca qualcuno è teatro.

Se viene attaccato è teatro.

Se vince è teatro.

Se perde è teatro.

Qualunque cosa accada conduce sempre alla stessa conclusione.

Una teoria che spiega tutto e il contrario di tutto non è una teoria.

È una superstizione.

È una fede.

È una forma di pensiero chiuso.


Quando la controinformazione diventa più dogmatica del mainstream

La grande ironia è che oggi alcuni ambienti della controinformazione appaiono molto più dogmatici dei media tradizionali che criticano.

Perché almeno il mainstream, ogni tanto, è costretto dai fatti a correggersi.

La controinformazione ideologizzata no.

Perché non è costruita sui fatti.

È costruita sull’identità.

E quando un’identità viene minacciata, il cervello non cerca la verità.

Cerca una giustificazione.

Ecco perché molti non analizzeranno i documenti.

Non perché siano irrilevanti.

Ma perché sono pericolosi.

Pericolosi per la narrativa costruita negli ultimi dieci anni.

Pericolosi per chi ha trasformato Trump nel nemico perfetto.

Pericolosi per chi ha costruito una carriera spiegando che nulla cambia mai e che ogni evento è semplicemente una rappresentazione teatrale.


La paura più grande: dover ammettere che qualcosa sta cambiando

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La vera paura non riguarda Trump.

La vera paura riguarda la possibilità che il mondo sia più complesso delle narrazioni costruite negli anni.

Perché se anche solo una parte delle informazioni oggi emergenti dovesse rivelarsi significativa, molti professionisti della narrativa sarebbero costretti a fare qualcosa che non hanno mai fatto:

Ammettere di aver sbagliato.

Ed è una cosa che non accadrà.

Perché il loro business non si basa sulla verità.

Si basa sull’infallibilità.

E l’infallibilità è incompatibile con la realtà.


Conclusione

La pubblicazione dei documenti sui biolaboratori non rappresenta soltanto un evento politico.

Rappresenta un test culturale.

Un test per capire chi cerca ancora la verità e chi invece difende semplicemente una bandiera.

Nei prossimi mesi assisteremo probabilmente a un fenomeno interessante.

Molti dei professionisti della controinformazione faranno finta che questi documenti non esistano.

Altri proveranno a minimizzarli.

Altri ancora costruiranno nuove spiegazioni per renderli innocui.

Perché la propaganda non è definita dalle idee che sostiene.

È definita dal rapporto che ha con i fatti.

E quando i fatti diventano un problema da nascondere anziché uno strumento per comprendere il mondo, non importa se ti definisci mainstream o controinformazione.

Hai semplicemente scelto di diventare un propagandista.


Link e fonti

HAS CHINA ABANDONED MARXISM? THE SILENT TRANSFORMATION OF BEIJING AND THE BIRTH OF A NEW NATIONAL IDEOLOGY

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Is China Still Communist?

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For decades, the People’s Republic of China was widely regarded as the world’s largest communist state and the most powerful surviving representative of Marxist-Leninist ideology.

From the revolution of 1949 to the reforms of Deng Xiaoping and the rise of Xi Jinping, China’s political legitimacy was officially rooted in Marxism, Leninism, and Mao Zedong Thought.

Yet recent developments suggest that China may be undergoing a profound ideological transformation.

In 2023, international observers noticed that references to Marxism, Leninism, Maoism, and other traditional communist doctrines were reportedly removed from revised Chinese government regulations.

The move sparked a debate that continues today:

Has China quietly moved beyond Marxism and created an entirely new political model?


The 2023 Revision That Caught Analysts’ Attention

According to reports published by Firstpost, revisions to China’s State Council rulebook removed several traditional ideological references that had long appeared in official government documents.

Historically, Chinese administrative texts routinely cited:

  • Marxism-Leninism
  • Mao Zedong Thought
  • Deng Xiaoping Theory
  • The Three Represents
  • The Scientific Outlook on Development

Increasingly, however, the ideological center of gravity has shifted toward one concept:

Xi Jinping Thought on Socialism with Chinese Characteristics for a New Era

Unlike classical Marxism, this doctrine focuses less on international class struggle and more on:

  • National rejuvenation
  • Economic modernization
  • Technological leadership
  • Political stability
  • National security
  • Cultural confidence
  • Chinese civilizational identity

This shift has led many analysts to question whether modern China is still genuinely Marxist in the traditional sense.


From International Revolution to National Revival

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Classical Marxism was built around several fundamental principles:

  • International worker solidarity
  • Class struggle as the engine of history
  • The eventual decline of nation-states
  • A future classless society

Modern China increasingly appears to prioritize very different objectives.

Today, Beijing promotes:

  • Chinese nationalism
  • Strong state institutions
  • Cultural continuity
  • National sovereignty
  • Economic competitiveness
  • Technological independence

Rather than reducing the importance of the nation-state, China has elevated it to the center of its political philosophy.

This is one reason why some scholars argue that contemporary China is better understood as a civilizational state than as a traditional communist state.


The Return of Chinese Civilization

One of the most striking aspects of Xi Jinping’s China is the revival of traditional Chinese identity.

During the Cultural Revolution, many aspects of China’s historical heritage were condemned as relics of a feudal past.

Today, however, the Chinese government actively promotes:

  • Confucian values
  • Traditional culture
  • Historical continuity
  • Patriotic education
  • National pride

Xi Jinping frequently speaks about the “Great Rejuvenation of the Chinese Nation,” a concept rooted not in Marxist theory but in China’s thousands of years of history.

This emphasis on civilizational identity represents a major departure from the universalist ambitions that once characterized communist ideology.


The Contradiction of Communist Capitalism

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Perhaps the greatest paradox of modern China is its economic system.

The country is ruled by a Communist Party.

Yet it also contains:

  • Billionaires
  • Global corporations
  • Stock markets
  • Private entrepreneurship
  • Competitive industries

Cities such as Shanghai and Shenzhen have become symbols of technological innovation and capitalist-style growth.

As a result, analysts have proposed numerous labels for the Chinese model:

  • State capitalism
  • Market socialism
  • Developmental authoritarianism
  • Technonationalism
  • Civilizational state

None of these definitions fully captures the complexity of China’s political and economic system.


North Korea Took a Similar Path

China is not the first former communist state to move away from orthodox Marxism.

In 2009, North Korea revised its constitution and removed many direct references to Marxism-Leninism.

Instead, it elevated its national ideology:

Juche

Developed by Kim Il-sung, Juche emphasizes:

  • Self-reliance
  • National sovereignty
  • Cultural independence
  • Political autonomy

In both China and North Korea, international communist doctrine gradually gave way to ideologies centered on national identity and state power.


Is China Building a “Third Way”?

Some commentators describe modern China as a form of “Third Way” politics.

The term is controversial, but it reflects a broader reality:

China no longer fits neatly into the categories of either traditional capitalism or traditional communism.

Its system combines:

  • One-party rule
  • Market economics
  • Strategic state planning
  • National identity
  • Technological modernization
  • Long-term geopolitical planning

This hybrid model has enabled China to become one of the most influential powers of the twenty-first century while maintaining political structures that differ dramatically from Western liberal democracies.


The Rise of the Civilizational State

Increasingly, Chinese leaders present their country not simply as a nation-state but as a civilization-state.

Under this vision:

  • The Communist Party becomes the guardian of Chinese civilization.
  • Economic growth becomes a national mission.
  • Technology becomes a strategic tool.
  • Sovereignty becomes a core value.
  • Cultural continuity becomes a source of legitimacy.

Marxism remains part of the official narrative, but many observers believe it now functions primarily as a historical foundation rather than as the sole guiding philosophy of the state.


Conclusion

Whether China has completely abandoned Marxism remains open to interpretation.

What is clear, however, is that the China of Xi Jinping differs profoundly from the revolutionary state envisioned by classical Marxist theorists.

The language of class struggle has largely been replaced by the language of national rejuvenation.

International revolution has given way to geopolitical competition and technological development.

The focus is no longer on creating a global proletarian order but on building a powerful, sovereign, and technologically advanced Chinese civilization.

Whatever label one chooses—Socialism with Chinese Characteristics, State Capitalism, Technonationalism, or Civilizational State—the reality is that modern China can no longer be understood solely through the ideological categories of the twentieth century.


Sources and Further Reading

Original Italian Article

TULSI GABBARD, THE 120 U.S.-FUNDED BIOLABS, AND THE QUESTIONS THAT CAN NO LONGER BE IGNORED

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A Newly Declassified Intelligence Document Reopens One of the Most Controversial Debates of the Last Decade

For years, the issue of U.S.-funded biological laboratories has been one of the most polarizing topics in international politics.

Some argued that Washington maintained an extensive network of biological research facilities around the world. Others dismissed any discussion of such programs as conspiracy theories or foreign disinformation.

Now, an official statement from the U.S. intelligence community has reignited the debate.

On June 12, 2026, the Office of the Director of National Intelligence (ODNI) released a statement announcing the declassification of documents related to a global biological laboratory program funded by the United States government.

According to Director of National Intelligence Tulsi Gabbard, the reviewed intelligence records point to a network of more than 120 biological laboratories operating across over 30 countries.

The announcement has immediately drawn worldwide attention because it comes directly from the highest-ranking intelligence authority in the United States rather than from political activists, alternative media outlets, or foreign governments.


What the Intelligence Report Says

According to the ODNI statement, U.S. government funding supported a broad international network of biological laboratories involved in research, biosurveillance, public health preparedness, and biological security.

The document specifically references facilities located in multiple regions of the world, including Ukraine, where biological laboratories became the focus of intense geopolitical controversy following the outbreak of the Russia-Ukraine conflict.

The newly released material indicates that some of these facilities conducted research involving potentially dangerous pathogens and infectious agents.

Importantly, the statement does not claim that these laboratories were engaged in biological weapons development.

However, it does acknowledge the existence of a large-scale international biological research infrastructure financed by American taxpayers and operating under various government-sponsored programs.

That admission alone represents a significant shift in the public discussion.


The Ukraine Laboratory Controversy

Since the beginning of the war in Ukraine, Russian officials have repeatedly accused the United States of funding biological laboratories on Ukrainian territory.

Washington consistently maintained that these facilities were dedicated to disease monitoring, public health initiatives, and biosafety programs designed to prevent outbreaks of dangerous diseases.

For years, the debate became trapped between two opposing narratives.

One side argued that the laboratories were evidence of secret military programs.

The other side denied that there was anything unusual about their existence and often dismissed criticism outright.

The newly declassified intelligence documents do not confirm the most extreme allegations.

However, they do confirm a crucial fact: the laboratories existed and were part of a much larger global framework supported by U.S. funding.

As a result, the conversation is no longer centered on whether such facilities existed, but rather on what activities were conducted within them and how they were supervised.


Why Transparency Matters

Biological research occupies a unique position between public health and national security.

Governments invest billions of dollars every year in programs designed to:

  • Monitor emerging diseases;
  • Develop vaccines and treatments;
  • Improve pandemic preparedness;
  • Strengthen biosafety capabilities;
  • Prevent biological threats.

These goals are legitimate and, in many cases, necessary.

However, biological research also raises important questions.

Many technologies developed in modern biotechnology are considered “dual-use,” meaning they may have both civilian and military applications.

This is why transparency becomes essential.

When taxpayer-funded programs involve dangerous pathogens, advanced genetic technologies, or highly secure research environments, citizens have a legitimate interest in understanding how these programs operate and what safeguards are in place.


The Rise of Biological Security

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The COVID-19 pandemic fundamentally changed the way governments view biological threats.

Over the past decade, biological security has become one of the most strategically important areas of national defense.

Today, governments around the world invest heavily in:

  • Genomic research;
  • Pandemic forecasting;
  • Artificial intelligence for disease detection;
  • Advanced vaccine technologies;
  • Biosecurity infrastructure;
  • Pathogen surveillance networks.

As biotechnology becomes increasingly powerful, governments view biological capabilities as strategic assets comparable to cybersecurity, artificial intelligence, and advanced defense technologies.

This growing importance explains why intelligence agencies, defense departments, public health organizations, and scientific institutions often collaborate on biological research initiatives.


Beyond the Narrative War

One of the most revealing aspects of this story is how it challenges simplistic narratives.

For years, public discourse often fell into two extremes.

On one side were those who saw every biological laboratory as evidence of a covert military operation.

On the other were those who dismissed any inquiry into such programs as misinformation.

The reality appears considerably more complex.

The laboratories existed.

They received U.S. funding.

They operated across dozens of countries.

These facts are now acknowledged by the U.S. intelligence community itself.

At the same time, the currently available documents do not automatically validate every claim that has circulated online over the years.

The challenge moving forward is separating verifiable facts from speculation while demanding greater transparency where legitimate questions remain unanswered.


The Questions That Remain

The ODNI disclosure may represent only the beginning of a broader declassification effort.

Several important questions remain unresolved:

  • Which specific U.S. agencies funded the laboratories?
  • What research projects were conducted?
  • Which pathogens were studied?
  • What oversight mechanisms existed?
  • How much information remains classified?
  • Will additional documents be released?

The answers to these questions will determine the true significance of the newly declassified material.


Conclusion

The disclosure announced by Tulsi Gabbard does not end the debate surrounding U.S.-funded biological laboratories.

It reopens it.

For the first time, one of the most powerful institutions within the American national security apparatus has publicly acknowledged the existence of a global network of more than 120 biological laboratories operating across more than 30 countries.

This revelation does not automatically prove the most dramatic accusations made over the years.

Nevertheless, it represents a significant development that fundamentally changes the public conversation.

In an era where biotechnology, genetic engineering, and biological security are becoming increasingly important components of geopolitical power, transparency is no longer optional.

It is essential.


Sources and References

Featured Image Suggestions

  1. Tulsi Gabbard speaking at an intelligence briefing.
  2. Biosafety Level-4 laboratory researchers in protective suits.
  3. Global map showing the distribution of biological research facilities.
  4. Intelligence files and declassified government documents.
  5. High-security biotechnology research centers.

Tulsi Gabbard e i 120 Biolaboratori Finanziati dagli Stati Uniti: Cosa Dice Davvero il Documento Desecretato dell’Intelligence USA

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Una rivelazione destinata a far discutere

Il 12 giugno 2026 l’Office of the Director of National Intelligence (ODNI) degli Stati Uniti ha pubblicato un comunicato ufficiale destinato a riaccendere un dibattito che dura ormai da anni: quello relativo ai laboratori biologici finanziati dal governo americano in diverse parti del mondo. Secondo quanto dichiarato dalla Direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard, dopo mesi di analisi degli archivi dell’Intelligence Community sarebbero emerse prove di un programma globale che avrebbe coinvolto oltre 120 biolaboratori distribuiti in più di 30 Paesi.

La notizia è particolarmente significativa perché proviene direttamente dall’organo che coordina le 18 agenzie di intelligence statunitensi, ossia l’Office of the Director of National Intelligence.

Cosa afferma il comunicato ufficiale

Secondo il documento pubblicato dall’ODNI, il governo degli Stati Uniti avrebbe finanziato per anni una vasta rete di laboratori biologici in tutto il mondo. Tra questi vengono citati anche laboratori presenti in Ucraina, il cui materiale biologico sarebbe stato considerato vulnerabile a possibili compromissioni a causa del conflitto con la Russia.

Il comunicato sostiene che la ricerca condotta in queste strutture avrebbe riguardato agenti patogeni pericolosi e altamente contagiosi, e che una parte della documentazione raccolta dall’intelligence suggerirebbe la necessità di una maggiore trasparenza sui programmi biologici finanziati con denaro pubblico.

Si tratta di affermazioni che arrivano in un contesto già caratterizzato da anni di polemiche sui cosiddetti “biolab”, in particolare dopo lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022.

Il tema dei laboratori biologici in Ucraina

Fin dall’inizio del conflitto russo-ucraino, Mosca ha accusato Washington di finanziare strutture biologiche sul territorio ucraino. Gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto che tali laboratori fossero destinati principalmente alla ricerca epidemiologica, alla prevenzione delle malattie infettive e alla sicurezza sanitaria.

La questione è diventata uno dei temi più controversi della guerra informativa tra Occidente e Russia.

Le nuove dichiarazioni dell’ODNI non confermano automaticamente tutte le accuse formulate negli anni, ma rappresentano certamente un cambio di tono rispetto alle comunicazioni ufficiali precedenti, poiché riconoscono esplicitamente l’esistenza di un vasto programma internazionale finanziato da Washington.

Perché la vicenda è importante

La rilevanza della notizia non riguarda soltanto il numero dei laboratori coinvolti.

Il punto centrale è un altro: la trasparenza.

Quando programmi scientifici e biologici vengono finanziati attraverso fondi governativi, soprattutto in ambiti sensibili come la biosicurezza, la ricerca sui patogeni e la prevenzione delle pandemie, diventa inevitabile la richiesta di controlli indipendenti e di supervisione pubblica.

Le dichiarazioni di Tulsi Gabbard sembrano inserirsi in un più ampio percorso di declassificazione di documenti e attività dell’apparato di sicurezza americano iniziato dopo il suo insediamento alla guida dell’intelligence statunitense.

Le domande ancora aperte

L’annuncio dell’ODNI apre numerosi interrogativi:

  • Quali erano esattamente le funzioni dei 120 laboratori citati?
  • Quali agenzie governative ne hanno finanziato le attività?
  • Quali programmi di ricerca vi sono stati sviluppati?
  • Quali controlli internazionali sono stati effettuati?
  • Esistono documenti che possano chiarire il livello di rischio biologico associato alle attività svolte?

Per il momento il comunicato rappresenta una dichiarazione iniziale e non costituisce una pubblicazione completa dell’intera documentazione raccolta dall’intelligence americana.

Tra sicurezza sanitaria e sicurezza nazionale

Negli ultimi vent’anni il confine tra ricerca biologica, prevenzione sanitaria e sicurezza nazionale è diventato sempre più sottile.

Le pandemie, il rischio di bioterrorismo, le nuove tecnologie genetiche e l’evoluzione delle capacità di manipolazione biologica hanno trasformato il settore in uno degli ambiti più sensibili della geopolitica contemporanea.

Non sorprende quindi che la gestione di tali programmi coinvolga contemporaneamente:

  • strutture sanitarie;
  • enti di ricerca;
  • ministeri della difesa;
  • agenzie di intelligence;
  • organismi internazionali.

È proprio questa intersezione tra scienza e sicurezza a rendere il tema particolarmente delicato e suscettibile di controversie politiche.

Una vicenda destinata a proseguire

Le dichiarazioni di Tulsi Gabbard potrebbero rappresentare soltanto l’inizio di una più ampia operazione di trasparenza documentale.

Se nei prossimi mesi verranno pubblicati ulteriori documenti, il dibattito potrebbe estendersi ben oltre la questione ucraina, coinvolgendo decenni di programmi biologici finanziati dagli Stati Uniti in diverse aree del mondo.

Per ora ciò che emerge con certezza è che l’ODNI ha ufficialmente riconosciuto l’esistenza di un vasto programma globale di finanziamento di laboratori biologici, una realtà che fino a pochi anni fa veniva spesso considerata marginale nel dibattito pubblico ma che oggi torna al centro dell’attenzione internazionale.


Fonti

LA CINA HA ABBANDONATO IL MARXISMO? LA TRASFORMAZIONE SILENZIOSA DI PECHINO E LA NASCITA DI UNA NUOVA IDEOLOGIA NAZIONALE

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https://images.openai.com/static-rsc-4/E03rdoieI3EQZ9D7UToKZGOC23yHaYku6TrqHgfX08aGHVOIxQNTvl9Z4PcE-mEngb6rXAMGUpkaQrNjzkPX6AzWHZ1bJCm--WzBtfn6QSnDONXLWxOkwBbpjoks2YgLQWnu2fHO_XdfBWCkXvy9P4jVbCjg4aKi8JCvGvt8NxeOEhAOQdnWyQqxu52pWDlc?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/B62_xUyVfS-SzVgQ5a4JF6NxK52bazovKeYkxuWm2EyzhPxxRphVrBQkOfxjXl2NaNlyQABY8KIAJtt-CRaKnRvXL5_FzIQjogi64F33na-94YbDMMjeRxoFUXSETEeV5zxuDS5Mxp9PElBIuUY0owOXMcqFdn0tgwyy1KASlsg-U4NkTXjxP6C3Pf3mAbeJ?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/mNe9HelT_RGR6Kun4T-6h5UhGtX0_3ZEZlji9yH2qz_Wzjd8LJRp90bE445pxxHw_1LbXd8MMPrulbC6u1GyJyC0hEiWuA4FpjeNKx4Cb9F-8pwq9ug5tjOv7UTGxX3nc9hHUzj0A3g_mWoFPNCkOREtXDfDtDCZ_qxtu4XhpoLbF6r9XC2AJLUW20kGI5Q1?purpose=fullsize

La fine di un’epoca ideologica?

Per oltre settant’anni la Repubblica Popolare Cinese si è presentata al mondo come uno Stato fondato sul marxismo-leninismo e sul pensiero di Mao Zedong. Dalle scuole ai documenti ufficiali, dalla propaganda ai testi costituzionali, il riferimento al comunismo è stato il pilastro identitario del sistema politico cinese.

Tuttavia, negli ultimi anni qualcosa è cambiato.

Nel 2023 diversi osservatori internazionali hanno evidenziato una modifica significativa nei documenti amministrativi e nei regolamenti governativi cinesi: numerosi riferimenti espliciti a marxismo, leninismo, maoismo e ad altre definizioni ideologiche tradizionali sono stati eliminati o fortemente ridimensionati.

Una trasformazione che ha riacceso un dibattito fondamentale:

La Cina è ancora uno Stato comunista oppure è diventata qualcosa di completamente diverso?


Il caso che ha acceso il dibattito

Secondo quanto riportato da Firstpost, alcune revisioni del regolamento interno del Consiglio di Stato cinese hanno eliminato richiami tradizionali a marxismo-leninismo, pensiero di Mao Zedong, teoria di Deng Xiaoping e ad altre formulazioni ideologiche storiche.

Al loro posto emerge sempre più chiaramente un riferimento centrale:

Il Pensiero di Xi Jinping

Oggi il concetto dominante nella narrativa ufficiale cinese non è più il marxismo classico, bensì il cosiddetto:

“Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era”

Una formula che pone l’accento su:

  • sovranità nazionale;
  • stabilità sociale;
  • sviluppo economico;
  • modernizzazione tecnologica;
  • sicurezza nazionale;
  • rinascita della civiltà cinese.

Elementi che appaiono molto più vicini a una visione nazional-statale che non alle classiche categorie del marxismo internazionale.


Il marxismo classico e la Cina moderna

Per comprendere la portata della trasformazione bisogna ricordare cosa sia il marxismo nella sua formulazione originaria.

Secondo Karl Marx:

  • la lotta di classe è il motore della storia;
  • le nazioni sono destinate a perdere importanza;
  • il proletariato internazionale deve unirsi oltre i confini nazionali;
  • lo Stato è destinato a scomparire.

La Cina contemporanea appare invece orientata in direzione quasi opposta.

Oggi Pechino enfatizza:

  • il nazionalismo cinese;
  • il ruolo centrale dello Stato;
  • la continuità storica della civiltà cinese;
  • il recupero delle tradizioni confuciane;
  • la potenza economica nazionale;
  • il rafforzamento militare.

In altre parole, concetti che difficilmente possono essere definiti marxisti in senso ortodosso.


Il ritorno della civiltà cinese

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https://images.openai.com/static-rsc-4/wAIdKo7J4W_k5Zl7sePkr-_2Ic8vol00teY1kiCKu9Gucvu92X9k97LRjk8HXFNMW-jBwdPffXHZeaMkMyD2l2-brm10ep-MigGkGYRjyFP-txf9KK4fMp-Wwn0qhY53v-h_8qaRKaIBM3wIHQfbMKfoEMeAbM3GKOsNtkCjTAVoY_wNWlwHO_AeF59qltgl?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/tYlnSYhZYilY4ctL6Q36DfvEnN8BXPhYpN9ssHHkwVFrecf1_iMV3BFswarBYz9-FhO7E36ZjQCdKNCtKLxjViTwXrMUG6zd0gh2d1eg2SraahPgJ-85rAsHrHWIQ-nTI0cEgEhGG5fx3-4YmcSLAjY5KUP4L6iEK4dtSypisIP7TnVEnBvG4Sru-UZ1Ga99?purpose=fullsize

Uno degli aspetti più interessanti del cambiamento cinese è il recupero della propria identità storica.

Durante la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong, gran parte dell’eredità tradizionale cinese fu attaccata come residuo feudale.

Oggi avviene l’esatto contrario.

La leadership di Xi Jinping promuove:

  • il confucianesimo;
  • il patriottismo storico;
  • la continuità imperiale;
  • il concetto di “grande rinascita della nazione cinese”.

Il Partito Comunista si presenta sempre meno come avanguardia rivoluzionaria mondiale e sempre più come custode della civiltà cinese.


La Corea del Nord aveva già seguito questa strada

La Cina non rappresenta un caso isolato.

Nel 2009 la Corea del Nord modificò la propria costituzione eliminando gran parte dei riferimenti diretti al marxismo-leninismo.

Al centro del sistema venne posto il concetto di:

Juche

L’ideologia sviluppata da Kim Il-sung, basata su:

  • autosufficienza;
  • indipendenza nazionale;
  • centralità dello Stato;
  • leadership rivoluzionaria.

Anche in quel caso il comunismo internazionale lasciò progressivamente spazio a una dottrina nazionale autonoma.


La Cina è una “terza via”?

Molti analisti utilizzano l’espressione “terza via” per descrivere sistemi che non rientrano completamente né nel capitalismo liberale né nel socialismo marxista tradizionale.

Tuttavia occorre prudenza.

Paragonare automaticamente la Cina contemporanea al fascismo italiano o al nazionalsocialismo tedesco rischia di essere una semplificazione eccessiva.

Le differenze storiche, culturali e istituzionali sono enormi.

Ciò che può essere osservato con maggiore certezza è che la Cina ha costruito un modello peculiare che combina:

  • economia di mercato;
  • controllo strategico dello Stato;
  • pianificazione industriale;
  • nazionalismo culturale;
  • partito unico.

Un sistema difficilmente classificabile con le categorie politiche del XX secolo.


Il paradosso del “comunismo capitalista”

Uno degli aspetti più sorprendenti della Cina moderna è la convivenza tra:

  • un Partito Comunista al potere;
  • alcune delle più grandi multinazionali del mondo;
  • miliardari privati;
  • mercati finanziari avanzati;
  • concorrenza industriale globale.

Città come:

  • Shanghai
  • Shenzhen
  • Guangzhou

sono diventate simboli di un capitalismo tecnologico che avrebbe lasciato perplessi molti teorici marxisti del Novecento.

Questo ha portato alcuni studiosi a definire la Cina:

  • capitalismo di Stato;
  • socialismo di mercato;
  • tecnonazionalismo;
  • economia mista autoritaria.

Nessuna definizione riesce però a descrivere completamente il fenomeno.


La vera domanda: il comunismo è diventato solo una legittimazione storica?

Molti osservatori ritengono che il marxismo in Cina svolga ormai soprattutto una funzione simbolica.

Il Partito Comunista continua a richiamarsi formalmente alle proprie origini rivoluzionarie, ma la pratica quotidiana del governo appare sempre più orientata verso:

  • interesse nazionale;
  • crescita economica;
  • competizione geopolitica;
  • autonomia tecnologica;
  • stabilità interna.

In questo senso il comunismo potrebbe essere diventato una sorta di mito fondativo, mentre la struttura reale del sistema segue logiche differenti.


Conclusioni

https://images.openai.com/static-rsc-4/GivKEmYaVZtQsh3bydJeeF-Bbz68Zc39Xd4mLbR9EocbopddDmAS19x4aW6WVcjBDtCfjDun6idBbWThk3dZWMiGNmPO2X3rvRgf3nnuFDsIMj5acHkhbk4GRG2BCkw53ymzqv9W-cxO1iOKyfj6CtzlgU1dYFV7VnAVpLGFS5izznVEUdCepdCfKxndqMHk?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/4xTQ1JV4avah0zQRBnoHojmoRyc60BL2tAR0Eata_Vm9N-dkMei8zvpkZnveMnpaly2_5y13hLDhP-wsOV1SLK1S5AyPd_WsXG9Nx0k2585JxGtTkxGDU6SJsaFvDt3bbiPydvwKgRrLV74TJwZxUoHQyhu5grVnTXPg1P25lWHBATJCDYJwp5_-YINo3q_E?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/SOyPRv__u3V1VZGLbei8yfXA8y4qCoskxgEeLnGtz1Lmuhz3q12poJvKAhlfjFpZfizkbg7l31cp7SwLDPkc_BDHX9ZlUJQXlbZgOoWlN_0G35qzbnB6e-enXwADK49gQVBAGkl7AixpZNSvdQNAGLta2k78kU6qYTx4k3BL0DisycWRNqbWGvtdPPVORyrm?purpose=fullsize

La questione non è se la Cina abbia improvvisamente rinnegato il proprio passato comunista.

La vera questione è comprendere come il Partito Comunista Cinese abbia progressivamente trasformato il marxismo in qualcosa di profondamente diverso.

Oggi la Cina sembra presentarsi sempre meno come guida di una rivoluzione proletaria globale e sempre più come il centro di un progetto nazionale, civile e geopolitico fondato sulla continuità storica della civiltà cinese.

Che lo si definisca “socialismo con caratteristiche cinesi”, “capitalismo di Stato”, “nazionalismo tecnologico” o “terza via”, una cosa appare evidente:

la Cina del XXI secolo non può più essere interpretata esclusivamente attraverso le categorie ideologiche del Novecento.


Fonti e approfondimenti

TULSI GABBARD, I BIOLABORATORI AMERICANI E LA GUERRA DELLA VERITÀ: COSA STA EMERGENDO DAVVERO DALLE NUOVE RIVELAZIONI

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https://images.openai.com/static-rsc-4/BGKS4m3H2YdNFUf1Z5-YUdlV3tw3VeY8fIW2JbGkRV_xZ3Ee1YCl6DCqb5U8jMqvSGoioNdXc9y63QNOMFjQU6c4eP2AVVLBPg_7ZucGAORKKXK5lBVIKCuvDxzA6eNxb-ZKCqkMhVl6T1gsZSLZ64ys81wpwMeRnmJanJfyLbT_5HltoK_ZKxlEuvhSeAoo?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/LJOFjOKIm-lcdjLHVOIRZsu0UOjUtNnVzmH9OSs8ZNYSBs8sKVL-sLAiICdLLY83gcwe2l1i35Hqt8WVOjK3qLr8W4dnKhE-viIvaseRmGgHFB_mmvSIttUaRhfEeDEClDlf6xmVkTHV-3EhhoRquoFK5CFoyafsrrTXkU1t-7Sg0WLWovSOI1ocjuDH6qEu?purpose=fullsize
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Un dossier destinato a riaprire una delle controversie più esplosive degli ultimi anni

Per anni il dibattito sui laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti all’estero è stato confinato ai margini del confronto pubblico.

Chi ne parlava veniva spesso accusato di diffondere teorie complottiste, propaganda o disinformazione.

Oggi, però, il tema è tornato al centro della scena politica americana grazie alle dichiarazioni della Direttrice dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard, che ha annunciato la pubblicazione di nuovi documenti e informazioni riguardanti programmi biologici finanziati da Washington in decine di Paesi.

Secondo quanto reso noto, il governo statunitense avrebbe sostenuto oltre 120 laboratori biologici distribuiti in più di 30 nazioni, compresa l’Ucraina.

Una rivelazione che, se confermata nei dettagli, rischia di riaprire interrogativi enormi sul ruolo delle agenzie federali americane, sui programmi di ricerca biologica e sulla trasparenza delle istituzioni.


I laboratori esistono davvero?

La prima domanda da affrontare è fondamentale.

Esistono davvero questi laboratori?

La risposta è sì.

Da anni il Department of Defense e altre agenzie governative statunitensi finanziano programmi di cooperazione biologica internazionale.

Tali programmi sono pubblici e documentati.

Lo scopo ufficiale è quello di:

  • monitorare malattie emergenti;
  • migliorare la biosicurezza;
  • impedire la proliferazione di armi biologiche;
  • sviluppare capacità di risposta a epidemie e pandemie.

Molti di questi laboratori operano nell’ambito del cosiddetto Cooperative Threat Reduction Program, nato dopo la fine dell’Unione Sovietica per mettere in sicurezza materiali biologici e chimici sensibili.

Il punto controverso non riguarda quindi l’esistenza dei laboratori, bensì la natura delle attività svolte al loro interno.


Il nodo della ricerca Gain-of-Function

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La parte più delicata delle accuse riguarda la cosiddetta ricerca “Gain-of-Function”.

Con questa espressione si indicano studi che modificano microorganismi per comprenderne meglio la capacità di trasmissione, adattamento o virulenza.

I sostenitori di queste ricerche affermano che esse siano fondamentali per:

  • prevedere future pandemie;
  • sviluppare vaccini;
  • migliorare sistemi di prevenzione.

I critici sostengono invece che tali esperimenti possano creare rischi enormi.

Se un agente patogeno modificato dovesse accidentalmente uscire da un laboratorio, le conseguenze potrebbero essere devastanti.

La pandemia di Covid-19 ha reso questo dibattito uno dei più accesi della storia contemporanea.


Perché l’Ucraina è diventata il centro della polemica

Dall’inizio della guerra tra Russia e Ukraine, il tema dei laboratori biologici presenti sul territorio ucraino è diventato una vera battaglia informativa.

Mosca ha accusato Washington di utilizzare il territorio ucraino per attività biologiche sensibili.

Washington ha sempre negato l’esistenza di programmi per la produzione di armi biologiche.

Tuttavia, diversi funzionari statunitensi hanno riconosciuto pubblicamente l’esistenza di strutture coinvolte nella ricerca biologica e nella conservazione di materiali patogeni.

Proprio questo ha alimentato anni di polemiche.

Da un lato chi sostiene che si tratti di normali programmi scientifici.

Dall’altro chi ritiene che il livello di segretezza sia stato eccessivo e abbia impedito un reale controllo democratico.


Le accuse contro Anthony Fauci

Uno dei nomi più frequentemente associati alla vicenda è quello di Anthony Fauci.

Durante la pandemia, Fauci è stato il volto principale della risposta sanitaria americana.

Negli ultimi anni è stato accusato da numerosi esponenti politici repubblicani di aver minimizzato o nascosto aspetti relativi alla ricerca gain-of-function.

I suoi sostenitori sostengono invece che tali accuse siano motivate principalmente da ragioni politiche.

La questione è diventata così divisiva da trasformarsi in uno dei principali campi di scontro tra democratici e repubblicani.


Trump e il blocco dei finanziamenti

Un altro elemento centrale è rappresentato dalla decisione del presidente Donald Trump di firmare un ordine esecutivo volto a limitare o interrompere determinati finanziamenti federali alla ricerca gain-of-function.

I sostenitori della misura la considerano una necessaria azione preventiva.

I critici ritengono invece che possa rallentare importanti studi scientifici utili alla prevenzione di future pandemie.

Ancora una volta emerge uno scontro che non è soltanto scientifico ma anche profondamente politico.


Il problema della trasparenza

Forse l’aspetto più importante di tutta la vicenda non riguarda nemmeno i laboratori.

Riguarda la fiducia.

Negli ultimi anni i cittadini occidentali hanno assistito a continui cambiamenti di narrativa su numerose questioni:

  • origine del Covid;
  • efficacia delle misure sanitarie;
  • vaccini;
  • lockdown;
  • censura online;
  • gestione delle informazioni scientifiche.

In questo contesto qualsiasi elemento che suggerisca l’esistenza di informazioni non divulgate genera inevitabilmente sospetti.

La domanda che milioni di persone si pongono oggi è semplice:

Perché queste informazioni emergono soltanto ora?

Se i programmi erano legittimi, perché non renderli completamente trasparenti fin dall’inizio?


Una crisi di credibilità che va oltre i laboratori

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La vicenda dei biolaboratori rappresenta qualcosa di più grande.

È il simbolo della crescente distanza tra istituzioni e cittadini.

Da una parte governi, agenzie federali e apparati di sicurezza sostengono di dover mantenere riservate determinate informazioni per ragioni strategiche.

Dall’altra cresce una popolazione sempre più diffidente verso qualsiasi versione ufficiale.

Questa frattura è diventata uno dei principali problemi politici dell’Occidente contemporaneo.

Quando la fiducia viene meno, ogni informazione diventa sospetta e ogni segreto alimenta nuove teorie.


Conclusioni

Le dichiarazioni attribuite a Tulsi Gabbard riaprono un dibattito che non riguarda soltanto i laboratori biologici.

Riguardano il rapporto tra potere, informazione e democrazia.

Molte domande restano ancora senza risposta.

Quali attività venivano realmente svolte in tutti questi laboratori?

Quali programmi erano finanziati?

Quale livello di supervisione esisteva?

E soprattutto: perché una parte così rilevante di queste informazioni è rimasta per anni lontana dal dibattito pubblico?

Nei prossimi mesi sarà probabilmente il Congresso americano a dover fornire risposte più precise.

Qualunque sia l’esito delle indagini, una cosa appare già evidente: la battaglia sulla trasparenza e sulla fiducia nelle istituzioni è appena iniziata.


Link di approfondimento

  • Office of the Director of National Intelligence
  • National Institutes of Health
  • Centers for Disease Control and Prevention
  • Department of Defense
  • World Health Organization
  • Ukraine
  • Russia
  • Tulsi Gabbard
  • Anthony Fauci
  • Donald Trump

IRAN E STATI UNITI VERSO UN ACCORDO? DA TASS L’INDISCREZIONE CHE POTREBBE CAMBIARE IL MEDIO ORIENTE

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Per anni ci è stato raccontato che tra Iran e Stati Uniti non esisteva alcuna possibilità di dialogo.

Da una parte la Repubblica Islamica, descritta come uno dei principali avversari dell’Occidente. Dall’altra Washington, impegnata da decenni in una strategia di contenimento politico, economico e militare nei confronti di Teheran.

Eppure la geopolitica reale raramente segue le narrazioni mediatiche.

Secondo quanto riportato dall’agenzia russa TASS e rilanciato dal giornalista Umberto Pascali, sarebbero in corso sviluppi significativi nei colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti che potrebbero aprire la strada a un nuovo accordo sul programma nucleare iraniano.

La notizia, se confermata, rappresenterebbe una svolta di portata storica.

Non soltanto perché coinvolge due paesi che da oltre quarant’anni vivono in una condizione di ostilità permanente, ma soprattutto perché potrebbe modificare profondamente gli equilibri strategici dell’intero Medio Oriente.


Quando i nemici parlano significa che qualcosa sta cambiando

Nella storia delle relazioni internazionali i negoziati più importanti non nascono tra alleati ma tra avversari.

Anzi, spesso è proprio quando le tensioni raggiungono livelli particolarmente elevati che le parti iniziano a cercare un compromesso.

Iran e Stati Uniti si trovano oggi in una situazione simile.

Negli ultimi anni:

  • l’Iran ha rafforzato i rapporti con Russia e Cina;
  • è entrato ufficialmente nei BRICS;
  • ha consolidato il proprio ruolo nelle reti commerciali eurasiatiche;
  • ha dimostrato una crescente resilienza alle sanzioni occidentali.

Parallelamente gli Stati Uniti si trovano a dover gestire contemporaneamente il dossier ucraino, la competizione strategica con la Cina, le tensioni nel Pacifico e la crescente instabilità mediorientale.

In questo contesto un accordo con Teheran potrebbe rappresentare una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti.


Il ruolo dell’Oman e la diplomazia silenziosa

Molto spesso i grandi accordi internazionali vengono preparati lontano dai riflettori.

Anche in questo caso il ruolo dell’Oman appare fondamentale.

Il Sultanato è da anni uno dei pochi attori regionali capaci di mantenere relazioni costruttive sia con Washington sia con Teheran.

Non è un caso che molti dei contatti che portarono all’accordo nucleare del 2015 siano passati proprio attraverso Muscat.

Oggi la diplomazia omanita sembra nuovamente impegnata nel tentativo di costruire un ponte tra due mondi che ufficialmente continuano a presentarsi come nemici.


Il dossier nucleare resta il nodo centrale

La questione principale rimane naturalmente il programma nucleare iraniano.

L’Occidente continua a chiedere limitazioni e controlli stringenti.

L’Iran, invece, sostiene il proprio diritto allo sviluppo di tecnologie nucleari a scopo civile e considera molte delle richieste occidentali come una limitazione della propria sovranità nazionale.

Secondo le indiscrezioni riportate da TASS, i negoziatori avrebbero però individuato alcuni principi comuni sui quali lavorare.

Non si parla ancora di accordo definitivo.

Si parla piuttosto di un possibile percorso negoziale che potrebbe consentire:

  • una riduzione graduale delle tensioni;
  • un alleggerimento di alcune sanzioni;
  • maggiori garanzie internazionali;
  • un sistema di verifiche condiviso.

Perché Washington potrebbe voler chiudere il dossier iraniano

Dietro ogni trattativa esistono interessi concreti.

Per gli Stati Uniti un’intesa con Teheran significherebbe:

  • ridurre il rischio di una nuova guerra regionale;
  • evitare una crisi energetica globale;
  • limitare il rafforzamento dell’asse Russia-Cina-Iran;
  • alleggerire la pressione militare nel Golfo Persico.

In altre parole Washington potrebbe considerare più conveniente un Iran controllato diplomaticamente piuttosto che un Iran completamente integrato nei meccanismi geopolitici eurasiatici.


Perché l’Iran potrebbe essere interessato all’accordo

Anche Teheran avrebbe motivazioni significative.

Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, le sanzioni continuano a rappresentare un peso enorme per l’economia iraniana.

L’accesso limitato ai mercati finanziari internazionali, le restrizioni commerciali e le difficoltà nei pagamenti internazionali costituiscono ostacoli importanti alla crescita economica.

Un eventuale accordo potrebbe favorire:

  • maggiori investimenti;
  • aumento delle esportazioni energetiche;
  • accesso facilitato ai mercati globali;
  • riduzione delle pressioni economiche interne.

Israele osserva con preoccupazione

Ogni volta che si parla di accordi tra Stati Uniti e Iran emerge inevitabilmente la questione israeliana.

Da anni Israele considera il programma nucleare iraniano una minaccia strategica.

Per questo motivo ogni apertura diplomatica viene osservata con estrema attenzione dagli ambienti politici e militari israeliani.

Una parte dell’establishment teme che qualsiasi compromesso possa lasciare all’Iran margini di sviluppo tecnologico considerati eccessivi.

Altri osservatori ritengono invece che un accordo verificabile sia preferibile a un’escalation militare permanente che potrebbe trascinare l’intera regione in un conflitto devastante.


Il vero significato geopolitico della notizia

L’aspetto più interessante di questa vicenda non riguarda soltanto il nucleare.

Riguarda il cambiamento degli equilibri mondiali.

Negli ultimi anni abbiamo assistito:

  • all’espansione dei BRICS;
  • alla crescente influenza diplomatica della Cina;
  • al rafforzamento delle relazioni tra Mosca e Teheran;
  • alla crisi dell’ordine unipolare nato dopo il 1991.

In questo scenario un accordo tra Iran e Stati Uniti assumerebbe un significato molto più ampio.

Potrebbe rappresentare il tentativo di adattarsi a un mondo in cui nessuna potenza è più in grado di imporre unilateralmente le proprie condizioni.

La diplomazia tornerebbe così a sostituire almeno in parte la logica dello scontro permanente.


Una svolta ancora tutta da verificare

È importante mantenere prudenza.

Le indiscrezioni riportate da TASS descrivono un processo negoziale in evoluzione, non un accordo già firmato.

Restano aperte numerose questioni:

  • livelli di arricchimento dell’uranio;
  • modalità delle ispezioni;
  • tempistiche per la rimozione delle sanzioni;
  • garanzie reciproche;
  • ruolo degli attori regionali.

Tuttavia il semplice fatto che il dialogo sia ripreso rappresenta già una notizia significativa.

Per anni il mondo ha sentito parlare soltanto di escalation, minacce e guerre.

Oggi, almeno secondo quanto riportato da TASS, si torna a parlare di diplomazia.

E in una fase storica caratterizzata da conflitti sempre più numerosi e pericolosi, questa potrebbe essere la notizia più importante di tutte.


Fonti

PFIZERGATE: LA COMMISSIONE EUROPEA SOTTO ACCUSA. IL CASO CHE CONTINUA A INSEGUIRE URSULA VON DER LEYEN

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Trasparenza, potere e miliardi di euro: perché il caso Pfizergate non è affatto chiuso

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Negli anni della pandemia, i governi europei hanno giustificato misure eccezionali sostenendo che ci si trovava di fronte a una situazione senza precedenti.

In nome dell’emergenza sono stati sospesi processi ordinari, accelerate procedure di approvvigionamento e firmati contratti per decine di miliardi di euro.

A distanza di anni, tuttavia, una domanda continua a rimanere senza risposta:

chi ha deciso realmente l’acquisto dei vaccini Covid da parte dell’Unione Europea e con quali modalità?

È questa la questione al centro del cosiddetto Pfizergate, uno dei casi più controversi nella storia recente delle istituzioni europee.

E proprio in questi giorni il caso è tornato al centro dell’attenzione dopo che un importante consulente della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha raccomandato di respingere il ricorso presentato dalla Commissione Europea contro una precedente sentenza sulla trasparenza dei contratti vaccinali.


Come nasce il Pfizergate

La vicenda affonda le sue radici nel 2021.

Durante la pandemia la Commissione Europea negoziò, a nome dei 27 Stati membri, enormi contratti di fornitura vaccinale con diverse aziende farmaceutiche.

Tra questi spiccava il colossale accordo con Pfizer-BioNTech per l’acquisto fino a 1,8 miliardi di dosi. Secondo varie ricostruzioni giornalistiche, il valore complessivo dell’operazione avrebbe superato i 35 miliardi di euro.

Il punto controverso non riguarda soltanto il valore economico.

A sollevare interrogativi fu la rivelazione che i negoziati sarebbero stati accompagnati da uno scambio diretto di messaggi tra la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il CEO di Pfizer, Albert Bourla.

Messaggi che successivamente sono diventati il centro di una lunga battaglia legale sulla trasparenza istituzionale.


La battaglia del New York Times

La svolta arrivò quando il quotidiano The New York Times presentò una richiesta formale per ottenere copia dei messaggi.

La Commissione Europea rispose sostenendo di non possedere quei documenti o di non essere in grado di reperirli.

Una spiegazione che non convinse il giornale americano, il quale decise di rivolgersi alla giustizia europea.

Il cuore della disputa era semplice:

un SMS o un messaggio istantaneo utilizzato per discutere decisioni pubbliche può essere considerato un documento ufficiale?

Se la risposta è sì, tali comunicazioni dovrebbero essere conservate e potenzialmente accessibili ai cittadini.

Se la risposta è no, qualsiasi funzionario potrebbe aggirare gli obblighi di trasparenza semplicemente utilizzando il telefono anziché e-mail o documenti formali.


La sentenza che ha scosso Bruxelles

Nel maggio 2025 il Tribunale dell’Unione Europea ha inflitto un duro colpo alla Commissione.

I giudici hanno stabilito che Bruxelles non aveva fornito spiegazioni credibili sul motivo per cui i messaggi non fossero disponibili e hanno annullato la decisione che ne negava l’accesso.

La sentenza non ha stabilito che vi fosse corruzione o illecito nella trattativa.

Ha però affermato qualcosa di politicamente molto pesante:

la Commissione non è stata in grado di dimostrare adeguatamente la propria gestione documentale e il rispetto degli obblighi di trasparenza.

Per molti osservatori si è trattato di una delle più importanti decisioni europee in materia di accesso agli atti e accountability istituzionale degli ultimi anni.


Il nuovo colpo alla Commissione Europea

La vicenda non si è fermata.

L’11 giugno 2026 l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Athanasios Rantos, ha raccomandato di respingere il ricorso della Commissione contro una precedente sentenza che imponeva maggiore trasparenza sui contratti vaccinali.

Secondo il parere del magistrato:

  • la trasparenza nelle negoziazioni sui vaccini costituisce un interesse pubblico rilevante;
  • la Commissione non ha garantito un adeguato livello di responsabilità verso i cittadini;
  • le giustificazioni addotte per le parti oscurate dei contratti non risultano sufficientemente convincenti.

Il parere non è formalmente vincolante.

Tuttavia, nella maggioranza dei casi la Corte segue l’orientamento espresso dall’Avvocato Generale.

Per questo motivo molti analisti interpretano il pronunciamento come un nuovo significativo rovescio per la leadership di Ursula von der Leyen.


Una questione che va oltre i vaccini

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Il punto fondamentale è che il Pfizergate non riguarda più soltanto i vaccini.

La questione centrale è diventata il funzionamento stesso delle istituzioni europee.

Molti giuristi sottolineano che il precedente potrebbe ridefinire il concetto di documento pubblico nell’era digitale.

Se i messaggi istantanei utilizzati da presidenti, commissari e ministri non vengono archiviati, una parte significativa dei processi decisionali potrebbe sfuggire completamente al controllo democratico.

In altre parole:

non si discute soltanto di cosa contenessero quei messaggi, ma del diritto dei cittadini a sapere come vengono prese decisioni che coinvolgono decine di miliardi di euro di denaro pubblico.


Il problema della fiducia

La pandemia ha rappresentato uno spartiacque nella relazione tra cittadini e istituzioni.

Molte decisioni furono accettate sulla base della fiducia nelle autorità pubbliche.

Proprio per questo i temi della trasparenza assumono oggi un’importanza ancora maggiore.

Quando una istituzione sostiene di non poter recuperare comunicazioni che hanno accompagnato trattative miliardarie, inevitabilmente si alimentano dubbi e sospetti.

Anche laddove non emergano prove di comportamenti illeciti, la percezione di opacità può produrre un danno politico enorme.

Ed è proprio questo il terreno sul quale il Pfizergate continua a rappresentare una ferita aperta per la Commissione Europea.


Conclusione

A prescindere dalle opinioni politiche e dalle posizioni assunte durante la pandemia, il caso Pfizergate pone una domanda che riguarda il futuro della democrazia europea:

può esistere una vera accountability pubblica se decisioni strategiche da decine di miliardi vengono discusse attraverso comunicazioni che successivamente scompaiono?

Le recenti decisioni giudiziarie suggeriscono che la risposta della magistratura europea sia sempre più orientata verso un principio semplice:

la trasparenza non è un favore concesso ai cittadini, ma un obbligo delle istituzioni.


Fonti e approfondimenti

LA GRANDE INVERSIONE: COME LA SINISTRA EUROPEA HA CAMBIATO BANDIERA E COME LA CONTROINFORMAZIONE È DIVENTATA LO SPECCHIO DEL MAINSTREAM

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La memoria corta della politica contemporanea

Se esiste una caratteristica che definisce il dibattito pubblico contemporaneo è la perdita quasi totale della memoria storica.

Le persone ricordano ciò che è accaduto ieri.

A volte ricordano ciò che è accaduto la settimana scorsa.

Molto raramente ricordano cosa sostenevano i propri leader politici, i propri giornalisti di riferimento o i propri influencer soltanto dieci o quindici anni fa.

Eppure è proprio questa mancanza di memoria che permette alle narrative di cambiare continuamente senza incontrare alcuna resistenza.

L’opinione pubblica viene trascinata da una parte all’altra come una nave in balia delle correnti.

I protagonisti cambiano.

Le parole d’ordine cambiano.

I nemici cambiano.

Le bandiere cambiano.

Ma il meccanismo rimane identico.

La vicenda del rapporto tra la sinistra europea, Israele, Palestina e sionismo rappresenta probabilmente uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno.


Quando Israele era il “buono”

Chi oggi ha meno di trent’anni fatica persino a immaginarlo.

Per decenni Israele è stato considerato da gran parte della sinistra europea una sorta di modello.

Veniva raccontato come una democrazia avanzata.

Uno Stato moderno.

Una società dinamica.

Un alleato dell’Occidente.

Una realtà capace di combinare sviluppo economico, innovazione tecnologica e pluralismo politico.

In molti ambienti progressisti Israele godeva di una reputazione largamente positiva.

La questione palestinese esisteva già.

Le tensioni esistevano già.

Le critiche esistevano già.

Ma occupavano uno spazio molto diverso rispetto a quello attuale.

Oggi sembra che tutto questo non sia mai esistito.

Sembra che la sinistra europea sia sempre stata schierata contro Israele.

Sembra che il sostegno alla causa palestinese sia sempre stato il suo principale tratto distintivo.

La realtà storica racconta una storia molto diversa.


Il laboratorio di Londra e Parigi

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Per comprendere il cambiamento bisogna guardare alle grandi capitali europee.

In particolare a London e Paris.

Queste città rappresentano non soltanto due centri politici fondamentali del continente.

Rappresentano anche due giganteschi laboratori culturali.

Ciò che accade a Londra e Parigi tende spesso a diffondersi nel resto d’Europa.

Dopo il conflitto di Gaza il cambiamento è diventato evidente.

Le grandi manifestazioni filopalestinesi hanno occupato il centro della scena.

Le università hanno iniziato a mobilitarsi.

Le organizzazioni non governative hanno intensificato le campagne.

I media hanno progressivamente modificato il tono della copertura.

I partiti hanno seguito il cambiamento.

Gli influencer hanno seguito i partiti.

Il pubblico ha seguito gli influencer.

E nel giro di pochi anni il panorama è apparso completamente diverso.


La politica non segue i principi. Segue gli incentivi.

Questo è forse il punto più importante.

Molti cittadini continuano a immaginare la politica come uno scontro tra idee.

La realtà spesso assomiglia molto di più a uno scontro tra interessi.

I partiti seguono gli elettori.

I media seguono il pubblico.

Gli influencer seguono gli algoritmi.

Gli algoritmi seguono l’attenzione.

L’attenzione segue le emozioni.

E le emozioni raramente seguono la razionalità.

Seguono la paura.

La rabbia.

L’indignazione.

L’appartenenza.

Per questo motivo le narrative possono cambiare molto rapidamente.

Non perché vengano improvvisamente scoperti nuovi fatti.

Ma perché cambia il contesto entro cui quei fatti vengono interpretati.


Il conformismo travestito da pensiero critico

Uno degli aspetti più paradossali della situazione attuale riguarda la controinformazione.

Per anni la controinformazione ha accusato il mainstream di uniformità.

Di conformismo.

Di propaganda.

Di pensiero unico.

Molte di queste accuse avevano una base reale.

Ma con il passare del tempo una parte della controinformazione ha sviluppato esattamente gli stessi difetti.

Ha creato le proprie ortodossie.

I propri dogmi.

I propri tabù.

I propri sacerdoti mediatici.

Le proprie verità intoccabili.

Il risultato è che oggi esistono persone che si definiscono antisistema ma reagiscono alle informazioni esattamente come i sostenitori più fanatici del sistema.

La sola differenza è che seguono guru diversi.


Il sionismo visto come spiegazione universale

Uno degli esempi più evidenti riguarda l’uso del termine “sionismo”.

In alcuni ambienti il termine è diventato una spiegazione universale.

Qualunque evento accada viene ricondotto al sionismo.

Qualunque crisi geopolitica viene interpretata attraverso quella lente.

Qualunque personaggio pubblico viene classificato come sionista o antisionista.

La complessità scompare.

La storia scompare.

Le differenze interne scompaiono.

Tutto viene ridotto a una sola categoria.

È esattamente il tipo di semplificazione che la controinformazione ha sempre rimproverato ai media tradizionali.


L’errore di confondere ebraismo e sionismo

Uno dei problemi più evidenti è la tendenza a trattare gli ebrei come un blocco unico.

Si tratta di una rappresentazione storicamente errata.

Esistono ebrei religiosi antisionisti.

Esistono ebrei laici antisionisti.

Esistono ebrei sionisti.

Esistono ebrei che non si identificano in nessuna di queste categorie.

Pensare che ogni ebreo sia automaticamente sionista significa rinunciare all’analisi per abbracciare uno stereotipo.

E gli stereotipi sono il carburante della propaganda.


Il grande rimosso: il sionismo cristiano

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Esiste poi un fatto che raramente trova spazio nel dibattito.

Una delle correnti politiche più influenti a sostegno di Israele non è composta da ebrei.

È composta da cristiani.

In particolare da milioni di evangelici statunitensi.

Il cosiddetto sionismo cristiano rappresenta da decenni una forza politica e culturale enorme.

Eppure molti di coloro che parlano continuamente di sionismo sembrano ignorarne completamente l’esistenza.

Perché?

Perché la realtà è molto più complessa delle narrazioni che vengono diffuse quotidianamente.


I cani di Pavlov del XXI secolo

La metafora dei “cani di Pavlov” può apparire brutale.

Ma descrive un fenomeno reale.

Milioni di persone non analizzano gli eventi.

Analizzano le reazioni del proprio gruppo.

Se il gruppo approva, approvano.

Se il gruppo condanna, condannano.

Se il gruppo cambia posizione, cambiano posizione.

La coerenza diventa irrilevante.

La memoria diventa irrilevante.

Conta soltanto l’appartenenza.

E una società che rinuncia alla memoria è una società estremamente facile da orientare.


La vera domanda

La questione centrale non è decidere se avere ragione stia da una parte o dall’altra.

La vera domanda è un’altra.

Come è possibile che milioni di persone cambino opinione contemporaneamente?

Come è possibile che interi movimenti politici invertano la propria posizione senza alcuna autocritica?

Come è possibile che la controinformazione finisca per replicare gli stessi meccanismi che denuncia?

Forse perché il vero potere non consiste nel controllare ciò che le persone pensano.

Consiste nel controllare il perimetro entro cui pensano.

E quando il dibattito pubblico viene trasformato in una successione infinita di tifoserie contrapposte, la libertà di pensiero lascia il posto alla fedeltà ideologica.


Fonti e approfondimenti

Entità citate

  • London
  • Paris
  • Israel
  • Palestine
  • Christians United for Israel