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REGNO UNITO · GERMANIA: L’ULTIMO TABÙ È CADUTO: ORA SI PROCESSA LA BANDIERA

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Quando la bandiera nazionale finisce davanti a un giudice, la questione non riguarda più soltanto un lampione: riguarda il rapporto che una società ha con la propria identità.

C’è qualcosa di profondamente simbolico in ciò che sta accadendo nel Regno Unito.

A Birmingham, il consiglio comunale ha intrapreso un’azione giudiziaria per ottenere un’ingiunzione contro l’installazione non autorizzata di Union Jack e Croci di San Giorgio sulle infrastrutture pubbliche da parte di persone legate alla campagna Raise the Colours.

Formalmente, il Comune non sta chiedendo di vietare la bandiera britannica o quella inglese. La questione giuridica riguarda l’utilizzo senza autorizzazione di lampioni e altre strutture pubbliche, oltre alle accuse di intimidazione e molestie nei confronti del personale incaricato di rimuovere le bandiere.

Questa distinzione è fondamentale.

Ma non chiude affatto la questione politica.

Perché quando il simbolo nazionale diventa l’oggetto attorno al quale si mobilitano avvocati, amministrazioni, polizia, attivisti e tribunali, significa che qualcosa di molto più profondo sta accadendo.

Il precedente esiste già.

Oxfordshire: l’ingiunzione è realtà

Nel luglio 2026 l’Alta Corte ha emesso un’ingiunzione definitiva, valida inizialmente fino al luglio 2027, contro l’installazione non autorizzata di bandiere sulle infrastrutture stradali dell’Oxfordshire.

La sentenza riguarda principalmente la proprietà e la gestione delle infrastrutture pubbliche, l’ostruzione del personale e gli episodi di molestie denunciati dall’amministrazione.

Ma l’effetto pratico è inequivocabile: chi, dopo essere stato debitamente informato dell’ordine, contribuisce consapevolmente alla sua violazione può essere perseguito per oltraggio alla Corte, con conseguenze che possono comprendere multa, confisca dei beni e perfino carcere.

Il giudice ha ricostruito come, dall’agosto 2025, persone associate a Raise the Colours avessero cominciato a collocare Croci di San Giorgio e Union Jack su lampioni, segnaletica, barriere e altre strutture.

Il punto, quindi, non è sostenere falsamente che nel Regno Unito sia diventato illegale esporre la bandiera nazionale.

Non lo è.

Il punto politico è un altro: come siamo arrivati al punto in cui l’esposizione massiccia dei colori nazionali viene interpretata da una parte delle istituzioni e dell’opinione pubblica non come una normale manifestazione patriottica, ma come intimidazione o elemento di divisione?

È questa la domanda che merita di essere posta.

Birmingham, laboratorio dell’Inghilterra che cambia

La risposta diventa ancora più interessante osservando Birmingham.

Secondo il censimento britannico del 2021, il 29,9% degli abitanti della città si identifica come musulmano.

Nello stesso censimento, soltanto il 48,6% della popolazione rientrava ormai nella categoria etnica generale “White”, contro il 57,9% del 2011. La categoria “Asian, Asian British or Asian Welsh” aveva invece raggiunto il 31%.

Sono trasformazioni demografiche enormi avvenute nell’arco di pochi decenni.

Non dimostrano automaticamente radicalizzazione, incompatibilità culturale o rifiuto della società britannica. Sarebbe metodologicamente scorretto trasformare appartenenza religiosa o origine etnica in una presunzione politica.

Dimostrano però qualcosa che non può essere cancellato con il vocabolario burocratico della “diversità”: Birmingham sta attraversando una trasformazione demografica e culturale di portata storica.

Ed è precisamente in questo contesto che la bandiera assume un significato politico.

Una Union Jack appesa a un lampione non viene più interpretata universalmente come un simbolo neutrale dello Stato. Per alcuni rappresenta appartenenza e continuità nazionale; per altri può assumere un significato identitario, politico o perfino provocatorio.

Il vero problema è proprio questo.

Quando il simbolo comune cessa di essere comune, significa che la società ha cominciato a perdere il proprio linguaggio condiviso.

Il precedente Trojan Horse

Birmingham aveva già mostrato quanto delicato potesse diventare il rapporto tra multiculturalismo, istituzioni e integrazione.

Nel 2014 esplose il caso passato alla storia come Trojan Horse.

Le successive indagini governative individuarono gravi problemi in diverse scuole della città.

Il rapporto del commissario all’Istruzione Peter Clarke descrisse interferenze nella governance scolastica e pressioni ideologiche. Ofsted riferì inoltre di presidi che avevano denunciato una campagna organizzata finalizzata a modificare carattere ed ethos delle scuole, accompagnata da una vera e propria “cultura della paura e dell’intimidazione”.

Il governo britannico arrivò alla conclusione che segnali d’allarme relativi al possibile estremismo fossero stati ignorati dalle istituzioni locali per troppo tempo.

Non era una fantasia della cosiddetta estrema destra.

Erano conclusioni contenute in documenti ufficiali dello Stato britannico.

La vicenda costrinse Londra a rimettere al centro dell’istruzione pubblica i cosiddetti British values: democrazia, libertà individuale, Stato di diritto, rispetto e tolleranza.

Il paradosso storico è evidente.

Nel 2014 il governo doveva ricordare alle scuole che avevano il compito di trasmettere i valori britannici.

Nel 2026 un’altra battaglia politica si combatte attorno al simbolo più immediato di quella stessa identità: la bandiera.

Grooming gangs: il problema che Londra non può più ignorare

Ancora più delicato è il dossier delle grooming gangs.

Per anni qualsiasi discussione sull’origine etnica di determinati gruppi di aggressori è stata accompagnata dal timore di alimentare razzismo e tensioni comunitarie.

Nel 2025, però, l’audit nazionale guidato dalla baronessa Louise Casey ha messo nero su bianco due fatti contemporaneamente.

Il primo: i dati nazionali sull’etnia degli autori sono stati raccolti così male da non consentire di sostenere che la maggioranza nazionale dei responsabili appartenga a una particolare comunità etnica.

Attribuire quindi alla totalità delle grooming gangs britanniche un unico profilo etnico sarebbe scorretto.

Ma il secondo dato è altrettanto importante: nei tre territori di polizia esaminati approfonditamente dall’audit — Greater Manchester, West Yorkshire e South Yorkshire — sono emerse evidenze di una sovrarappresentazione di uomini asiatici e di origine pakistana tra i sospettati.

Casey ha inoltre rilevato esempi di organizzazioni che avevano evitato di affrontare la questione dell’etnia per paura di apparire razziste o di alimentare tensioni comunitarie.

Questa è probabilmente la parte politicamente più devastante dell’intero rapporto.

Perché dimostra il rischio prodotto quando la protezione di una narrazione istituzionale prevale sulla necessità di raccogliere dati, riconoscere pattern criminali e proteggere le vittime.

Il governo britannico ha successivamente istituito una Independent Inquiry into Grooming Gangs, formalizzandone nel marzo 2026 i termini di riferimento.

Il problema, dunque, non può più essere liquidato come propaganda.

La questione che l’Europa evita

Non serve demonizzare milioni di musulmani europei per riconoscere un problema molto più serio: uno Stato che accoglie grandi comunità culturalmente differenti deve essere sufficientemente sicuro della propria identità da pretendere integrazione senza vergognarsi della propria storia.

L’alternativa non è tra xenofobia e multiculturalismo.

L’alternativa è tra integrazione e frammentazione.

Una società può accogliere immigrati pakistani, indiani, africani, arabi o asiatici e contemporaneamente affermare senza complessi che la lingua, le leggi, le istituzioni e i simboli nazionali costituiscono il terreno comune.

Anzi: proprio una società molto diversificata ha ancora più bisogno di simboli condivisi.

Se invece l’identità nazionale viene progressivamente reinterpretata come qualcosa di aggressivo, mentre ogni identità minoritaria viene considerata intoccabile, si crea una asimmetria culturale destinata prima o poi a produrre una reazione.

Raise the Colours può essere criticata.

I suoi aderenti devono rispettare la legge.

Chi minaccia dipendenti pubblici deve risponderne.

Chi utilizza infrastrutture che non gli appartengono deve sottostare alle norme che valgono per tutti.

Ma nulla di tutto questo elimina la domanda politica:

perché migliaia di britannici sentono improvvisamente il bisogno di riempire le proprie città di bandiere inglesi e britanniche?

Forse il fenomeno merita qualcosa di più della risposta giudiziaria.

Germania: un disagio simile

Anche in Germania il rapporto con la bandiera nazionale rimane particolarmente delicato per evidenti ragioni storiche.

La Bundesflagge nera, rossa e oro è naturalmente perfettamente legale e rappresenta la Repubblica federale e la sua tradizione democratica.

Eppure il suo utilizzo nelle manifestazioni politiche identitarie continua spesso a produrre una reazione molto più controversa di quanto accada in altri Paesi.

È significativo perché la bandiera nero-rosso-oro non nasce dal nazismo: affonda le proprie radici nei movimenti liberali e nazionali tedeschi dell’Ottocento e nella rivoluzione del 1848.

È dunque il simbolo della Germania costituzionale, non del Terzo Reich.

Eppure una parte della cultura politica contemporanea continua a guardare con sospetto qualsiasi manifestazione particolarmente visibile di orgoglio nazionale.

Il risultato è un cortocircuito.

La democrazia pretende che i nuovi cittadini aderiscano ai valori costituzionali tedeschi mentre una parte della società sembra avere difficoltà a manifestare apertamente la propria identità nazionale senza accompagnarla immediatamente con giustificazioni.

La bandiera non è il problema

Il vero punto, quindi, non riguarda un pezzo di stoffa.

Riguarda la capacità dell’Europa occidentale di rispondere a una domanda elementare:

che cosa significa appartenere a una nazione?

Se significa soltanto possedere un documento, pagare le tasse e rispettare formalmente il codice penale, allora l’identità nazionale è destinata progressivamente a svuotarsi.

Se invece significa condividere una memoria, una lingua pubblica, determinate libertà, una tradizione costituzionale e alcuni simboli comuni, allora lo Stato deve poterlo affermare senza vergogna.

Una Union Jack non è un’aggressione contro un musulmano britannico.

Una Croce di San Giorgio non è un insulto contro un cittadino britannico di origine pakistana.

Esattamente come la bandiera tedesca non rappresenta una minaccia contro un immigrato che abbia scelto la Germania come propria patria.

Al contrario: quei simboli dovrebbero appartenere anche a loro.

È questa la differenza decisiva tra integrazione e multiculturalismo separato.

L’integrazione dice al nuovo arrivato: questa nazione può diventare anche la tua.

La frammentazione identitaria dice invece: noi abbiamo i nostri simboli, voi avete i vostri, e dobbiamo evitare che qualcuno prevalga nello spazio pubblico.

La prima costruisce cittadini.

La seconda costruisce comunità parallele.

L’ultimo tabù

Per questo il caso Birmingham va molto oltre Birmingham.

La battaglia legale riguarda lampioni, proprietà pubblica, sicurezza e comportamento verso i dipendenti comunali.

La battaglia politica riguarda invece qualcosa di infinitamente più grande.

Chi possiede simbolicamente lo spazio pubblico?

Lo Stato?

La comunità nazionale?

Le diverse comunità che lo abitano?

Oppure nessuno, perché qualsiasi simbolo identitario deve essere progressivamente sterilizzato per evitare conflitti?

Una democrazia liberale deve proteggere le minoranze.

Deve impedire discriminazioni.

Deve garantire libertà religiosa.

Ma deve contemporaneamente avere la forza di affermare che esiste una cultura costituzionale comune alla quale nessun gruppo può chiedere di sostituire regole parallele.

Il giorno in cui la bandiera nazionale viene percepita principalmente come un problema da gestire, mentre l’identità nazionale viene trattata come qualcosa di cui scusarsi, non significa necessariamente che la nazione sia già scomparsa.

Significa però che la battaglia sul significato stesso della nazione è già cominciata.

E Birmingham potrebbe essere soltanto uno dei primi luoghi in cui questa battaglia è diventata impossibile da ignorare.


FONTI E DOCUMENTI

Birmingham – azione legale sulle bandiere
The Guardian, Birmingham seeks injunction to stop anti-migrant group erecting flags on infrastructure
https://www.theguardian.com/uk-news/2026/aug/27/birmingham-seeks-injunction-to-stop-anti-migrant-group-erecting-flags-on-infrastructure

Oxfordshire County Council – High Court injunction
https://www.oxfordshire.gov.uk/council/about-your-council/unauthorised-flags-injunction

Sentenza High Court – Oxfordshire County Council v Cullen & Ors [2026] EWHC 2019 (KB)
https://www.bailii.org/ew/cases/EWHC/KB/2026/2019.html

Office for National Statistics – Census 2021, Birmingham
https://www.ons.gov.uk/visualisations/censusareachanges/E08000025

Department for Education – Birmingham schools, rapporto Peter Clarke
https://www.gov.uk/government/publications/birmingham-schools-education-commissioners-report

Birmingham City Council – Trojan Horse Review
https://www.birmingham.gov.uk/info/20179/news_and_media/984/trojan_horse_review

Governo britannico – warning signs sull’estremismo nelle scuole di Birmingham
https://www.gov.uk/government/speeches/review-into-possible-warnings-on-extremism-in-birmingham-schools

Home Office – National Audit on Group-based Child Sexual Exploitation and Abuse, Baroness Casey
https://www.gov.uk/government/publications/national-audit-on-group-based-child-sexual-exploitation-and-abuse

Home Office – Independent Inquiry into Grooming Gangs
https://www.gov.uk/government/collections/independent-inquiry-into-grooming-gangs

Home Office – termini di riferimento dell’inchiesta, marzo 2026
https://www.gov.uk/government/publications/independent-inquiry-into-grooming-gangs-terms-of-reference

DA IMMUNI ALLA BLACKLIST USA: IL CORTOCIRCUITO DE ROSA–AUTISTICI/INVENTATI CHE L’EUROPA DEVE SPIEGARE

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Il collettivo italiano è stato designato dagli Stati Uniti come Specially Designated Global Terrorist. Ora emerge il ruolo in AI ODV di Paolo De Rosa, tecnico passato dalle infrastrutture digitali dello Stato alla Commissione europea. Nessuna condanna personale nei suoi confronti, ma una domanda politica e di sicurezza diventa inevitabile: chi ha controllato le possibili incompatibilità?

C’è una storia che l’Italia e soprattutto Bruxelles non possono liquidare come una polemica tra destra e sinistra.

Il 26 agosto 2026 gli Stati Uniti hanno compiuto un passo pesantissimo: Autistici/Inventati, storico collettivo italiano che offre infrastrutture digitali, è stato colpito dall’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro e designato come Specially Designated Global Terrorist (SDGT).

Non è una definizione giornalistica. Non è uno slogan di qualche commentatore conservatore. È un provvedimento ufficiale del governo degli Stati Uniti.

Washington sostiene che A/I abbia fornito infrastrutture, strumenti e servizi digitali a cellule Antifa e ad altre organizzazioni dell’estrema sinistra violenta. Il Dipartimento di Stato descrive il collettivo come un nodo tecnologico capace di offrire posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze sicure e strumenti di anonimizzazione.

È importante essere precisi: gli Stati Uniti non accusano necessariamente gli amministratori di A/I di aver materialmente compiuto tutti gli attacchi attribuiti agli utilizzatori delle sue infrastrutture. L’accusa americana riguarda il sostegno tecnologico e infrastrutturale fornito a reti considerate violente.

Ed è precisamente questo che rende il caso italiano politicamente esplosivo.

Non semplici server: per Washington un’infrastruttura dell’estremismo

Secondo il Dipartimento di Stato americano, i servizi di Autistici/Inventati sarebbero stati utilizzati da gruppi coinvolti in attività violente negli Stati Uniti e in Europa.

Tra gli esempi citati ufficialmente compare la rete antagonista impegnata nella campagna contro la costruzione del centro di addestramento delle forze dell’ordine di Atlanta, nota come Stop Cop City.

Washington sostiene che attraverso strumenti messi a disposizione da A/I siano stati diffusi comunicati di rivendicazione, informazioni personali ottenute illegalmente, minacce e perfino istruzioni relative alla costruzione di dispositivi incendiari ed esplosivi improvvisati.

Viene citata inoltre Jane’s Revenge, rete estremista responsabile secondo le autorità americane di una campagna contro strutture legate al movimento pro-life.

Il Tesoro americano parla esplicitamente di “specialized digital architecture, tools, and services for Antifa cells and other violent far-left extremists”.

A questo punto la solita difesa — “noi forniamo soltanto server” — non può essere semplicemente accettata come risposta conclusiva.

È esattamente il rapporto tra infrastruttura tecnologica e attività violenta che Washington ha deciso di colpire.

Il salto di qualità americano

Il caso è interessante anche per un’altra ragione.

Gli Stati Uniti stanno applicando la logica del material support non soltanto a chi finanzia, arma o dirige direttamente un’organizzazione violenta, ma anche alle infrastrutture tecnologiche che, secondo le autorità americane, ne rendono possibili comunicazione, propaganda e organizzazione.

È un precedente enorme.

La questione non è più semplicemente:

Chi ha incendiato?

La domanda diventa:

Chi ha fornito consapevolmente gli strumenti attraverso i quali determinate reti hanno potuto organizzarsi, comunicare e rivendicare?

È qui che la vicenda italiana smette di riguardare una nicchia di hacker antagonisti.

Perché nella storia compare Paolo De Rosa.

Paolo De Rosa: il problema del doppio cappello

Su De Rosa bisogna evitare scorciatoie.

Paolo De Rosa non risulta designato dagli Stati Uniti come terrorista. Non risulta, sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili citate in questa inchiesta, condannato per terrorismo.

Affermare il contrario sarebbe scorretto.

Ma proprio per questo bisogna concentrarsi sui fatti verificabili e sulle domande che essi producono.

Secondo documentazione societaria e associativa riportata dalla stampa italiana, De Rosa compare nell’atto costitutivo del 13 aprile 2018 di AI ODV, organizzazione indicata come soggetto giuridico collegato ai servizi e alle donazioni di Autistici/Inventati.

De Rosa entrò nel consiglio direttivo e venne nominato segretario.

Ed è qui che nasce il problema.

Perché De Rosa non è un informatico qualunque.

È un tecnico che ha lavorato dentro alcune delle infrastrutture digitali pubbliche più delicate degli ultimi anni.

Dal governo Gentiloni a Immuni

La carriera professionale di De Rosa è tutt’altro che clandestina.

Ingegnere delle telecomunicazioni, esperienze nell’amministrazione di sistemi informatici e successivamente nel settore tecnologico privato, entra nel Team per la Trasformazione Digitale durante il governo Gentiloni.

Poi attraversa altre stagioni politiche.

Conte.

Draghi.

La gestione tecnologica della pandemia.

Immuni.

Il certificato Covid digitale.

Il cloud pubblico.

Le infrastrutture strategiche della Pubblica amministrazione.

E infine Bruxelles.

Dal dicembre 2022 De Rosa lavora alla Commissione europea, DG CONNECT, occupandosi anche del progetto dell’European Digital Identity Wallet.

Non stiamo dunque parlando di qualcuno che sistemava computer in un ufficio periferico.

Parliamo di un tecnico che ha lavorato su infrastrutture connesse a identità, dati, servizi digitali pubblici e architetture tecnologiche dello Stato e dell’Unione europea.

Ed è precisamente per questo che il secondo cappello assume rilevanza politica.

AI ODV: il nodo che deve essere chiarito

Secondo quanto ricostruito da La Verità, il 13 aprile 2018, quando De Rosa era già impegnato nel Team Digitale governativo, venne costituita AI ODV davanti a un notaio di San Giuliano Terme.

L’associazione avrebbe ricevuto inoltre 50.000 euro provenienti dal patrimonio di una precedente organizzazione, Investici, descritta nell’atto come avente un oggetto analogo.

AI ODV dichiara finalità relative alla fornitura di servizi informativi e tecnologici e alla tutela della libertà di espressione, della sicurezza e della riservatezza delle comunicazioni online.

Tutto perfettamente legittimo, preso isolatamente.

Il problema nasce dal rapporto che la stampa attribuisce tra AI ODV e Autistici/Inventati.

Perché dal 26 agosto Autistici/Inventati non è più soltanto “il collettivo hacker antagonista”.

Per il governo americano è un soggetto SDGT.

Questo cambia completamente la rilevanza politica della questione.

Due vite parallele che richiedono una spiegazione

La domanda non è se Paolo De Rosa sia un terrorista.

Non esistono elementi pubblici che consentano di affermarlo.

La domanda seria è un’altra:

era compatibile il ruolo di un tecnico impegnato nelle infrastrutture digitali dello Stato con un incarico dirigenziale in un’associazione collegata a un ecosistema tecnologico che oggi gli Stati Uniti accusano di aver fornito infrastrutture a organizzazioni estremiste violente?

È una domanda di sicurezza istituzionale.

Non una sentenza penale.

E dovrebbe interessare qualsiasi governo, indipendentemente dal colore politico.

Perché il punto non è stabilire se De Rosa condividesse ogni attività di ogni utente di Autistici/Inventati.

Il punto è capire quali rapporti esistessero realmente, quali responsabilità avesse AI ODV, quali flussi economici transitassero attraverso l’associazione e quali controlli siano stati effettuati dalle amministrazioni pubbliche che hanno affidato a De Rosa incarichi tecnologicamente sensibili.

Gentiloni, Conte e Draghi: chi sapeva?

Qui la questione diventa inevitabilmente politica.

De Rosa ha attraversato amministrazioni differenti.

Il suo percorso nelle istituzioni non può quindi essere ridotto alla responsabilità di un singolo partito.

La domanda riguarda l’intera catena dei controlli.

Quando entrò nel Team per la Trasformazione Digitale, furono esaminate le sue attività associative?

Quando lavorò sui sistemi collegati a Immuni e alla certificazione Covid, qualcuno verificò eventuali incompatibilità?

Quando ricoprì ruoli relativi alle infrastrutture digitali e al cloud pubblico, quelle attività erano state dichiarate?

Quando arrivò alla Commissione europea, Bruxelles ne era informata?

E soprattutto: De Rosa ricopre ancora oggi un incarico in AI ODV?

È una domanda semplicissima.

Richiede una risposta altrettanto semplice.

Sì o no.

Fratelli d’Italia chiede spiegazioni

Il caso è ormai arrivato nelle istituzioni europee.

Il 29 agosto l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza ha chiesto chiarimenti alla Commissione europea e al Partito democratico.

La richiesta nasce proprio dalle notizie secondo cui De Rosa sarebbe ancora segretario di AI ODV mentre ricopre un incarico alla Commissione sui progetti relativi all’identità digitale.

Anche qui bisogna evitare processi sommari.

Un’interrogazione politica non dimostra una responsabilità penale.

Dimostra però che il problema esiste abbastanza da richiedere una risposta istituzionale.

Ed è esattamente quella risposta che serve.

Il paradosso europeo

C’è poi un contrasto politico difficile da ignorare.

Washington considera Autistici/Inventati un’infrastruttura tecnologica al servizio di reti violente dell’estrema sinistra e ne colpisce beni e rapporti economici sotto giurisdizione americana.

In Europa, invece, la vicenda viene affrontata soprattutto attraverso il prisma della libertà digitale, della libertà di espressione e della proporzionalità delle sanzioni americane.

Sono questioni legittime.

Ma non possono diventare un alibi per evitare l’altra metà del problema.

Se le accuse americane sono documentate, chi ha controllato i collegamenti italiani?

Non basta gridare alla censura.

Non basta dire che un provider non è responsabile di tutto ciò che pubblicano i suoi utenti.

Occorre stabilire il livello di consapevolezza, selezione, collaborazione e sostegno.

È esattamente su questo terreno che si misura la distanza tra un semplice hosting provider e una possibile infrastruttura militante.

La difesa di Autistici/Inventati

Naturalmente esiste anche la versione del collettivo.

A/I respinge l’equiparazione tra antifascismo, protesta politica e terrorismo e sostiene sostanzialmente che mettere a disposizione strumenti di comunicazione sicura non significhi essere responsabili delle azioni degli utenti.

È un’obiezione che deve essere presa sul serio.

Una democrazia non può trasformare automaticamente un provider in complice di ogni illecito commesso da qualcuno che utilizza i suoi server.

Ma anche il principio opposto è evidente: fornire consapevolmente infrastrutture specializzate a organizzazioni violente non diventa neutrale semplicemente perché il servizio viene chiamato hosting.

Il punto dell’inchiesta deve quindi essere proprio questo:

quanto era neutrale quell’infrastruttura?

Washington sostiene che non lo fosse.

Autistici/Inventati sostiene il contrario.

Adesso servono documenti.

Le cinque domande alle quali Bruxelles e Roma devono rispondere

1. Paolo De Rosa è ancora segretario di AI ODV?

Se si è dimesso, quando?

Serve una data documentata.

2. Qual è stato il rapporto economico tra AI ODV e Autistici/Inventati?

Importi.

Date.

Donazioni.

Conti utilizzati.

Intermediari finanziari.

Destinazione delle somme.

3. Gli incarichi associativi erano stati dichiarati?

Palazzo Chigi e Commissione europea erano a conoscenza del ruolo di De Rosa?

Sono state effettuate valutazioni di incompatibilità o sicurezza?

4. Quale accesso aveva De Rosa alle infrastrutture pubbliche?

Occorre distinguere tra responsabilità politica, progettazione, amministrazione tecnica e accesso effettivo ai sistemi.

Non servono insinuazioni.

Serve un audit.

5. L’Italia era stata informata dagli Stati Uniti?

Il governo italiano sapeva che Washington stava preparando la designazione di Autistici/Inventati?

Se sì, quando?

E quali verifiche sono state avviate?

Non è una caccia alle streghe: è controllo delle istituzioni

Questo è forse il punto più importante.

Chiedere trasparenza non significa dichiarare Paolo De Rosa colpevole di terrorismo.

Significa applicare alle infrastrutture digitali lo stesso principio che considereremmo normale in qualsiasi altro settore strategico.

Immaginiamo un funzionario impegnato nei sistemi finanziari dello Stato che contemporaneamente ricoprisse un incarico in un’associazione collegata finanziariamente a un’organizzazione successivamente sottoposta a sanzioni antiterrorismo dagli Stati Uniti.

Qualcuno chiederebbe spiegazioni?

Naturalmente.

Perché dovrebbe essere diverso quando parliamo di identità digitale, cloud pubblico, contact tracing e infrastrutture informatiche?

Il vero scandalo sarebbe non controllare

La vicenda Autistici/Inventati potrebbe diventare un caso molto più grande della sorte di un collettivo hacker.

Washington sta affermando un principio preciso: anche l’infrastruttura tecnologica può costituire sostegno a una rete terroristica quando viene deliberatamente costruita e utilizzata per facilitarne le operazioni.

Si può contestare questa dottrina.

Si può ritenerla troppo ampia.

Si può temere che venga utilizzata contro il dissenso politico.

Ma non si può fingere che il provvedimento americano del 26 agosto non esista.

E soprattutto non si può ignorare la domanda italiana.

Come è possibile che un tecnico passato attraverso alcune delle infrastrutture digitali più delicate dello Stato e oggi impegnato nell’identità digitale europea risulti contemporaneamente legato, attraverso un ruolo associativo documentato dalla stampa, a una realtà collegata a un collettivo che gli Stati Uniti hanno appena designato SDGT?

De Rosa ha diritto a fornire tutte le spiegazioni.

Autistici/Inventati ha diritto a contestare le accuse americane.

La Commissione europea ha il dovere di verificare.

Il governo italiano ha il dovere di chiedere le carte.

Perché la presunzione d’innocenza protegge le persone dalle condanne senza processo.

Non protegge le istituzioni dalle domande.

E dopo il 26 agosto 2026 quelle domande non sono più facoltative.

Sono diventate una questione di sicurezza pubblica e trasparenza istituzionale.


NOTA DI METODO

La designazione americana riguarda Autistici/Inventati e non costituisce una condanna penale di Paolo De Rosa.

Il rapporto tra De Rosa, AI ODV e Autistici/Inventati deve essere distinto dalle accuse formulate dagli Stati Uniti contro il collettivo. L’esistenza di incarichi associativi o rapporti economici non dimostra automaticamente partecipazione o consapevolezza di eventuali attività criminali degli utilizzatori dell’infrastruttura.

Le domande relative a incompatibilità, controlli di sicurezza, flussi economici e dichiarazioni agli enti pubblici devono pertanto essere accertate documentalmente.

FONTI E APPROFONDIMENTI

U.S. Department of the Treasury – OFAC, 26 agosto 2026
Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0616/

U.S. Department of State – 26 agosto 2026
Designation of Autistici/Inventati as a Specially Designated Global Terrorist
https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/08/designation-of-autistici-inventati-as-a-specially-designated-global-terrorist

ANSA – 29 agosto 2026
Fidanza (FdI): “Ue e Pd chiariscano su De Rosa e legami gruppo di estrema sinistra”
https://www.ansa.it/amp/europa/notizie/rubriche/voceeurodeputati/2026/08/29/fidanza-fdi-ue-e-pd-chiariscano-su-de-rosa-e-legami-gruppo-di-estrema-sinistra_36e995eb-5e9a-4086-9add-27089bd57704.html

La Verità – 30 agosto 2026
“Il nerd che ha creato l’applicazione Immuni gestisce una sigla d’aiuto ai «terroristi»”
https://www.laverita.info/inchieste/autistici-inventati-de-rosa-usa

RaiNews – 29 agosto 2026
Le sanzioni americane al collettivo italiano Autistici/Inventati
https://www.rainews.it/articoli/2026/08/le-sanzioni-americane-al-collettivo-italiani-autisticiinventati-586c570a-033e-4d24-a595-dbf2da57d844.html

Sky TG24 – 26 agosto 2026
Dipartimento Usa, collettivo italiano hacker designato come “terrorista”
https://tg24.sky.it/mondo/2026/08/26/usa-autistici-inventati-gruppo-italiano-terrorista

La rivoluzione culturale americana

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Come la sinistra radicale ha conquistato le istituzioni

Per decenni l’Occidente ha creduto che il comunismo fosse morto insieme all’Unione Sovietica. Il Muro di Berlino era caduto, l’URSS si era dissolta e le grandi rivoluzioni marxiste del Novecento sembravano consegnate definitivamente alla storia.

Ma se fosse sopravvissuta un’altra rivoluzione?

Non quella dei carri armati, dei partiti unici e della collettivizzazione economica, ma una rivoluzione più lenta e difficile da riconoscere: una trasformazione culturale combattuta dentro università, scuole, amministrazioni, media e grandi organizzazioni private.

È questa la tesi centrale sviluppata da Christopher F. Rufo nel libro America’s Cultural Revolution: How the Radical Left Conquered Everything, pubblicato nel 2023. Una ricostruzione fortemente polemica e discussa, ma che individua una genealogia intellettuale precisa: Herbert Marcuse, Angela Davis, Paulo Freire e Derrick Bell.

Secondo Rufo, per comprendere l’America esplosa culturalmente nel 2020 bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo.

Solženicyn e il caso Angela Davis

Nel 1975 Aleksandr Solženicyn parlò a New York davanti all’AFL-CIO, la grande federazione sindacale americana.

Lo scrittore russo conosceva direttamente il sistema sovietico: arrestato nel 1945, aveva trascorso anni nei campi di lavoro e nell’esilio interno prima di diventare uno dei più celebri dissidenti dell’URSS.

Nel suo intervento ricordò il trattamento propagandistico riservato in Unione Sovietica ad Angela Davis, militante comunista americana diventata una celebrità internazionale dopo il suo arresto negli Stati Uniti.

La propaganda sovietica l’aveva trasformata in un simbolo della repressione occidentale. Secondo il racconto di Solženicyn, quando alcuni prigionieri politici cecoslovacchi cercarono successivamente di ottenere il suo sostegno, Davis non mostrò nei loro confronti la stessa solidarietà che il blocco comunista aveva mobilitato per lei.

Per Solženicyn, quell’episodio rappresentava qualcosa di più grande: il rischio di una morale nella quale la sorte dell’individuo diventa secondaria rispetto alla causa politica.

Diritti, liberazione e giustizia possono diventare universali soltanto a parole, mentre nella pratica vengono applicati selettivamente a seconda dell’identità politica della vittima e dell’oppressore.

È una contraddizione che attraverserà molte delle battaglie ideologiche dei decenni successivi.

1968: la rivoluzione cambia strategia

La genealogia descritta da Rufo passa inevitabilmente dal 1968.

Le società occidentali vengono attraversate da proteste studentesche, contestazione dell’autorità, radicalismo politico, conflitti razziali e, nelle loro manifestazioni più estreme, violenza rivoluzionaria.

Negli Stati Uniti emergono organizzazioni e movimenti molto diversi tra loro, tra cui Students for a Democratic Society, Weather Underground e Black Panther Party.

Ma il dato più importante non è soltanto ciò che accade nelle strade.

È ciò che accade nelle università.

Una parte della nuova sinistra occidentale comincia infatti ad allontanarsi dall’interpretazione marxista classica secondo cui il principale motore rivoluzionario sarebbe necessariamente il proletariato industriale.

L’attenzione si sposta progressivamente verso cultura, razza, educazione, linguaggio, identità e rapporti sociali.

La rivoluzione cambia terreno.

Herbert Marcuse e la New Left

Uno dei protagonisti intellettuali di questa trasformazione è Herbert Marcuse, filosofo associato alla Scuola di Francoforte.

Marcuse esercitò una forte influenza sulla New Left americana e sui movimenti studenteschi degli anni Sessanta.

Il capitalismo occidentale, nella sua analisi, non poteva essere interpretato esclusivamente attraverso i rapporti economici. Le società industriali avanzate possedevano strumenti culturali e sociali capaci di integrare il dissenso e riprodurre il sistema.

La contestazione doveva quindi estendersi alla cultura.

È un passaggio fondamentale.

Se il potere non risiede soltanto nella proprietà economica, anche la lotta politica non può limitarsi alla fabbrica. Università, linguaggio, sessualità, famiglia, educazione e cultura diventano potenziali campi di conflitto.

La politica comincia così a penetrare in territori che il marxismo tradizionale aveva considerato secondari.

Angela Davis: razza, classe e rivoluzione

Angela Davis fu studentessa di Marcuse e divenne uno dei simboli internazionali del radicalismo americano.

Comunista, attivista e successivamente accademica, collegò nelle proprie analisi razza, capitalismo, sistema carcerario e oppressione politica.

Il suo pensiero avrebbe esercitato un’influenza duratura soprattutto sul movimento abolizionista contemporaneo relativo a carceri e polizia.

La questione razziale assume così un ruolo sempre più centrale.

Il conflitto non viene più interpretato esclusivamente attraverso capitale e lavoro. La società può essere analizzata attraverso differenti categorie di oppressori e oppressi.

È una trasformazione destinata a diventare decisiva nella politica americana del XXI secolo.

Paulo Freire: trasformare l’educazione

Il terzo protagonista della genealogia indicata da Rufo è Paulo Freire.

Il pedagogista brasiliano, autore di Pedagogy of the Oppressed, concepiva l’educazione come qualcosa di profondamente legato alle strutture sociali e politiche.

La scuola non doveva semplicemente trasferire conoscenze dall’insegnante allo studente.

L’educazione doveva sviluppare una coscienza critica capace di comprendere e trasformare la realtà.

Per i suoi sostenitori, Freire rappresenta una pedagogia dell’emancipazione.

Per i suoi critici, questa concezione contiene un problema fondamentale: se l’educazione diventa esplicitamente uno strumento di trasformazione politica, il confine tra insegnamento e attivismo può diventare estremamente sottile.

La scuola smette potenzialmente di essere il luogo nel quale vengono forniti strumenti per pensare e rischia di diventare quello nel quale viene indicato cosa pensare.

Derrick Bell e la Critical Race Theory

Un altro passaggio fondamentale conduce a Derrick Bell, professore di diritto ad Harvard e figura centrale nella nascita della Critical Race Theory.

Bell contestava l’idea secondo cui il razzismo potesse essere considerato semplicemente una deviazione occasionale rispetto ai principi liberali americani.

Nella sua prospettiva, le dinamiche razziali erano profondamente incorporate nelle istituzioni e nella storia giuridica degli Stati Uniti.

Da qui nasce una differenza sostanziale rispetto al paradigma classico dei diritti civili.

Non basta più chiedere che la legge tratti gli individui allo stesso modo.

Bisogna interrogare le strutture che producono risultati differenti.

Ed è precisamente in questo passaggio che si apre uno dei conflitti culturali più importanti dell’America contemporanea: uguaglianza davanti alla legge oppure equità dei risultati?

Le due cose non sono necessariamente equivalenti.

Dalle barricate alla lunga marcia

Durante gli anni Settanta molte delle organizzazioni rivoluzionarie più radicali entrano in crisi o scompaiono.

La rivoluzione armata americana fallisce.

Ma questo non significa che tutte le idee nate in quella stagione scompaiano.

Una parte del radicalismo entra nell’accademia, nelle organizzazioni culturali, nel mondo educativo e successivamente nelle strutture amministrative.

È qui che la tesi di Rufo diventa particolarmente controversa.

Secondo l’autore, la rivoluzione avrebbe semplicemente modificato il proprio metodo: non conquistare lo Stato con la forza, ma trasformare progressivamente le istituzioni che producono cultura, conoscenza e legittimità sociale.

Non servono barricate quando si possono formare generazioni di studenti.

Non serve occupare una televisione quando si possono formare i futuri giornalisti.

Non serve conquistare un ministero quando un’intera generazione di funzionari condivide già determinate categorie interpretative.

La conquista diventa lenta, burocratica e culturale.

Il nuovo vocabolario

Nel corso dei decenni successivi termini un tempo confinati prevalentemente all’accademia entrano progressivamente nel linguaggio politico e aziendale.

“Razzismo sistemico”.

“Privilegio bianco”.

“Equità”.

“Intersezionalità”.

“Microaggressioni”.

“Allyship”.

“Diversità, equità e inclusione”.

Non significa che questi concetti siano identici o provengano tutti dalla stessa scuola teorica. La loro storia è molto più complessa.

Ma progressivamente entrano in una stessa costellazione culturale.

E soprattutto escono dalle università.

Arrivano nelle amministrazioni pubbliche, nei programmi di formazione aziendale, nei dipartimenti delle risorse umane e nelle grandi organizzazioni.

Quello che negli anni Settanta poteva apparire come linguaggio radicale diventa, in alcuni ambienti, linguaggio istituzionale.

Poi arriva il 2020.

George Floyd e l’esplosione culturale

La morte di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio 2020 rappresenta uno spartiacque.

Le proteste attraversano gli Stati Uniti e successivamente numerosi altri Paesi.

Milioni di persone scendono in strada contro razzismo e violenza della polizia. Accanto alle manifestazioni pacifiche si verificano anche rivolte, saccheggi, incendi e scontri.

Ma il fenomeno più importante, dal punto di vista culturale, avviene contemporaneamente dentro le istituzioni.

Università, aziende, fondazioni, associazioni professionali e amministrazioni adottano rapidamente il linguaggio dell’antirazzismo contemporaneo.

Grandi società americane annunciano programmi DEI, finanziamenti, corsi di formazione e nuove politiche interne.

Il linguaggio sviluppato per decenni in ambienti accademici diventa improvvisamente mainstream.

Per Rufo, il 2020 non rappresenta quindi l’inizio della rivoluzione culturale, ma il momento in cui un processo lungo decenni diventa finalmente visibile al grande pubblico.

La rivoluzione entra nelle corporation

Ed è qui che emerge uno dei paradossi più interessanti.

Il linguaggio nato dalla critica radicale del capitalismo viene progressivamente adottato dalle più grandi corporation capitalistiche del pianeta.

Aziende come Disney, Walmart, Verizon, American Express e Bank of America sono state coinvolte, con modalità e intensità differenti, nel più ampio processo di diffusione di programmi DEI e iniziative legate a diversità e inclusione.

È una trasformazione sorprendente.

Il capitalismo non distrugge necessariamente la critica radicale: può incorporarla.

La ribellione diventa formazione aziendale.

Il linguaggio rivoluzionario diventa protocollo delle risorse umane.

La critica delle gerarchie diventa una nuova burocrazia.

È forse questa la più grande ironia dell’intera vicenda.

Una nuova divisione morale

Il paradigma tradizionale americano tendeva almeno idealmente a considerare l’individuo come unità fondamentale della società.

La nuova visione tende invece a dare maggiore importanza all’appartenenza ai gruppi e alle strutture di potere nelle quali l’individuo sarebbe inserito.

Razza, genere, identità e posizione sociale diventano categorie fondamentali attraverso cui interpretare rapporti politici e sociali.

Il rischio evidente è trasformare la società in una gerarchia permanente di colpe e crediti identitari.

L’individuo non viene più giudicato soltanto per ciò che fa, ma anche per la categoria alla quale appartiene.

È precisamente qui che il radicalismo contemporaneo rischia di entrare in collisione con uno dei principi fondamentali della tradizione liberale: l’individuo precede il gruppo.

Il problema del dissenso

Ogni sistema culturale diventa pericoloso quando smette di considerare legittima la possibilità di essere criticato.

Se una teoria sostiene di possedere contemporaneamente la spiegazione dell’ingiustizia e gli strumenti morali per distinguere oppressori e oppressi, il dissenso rischia facilmente di essere reinterpretato come prova della stessa colpa contestata.

Non sei d’accordo con una determinata teoria sul razzismo?

La tua opposizione può essere interpretata come manifestazione del razzismo sistemico.

Contesti una politica DEI?

Il dissenso può diventare dimostrazione del tuo privilegio.

Rifiuti una classificazione identitaria?

Il rifiuto stesso può essere interpretato attraverso quella classificazione.

Si crea così un sistema teorico difficile da falsificare perché persino la critica può essere utilizzata come conferma.

Ed è qui che il confronto politico rischia di trasformarsi in ortodossia.

La vera conquista è culturale

La tesi di America’s Cultural Revolution può essere contestata in molti punti.

La storia delle idee non procede attraverso una singola linea genealogica. Marcuse, Davis, Freire e Bell appartengono a tradizioni differenti, e sarebbe semplicistico attribuire loro direttamente ogni successivo sviluppo del progressismo americano.

Allo stesso modo, l’espressione “lunga marcia attraverso le istituzioni” possiede una storia più articolata di quanto spesso suggerisca il dibattito politico contemporaneo.

Ma il problema posto da Rufo rimane.

Come hanno fatto concetti un tempo confinati ai settori più radicali dell’accademia a diventare, nel giro di alcune generazioni, parte del linguaggio di università, corporation, amministrazioni e media?

Liquidare la domanda come una teoria del complotto significa evitare il problema.

Non serve infatti immaginare una cabina di regia segreta.

Le idee viaggiano.

Gli studenti diventano professori, giornalisti, dirigenti, consulenti, funzionari e responsabili delle risorse umane. Le categorie apprese in un ambiente possono progressivamente diventare il senso comune di un altro.

È così che avvengono molte rivoluzioni culturali: non attraverso un ordine impartito dall’alto, ma attraverso la lenta sostituzione delle categorie con cui una società interpreta se stessa.

Solženicyn aveva indicato il pericolo

Ed è qui che torniamo al 1975.

Solženicyn aveva conosciuto una forma infinitamente più brutale di dominio ideologico. Sarebbe improprio equiparare l’America contemporanea all’Unione Sovietica dei gulag.

Ma il principio che denunciava merita ancora attenzione.

Quando l’individuo concreto viene subordinato all’astrazione politica, qualcosa si rompe.

Quando la giustizia dipende dall’identità di chi parla, qualcosa si rompe.

Quando una vittima merita solidarietà soltanto se appartiene alla categoria politicamente corretta, qualcosa si rompe.

E quando un’ideologia stabilisce che contestarla costituisce già una prova della colpevolezza del dissidente, il pluralismo comincia a restringersi.

La battaglia decisiva, allora, non riguarda soltanto destra e sinistra.

Riguarda la possibilità stessa di una società libera di mettere in discussione le proprie ortodossie.

Perché il potere più profondo non è necessariamente quello che controlla il governo.

È quello che decide quali parole possono essere pronunciate, quali domande possono essere poste e quali idee possono essere considerate legittime.

La rivoluzione culturale americana descritta da Rufo non avrebbe conquistato Washington con un’insurrezione.

Avrebbe conquistato qualcosa di molto più importante: il linguaggio attraverso cui una parte dell’America interpreta il mondo.

E chi conquista il linguaggio non ha ancora conquistato tutto.

Ma ha già conquistato il terreno sul quale verranno combattute le battaglie successive.


Fonti e approfondimenti

Christopher F. Rufo, America’s Cultural Revolution: How the Radical Left Conquered Everything, Broadside Books/HarperCollins, 2023:
https://www.harpercollins.com/products/americas-cultural-revolution-christopher-f-rufo

Christopher F. Rufo, sito ufficiale e materiali sull’America’s Cultural Revolution:
https://christopherrufo.com/

Aleksandr Solzhenitsyn Center – discorso all’AFL-CIO, New York, 30 giugno 1975:
https://www.solzhenitsyncenter.org/

Encyclopaedia Britannica – Herbert Marcuse:
https://www.britannica.com/biography/Herbert-Marcuse

Encyclopaedia Britannica – Angela Davis:
https://www.britannica.com/biography/Angela-Davis

Encyclopaedia Britannica – Paulo Freire:
https://www.britannica.com/biography/Paulo-Freire

Encyclopaedia Britannica – Critical Race Theory:
https://www.britannica.com/topic/critical-race-theory

Harvard Law School – Derrick Bell:
https://hls.harvard.edu/

Articolo ispirato alla tesi e alla ricostruzione sviluppate da Christopher F. Rufo in America’s Cultural Revolution: How the Radical Left Conquered Everything (Broadside Books, 2023).

Belgrado seppellisce Mladić. L’Europa seppellisce il resto della guerra

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La morte del generale serbo-bosniaco riapre la ferita della Jugoslavia: Srebrenica, Krajina, i villaggi serbi della Drina, i mujaheddin, l’Aja e i bombardamenti NATO. Una storia molto più complessa della rappresentazione costruita negli ultimi trent’anni.

Ratko Mladić è morto all’Aja il 27 agosto 2026 mentre scontava la condanna all’ergastolo inflittagli dalla giustizia internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. A Belgrado, il ministro della Giustizia Nenad Vujić ha annunciato che l’ex comandante dell’Esercito della Republika Srpska riceverà «tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto», mentre la famiglia dovrà decidere il luogo della sepoltura.

L’annuncio è bastato per riaprire una delle ferite più profonde e politicamente sensibili dell’Europa contemporanea.

Da Bruxelles è arrivato immediatamente il richiamo contro qualsiasi glorificazione dei criminali di guerra. Nei Balcani le reazioni hanno seguito linee ormai familiari: condanna e indignazione tra molte associazioni delle vittime bosgnacche, commemorazioni e manifestazioni di rispetto in settori del mondo serbo.

Il copione sembra già scritto.

Eppure proprio la morte di Mladić offre l’occasione per affrontare una domanda molto più scomoda: quanto della guerra jugoslava ricordiamo davvero e quanto, invece, abbiamo trasformato in una narrazione politica semplificata?

Mladić e le responsabilità che non possono essere cancellate

Qualunque revisione critica della narrazione occidentale deve partire da un punto non negoziabile sul piano documentale: Mladić fu condannato definitivamente dalla giustizia internazionale.

Le sentenze hanno attribuito alle forze sotto il suo comando responsabilità gravissime, soprattutto per Srebrenica, oltre che per la campagna militare condotta durante la guerra in Bosnia.

Negare questo dato significherebbe sostituire una propaganda con un’altra.

Ma riconoscere i crimini commessi dalle forze serbo-bosniache non obbliga ad accettare l’idea secondo cui l’intera dissoluzione jugoslava possa essere raccontata attraverso un unico schema morale: aggressori da una parte, vittime dall’altra.

La Jugoslavia non esplose semplicemente perché un esercito impazzì nel cuore dell’Europa.

La federazione si frantumò lungo linee nazionali, costituzionali, religiose, territoriali ed economiche che erano diventate sempre più profonde con il collasso del sistema politico jugoslavo e la fine della Guerra Fredda.

Serbi, croati e bosgnacchi entrarono progressivamente in una guerra nella quale espulsioni, massacri, campi di detenzione e violenze contro i civili furono perpetrati da più parti, anche se con dimensioni, responsabilità e contesti differenti.

Ed è proprio questa complessità che la memoria politica europea tende spesso a comprimere.

La Krajina che l’Europa ricorda molto meno

Nell’agosto 1995 la Croazia lanciò l’Operazione Tempesta, l’offensiva che riconquistò gran parte dei territori controllati dai serbi della Krajina.

Il risultato fu anche un enorme esodo della popolazione serba.

Decine di migliaia di persone abbandonarono le proprie abitazioni formando quelle colonne di automobili, camion e trattori che rimangono una delle immagini più drammatiche della fine della guerra croata.

Vi furono inoltre omicidi di civili, incendi, saccheggi e distruzioni.

La vicenda giudiziaria dell’Aja fu complessa. Ante Gotovina e Mladen Markač vennero inizialmente condannati nel 2011; nel novembre 2012 la Camera d’Appello dell’ICTY ribaltò quelle condanne e li assolse.

Questa assoluzione deve essere ricordata per evitare di trasformare accuse e sentenze di primo grado in verità giudiziarie definitive.

Ma l’assoluzione dei comandanti non cancella né l’esodo della popolazione serba né i crimini individualmente commessi durante e dopo l’operazione.

Eppure nella memoria collettiva europea la Krajina occupa uno spazio infinitamente minore rispetto a Srebrenica.

Perché?

Prima di Srebrenica c’era già una guerra

Srebrenica costituisce inevitabilmente il centro della discussione.

Nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache conquistarono l’enclave dichiarata dalle Nazioni Unite «safe area».

Dopo la caduta della città, migliaia di uomini bosgnacchi furono catturati e uccisi. Le successive indagini individuarono fosse comuni, riesumazioni, trasferimenti secondari dei corpi e strutture organizzative utilizzate nelle esecuzioni.

Su questo esiste un vastissimo patrimonio giudiziario e documentale.

Ma anche qui raccontare ciò che avvenne nel luglio 1995 non significa cancellare ciò che era successo negli anni precedenti.

Srebrenica non era soltanto un campo profughi isolato dal conflitto.

Nell’enclave operavano unità dell’esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina e nell’area si verificarono combattimenti e incursioni contro insediamenti serbi circostanti. Villaggi della regione subirono attacchi, distruzioni e vittime.

Il nome più controverso rimane quello di Naser Orić, comandante delle forze bosgnacche nell’area.

Orić fu processato dal Tribunale dell’Aja e la sua complessa vicenda giudiziaria terminò con l’assoluzione in appello.

Anche questo dato deve essere ricordato.

Ma l’assoluzione di un comandante non significa che i civili serbi morti nei villaggi intorno all’enclave non siano mai esistiti.

La distinzione è fondamentale.

La storia giudiziaria stabilisce responsabilità penali individuali secondo determinati standard probatori; la ricostruzione storica deve invece comprendere l’intero contesto nel quale quelle violenze avvennero.

La colonna verso Tuzla

Quando Srebrenica cadde, una parte della popolazione civile raggiunse Potočari, mentre una grande colonna composta prevalentemente da uomini tentò di attraversare il territorio controllato dalle forze serbo-bosniache in direzione di Tuzla.

Dentro quella colonna erano presenti militari dell’esercito bosniaco, ma anche uomini che non partecipavano direttamente ai combattimenti.

Durante la fuga vi furono scontri, imboscate, bombardamenti, mine, catture e perdite.

Una parte degli uomini catturati venne successivamente assassinata in esecuzioni organizzate.

Sono due aspetti che possono essere contemporaneamente veri.

Ridurre tutto alla sola colonna militare significa oscurare le esecuzioni dei prigionieri.

Raccontare Srebrenica senza ricordare che nella regione era in corso da anni una guerra feroce significa invece trasformare un evento storico complesso in un’immagine priva del suo contesto.

La storia non dovrebbe aver bisogno di scegliere quale metà raccontare.

Il capitolo dimenticato dei mujaheddin

Esiste poi un’altra pagina della guerra bosniaca molto meno presente nella memoria popolare occidentale: quella dei combattenti islamisti stranieri.

Volontari provenienti da diversi Paesi musulmani raggiunsero la Bosnia e combatterono al fianco delle forze governative bosniache. Il fenomeno dei mujaheddin stranieri in Bosnia è documentato anche dagli stessi procedimenti internazionali relativi al conflitto.

Questo non significa — ed è essenziale precisarlo — che l’esercito bosniaco fosse semplicemente un esercito jihadista, né tantomeno che la popolazione musulmana bosniaca possa essere identificata con quei gruppi.

Significa però che anche questa componente appartiene alla storia della guerra.

Ignorarla produce un’immagine incompleta quanto quella che pretende di trasformarla nell’elemento dominante dell’intero conflitto.

Izetbegović e la Dichiarazione islamica

Un discorso analogo riguarda Alija Izetbegović.

Molto prima della guerra, Izetbegović aveva scritto la celebre Dichiarazione islamica, un testo politico-religioso nel quale affrontava il rapporto tra Islam, società e potere politico.

Quel documento viene interpretato in maniera radicalmente diversa.

I suoi critici vi leggono il progetto ideologico di una società islamizzata; i suoi difensori ricordano invece che il testo non era un programma specificamente destinato alla Bosnia multietnica e che la leadership bosniaca durante la guerra continuò ufficialmente a presentare il proprio Stato come multietnico.

La questione non può quindi essere risolta attraverso uno slogan.

Ma cancellare completamente quel retroterra ideologico per adattare Izetbegović all’immagine occidentale di leader esclusivamente liberale e pluralista significa, ancora una volta, semplificare la storia.

L’Aja ha giudicato dei crimini. Non ha esaurito la storia

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia nacque nel 1993 attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Processò esponenti serbi, croati, bosgnacchi, kosovari e macedoni.

È altrettanto vero che gli imputati serbi rappresentarono la componente numericamente maggiore dei procedimenti.

Da qui nasce una delle critiche che da trent’anni attraversa una parte dell’opinione pubblica balcanica: l’idea che il tribunale abbia finito per produrre non soltanto giustizia penale, ma anche una gerarchia politica della memoria.

È una tesi discutibile, ma non può essere liquidata semplicemente come propaganda nazionalista.

Un tribunale stabilisce se un imputato è penalmente responsabile oltre una determinata soglia probatoria.

Non stabilisce da solo il significato complessivo di una guerra.

E soprattutto non può sostituire il lavoro degli storici.

Poi arrivò il 1999

Quattro anni dopo Srebrenica, la NATO bombardò la Repubblica Federale di Jugoslavia durante la guerra del Kosovo.

L’operazione Allied Force iniziò il 24 marzo 1999 senza una specifica autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU all’uso della forza.

Per 78 giorni vennero colpiti obiettivi militari e infrastrutture in Serbia e Montenegro.

La NATO giustificò l’intervento con la necessità di fermare la crisi umanitaria e le violenze contro gli albanesi del Kosovo.

Belgrado e i critici dell’intervento considerarono invece l’operazione una violazione del diritto internazionale e della sovranità jugoslava.

Anche quella guerra contribuì profondamente alla memoria politica serba contemporanea.

Per una parte dell’Europa occidentale il 1999 rappresentò l’intervento necessario contro Milošević.

Per molti serbi rappresenta ancora oggi il momento nel quale l’Occidente dimostrò che le proprie regole potevano essere sospese quando gli interessi strategici lo richiedevano.

Senza comprendere questa frattura è impossibile capire perché la figura di Mladić continui ad avere un significato politico che supera enormemente la biografia dell’uomo.

La battaglia sulla memoria

Ed eccoci al presente.

Belgrado può utilizzare il funerale di Mladić per alimentare la propria narrazione nazionale: quella di un popolo trasformato nel colpevole collettivo della dissoluzione jugoslava.

Bruxelles, dall’altra parte, considera qualsiasi celebrazione del generale incompatibile con la memoria delle vittime e con i valori richiesti a un Paese candidato all’Unione Europea.

Entrambe le reazioni hanno una logica politica.

Il problema nasce quando la politica pretende di decidere quali vittime debbano diventare memoria europea e quali possano rimanere ai margini.

Srebrenica deve essere ricordata.

Ma ricordare Srebrenica non impone di dimenticare i serbi della Krajina.

Condannare le esecuzioni dei prigionieri bosgnacchi non impone di cancellare i serbi uccisi nei villaggi della Drina.

Riconoscere i crimini delle forze serbo-bosniache non impedisce di studiare i mujaheddin stranieri.

E criticare il nazionalismo serbo non significa dover considerare automaticamente legittimo ogni intervento occidentale nei Balcani.

Queste realtà possono convivere.

È proprio la loro convivenza a rendere la storia diversa dalla propaganda.

Mladić dopo Mladić

Ratko Mladić non diventa innocente perché anche altri commisero crimini.

Ma neppure i crimini di Mladić trasformano automaticamente tutti gli altri protagonisti della guerra in innocenti.

È forse questa la distinzione che manca maggiormente nella memoria pubblica europea.

La dissoluzione della Jugoslavia produsse una quantità enorme di vittime, profughi, città assediate, villaggi incendiati, espulsioni e vendette.

Ogni comunità possiede i propri cimiteri.

Ogni comunità possiede fotografie che l’altra preferirebbe non vedere.

Ed è precisamente per questo che una bara a Belgrado continua, trent’anni dopo, a provocare reazioni da Sarajevo a Bruxelles.

Non stiamo discutendo soltanto della morte di un generale.

Stiamo ancora combattendo per decidere chi abbia il diritto di raccontare la guerra.

L’Europa ha costruito una parte importante della propria memoria dei Balcani intorno a Srebrenica. È comprensibile: ciò che avvenne dopo la caduta dell’enclave costituisce uno dei capitoli più atroci della guerra.

Ma una memoria selettiva non diventa più vera perché ricorda un crimine reale.

La maturità storica comincerà quando sarà possibile pronunciare nella stessa frase Srebrenica, Krajina, Sarajevo, Drina, mujaheddin e bombardamenti del 1999, senza che ricordare una vittima venga interpretato come un tentativo di cancellarne un’altra.

Mladić verrà sepolto.

La battaglia sulla memoria della Jugoslavia, invece, è tutt’altro che finita.


FONTI E APPROFONDIMENTI

ANSA – Belgrado, Mladić sarà sepolto con tutti gli onori militari e di Stato
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/28/belgrado-mladic-sara-sepolto-con-tutti-gli-onori-militari-e-di-stato_912db36d-bc14-452c-8441-c521766435db.html

Reuters – Ratko Mladić, former general convicted of Bosnia genocide, dies
https://www.reuters.com/world/bosnian-serb-general-ratko-mladic-convicted-genocide-has-died-un-official-says-2026-08-27/

European Western Balkans – What kind of funeral will Ratko Mladić receive in Serbia?
https://europeanwesternbalkans.com/2026/08/28/what-kind-of-funeral-will-ratko-mladic-receive-in-serbia/

International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia / IRMCT – Archivio dei procedimenti relativi all’ex Jugoslavia
https://www.irmct.org/

ICTY/IRMCT – Appeals Chamber Acquits and Orders Release of Ante Gotovina and Mladen Markač
https://www.icty.org/en/press/appeals-chamber-acquits-and-orders-release-ante-gotovina-and-mladen-markac

NATO – Operation Allied Force
https://www.nato.int/kosovo/all-frce.htm

United Nations – International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia
https://www.un.org/icty/

QUANDO L’IDENTITÀ DIVENTA UN CONTAGIO: ADOLESCENTI, SOCIAL E IL GRANDE ESPERIMENTO DELLA MEDICINA DI GENERE

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L’esplosione della disforia tra gli adolescenti, il ruolo dei social network e le politiche di “affermazione”: cosa resta quando all’ideologia si sostituisce la prudenza clinica

Per anni il dibattito sull’identità di genere è stato presentato attraverso una contrapposizione semplicistica: da una parte chi “afferma”, dall’altra chi “odia”.

Ma la medicina non dovrebbe funzionare attraverso slogan politici.

E soprattutto non dovrebbe farlo quando al centro della questione ci sono bambini e adolescenti.

Negli ultimi quindici anni qualcosa di straordinario è accaduto nei servizi occidentali dedicati alla disforia di genere: non è aumentato soltanto il numero dei giovani che chiedono assistenza. È cambiata profondamente anche la popolazione che arriva nelle cliniche.

Il caso britannico è emblematico.

Il Gender Identity Development Service della Tavistock, negli anni Novanta, seguiva numeri molto piccoli di giovani, prevalentemente maschi con una storia di non conformità di genere iniziata durante l’infanzia.

Successivamente i rinvii sono aumentati enormemente e il rapporto tra i sessi si è rovesciato: a presentarsi sono diventate soprattutto adolescenti femmine.

Questo cambiamento dovrebbe rappresentare una delle principali domande scientifiche dell’intero dibattito.

Invece, troppo spesso, porre la domanda è stato considerato di per sé sospetto.

NON BASTA DIRE: “PRIMA AVEVANO PAURA DI DICHIARARSI”

Una delle spiegazioni più diffuse sostiene che le persone transgender siano sempre esistite nelle medesime proporzioni e che la maggiore accettazione sociale abbia semplicemente consentito loro di emergere.

È certamente possibile che una parte dell’aumento dipenda da una maggiore disponibilità a dichiarare il proprio disagio.

Ma questa spiegazione, da sola, non risolve il problema.

Bisogna infatti spiegare perché sia cambiato così rapidamente il rapporto tra maschi e femmine, perché l’esordio venga frequentemente segnalato durante o dopo la pubertà e perché tanti giovani presentino contemporaneamente depressione, ansia, disturbi alimentari, autismo, ADHD o altre difficoltà psicologiche e del neurosviluppo.

È precisamente qui che il dibattito diventa molto più interessante — e molto meno compatibile con gli slogan.

IL CASS REVIEW HA CAMBIATO IL DIBATTITO

Nel 2024 la pediatra britannica Hilary Cass ha pubblicato il rapporto finale dell’Independent Review of Gender Identity Services for Children and Young People, commissionato dal servizio sanitario inglese.

È un documento fondamentale perché non nasce come manifesto politico contro le persone transgender.

Parte invece da una domanda molto più semplice:

quanto sono solide le prove scientifiche sulle quali sono stati costruiti i trattamenti destinati ai minori?

La risposta del rapporto è tutt’altro che rassicurante.

Cass descrive il settore come caratterizzato da evidenze sorprendentemente deboli e sottolinea le considerevoli incertezze sugli effetti a lungo termine degli interventi.

Il rapporto non sostiene che esista una singola spiegazione per l’aumento dei giovani che manifestano disagio legato al genere.

Parla invece di un intreccio complesso di fattori biologici, psicologici e sociali.

Ed è proprio questo il punto.

Se il problema è complesso, perché la risposta dovrebbe essere automaticamente l’affermazione dell’identità dichiarata?

SOCIAL NETWORK: LA VARIABILE CHE NON PUÒ ESSERE IGNORATA

Gli adolescenti costruiscono da sempre parte della propria identità attraverso il gruppo.

La differenza è che oggi il gruppo non termina più davanti al cancello della scuola.

TikTok, Instagram, YouTube, Reddit e altre piattaforme permettono a un adolescente in difficoltà di entrare in pochi minuti in comunità nelle quali trova linguaggio, categorie, testimonianze, diagnosi informali e spiegazioni già pronte per interpretare il proprio disagio.

Questo non significa che internet “crei” automaticamente una persona transgender.

Significa però che sarebbe scientificamente ingenuo sostenere che un ambiente sociale così potente non possa influenzare il modo in cui gli adolescenti interpretano sé stessi.

L’algoritmo non diagnostica.

Amplifica.

Un ragazzo cerca un contenuto, ne riceve altri dieci. Interagisce e ne riceve cento. Entra in una comunità e improvvisamente dispone di una spiegazione completa del proprio malessere.

Per un adulto può essere soltanto un video.

Per un quindicenne alla ricerca di appartenenza può diventare una visione del mondo.

LISA LITTMAN E LA CONTROVERSA IPOTESI DELLA ROGD

Nel 2018 la ricercatrice Lisa Littman pubblicò su PLOS ONE uno studio basato sulle testimonianze di genitori di adolescenti e giovani adulti che sembravano aver manifestato improvvisamente una disforia di genere.

Littman utilizzò l’espressione Rapid-Onset Gender Dysphoria (ROGD).

Lo studio divenne immediatamente controverso.

I critici evidenziarono problemi metodologici importanti: i genitori erano stati reclutati attraverso siti potenzialmente critici nei confronti della transizione, mancava una valutazione diretta degli adolescenti e non era possibile stabilire un rapporto causale tra amicizie, internet e identità transgender.

PLOS ONE sottopose infatti il lavoro a una revisione successiva e chiarì che la ROGD non doveva essere considerata una diagnosi clinica convalidata.

Questo punto deve essere detto chiaramente.

Ma da qui a sostenere che l’influenza sociale possa essere esclusa c’è una distanza enorme.

La domanda scientifica rimane:

quanto possono gruppo dei pari, social network e cultura identitaria influenzare l’interpretazione del disagio durante l’adolescenza?

Liquidare la domanda non equivale a risponderle.

IL PROBLEMA DEL MODELLO AFFERMATIVO

Qui la questione smette di essere soltanto culturale e diventa clinica.

Il cosiddetto modello affermativo parte dall’idea che l’identità dichiarata dal giovane debba essere riconosciuta e sostenuta.

Ma proprio questa impostazione solleva un problema fondamentale.

Un adolescente può interpretare correttamente ciò che prova senza che medici e psicologi debbano esplorarne profondamente le cause?

Depressione, autismo, trauma, omosessualità, disagio corporeo, disturbi alimentari, isolamento sociale e disforia possono sovrapporsi.

L’esplorazione psicologica non dovrebbe quindi rappresentare una negazione dell’adolescente.

Dovrebbe essere medicina.

Quando invece la prudenza viene descritta come ostilità e qualsiasi domanda viene interpretata come tentativo di “conversione”, il rischio è che la diagnosi differenziale venga sacrificata sull’altare dell’affermazione.

LA TRANSIZIONE SOCIALE NON È NECESSARIAMENTE UN ATTO NEUTRO

Cambiare nome, pronomi, abbigliamento e ruolo sociale viene spesso presentato come completamente reversibile.

Dal punto di vista fisico lo è certamente molto più di un trattamento farmacologico o chirurgico.

Ma la questione scientifica è differente:

può la transizione sociale influenzare la successiva evoluzione dell’identità del giovane?

Cass sottolinea proprio l’insufficienza delle conoscenze sugli effetti della transizione sociale sulla traiettoria dello sviluppo di genere.

Non significa aver dimostrato che la transizione sociale provochi necessariamente quella medica.

Significa che non possiamo semplicemente presumere che sia psicologicamente neutrale.

E quando parliamo di bambini e adolescenti, l’assenza di prove dovrebbe produrre prudenza, non certezza.

BLOCCANTI DELLA PUBERTÀ: LA “PAUSA” È DAVVERO COSÌ SEMPLICE?

Per anni i bloccanti della pubertà sono stati descritti nel dibattito pubblico come una sorta di pulsante “pausa”.

Il ragazzo avrebbe avuto semplicemente più tempo per decidere.

Ma il quadro scientifico è molto più complesso.

Il Cass Review ha messo in evidenza la debolezza delle evidenze disponibili e le incertezze relative agli effetti dello sviluppo puberale soppresso.

Pubertà, maturazione ossea, sviluppo sessuale, fertilità e sviluppo psicologico non sono processi indipendenti.

Intervenire su uno significa potenzialmente interferire con gli altri.

Ed è precisamente per questa ragione che una parte dei sistemi sanitari europei ha adottato negli ultimi anni un approccio molto più prudente.

DALLA GRAN BRETAGNA AL NORD EUROPA: IL PENDOLO TORNA INDIETRO

Il cambiamento britannico non è avvenuto nel vuoto.

Anche Finlandia e Svezia hanno adottato impostazioni più caute verso gli interventi medici sui minori con disforia di genere.

In Inghilterra il vecchio modello centralizzato della Tavistock è stato sostituito da una nuova organizzazione dei servizi, con maggiore attenzione alla salute mentale complessiva del giovane.

È un cambiamento significativo.

Perché dimostra che chiedere prudenza non significa necessariamente essere “contro i transgender”.

Può significare semplicemente applicare uno dei principi più antichi della medicina:

più un intervento può produrre conseguenze durature, maggiore deve essere la qualità delle prove che lo giustificano.

IL DIRITTO DI ESSERE ADOLESCENTI ATIPICI

Esiste poi una questione culturale che rischia di essere dimenticata.

Una ragazza può detestare gli stereotipi femminili senza essere un ragazzo.

Un ragazzo può essere effeminato senza essere una ragazza.

Una ragazza può innamorarsi di altre ragazze senza avere un corpo “sbagliato”.

Un adolescente può odiare il proprio corpo durante la pubertà senza che quel disagio rappresenti necessariamente un’identità permanente.

Per decenni una parte della cultura progressista ha combattuto gli stereotipi sessuali.

Oggi rischiamo paradossalmente di trasformare alcuni di quegli stessi stereotipi in strumenti diagnostici dell’identità.

Non ti riconosci nella femminilità proposta dai social?

Questo non dimostra che sei un uomo.

Forse dimostra soltanto che Instagram offre un’immagine assurda della femminilità.

IL PROBLEMA DEI DETRANSITIONER

Esiste inoltre una categoria che per troppo tempo è rimasta ai margini della discussione: le persone che interrompono o cercano di invertire una precedente transizione.

Le loro esperienze sono estremamente diverse e non possono essere utilizzate per sostenere che ogni transizione sia sbagliata.

Ma non possono nemmeno essere cancellate perché disturbano una narrazione politica.

Alcune raccontano di aver compreso soltanto successivamente che depressione, trauma, autismo, omosessualità o disagio adolescenziale avevano avuto un peso maggiore di quanto inizialmente riconosciuto.

La loro esistenza pone una domanda inevitabile:

quanti falsi positivi siamo disposti ad accettare quando alcune conseguenze del trattamento possono essere irreversibili?

In medicina questa domanda dovrebbe essere normale.

Nel dibattito identitario è diventata esplosiva.

NON È UNA GUERRA CONTRO LE PERSONE TRANSGENDER

Bisogna evitare anche l’errore opposto.

Dire che ogni adolescente transgender segue semplicemente una moda sarebbe scientificamente insostenibile e umanamente ingiusto.

Esistono persone che sperimentano una disforia grave e persistente.

Meritano rispetto, ascolto e assistenza.

Ma proprio il rispetto impone di distinguere.

Una condizione clinica seria non dovrebbe diventare una categoria nella quale far confluire automaticamente qualsiasi forma di disagio adolescenziale.

Difendere la medicina significa poter sostenere contemporaneamente due cose:

le persone transgender esistono e devono essere rispettate;

la medicalizzazione dei minori richiede prove molto più solide di quelle finora disponibili.

Non esiste alcuna contraddizione.

LA POLITICA DOVREBBE USCIRE DALL’AMBULATORIO

Il problema nasce quando una posizione politica diventa protocollo clinico.

La destra non dovrebbe decidere chi è transgender.

La sinistra non dovrebbe decidere chi deve essere affermato.

Dovrebbero decidere medici, psicologi, famiglie e — progressivamente, secondo età e maturità — gli stessi ragazzi, sulla base delle migliori prove disponibili.

La scuola dovrebbe fare la scuola.

La medicina dovrebbe fare la medicina.

E gli algoritmi non dovrebbero fare né l’una né l’altra.

Soprattutto, le famiglie non dovrebbero essere automaticamente considerate un ostacolo perché chiedono tempo prima di prendere decisioni potenzialmente irreversibili.

CONCLUSIONE: IL DIRITTO DI ASPETTARE

Forse la parola più rivoluzionaria nell’attuale dibattito sull’identità di genere è semplicemente:

aspettare.

Aspettare non significa deridere.

Non significa discriminare.

Non significa abbandonare.

Significa osservare, ascoltare, curare eventuali disturbi concomitanti, comprendere la storia familiare, valutare il rapporto con il corpo, il gruppo dei pari e i social network.

Significa permettere a un adolescente di cambiare idea.

Perché l’adolescenza è precisamente l’età nella quale cambiare idea dovrebbe essere consentito.

Una società adulta dovrebbe essere capace di proteggere contemporaneamente la dignità delle persone transgender e il diritto dei minori a non trasformare troppo rapidamente un’identità ancora in formazione in una decisione scritta sul corpo.

Il Cass Review non dimostra l’esistenza di una gigantesca epidemia di “contagio transgender”. E lo studio di Littman non dimostra che i social network trasformino automaticamente gli adolescenti in persone transgender.

Ma entrambi, in modi differenti, costringono a confrontarsi con domande che per troppo tempo sono state considerate politicamente proibite.

Quando le prove sono deboli, la prudenza non è discriminazione.

È precisamente ciò che la medicina dovrebbe pretendere.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Cass Review – Independent Review of Gender Identity Services for Children and Young People, Final Report (2024)
https://webarchive.nationalarchives.gov.uk/ukgwa/20250310143933mp_/https:/cass.independent-review.uk/home/publications/final-report/

Lisa Littman – “Parent reports of adolescents and young adults perceived to show signs of a rapid onset of gender dysphoria”, PLOS ONE (2018, versione corretta)
https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0202330

Hilary Cass – “Gender medicine for children and young people is built on shaky foundations”, The BMJ (2024)
https://www.bmj.com/content/385/bmj.q814

I SOLITI RIPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA: sul petrolio del Venezuela torna la favola del “colonialismo americano”

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Quando arrivano capitali, tecnologia e investimenti occidentali diventano “saccheggio”. Quando il petrolio resta sottoterra mentre il Paese si impoverisce, lo chiamano “sovranità”

Ci risiamo.

Non è ancora asciutto l’inchiostro sull’annuncio del gigantesco accordo petrolifero tra Stati Uniti e Venezuela che i soliti riporter della propaganda marxista hanno già tirato fuori dal cassetto il repertorio di sempre.

“Neocolonialismo”.

“Dominazione americana”.

“Saccheggio delle risorse”.

“Multinazionali”.

“Cortile di casa”.

Cambiano i Paesi, cambiano i presidenti, cambiano gli accordi internazionali. Il vocabolario resta quello della Guerra Fredda.

Il 28 agosto Donald Trump ha annunciato quello che ha definito il più grande accordo petrolifero della storia: un’intesa riguardante oltre 65 miliardi di barili delle riserve provate venezuelane.

Il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili di riserve petrolifere provate, le maggiori del pianeta. L’accordo riguarda quindi una quantità gigantesca di greggio.

Secondo quanto annunciato dalle parti, il progetto coinvolgerebbe 17 giacimenti, mobiliterebbe circa 100 miliardi di dollari di investimenti privati e potrebbe produrre, secondo le stime presentate dal governo venezuelano, circa 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per Caracas.

E quale sarebbe la conclusione dei propagandisti?

Che il Venezuela sarebbe stato praticamente colonizzato.

IL PICCOLO PARTICOLARE CHE DISTURBA LA NARRAZIONE: CARACAS HA FIRMATO

C’è innanzitutto un problema piuttosto evidente.

Questo non viene presentato dalle autorità venezuelane come un sequestro delle risorse nazionali.

È un accordo sottoscritto dal governo venezuelano.

La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha pubblicamente rivendicato l’intesa e gli investimenti che dovrebbero accompagnarla.

Si può certamente discutere se Caracas abbia negoziato bene.

Si può discutere della quota americana.

Si può discutere della durata delle concessioni.

Si può discutere dell’enorme influenza che Washington acquisirebbe sull’industria petrolifera venezuelana.

Ma definire automaticamente “colonialismo” qualsiasi accordo nel quale un’impresa o una potenza occidentale ottiene condizioni estremamente favorevoli significa sostituire l’analisi economica con un’etichetta ideologica.

Ed è precisamente quello che sta accadendo.

IL GIOCHETTO DEI “3 DOLLARI A BARILE”

Uno degli argomenti più suggestivi arriva da Venezuelanalysis.

Il ragionamento è apparentemente devastante: Caracas otterrebbe poco più di 3 dollari per ogni barile coinvolto nell’accordo.

Terribile.

Peccato che si stiano confrontando grandezze diverse.

Il calcolo nasce dividendo i circa 209 miliardi di dollari di entrate fiscali previste per i 65 miliardi di barili interessati.

209 miliardi / 65 miliardi = circa 3,2 dollari.

L’operazione matematica è corretta.

È la rappresentazione economica a essere fuorviante se quei 3,2 dollari vengono fatti passare per ciò che complessivamente “riceve il Venezuela”.

I 209 miliardi indicati dal governo venezuelano rappresentano infatti gettito fiscale stimato, non necessariamente l’intero valore economico venezuelano dell’operazione.

Sono cose completamente differenti.

Nel quadro complessivo devono essere considerati anche gli investimenti, l’attività produttiva delle società coinvolte, l’eventuale partecipazione venezuelana, salari, fornitori, infrastrutture, servizi e indotto.

E soprattutto ci sono circa 100 miliardi di dollari di investimenti privati annunciati.

Soldi che non vengono descritti come un assegno venezuelano consegnato a Washington.

Sono capitali destinati allo sviluppo dell’industria petrolifera.

Ma raccontare tutto questo renderebbe decisamente meno efficace lo slogan dei “3 dollari”.

100 MILIARDI DI INVESTIMENTI DIVENTANO “COLONIALISMO”

Qui emerge una delle contraddizioni più interessanti della retorica antiamericana.

Il Venezuela possiede una quantità impressionante di petrolio.

Possedere petrolio, però, non significa automaticamente essere capaci di estrarlo economicamente.

Servono capitali.

Servono tecnologie.

Servono perforazioni.

Servono oleodotti.

Servono impianti.

Servono raffinerie adeguate.

Serve manutenzione.

Servono tecnici.

Servono mercati sui quali vendere il prodotto.

E servono investimenti giganteschi.

Per anni il Venezuela è stato l’esempio perfetto della differenza tra ricchezza geologica e capacità economica di trasformare quella ricchezza in produzione.

Avere centinaia di miliardi di barili sotto terra serve relativamente poco se non si dispone della capacità finanziaria, industriale e commerciale necessaria per monetizzarli.

Ed eccoci al paradosso.

Quando un’industria petrolifera controllata dallo Stato non riesce a esprimere il potenziale delle più grandi riserve mondiali, i propagandisti parlano di “sovranità”.

Quando arrivano decine di miliardi di capitale privato, improvvisamente parlano di “colonialismo”.

MA TRUMP STA FACENDO GLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI?

Naturalmente sì.

E dove sarebbe lo scandalo?

Donald Trump è il presidente degli Stati Uniti d’America, non del Venezuela.

L’amministrazione americana vuole assicurarsi accesso a una gigantesca quantità di petrolio relativamente vicina al territorio statunitense.

Vuole aumentare la sicurezza energetica americana.

Vuole fornire greggio alle raffinerie statunitensi.

Vuole esercitare pressione sui prezzi dell’energia.

E soprattutto vuole ridimensionare l’influenza strategica di Cina, Russia e Iran in Venezuela.

È geopolitica.

Washington cerca di massimizzare il proprio vantaggio.

Caracas dovrebbe fare esattamente la stessa cosa per il Venezuela.

Il punto da verificare non è quindi se gli Stati Uniti ci guadagneranno.

Ovviamente intendono guadagnarci.

La domanda seria è un’altra:

quanto guadagnerà il Venezuela in cambio delle concessioni offerte?

Per rispondere occorrerà conoscere integralmente contratti, struttura societaria, royalties, fiscalità, diritti di acquisto, quote di produzione, investimenti obbligatori, responsabilità finanziarie e condizioni di uscita.

Tutto il resto, prima di conoscere questi elementi, appartiene principalmente alla battaglia politica.

“GLI AMERICANI SI PRENDONO IL PETROLIO”

Anche questa formula merita attenzione.

Trump ha parlato di controllo americano sulla maggioranza della produzione derivante dalle riserve interessate.

Questo non significa automaticamente che gli Stati Uniti abbiano incorporato 65 miliardi di barili nelle proprie riserve territoriali.

Il petrolio continua a trovarsi fisicamente nel sottosuolo venezuelano.

Il Venezuela non è diventato il 51º Stato americano.

Caracas non è diventata Houston.

Il punto riguarda invece diritti economici, controllo operativo, partecipazioni societarie e accesso privilegiato alla produzione.

È comunque un’enorme vittoria strategica americana.

Ma è molto diverso dall’immagine semplicistica di Washington che arriva con una petroliera e porta via gratuitamente il greggio venezuelano.

E I FAMOSI “100 ANNI DI DOMINAZIONE”?

Poi arriva la formula perfetta per i social:

“100 anni di dominazione neocoloniale”.

Alcune ricostruzioni hanno effettivamente indicato una possibile durata di 100 anni delle concessioni.

È un elemento importantissimo e merita un’analisi severa.

Una concessione centennale può attribuire un’enorme influenza economica al concessionario e deve essere valutata attentamente dal punto di vista degli interessi venezuelani.

Ma una concessione petrolifera di cento anni e cento anni di dominazione coloniale non sono sinonimi.

Una è una struttura contrattuale.

L’altra è una definizione politica.

Prima di stabilire se quelle condizioni siano equilibrate, predatorie oppure estremamente favorevoli agli americani bisognerebbe poter leggere integralmente il contratto definitivo.

Invece il verdetto è già arrivato.

Colonialismo.

Processo finito.

LA STRANA IDEA DI SOVRANITÀ DEI PROPAGANDISTI

È qui che emerge la vera impostazione ideologica.

Per una certa cultura politica la proprietà pubblica delle risorse costituisce quasi automaticamente un successo.

Non importa abbastanza quanto venga prodotto.

Non importa abbastanza quanto sia efficiente l’industria.

Non importa abbastanza quanti investimenti vengano realizzati.

Non importa abbastanza quale sia il tenore di vita della popolazione.

La cosa importante è poter pronunciare la parola:

SOVRANITÀ.

Peccato che la sovranità energetica non consista semplicemente nel possedere un giacimento.

Consiste anche nella capacità di trasformare quella risorsa in energia, esportazioni, entrate fiscali, infrastrutture, occupazione e ricchezza nazionale.

Altrimenti si possiede una fortuna geologica senza riuscire a sfruttarla pienamente.

DAL CHAVISMO ALL’ACCORDO CON L’AMERICA: LA DOMANDA CHE NESSUNO VUOLE FARE

Ed ecco la domanda veramente imbarazzante.

Se il modello precedente era così straordinariamente efficace, perché un Paese seduto sulle maggiori riserve petrolifere provate del pianeta ha bisogno oggi di qualcosa nell’ordine di 100 miliardi di dollari di investimenti privati per rilanciare il proprio settore energetico?

Dove sono finiti i decenni di retorica sulla rivoluzione bolivariana?

Dove sono gli investimenti accumulati?

Dove sono gli impianti modernizzati?

Dove è finita l’immensa rendita generata quando il petrolio venezuelano valeva cifre elevatissime?

Queste sono domande molto più interessanti del solito “Yankee go home”.

Il Venezuela possiede una delle più straordinarie ricchezze naturali della Terra.

Eppure non è diventato la Norvegia dell’America Latina.

Forse, prima di accusare automaticamente gli americani di saccheggiare il Paese, qualcuno dovrebbe chiedersi come sia stato amministrato quel patrimonio nei decenni precedenti.

IL PROBLEMA NON È L’AMERICA: È CHE L’AMERICA È SEMPRE IL COLPEVOLE PERFETTO

La struttura narrativa è sempre la stessa.

Se Washington interviene: imperialismo.

Se Washington non interviene: abbandono.

Se impone sanzioni: guerra economica.

Se rimuove ostacoli commerciali: sfruttamento capitalistico.

Se le multinazionali non investono: strangolamento del Venezuela.

Se investono 100 miliardi: colonizzazione del Venezuela.

Con una struttura ideologica del genere qualsiasi avvenimento conduce inevitabilmente alla stessa conclusione.

L’America è colpevole.

Questa non è analisi.

È una tesi precostituita alla quale vengono adattati gli avvenimenti.

LA VERA PARTITA: CINA, RUSSIA E IRAN

C’è poi un elemento geopolitico che la retorica sul “colonialismo” tende a mettere in secondo piano.

Il Venezuela rappresenta da anni un terreno importante per la proiezione economica e politica di Pechino, Mosca e Teheran nell’emisfero occidentale.

Un accordo che riportasse una parte enorme dell’industria petrolifera venezuelana nell’orbita economica statunitense rappresenterebbe quindi molto più di un semplice affare energetico.

Sarebbe una gigantesca operazione geopolitica.

Washington recupererebbe influenza in uno dei Paesi strategicamente più importanti dell’America Latina.

Le compagnie occidentali tornerebbero protagoniste.

Gli Stati Uniti avrebbero accesso privilegiato a decine di miliardi di barili.

E Cina, Russia e Iran vedrebbero ridursi uno dei loro principali spazi strategici nelle Americhe.

Forse è anche per questo che una parte dell’universo “anti-imperialista” è improvvisamente così agitata.

NON È BENEFICENZA. È UN ACCORDO TRA INTERESSI

Nessuno dovrebbe essere ingenuo.

Le compagnie americane vogliono guadagnare.

Washington vuole sicurezza energetica.

Trump vuole poter presentare agli americani un aumento dell’accesso alle riserve petrolifere.

Gli Stati Uniti vogliono cacciare i propri concorrenti strategici dal loro spazio geopolitico più vicino.

Tutto vero.

Ma dall’altra parte il Venezuela vuole investimenti, produzione, infrastrutture, entrate fiscali e accesso stabile ai mercati.

Non esistono solo gli interessi americani.

Esistono interessi contrapposti che vengono negoziati.

È precisamente ciò che accade normalmente negli accordi internazionali.

La convenienza definitiva per Caracas potrà essere giudicata quando saranno disponibili tutti i termini.

Se emergeranno condizioni predatorie, andranno denunciate.

Se emergerà che Washington prende quasi tutto e Caracas quasi niente, lo scriveremo.

Ma prima servono i numeri.

Non Marx.

CONCLUSIONE: PRIMA I DATI, POI GLI SLOGAN

La cosa più interessante dell’accordo USA-Venezuela non è soltanto il petrolio.

È il cortocircuito ideologico che sta provocando.

Un governo venezuelano sottoscrive un accordo.

Arrivano circa 100 miliardi di dollari di investimenti privati.

Caracas stima 209 miliardi di dollari di entrate fiscali.

Diciassette giacimenti potrebbero essere sviluppati.

Una parte gigantesca delle riserve venezuelane potrebbe tornare economicamente produttiva.

Gli Stati Uniti ottengono contemporaneamente un vantaggio energetico e geopolitico enorme.

Tutto questo dovrebbe essere analizzato.

Invece i soliti reporter della propaganda marxista hanno già emesso la sentenza:

“100 anni di colonialismo americano”.

È molto più semplice.

Non bisogna studiare contratti.

Non bisogna distinguere tasse, ricavi e investimenti.

Non bisogna analizzare il disastro precedente dell’industria petrolifera venezuelana.

Non bisogna chiedersi perché un Paese con oltre 300 miliardi di barili di riserve abbia bisogno di enormi capitali stranieri.

Basta rispolverare il vecchio copione:

America cattiva. Multinazionali cattive. Capitalismo cattivo.

E soprattutto evitare accuratamente la domanda più scomoda:

se il modello rivoluzionario aveva funzionato così bene, perché oggi servono 100 miliardi di dollari di capitale privato per rimettere in moto il petrolio venezuelano?

Questa domanda vale molto più di cento slogan sul neocolonialismo.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Reuters – US enters into oil agreement with Venezuela, Trump says
https://www.reuters.com/business/energy/us-enters-into-oil-agreement-with-venezuela-trump-says-2026-08-28/

Associated Press – copertura dell’accordo petrolifero USA-Venezuela
https://apnews.com/article/eb0ed5a1e99602c21a7f690c3368020e

The Guardian – Trump announces US-Venezuela oil agreement
https://www.theguardian.com/us-news/2026/aug/28/trump-venezuela-oil-agreement

Euronews – US strikes deal to control more than 65 billion barrels of Venezuela’s oil reserves
https://www.euronews.com/2026/08/29/us-strikes-deal-to-control-more-than-65-billion-barrels-of-venezuelas-oil-reserves

Bloomberg Law – US in talks with Venezuela to take major stake in oil fields
https://news.bloomberglaw.com/ip-law/us-in-talks-with-venezuela-to-take-major-stake-in-oil-fields

Venezuelanalysis – sito che propone la lettura critica dell’accordo
https://venezuelanalysis.com/

I CANI DA RIPORTO DELLA “CONTROINFORMAZIONE”: ANTI-GLOBALISTI A PAROLE, MA SEMPRE DALLA PARTE GIUSTA PER IL GLOBALISMO?

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Iran, Hamas, “Resistenza”, marxismo, Antifa: possibile che una certa controinformazione italiana finisca sempre nello stesso campo? E allora la domanda provocatoria diventa inevitabile: sono diventati tutti servi di Soros?

C’è qualcosa che non torna nella cosiddetta controinformazione italiana.

Da anni una parte di questo ambiente si presenta come l’ultima trincea contro il globalismo, le élite finanziarie, George Soros, le ONG, l’establishment occidentale e le operazioni di manipolazione dell’opinione pubblica.

Poi, però, basta osservare le grandi crisi internazionali per assistere a uno spettacolo sorprendentemente prevedibile.

Iran?

Bisogna difendere l’Iran.

Israele?

È quasi sempre il colpevole.

Palestina?

La narrazione diventa spesso completamente unidirezionale.

Hamas?

Si parla moltissimo delle sue motivazioni e molto meno della sua ideologia e dei suoi crimini.

Hezbollah?

“Resistenza”.

Houthi?

“Resistenza”.

IRGC?

“Resistenza”.

America?

Imperialismo.

Occidente?

Decadenza.

Capitalismo?

Sfruttamento.

Marxismo?

Improvvisamente torna presentabile.

Antifa?

Guai a parlare di estremismo organizzato.

Sembra quasi che alcuni abbiano sostituito l’informazione con un algoritmo elementare:

se è contro gli Stati Uniti, deve avere ragione.

I “RIBELLI” CHE RIPETONO TUTTI LA STESSA NARRAZIONE

Il paradosso diventa ancora più evidente quando decine di canali apparentemente indipendenti finiscono sistematicamente sulle medesime posizioni.

Stessi nemici.

Stessi eroi.

Stesse omissioni.

Stesso vocabolario.

“Imperialismo americano”.

“Resistenza”.

“Multipolarismo”.

“Colonialismo”.

“Occidente collettivo”.

“Sionismo”.

“Capitalismo finanziario”.

E naturalmente il termine magico:

globalismo.

Peccato che proprio qui inizi la gigantesca contraddizione.

Perché alcuni di questi sedicenti anti-globalisti finiscono per marciare culturalmente accanto a movimenti e organizzazioni inseriti in ecosistemi politici internazionali finanziati anche dalle fondazioni progressiste che essi dichiarano di combattere.

ALLORA SONO TUTTI PAGATI DA SOROS?

No.

Ed è importante dirlo chiaramente.

Non esiste alcuna prova che permetta di affermare che tutta la controinformazione italiana filo-iraniana, filo-palestinese o filo-Antifa sia finanziata da George Soros.

Sarebbe una sciocchezza trasformare una domanda politica in un’accusa finanziaria senza documenti.

Non esiste neppure una prova generale che Soros “finanzi Antifa” come se esistesse un’organizzazione mondiale centralizzata con un conto corrente intestato ad Antifa.

Ma proprio qui comincia la domanda molto più interessante.

Perché esiste invece una documentata galassia internazionale di fondazioni, ONG, associazioni e movimenti progressisti finanziati direttamente o indirettamente dall’ecosistema Open Society.

E una parte di quella galassia ha sostenuto campagne fortemente critiche verso Israele e movimenti di mobilitazione pro-palestinesi.

Quindi la domanda seria non è:

“Quanto paga Soros il singolo youtuber italiano?”

La domanda è:

come mai tanti sedicenti anti-globalisti finiscono spontaneamente per riprodurre narrative che circolano negli stessi ecosistemi politici internazionali che dichiarano di combattere?

SOROS E LA GALASSIA PRO-PALESTINA: I SOLDI ESISTONO DAVVERO

Qui bisogna abbandonare le fantasie e guardare i documenti.

Le Open Society Foundations hanno realmente finanziato organizzazioni impegnate politicamente sulla questione israelo-palestinese.

Negli Stati Uniti, per esempio, sono documentati finanziamenti alla US Campaign for Palestinian Rights.

Secondo i dati pubblicamente disponibili, l’organizzazione ha ricevuto sovvenzioni Open Society per centinaia di migliaia di dollari.

Anche Jewish Voice for Peace, organizzazione fortemente critica verso Israele, ha ricevuto finanziamenti provenienti dall’ecosistema Open Society.

Questo non significa che Soros finanzi Hamas.

Non significa che finanzi il terrorismo.

E non significa automaticamente che finanzi le proteste violente.

Significa qualcosa di molto più semplice:

esiste realmente un investimento finanziario dell’universo Open Society in una parte dell’attivismo politico che influenza il dibattito su Israele e Palestina.

E questo è documentabile.

E IN ITALIA?

Anche in Italia Open Society ha finanziato nel corso degli anni associazioni, ONG, iniziative civiche, progetti giornalistici e organizzazioni impegnate su immigrazione, diritti civili e altre battaglie progressiste.

Anche questo non è un complotto.

Sono finanziamenti in larga parte pubblicamente dichiarati.

Il punto politico è un altro.

Se passi dieci anni a raccontare ai tuoi ascoltatori che Soros rappresenta il cuore del globalismo occidentale, dovresti almeno accorgerti quando le tue battaglie finiscono per sovrapporsi a quelle di organizzazioni appartenenti all’universo politico finanziato proprio da quell’ambiente.

Altrimenti qualcosa non quadra.

L’IRAN: LA GRANDE AMNESIA DELLA CONTROINFORMAZIONE

Poi arriviamo all’Iran.

Qui una parte della controinformazione sembra perdere improvvisamente qualsiasi capacità critica.

La Repubblica Islamica viene trasformata in una specie di eroico Davide che combatte il Golia americano.

Spariscono le repressioni.

Spariscono le esecuzioni.

Sparisce il ruolo dell’IRGC.

Sparisce Hezbollah.

Spariscono le milizie irachene.

Spariscono gli Houthi.

Sparisce il sostegno iraniano a organizzazioni armate in tutto il Medio Oriente.

Rimane una sola parola:

Resistenza.

È una trasformazione semantica straordinaria.

Quando gli Stati Uniti sostengono militarmente un alleato, è “imperialismo”.

Quando Teheran arma un proprio alleato, è “resistenza”.

Quando Washington esercita influenza politica, è “ingerenza”.

Quando l’Iran costruisce una rete di proxy dal Libano allo Yemen, è “multipolarismo”.

Questo non è giornalismo critico.

È scegliere una squadra.

L’“ASSE DELLA RESISTENZA” È DIVENTATO UNA RELIGIONE

Ancora più curioso è osservare la fascinazione per il cosiddetto Asse della Resistenza.

La terminologia viene spesso adottata direttamente.

Non “il cosiddetto Asse della Resistenza”.

Non “la rete di alleati e proxy iraniani”.

Semplicemente:

“la Resistenza”.

Ma le parole non sono neutrali.

Chiamare sistematicamente qualcuno “resistenza” significa aver già attribuito un valore morale alla sua causa.

È propaganda incorporata nel vocabolario.

E così Hamas diventa “resistenza palestinese”.

Hezbollah “resistenza libanese”.

Gli Houthi “resistenza yemenita”.

Le milizie filo-iraniane “resistenza irachena”.

Manca soltanto il merchandising.

ANTIFA: QUANDO L’ESTREMISMO DIVENTA INVISIBILE

Lo stesso meccanismo appare con Antifa.

Per anni ci hanno spiegato che Antifa non esiste.

Poi che esiste ma non è organizzata.

Poi che è organizzata localmente ma non internazionalmente.

Poi che le violenze sono episodi isolati.

Poi che parlare delle sue infrastrutture significa criminalizzare l’antifascismo.

Ma nell’agosto 2026 gli Stati Uniti hanno compiuto un salto enorme, colpendo Palestine Action e imponendo sanzioni anche contro un’entità italiana accusata dall’amministrazione americana di sostenere ambienti Antifa ed estremisti dell’estrema sinistra.

A questo punto almeno una domanda dovrebbe essere consentita:

quanto sono realmente spontanee e separate queste reti?

Domandarlo non significa avere già la risposta.

Significa fare ciò che dovrebbe fare un giornalista.

Indagare.

PRO-IRAN E PRO-MARXISMO: UN’ALLEANZA CHE SEMBRA ASSURDA SOLTANTO IN SUPERFICIE

Qualcuno potrebbe obiettare:

come potrebbero marxisti occidentali e islamisti iraniani stare dalla stessa parte?

Ideologicamente sono lontanissimi.

Ed è vero.

Ma non hanno bisogno di desiderare la stessa società.

È sufficiente identificare lo stesso nemico.

Gli Stati Uniti.

Ed ecco apparire il collante.

Anti-americanismo.

Anti-NATO.

Anti-Israele.

Anti-capitalismo.

Anti-Occidente.

Su questo terreno marxismo rivoluzionario, islamismo politico e una parte dell’estrema sinistra occidentale possono trovarsi dalla stessa parte della barricata pur desiderando mondi completamente differenti.

Non è necessario un grande burattinaio.

È sufficiente la convergenza degli interessi.

ED È PROPRIO QUI CHE TORNA SOROS

Ed ecco il paradosso finale.

George Soros rappresenta praticamente tutto ciò che l’Iran sostiene di combattere.

È un finanziere occidentale.

Capitalista.

Liberal.

Internazionalista.

Sostenitore delle società aperte.

Eppure organizzazioni appartenenti all’universo Open Society hanno finanziato movimenti progressisti che partecipano a campagne pro-palestinesi e fortemente critiche verso Israele.

Contemporaneamente una parte della controinformazione “anti-globalista” italiana sostiene le medesime battaglie.

Questo significa che Soros controlla tutti?

No.

Significa che esiste una convergenza politica paradossale che merita di essere studiata?

Assolutamente sì.

I CANI DA RIPORTO NON HANNO BISOGNO DEL GUINZAGLIO

Ed è forse questo il punto più importante.

Per essere un cane da riporto della propaganda non serve necessariamente ricevere un bonifico.

Non serve una telefonata.

Non serve un ordine scritto.

Non serve George Soros dietro una scrivania che impartisce istruzioni.

La propaganda più efficace è quella nella quale il propagandista è convinto di essere indipendente.

Gli basta aver interiorizzato una griglia ideologica.

America cattiva.

Israele cattivo.

NATO cattiva.

Capitalismo cattivo.

Iran vittima.

Palestina sempre vittima.

“Resistenza” sempre buona.

Multipolarismo sempre buono.

A quel punto non hai più bisogno di impartire ordini.

Il cane da riporto conosce già la direzione nella quale deve correre.

LA VERA CONTROINFORMAZIONE NON HA PADRONI

Essere contro l’informazione mainstream non significa automaticamente essere liberi.

Puoi smettere di credere alla propaganda occidentale e diventare immediatamente consumatore della propaganda iraniana.

Puoi smettere di credere alla CNN e credere ciecamente a Press TV.

Puoi contestare Washington e trasformare Teheran in un santuario della verità.

Hai semplicemente cambiato padrone.

La vera informazione indipendente dovrebbe invece essere capace di dire contemporaneamente:

Washington mente quando mente.

Israele sbaglia quando sbaglia.

L’Iran mente quando mente.

Hamas commette terrorismo quando commette terrorismo.

L’IRGC conduce operazioni di influenza quando le conduce.

Antifa deve essere indagata quando gruppi che utilizzano quella sigla ricorrono alla violenza.

E Soros deve essere sottoposto allo stesso scrutinio riservato a qualsiasi miliardario che investa enormi quantità di denaro nel tentativo di influenzare società, cultura e politica.

Senza santi.

Senza intoccabili.

Senza “assi” da venerare.

QUINDI SONO TUTTI SERVI DI SOROS?

No.

Almeno non abbiamo le prove per dirlo.

Ma proprio per questo la domanda più feroce è un’altra:

se vi proclamate nemici del globalismo, perché finite così spesso a combattere le stesse battaglie culturali di organizzazioni appartenenti agli ecosistemi progressisti internazionali che accusate di essere globalisti?

Forse qualcuno viene finanziato.

Forse qualcuno è ideologicamente convinto.

Forse qualcuno segue semplicemente il proprio pubblico.

Forse altri hanno trasformato l’anti-americanismo in un modello di business.

Sono ipotesi differenti e vanno dimostrate caso per caso.

Ma una cosa dovrebbe essere ormai evidente:

ripetere automaticamente la propaganda del nemico del proprio nemico non è controinformazione.

È propaganda con un logo diverso.

E forse è arrivato il momento di seguire non soltanto le parole.

Seguite i finanziamenti. Seguite le organizzazioni. Seguite le infrastrutture. Seguite le reti.

Poi vedremo quanti “ribelli” sono davvero indipendenti.

ANTIFA, HAMAS E IRGC: LA RETE CHE WASHINGTON HA DECISO DI COLPIRE. TRUMP APRE IL FRONTE CONTRO L’ESTREMISMO TRANSNAZIONALE

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Per anni una parte consistente del mondo politico e mediatico occidentale ha liquidato l’idea di una rete internazionale dell’estrema sinistra come una fantasia della destra.

Antifa? Un’etichetta.

Le reti internazionali? Semplici attivisti.

I collegamenti con organizzazioni estremiste palestinesi? Solidarietà politica.

Le infrastrutture digitali condivise? Coincidenze.

Oggi, però, il quadro presentato dal governo degli Stati Uniti è diventato molto più difficile da liquidare con una battuta.

L’amministrazione Trump sta contemporaneamente stringendo il cerchio attorno alle strutture riconducibili ad Antifa, alle organizzazioni accusate di sostenerne finanziariamente o tecnologicamente le attività, a settori della Fratellanza Musulmana e alle reti internazionali collegate ad Hamas.

E nelle nuove designazioni americane compare anche un elemento ancora più inquietante: l’IRGC iraniano.

Non significa che Washington abbia dimostrato che “Antifa prende ordini da Teheran”.

Significa qualcosa di diverso, ma comunque politicamente enorme: secondo il Dipartimento di Stato americano, infrastrutture digitali utilizzate da alcune delle più attive cellule Antifa sono state utilizzate anche all’interno di un ecosistema attraverso il quale venivano pubblicati comunicati e appelli riconducibili a organizzazioni terroristiche come Hamas, Hezbollah e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana, l’IRGC.

Ed è precisamente questo intreccio transnazionale che Washington ha deciso di attaccare.

26 AGOSTO 2026: GLI STATI UNITI COLPISCONO LA RETE

Il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni contro organizzazioni considerate appartenenti o funzionali a reti terroristiche dell’estrema sinistra.

Tra queste compare Autistici/Inventati, collettivo tecnologico nato in Italia.

Washington lo ha designato come Specially Designated Global Terrorist.

L’accusa americana è estremamente pesante.

Secondo il Dipartimento di Stato, Autistici/Inventati avrebbe costruito e mantenuto infrastrutture digitali utilizzate da cellule Antifa e da altri gruppi dell’estrema sinistra internazionale: posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, sistemi di anonimizzazione e altri servizi progettati per consentire comunicazioni difficilmente intercettabili.

L’amministrazione americana sostiene inoltre che Rose City Antifa, organizzazione con base in Oregon, abbia utilizzato questi strumenti per organizzare attività violente, diffondere dati personali di agenti federali e pubblicare inviti a colpire personale dell’ICE.

Ma è il passaggio successivo del documento americano a trasformare il caso da questione interna dell’estrema sinistra a problema di sicurezza internazionale.

HAMAS, IRGC, HEZBOLLAH: LO STESSO ECOSISTEMA DIGITALE

Il Dipartimento di Stato sostiene che un gruppo mediatico dell’estrema sinistra operante attraverso le infrastrutture di Autistici/Inventati abbia pubblicato comunicati e “calls to action” per numerose organizzazioni designate dagli Stati Uniti.

L’elenco è impressionante:

IRGC.
Hamas.
Hezbollah.
PFLP.
Palestinian Islamic Jihad.
ELN colombiano.
New People’s Army filippino.
Informal Anarchist Federation.

Non stiamo dunque parlando soltanto di ragazzi vestiti di nero che manifestano nelle università occidentali.

Washington descrive un ecosistema transnazionale nel quale anarchismo insurrezionalista, marxismo rivoluzionario, militanza anti-occidentale e organizzazioni islamiste finiscono per utilizzare infrastrutture, propaganda e circuiti comunicativi convergenti.

Questo è il dato politicamente più importante.

Essere antifascisti non significa essere terroristi.

Protestare non significa essere terroristi.

Criticare Israele non significa sostenere Hamas.

Ma quando organizzazioni che rivendicano sabotaggi, aggressioni o terrorismo vengono sostenute attraverso infrastrutture clandestine, sistemi di comunicazione protetta e piattaforme di propaganda comuni, non siamo più nel terreno della normale dialettica democratica.

Siamo nel terreno della sicurezza nazionale.

L’APPARENTE PARADOSSO: MARXISTI E ISLAMISTI INSIEME

A prima vista sembra un’alleanza impossibile.

L’estrema sinistra occidentale è formalmente laica, femminista, progressista e rivoluzionaria.

L’IRGC è il principale apparato militare-ideologico della Repubblica Islamica iraniana.

Hamas è un movimento islamista palestinese.

Hezbollah è una formazione sciita legata all’Iran.

Eppure esiste un terreno politico nel quale questi mondi riescono a incontrarsi:

l’anti-americanismo e l’anti-occidentalismo radicale.

Non serve condividere la stessa società ideale.

Serve avere lo stesso nemico.

Gli Stati Uniti.

Israele.

La NATO.

Il capitalismo occidentale.

Le democrazie liberali.

È la vecchia logica del “nemico del mio nemico”.

Da decenni l’Iran tenta di costruire quello che definisce Asse della Resistenza, mettendo insieme organizzazioni ideologicamente differenti attraverso una comune opposizione agli Stati Uniti e a Israele.

Parallelamente, una parte dell’estrema sinistra occidentale ha progressivamente trasformato quella stessa contrapposizione geopolitica nel proprio linguaggio politico.

Il risultato è un cortocircuito ideologico nel quale gruppi che in patria sostengono libertà individuali e diritti civili arrivano a celebrare organizzazioni che quelle libertà le reprimerebbero senza esitazione.

IL CASO MASAR BADIL

L’altra organizzazione colpita dagli Stati Uniti il 26 agosto è Masar Badil, Palestinian Alternative Revolutionary Path Movement.

Il Tesoro americano sostiene che Masar Badil operi come struttura collegata al Popular Front for the Liberation of Palestine, organizzazione designata dagli Stati Uniti come Foreign Terrorist Organization.

Una ricerca pubblicata dal Program on Extremism della George Washington University descrive Masar Badil come un movimento internazionale che cerca esplicitamente rapporti con organizzazioni della sinistra radicale, movimenti studenteschi, sindacali e anti-imperialisti.

Sulle sue piattaforme sono comparsi rappresentanti di Hamas, Hezbollah e Houthi.

Il punto è fondamentale.

Le reti non devono necessariamente avere una struttura piramidale con un unico comando centrale.

Le moderne organizzazioni estremiste funzionano spesso come ecosistemi:

propaganda comune;

piattaforme tecnologiche;

raccolta fondi;

manifestazioni;

organizzazioni di facciata;

supporto logistico;

mobilitazione studentesca;

network internazionali.

Ed è proprio questa infrastruttura che Washington sembra intenzionata a smantellare.

TRUMP AVEVA GIÀ DESIGNATO ANTIFA

Il 22 settembre 2025 Donald Trump aveva emanato un ordine con cui designava Antifa come organizzazione terroristica domestica e ordinava alle agenzie federali di indagare non soltanto sulle attività violente, ma anche sulle fonti di finanziamento.

Era questo il passaggio più importante.

Perché reprimere il singolo manifestante che incendia un’automobile risolve poco.

Seguire il denaro, le infrastrutture digitali, i server, le organizzazioni di supporto e i finanziatori significa invece cercare di capire se dietro la violenza apparentemente spontanea esistano strutture molto più organizzate.

È precisamente ciò che l’amministrazione sta facendo oggi.

LA FRATELLANZA MUSULMANA

Parallelamente Trump ha aperto un altro fronte.

Il 24 novembre 2025 la Casa Bianca ha avviato il procedimento per la designazione di alcuni capitoli della Muslim Brotherhood come organizzazioni terroristiche.

Il 13 gennaio 2026 Tesoro e Dipartimento di Stato hanno quindi designato i rami egiziano e giordano della Fratellanza Musulmana per il loro sostegno materiale ad Hamas.

Successivamente Washington ha continuato a colpire reti finanziarie riconducibili alla Fratellanza e ad Hamas.

Il 23 luglio 2026 il Tesoro americano ha annunciato nuove misure contro funzionari, società e presunte organizzazioni caritatevoli accusate di aver trasferito denaro ad Hamas.

Anche qui il metodo è evidente:

non colpire soltanto il terrorista armato, ma l’intera infrastruttura che permette al terrorista di operare.

E POI C’È L’IRGC

Il terzo vertice del triangolo è l’Iran.

L’IRGC non è un piccolo movimento clandestino.

È uno dei pilastri della Repubblica Islamica.

Dispone di proprie forze terrestri, missilistiche, navali e d’intelligence e controlla attraverso la Forza Quds una vasta rete internazionale di alleati e proxy.

Gli Stati Uniti lo classificano come Foreign Terrorist Organization.

Nel maggio 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha inoltre incriminato Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi, cittadino iraniano-iracheno accusato di aver operato per Kata’ib Hezbollah e IRGC e di essere stato coinvolto in quasi venti attacchi o tentativi di attentato in Europa e negli Stati Uniti.

Le accuse dovranno naturalmente essere provate in tribunale.

Ma mostrano quale sia la percezione americana della minaccia:

Teheran non combatte soltanto attraverso eserciti convenzionali. Utilizza reti, proxy, cellule clandestine, organizzazioni intermediarie e operazioni transnazionali.

IL PUNTO CHE LA PROPAGANDA CERCHERÀ DI NASCONDERE

La risposta più facile sarà dire:

“Non esiste un quartier generale mondiale di Antifa”.

Probabilmente è vero.

Ma è anche una risposta che elude la questione.

Al-Qaeda non funzionava come un esercito tradizionale.

ISIS ha ispirato cellule che non avevano mai incontrato direttamente i vertici dell’organizzazione.

Le moderne reti estremiste sono decentralizzate.

Il problema non è quindi stabilire se esista un “presidente mondiale di Antifa”.

Il problema è stabilire se esistano cellule, finanziatori, infrastrutture, piattaforme tecnologiche e organizzazioni transnazionali capaci di collegare militanti violenti di diversi Paesi.

Ed è esattamente ciò che Washington sostiene di aver individuato.

SOROS: ATTENZIONE A NON CONFONDERE ACCUSE E PROVE

Anche George Soros e la Open Society Foundations sono entrati nel mirino dell’amministrazione Trump.

Secondo informazioni pubblicate il 27 agosto, il governo starebbe preparando controlli molto aggressivi sullo status fiscale di diverse organizzazioni non profit, tra cui Open Society Foundations, SPLC e CAIR.

Ma qui bisogna essere rigorosi.

Al momento non esiste, sulla base delle fonti pubbliche consultate, una prova equivalente che dimostri che George Soros finanzi direttamente Hamas, IRGC o attività terroristiche Antifa.

Confondere un’indagine fiscale o politica con la prova di finanziamento del terrorismo sarebbe un errore.

E regalerebbe agli avversari l’argomento perfetto per screditare anche tutto ciò che invece è documentato.

Il problema reale è già sufficientemente grave senza bisogno di inventare collegamenti.

LA DOMANDA CHE ORA L’EUROPA NON PUÒ PIÙ EVITARE

Se le informazioni pubblicate dal governo americano saranno confermate e ulteriormente documentate, l’Europa avrà un problema enorme.

Perché buona parte dell’infrastruttura descritta da Washington è europea.

Autistici/Inventati è italiana.

Palestine Action è britannica.

Masar Badil opera in diversi Paesi europei.

Le reti anarchiche coinvolte attraversano Germania, Italia, Francia, Spagna e altri Stati.

Per anni l’Europa ha sviluppato apparati potentissimi contro il terrorismo jihadista.

Molto meno seriamente ha affrontato l’estremismo politico violento quando proveniva dall’estrema sinistra.

È possibile che questa stagione stia finendo.

NON È PIÙ SOLTANTO UNA GUERRA DI IDEE

La vera novità della strategia Trump è questa.

Washington non sembra più considerare separatamente:

Antifa,

l’estremismo anarchico,

le reti filo-Hamas,

la Fratellanza Musulmana,

l’IRGC,

i finanziamenti occulti,

le organizzazioni di copertura,

le infrastrutture digitali.

Sta cercando di ricostruire l’ecosistema completo.

Non significa che tutti questi attori appartengano alla stessa organizzazione.

Non significa che ricevano ordini dalla stessa centrale.

Significa che organizzazioni ideologicamente differenti possono condividere piattaforme, propaganda, interessi strategici, infrastrutture e soprattutto nemici.

Ed è proprio questo il punto che per anni è stato ignorato.

Il terrorismo moderno non necessita sempre di una tessera associativa.

Gli basta una rete.

E Washington sembra aver deciso che è arrivato il momento di seguire quella rete fino in fondo.

FONTI PRINCIPALI

Casa Bianca — Executive Order sulla designazione di Antifa, 22 settembre 2025.

Casa Bianca — Executive Order 14362 sulla Muslim Brotherhood, 24 novembre 2025.

U.S. Treasury — Designazione dei rami egiziano e giordano della Muslim Brotherhood, 13 gennaio 2026.

U.S. Treasury — Azioni contro reti della Muslim Brotherhood e Hamas, 23 luglio 2026.

U.S. Treasury — Sanzioni contro Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil, 26 agosto 2026.

U.S. Department of State — Designazione di Autistici/Inventati come Specially Designated Global Terrorist, 26 agosto 2026.

U.S. Department of Justice — Incriminazione di Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi per presunto sostegno a IRGC e Kata’ib Hezbollah, 28 maggio 2026.

George Washington University, Program on Extremism — dossier Masar Badil, 26 agosto 2026.

CUBA, IL PARADISO MARXISTA DEI GENERALI: IL POPOLO HA FAME, L’ELITE MILITARE CONTROLLA MILIARDI

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Per decenni ci hanno raccontato la stessa storia.

Cuba sarebbe povera esclusivamente per colpa dell’embargo americano. La miseria, le file per il cibo, i blackout, la fuga di milioni di cubani, gli stipendi insufficienti e il collasso delle infrastrutture sarebbero sempre responsabilità di qualcun altro.

Mai del regime.

Mai del sistema economico.

Mai dell’apparato militare che controlla una parte gigantesca delle attività più redditizie dell’isola.

Poi arrivano i numeri.

E i numeri raccontano una storia molto più scomoda.

Al centro del sistema economico cubano c’è GAESA, Grupo de Administración Empresarial S.A., un enorme conglomerato controllato dalle Forze Armate Rivoluzionarie cubane.

Non parliamo di una piccola azienda pubblica.

GAESA opera nel turismo, negli hotel, nei supermercati, nei distributori di carburante, nella logistica, nei servizi finanziari, nelle rimesse dall’estero, nel commercio e nelle attività legate al porto e alla Zona Speciale di Sviluppo di Mariel.

Il Dipartimento del Tesoro americano definisce ufficialmente GAESA una “Cuban military-controlled umbrella enterprise”, un’impresa ombrello controllata dai militari cubani con interessi nel turismo, negli investimenti finanziari, nell’import-export e nelle rimesse.

In altre parole: mentre al cittadino cubano viene chiesto di sopportare sacrifici in nome della rivoluzione, una parte enorme dei settori capaci di generare valuta forte passa attraverso strutture legate direttamente all’apparato militare.

18 MILIARDI MENTRE IL PAESE È IN GINOCCHIO

La parte più devastante della storia emerge dai documenti finanziari interni di GAESA ottenuti dal Miami Herald.

Secondo quei documenti, nel marzo 2024 il conglomerato dichiarava circa 18 miliardi di dollari di attività correnti.

Di questi, circa 14,5 miliardi risultavano depositati in conti bancari o nelle istituzioni finanziarie dello stesso gruppo.

Diciotto miliardi.

In un Paese nel quale la popolazione vive da anni con carenze alimentari, blackout, deterioramento dei servizi pubblici e una continua emergenza economica.

Naturalmente bisogna essere precisi: “attività correnti” non significa che tutti quei 18 miliardi fossero banconote immediatamente disponibili in una cassaforte.

Ma il punto politico resta enorme.

Un conglomerato militare disponeva di attività valutate in miliardi mentre l’economia civile cubana precipitava.

Ed è questa contraddizione che il governo dell’Avana deve spiegare.

Non con uno slogan.

Con i bilanci.

RUBIO: “PIÙ SOLDI DEL GOVERNO”

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha riassunto la questione con parole durissime: GAESA avrebbe più risorse dello stesso governo e quelle risorse non si tradurrebbero in strade, ponti o cibo per la popolazione.

Rubio ha inoltre accusato il conglomerato di generare miliardi senza che tali ricchezze producano benefici proporzionati per i cittadini cubani.

Le parole di Rubio sono evidentemente parte dello scontro politico tra Washington e L’Avana.

Ma ciò non elimina il problema sottostante.

Reuters conferma che GAESA è un conglomerato gestito dai militari, creato negli anni Novanta e cresciuto fino ad assumere un ruolo enorme nell’economia cubana. Le stime esterne sulla sua influenza oscillano addirittura fra il 40% e il 70% dell’economia dell’isola, anche se la mancanza di trasparenza rende impossibile stabilire una percentuale definitiva.

Ed è proprio questa opacità il cuore dello scandalo.

SOCIALISMO PER IL POPOLO, CAPITALISMO DI STATO PER L’ELITE

Il meccanismo è vecchio quanto i regimi socialisti autoritari.

Alla popolazione viene raccontato che la proprietà privata è sospetta, che l’accumulazione di ricchezza è immorale, che l’individuo deve sacrificarsi per la collettività.

Ma al vertice dello Stato nasce contemporaneamente una nuova classe privilegiata.

Non la borghesia tradizionale.

La borghesia burocratica.

Generali.

Funzionari.

Dirigenti delle aziende statali.

Apparati di sicurezza.

Uomini collegati al potere politico.

Il risultato è un paradosso feroce:

la proprietà privata viene limitata in nome dell’uguaglianza, mentre la proprietà economica reale viene concentrata nelle mani dello Stato e di chi controlla lo Stato.

Il cittadino non diventa proprietario collettivamente.

Diventa dipendente.

Dipendente dal salario pubblico.

Dipendente dalle autorizzazioni.

Dipendente dai prezzi amministrati.

Dipendente dalla distribuzione.

Dipendente dal partito.

Questa non è emancipazione economica.

È concentrazione del potere.

IL MARXISMO NON CANCELLA LE CLASSI: LE RICREA

La propaganda marxista promette l’abolizione delle classi.

La storia dei regimi comunisti ha troppo spesso prodotto invece una nuova gerarchia.

In cima non ci sono necessariamente gli industriali.

Ci sono coloro che amministrano lo Stato.

Sotto, tutti gli altri.

Il risultato può diventare persino peggiore del capitalismo che il sistema pretendeva di distruggere, perché nel capitalismo almeno il potere economico e quello politico possono appartenere a soggetti differenti.

Nel sistema monopartitico, invece, quando Stato, partito, esercito e grandi imprese coincidono, chi controlla il potere politico può controllare contemporaneamente:

il lavoro,

il credito,

le importazioni,

la valuta,

le imprese,

i mezzi di comunicazione,

la sicurezza,

e perfino la possibilità di contestare il sistema.

È una concentrazione di potere enorme.

Cuba ne rappresenta uno degli esempi più longevi.

IL POPOLO STRINGE LA CINGHIA, I GENERALI GESTISCONO GLI HOTEL

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando dove vengono indirizzati gli investimenti.

Mentre Cuba soffre una grave crisi energetica e abitativa, GAESA ha continuato a essere fortemente presente nello sviluppo del settore turistico e alberghiero.

Reuters ha ricordato il caso della Torre K, il gigantesco hotel di 42 piani costruito all’Avana e diventato un simbolo delle priorità economiche contestate del sistema.

È difficile spiegare a una famiglia che vive ore senza elettricità perché il modello economico abbia trovato capitale per nuovi alberghi mentre infrastrutture essenziali continuano a deteriorarsi.

La domanda quindi non può più essere soltanto:

“Quanto costa l’embargo?”

La domanda deve diventare anche:

“Come vengono utilizzate le risorse che Cuba possiede?”

L’EMBARGO ESISTE. MA NON PUÒ ESSERE L’ALIBI UNIVERSALE

Qui occorre evitare una semplificazione opposta.

Le sanzioni americane esistono.

Hanno effetti economici.

Reuters ha riportato anche valutazioni internazionali secondo cui le recenti restrizioni statunitensi, soprattutto quelle sul carburante e sui trasporti, stanno aggravando una situazione già gravissima.

Negarlo sarebbe propaganda.

Ma utilizzare le sanzioni per spiegare ogni singolo fallimento economico cubano è propaganda altrettanto evidente.

Un embargo non obbliga un governo a concentrare settori strategici nelle mani dei militari.

Un embargo non impone l’opacità dei bilanci.

Un embargo non impedisce di pubblicare i conti consolidati di GAESA.

Un embargo non determina automaticamente le priorità d’investimento interne.

Queste sono scelte politiche.

IL VERO PROBLEMA È CHI CONTROLLA LE RISORSE

L’intera narrazione della rivoluzione cubana è stata costruita intorno all’idea che il socialismo avrebbe sottratto le ricchezze alle oligarchie per restituirle al popolo.

Dopo più di sessant’anni bisogna chiedere:

quale popolo?

Perché se uno dei più grandi conglomerati del Paese è controllato dalle forze armate;

se opera nei settori che intercettano gran parte della valuta straniera;

se i suoi bilanci non vengono pubblicati normalmente;

se documenti interni indicano attività per miliardi di dollari;

e se contemporaneamente milioni di cittadini vivono dentro una crisi permanente,

allora il problema non può essere liquidato semplicemente pronunciando la parola “embargo”.

Il problema è strutturale.

È il rapporto fra potere economico e potere politico.

LA POVERTÀ COME STRUMENTO DI CONTROLLO

C’è poi un aspetto ancora più inquietante.

Una popolazione economicamente indipendente è difficile da controllare.

Una popolazione che possiede imprese, risparmi, proprietà e fonti autonome di reddito può permettersi di contestare il governo.

Una popolazione che dipende dallo Stato per quasi tutto è molto più vulnerabile.

Quando lo Stato controlla il lavoro, la moneta, le importazioni, le grandi imprese e buona parte dell’economia, la dipendenza economica può trasformarsi facilmente in dipendenza politica.

È questo il fallimento profondo di molti sistemi marxisti reali.

Non hanno eliminato il potere economico.

Lo hanno centralizzato.

Non hanno eliminato le élite.

Le hanno trasformate in nomenklatura.

Non hanno liberato le masse dalla dipendenza.

Hanno sostituito la dipendenza dal mercato con quella dallo Stato.

E quando lo Stato coincide con un partito unico, il cittadino non ha nemmeno la possibilità politica di sostituire chi gestisce quel potere.

UNA RIVOLUZIONE CHE HA DIVORATO LE SUE PROMESSE

La tragedia cubana è tutta qui.

Una rivoluzione nata promettendo uguaglianza ha prodotto un sistema nel quale l’apparato militare controlla alcuni dei settori economicamente più importanti del Paese.

Una rivoluzione nata contro i privilegi ha costruito una classe dirigente sostanzialmente inamovibile.

Una rivoluzione nata per liberare il popolo ha creato uno Stato nel quale milioni di persone hanno scelto di andarsene pur di cercare altrove un futuro migliore.

E mentre il cittadino cubano viene invitato ancora una volta alla resistenza, al sacrificio e alla disciplina rivoluzionaria, i dati emersi sui conti di GAESA pongono una domanda semplicissima:

Se ci sono miliardi nel sistema economico controllato dai militari, perché il popolo continua a vivere nella penuria?

È una domanda alla quale non basta rispondere gridando “imperialismo”.

Servono numeri.

Servono bilanci.

Serve trasparenza.

Serve spiegare chi controlla quel denaro, dove viene investito e perché.

IL PROBLEMA NON È IL POPOLO CUBANO. È IL SISTEMA CHE LO TIENE POVERO

I cubani non hanno bisogno di altra retorica rivoluzionaria.

Hanno bisogno di poter lavorare, produrre, commerciare, investire, possedere e scegliere liberamente.

Hanno bisogno che le risorse prodotte dal Paese vengano utilizzate prioritariamente per costruire infrastrutture, garantire energia, importare beni essenziali e creare sviluppo.

Soprattutto hanno bisogno di sapere dove finiscono i soldi.

Perché quando un governo chiede continuamente sacrifici alla popolazione mentre un conglomerato controllato dai suoi militari amministra miliardi, la questione non è più soltanto economica.

È morale.

Il socialismo cubano prometteva di eliminare l’élite che viveva sulle spalle delle masse.

Ha finito per crearne un’altra.

Una nuova aristocrazia senza titoli nobiliari ma con uniformi, incarichi, società, banche e accesso privilegiato alla valuta.

Socialismo per il popolo.

Potere economico per l’apparato.

Sacrifici per le masse.

Controllo delle risorse per l’élite.

Questa è la contraddizione che sessant’anni di propaganda non riescono più a nascondere.

E finché Cuba non separerà realmente il potere politico dal potere economico, non aprirà i conti delle proprie grandi holding militari e non restituirà ai cittadini il diritto di produrre liberamente la propria prosperità, sarà difficile parlare seriamente di liberazione.

Perché un popolo mantenuto povero non è un popolo liberato.

È un popolo dipendente.

Come sempre, la propaganda marxista mistifica i fatti: i “due Liam arrestati dall’ICE” e la storia che cambia quando si raccontano tutti i dettagli

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Due bambini di cinque anni. Entrambi si chiamano Liam. Due fotografie emotivamente potentissime. E una conclusione già pronta: l’ICE di Donald Trump arresta persino i bambini.

È una storia perfetta per diventare virale. Il problema è che, quando si abbandona il racconto emotivo e si ricostruiscono identità, status migratori, dichiarazioni delle famiglie e documenti giudiziari, emerge una realtà decisamente più complessa.

La vicenda dei due bambini è reale. Anche la controversia sulla detenzione delle famiglie con minori è reale e merita di essere discussa. Ma proprio perché si parla di bambini, sarebbe necessario un rigore ancora maggiore.

Invece, nel racconto circolato sui social, le vicende dei due Liam vengono sovrapposte fino ad attribuire al padre del secondo bambino informazioni appartenenti al padre del primo.

Non è un dettaglio. È ciò che cambia completamente il significato della storia.

Due Liam, ma soprattutto due padri diversi

Il primo bambino è Liam Conejo Ramos, cinque anni.

Nel gennaio 2026 il bambino e suo padre, Adrian Conejo Arias, vengono fermati in Minnesota e successivamente trasferiti al South Texas Family Residential Center di Dilley, in Texas.

L’immagine di Liam con il cappello azzurro e lo zaino di Spider-Man diventa immediatamente il simbolo della nuova politica migratoria americana.

Il caso arriva davanti al giudice federale Fred Biery, che ordina la liberazione di padre e figlio.

Reuters riferisce inoltre un elemento fondamentale: la famiglia sosteneva di essere entrata legalmente negli Stati Uniti nell’ambito di una richiesta di asilo.

Questa vicenda sollevava dunque una vera e seria controversia giuridica.

Negarlo sarebbe sbagliato quanto deformarla.

Ma il secondo Liam è un’altra persona.

Si chiama Liam Tadeo Martínez Reséndiz, ha anch’egli cinque anni ed è stato fermato insieme al padre ad Austin, in Texas, il 16 agosto 2026.

Il padre non è Adrian Conejo Arias.

È Víctor Martínez Nieto.

E questo è precisamente il punto nel quale la narrazione che sta circolando comincia a crollare.

La storia migratoria del primo padre viene attribuita al secondo

Nel testo diventato virale si legge che il padre del secondo Liam sarebbe Adrian Conejo Arias.

È il padre sbagliato.

Adrian Conejo Arias è il padre di Liam Conejo Ramos, il bambino protagonista della vicenda del Minnesota di gennaio.

Il padre di Liam Tadeo è invece Víctor Martínez Nieto, cittadino messicano.

Ma l’errore diventa ancora più grave quando viene raccontata la posizione migratoria dell’uomo.

La narrazione sostiene che l’avvocato della famiglia avrebbe spiegato che il padre del secondo Liam:

era entrato legalmente negli Stati Uniti e aveva presentato richiesta di asilo.

Anche questa circostanza appartiene sostanzialmente alla controversia relativa al primo Liam e a suo padre Adrian Conejo Arias.

Non è la ricostruzione disponibile sul padre del secondo bambino.

Abbiamo quindi un esempio quasi scolastico di come sia possibile produrre disinformazione senza necessariamente inventare ogni singolo elemento: basta prendere un’informazione vera relativa alla persona A e attribuirla alla persona B.

Il risultato è una storia falsa costruita utilizzando pezzi di realtà.

Cosa sostiene realmente il DHS sul padre del secondo Liam

Secondo il Department of Homeland Security, Víctor Martínez Nieto sarebbe entrato illegalmente negli Stati Uniti nei pressi di Laredo nel marzo 2022.

Sarebbe successivamente stato arrestato dall’ICE nel novembre 2025, avrebbe accettato la partenza volontaria e sarebbe stato rimosso dagli Stati Uniti nel febbraio 2026.

Sempre secondo il DHS, Martínez Nieto sarebbe quindi rientrato illegalmente negli Stati Uniti dopo essere già stato allontanato.

È questa la circostanza che avrebbe portato al nuovo intervento delle autorità ad Austin il 16 agosto.

Naturalmente vale una distinzione fondamentale: questa è la ricostruzione delle autorità federali. Le contestazioni della difesa devono essere riportate e saranno eventualmente tribunali e autorità competenti a stabilire definitivamente i fatti controversi.

Ma non si può semplicemente cancellare la versione del DHS dal racconto.

E c’è un elemento ancora più significativo.

CNN ha riferito che una portavoce della famiglia ha descritto sia Víctor Martínez Nieto sia Liam Tadeo come immigrati messicani undocumented.

Quindi la condizione irregolare non deriva esclusivamente dalla comunicazione dell’amministrazione Trump.

È una differenza enorme rispetto alla maniera in cui la storia viene presentata al pubblico.

“ICE arresta un bambino di cinque anni”

Ed eccoci alla frase destinata a produrre indignazione:

“Un altro bambino di cinque anni arrestato dall’ICE.”

Il bambino è effettivamente sotto custodia insieme al padre. È un fatto.

Ma utilizzare il verbo “arrestato” senza spiegare il contesto suggerisce qualcosa di molto diverso: agenti federali che decidono di arrestare un bambino dell’asilo come se fosse l’obiettivo di un’operazione di polizia.

Non è ciò che descrivono le informazioni disponibili.

L’obiettivo dell’azione era il padre.

Il bambino si trovava con lui ed è stato successivamente mantenuto insieme al genitore all’interno del sistema di detenzione familiare.

Possiamo discutere per ore se sia giusto trattenere un bambino in una struttura migratoria.

Possiamo sostenere che un minore di cinque anni non dovrebbe mai trascorrere una notte in una struttura di questo genere.

Possiamo contestare la politica dell’amministrazione Trump.

Sono tutte posizioni politiche perfettamente legittime.

Ma sono questioni differenti dall’affermare che il governo federale stia arrestando bambini di cinque anni come obiettivi delle operazioni ICE.

La separazione delle famiglie e il problema opposto

Esiste inoltre un paradosso che raramente viene spiegato.

Quando le autorità separano un bambino dal genitore sottoposto a procedimento migratorio, vengono accusate — comprensibilmente — di separare le famiglie.

Quando invece mantengono il bambino insieme al genitore, vengono accusate di imprigionare i bambini.

È precisamente questo dilemma che rende la detenzione familiare uno degli aspetti più controversi della politica migratoria americana.

Secondo il DHS, ai genitori possono essere offerte possibilità relative all’affidamento dei figli oppure alla permanenza insieme durante la procedura.

Questo non significa che il sistema sia perfetto.

Significa semplicemente che raccontarlo come:

“Trump fa arrestare bambini di cinque anni”

è propaganda, non analisi.

Dilley: centro per famiglie o “roulotte-prigione”?

Anche la descrizione del South Texas Family Residential Center è costruita attraverso un linguaggio fortemente politico.

Il centro viene definito una:

“roulotte adibita a prigione”.

È una formula molto efficace.

Ma non è la denominazione né una descrizione neutrale della struttura.

Dilley è un centro di detenzione migratoria destinato alle famiglie. Le sue condizioni e persino l’opportunità della detenzione familiare sono oggetto di fortissime controversie politiche e legali.

Il DHS sostiene che siano disponibili strutture e servizi destinati ai bambini, comprese attività educative.

Gli oppositori dell’amministrazione descrivono invece la struttura come sostanzialmente carceraria.

Entrambe le posizioni possono essere raccontate.

La propaganda nasce quando l’opinione di una delle parti viene presentata al lettore come se fosse la descrizione oggettiva del luogo.

E poi arrivano i 145.000 bambini

Il racconto introduce quindi un numero enorme:

oltre 145.000 bambini cittadini americani avrebbero avuto almeno un genitore detenuto dalle autorità migratorie.

La cifra deriva da una ricerca della Brookings Institution e non deve essere liquidata come inventata.

Ma bisogna leggere cosa significa realmente.

Brookings non possiede un archivio contenente 145.000 bambini identificati individualmente.

I ricercatori spiegano che non esistono dati governativi completi sui figli delle persone detenute e costruiscono quindi una stima statistica, combinando dati sulla popolazione sottoposta a detenzione con informazioni demografiche provenienti da altre fonti.

È perfettamente corretto scrivere:

“Brookings stima che circa 145.000 bambini cittadini statunitensi possano aver avuto almeno un genitore sottoposto a detenzione migratoria.”

È molto diverso dal lasciare intendere:

“ICE ha arrestato 145.000 bambini americani.”

Brookings non afferma questo.

Quei bambini possono trovarsi a casa con l’altro genitore, con parenti o tutori.

La statistica riguarda l’effetto della detenzione dei genitori sui figli, non un gigantesco arresto collettivo di bambini.

Detenuti, rimpatriati e arrestati non significano la stessa cosa

Lo stesso problema riguarda altre statistiche utilizzate nel racconto.

Un bambino può:

  • trovarsi temporaneamente sotto custodia insieme al genitore;
  • essere coinvolto in una procedura di rimpatrio;
  • lasciare volontariamente gli Stati Uniti insieme alla famiglia;
  • essere affidato a parenti;
  • essere cittadino americano con un genitore sottoposto a procedimento migratorio.

Sono situazioni giuridicamente completamente differenti.

Trasformarle tutte nella categoria “bambini arrestati dall’ICE” produce un numero emotivamente devastante ma statisticamente privo di significato.

Particolarmente importante è distinguere anche tra numero medio di minori presenti quotidianamente nelle strutture e numero di nuovi minori fermati ogni giorno.

Sono due grandezze statistiche diverse.

Se oggi in una struttura ci sono 200 persone e domani sono ancora presenti le stesse 200 persone, non significa che siano state arrestate 200 persone oggi e altre 200 domani.

Sembra elementare.

Nella propaganda politica, evidentemente, non sempre lo è.

Il primo Liam resta un caso controverso

Una confutazione seria non deve trasformarsi nella propaganda opposta.

Il caso di Liam Conejo Ramos e di suo padre Adrian Conejo Arias resta controverso.

Un giudice federale ne ordinò la liberazione.

Reuters riferì che la famiglia sosteneva di trovarsi legalmente negli Stati Uniti nell’ambito della procedura di asilo.

Sono fatti che devono essere riportati.

Ed è perfettamente legittimo utilizzare quella vicenda per criticare le modalità con cui viene applicata la politica migratoria.

Ma proprio questa differenza dimostra perché sia scorretto utilizzare la vicenda del primo Liam per raccontare quella del secondo.

Sono due casi differenti.

L’immagine prima, il contesto dopo

Il meccanismo comunicativo è sempre lo stesso.

Prima arriva la fotografia.

Un bambino.

Cinque anni.

Le lacrime.

Il padre.

Gli agenti federali.

Poi arriva la frase:

“ICE arresta un altro bambino.”

A quel punto il lettore ha già ricevuto il messaggio politico.

Solo dopo — quando ormai l’emozione ha svolto il proprio lavoro — dovrebbero arrivare quelle informazioni che cambiano radicalmente il contesto:

chi è il padre?

Qual è la sua posizione migratoria?

Era già stato espulso?

Era rientrato illegalmente?

Il bambino è stato arrestato autonomamente oppure mantenuto insieme al genitore?

Esiste un provvedimento giudiziario?

Cosa sostiene la famiglia?

Cosa sostiene il DHS?

Quali fatti sono accertati e quali sono ancora contestati?

Queste sono le domande del giornalismo.

La propaganda non ne ha bisogno.

Ha già la fotografia.

Criticare Trump non autorizza a confondere due persone

La questione politica rimane aperta.

Si può ritenere che la linea migratoria dell’amministrazione Trump sia troppo dura.

Si può chiedere che nessun bambino venga trattenuto in una struttura ICE.

Si possono contestare deportazioni, procedure accelerate e detenzione familiare.

Ma una posizione politica non conferisce il diritto di mescolare identità e storie migratorie differenti.

Il primo Liam è Liam Conejo Ramos.

Suo padre è Adrian Conejo Arias.

Il secondo è Liam Tadeo Martínez Reséndiz.

Suo padre è Víctor Martínez Nieto.

Il primo caso terminò con un giudice federale che ordinò la liberazione di padre e figlio.

Nel secondo caso il DHS sostiene invece che il padre fosse stato precedentemente rimosso dagli Stati Uniti e fosse successivamente rientrato illegalmente.

Persino una rappresentante della famiglia ha descritto alla CNN padre e figlio come undocumented.

Sono differenze sostanziali.

Il problema non sono i fatti scomodi. È raccontarli a metà

La storia dei due Liam dimostra ancora una volta una regola fondamentale della propaganda contemporanea:

non è necessario inventare tutto.

È molto più efficace selezionare.

Prendere una fotografia vera.

Aggiungere una detenzione vera.

Utilizzare una statistica vera ma priva della necessaria spiegazione.

Omettere la posizione migratoria.

Confondere due padri.

Trasferire un’informazione dal primo caso al secondo.

E infine confezionare tutto dentro una conclusione emotivamente irresistibile:

“Stanno arrestando i bambini.”

Ma una fotografia non sostituisce un documento.

Un bambino che piange non modifica lo status giuridico del genitore.

E soprattutto la sofferenza di un minore non dovrebbe essere trasformata in uno strumento per manipolare i fatti.

È possibile avere compassione per Liam e contemporaneamente pretendere che le leggi sull’immigrazione vengano applicate.

È possibile criticare la detenzione familiare e contemporaneamente raccontare correttamente perché un genitore è stato fermato.

È possibile criticare Donald Trump senza alterare nomi, status migratori e cronologie.

Anzi, dovrebbe essere proprio questo a distinguere l’informazione dalla propaganda.


Fonti

Reuters – Judge orders release of 5-year-old Liam Conejo Ramos and father:
https://www.reuters.com/world/us/judge-orders-release-5-year-old-father-detained-minnesota-ice-raid-2026-01-31/

CNN – 5-year-old boy and his father detained by ICE in Texas:
https://transcripts.cnn.com/show/cnr/date/2026-08-22/segment/03

Brookings Institution – How many children are affected by parental immigrant detention?:
https://www.brookings.edu/articles/how-many-children-are-affected-by-parental-immigrant-detention/

Brookings Institution – Analisi sui figli delle persone detenute:
https://www.brookings.edu/articles/the-administration-has-detained-400000-immigrants-what-do-we-know-about-their-children/

KSAT – Ordine del giudice nel caso Liam Conejo Ramos:
https://www.ksat.com/news/local/2026/01/31/judge-orders-release-of-5-year-old-liam-conejo-ramos-father-from-texas-immigration-detention-center/

El Financiero – Caso Liam Tadeo e Víctor Martínez Nieto:
https://www.elfinanciero.com.mx/mundo/2026/08/21/ice-detiene-a-nino-mexicano-de-5-anos-junto-a-su-padre-cuando-iban-a-un-partido-de-futbol-en-texas/

The Independent – Caso Liam Tadeo e detenzione familiare a Dilley:
https://www.the-independent.com/news/world/americas/us-politics/liam-tadeo-ice-austin-texas-dilley-b3037157.html