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L’ISLAM POLITICO È UN’IDEOLOGIA DI DOMINIO

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Vienna ha deciso di chiamarlo con il suo nome. L’Europa continua a fingere di non capire

C’è una differenza fondamentale che l’Europa deve imparare a pronunciare senza balbettare: l’Islam è una religione; l’islamismo politico è un progetto politico.

Non è una distinzione inventata dalla destra, da qualche movimento identitario o da un commentatore in cerca di titoli. È la definizione adottata in Austria dalla Dokumentationsstelle Politischer Islam, l’istituzione creata nel 2020 per studiare il fenomeno.

La definizione utilizzata dal centro austriaco è inequivocabile: il “politischer Islam” è una Herrschaftsideologie, letteralmente un’“ideologia di dominio”, che mira a influenzare o trasformare società, cultura, Stato e politica secondo norme considerate islamiche dai suoi sostenitori ma incompatibili con Stato di diritto democratico e diritti umani.

Non servono interpretazioni.

Lo scrivono gli austriaci.

Ed è precisamente su questa distinzione che il cancelliere Christian Stocker ha deciso di aprire uno scontro politico che potrebbe diventare uno dei più importanti d’Europa.

STOCKER ROMPE IL TABÙ

Alla fine di agosto 2026 Stocker ha proposto di arrivare a un divieto costituzionale dell’islam politico.

Non dell’Islam.

Non delle moschee.

Non della libertà religiosa.

Dell’utilizzazione della religione come strumento per costruire un ordinamento politico concorrente a quello democratico.

La ministra per l’Europa e l’Integrazione Claudia Bauer ha quindi annunciato l’elaborazione di una proposta da sottoporre agli alleati di governo SPÖ e NEOS.

ORF lo ha confermato il 30 agosto.

Stocker ha poi ribadito pubblicamente la propria posizione durante il Sommergespräch della televisione austriaca:

«Non voglio vivere in uno Stato islamico».

Una frase politicamente brutale proprio perché costringe il dibattito europeo a uscire dall’equivoco nel quale è rimasto imprigionato per decenni.

La libertà religiosa è un diritto fondamentale. La costruzione di un ordinamento politico-religioso alternativo allo Stato costituzionale non lo è.

Ed è qui che comincia il problema.

NON È UNA GUERRA CONTRO I MUSULMANI

Bisogna essere estremamente chiari, perché confondere deliberatamente Islam e islamismo è uno degli strumenti più efficaci per impedire qualsiasi discussione seria.

Milioni di musulmani europei vivono, lavorano, votano e rispettano normalmente le leggi degli Stati nei quali risiedono.

Sono cittadini, non un problema politico.

Il problema nasce quando un movimento pretende che l’appartenenza religiosa produca un ordine sociale e giuridico superiore o alternativo a quello dello Stato.

È esattamente questa la distinzione effettuata dalla Dokumentationsstelle austriaca.

E non solo.

In un rapporto pubblicato nel febbraio 2026, il centro descrive come alcuni attori islamisti presentino la propria ideologia quale alternativa alla società liberale e democratica, contrapponendo un Occidente rappresentato come decadente a un ordine islamico considerato moralmente superiore.

Secondo la Dokumentationsstelle, questo processo può arrivare alla delegittimazione dello Stato liberale e del secolarismo e alla pressione persino sulle stesse comunità musulmane.

Questo particolare viene dimenticato troppo spesso.

Le prime vittime dell’islamismo possono essere proprio i musulmani che non vogliono vivere secondo l’islamismo.

La ragazza musulmana che non vuole il velo.

Il ragazzo che non vuole seguire determinate prescrizioni.

La famiglia musulmana secolarizzata.

Il credente che considera la propria fede una questione personale.

Il dissidente.

L’ex musulmano.

Sono loro ad avere bisogno dello Stato laico forse ancora più degli altri.

Perché quando arretra la legge civile non avanza una generica “comunità”.

Avanza chi possiede maggiore capacità di controllo sulla comunità.

I NUMERI DI VIENNA

Poi arrivano i dati.

E alcuni meritano di essere discussi senza manipolazioni né minimizzazioni.

Nelle scuole pubbliche dell’obbligo di Vienna, secondo dati riportati nel 2026, gli studenti musulmani rappresentano ormai circa il 42% degli alunni.

Nelle Mittelschulen la percentuale arriva al 46%.

Il dato demografico, naturalmente, non costituisce in sé un problema: essere musulmani non significa essere islamisti.

Ma proprio per questo diventano importanti i dati sulle opinioni.

Una ricerca diretta dal sociologo Kenan Güngör e commissionata dalla città di Vienna ha coinvolto 1.221 giovani tra 14 e 24 anni appartenenti a dieci gruppi di origine.

Tra gli intervistati musulmani:

il 41% ha dichiarato di considerare le prescrizioni religiose superiori alle leggi austriache.

Il 53% ritiene inoltre che una donna musulmana dovrebbe indossare il velo in pubblico, mentre il 65% sostiene che le prescrizioni islamiche riguardino tutti gli ambiti della vita e debbano essere rispettate rigorosamente.

Numeri seri.

Ma devono essere riportati seriamente.

La ricerca utilizza una quota sample e non deve quindi essere trasformata abusivamente in un referendum rappresentativo di tutti i giovani musulmani di Vienna o, peggio ancora, di tutti i musulmani europei.

Non ce n’è bisogno.

Il dato è già sufficientemente preoccupante così com’è.

Perché quando una quota molto consistente di un campione di giovani dichiara che una prescrizione religiosa viene prima della legge dello Stato, il problema politico esiste indipendentemente dalla propaganda di una parte o dell’altra.

UNA DEMOCRAZIA NON PUÒ AVERE DUE FONTI DEL DIRITTO

Questo è il punto che l’Europa continua ostinatamente ad aggirare.

Una democrazia liberale può contenere cento religioni.

Può contenere cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, atei e agnostici.

Può contenere persone conservatrici e progressiste.

Ciò che non può contenere senza distruggere se stessa è una sovranità concorrente.

La legge approvata democraticamente vale per tutti.

Non esiste una legge per il credente e una per l’infedele.

Non esiste una legge per l’uomo e una per la donna.

Non esiste un’autorità religiosa che possa cancellare quella civile.

Non esiste una strada nella quale qualcuno possa decidere autonomamente che bere alcolici, tenersi per mano, vestirsi in un certo modo o essere omosessuali sia vietato perché il quartiere appartiene a una determinata comunità religiosa.

Sembra un’esagerazione?

È già successo.

LONDRA: QUANDO ARRIVARONO LE “MUSLIM PATROLS”

Tra il 2012 e il 2013 nell’East London operarono individui che si autodefinivano “Muslim Patrol”.

Non è una leggenda urbana.

Ci furono processi e condanne.

Tre membri del gruppo finirono in carcere dopo avere intimidito e aggredito cittadini che, secondo loro, violavano la sharia.

Una coppia venne importunata perché camminava tenendosi per mano.

Una donna venne attaccata verbalmente per il modo in cui era vestita.

Un gruppo di uomini venne aggredito perché beveva alcolici.

Durante uno degli episodi venne dichiarato che si trovavano nella “terra di Allah” e che lì si intendeva imporre la sharia.

L’East London Mosque condannò pubblicamente quelle azioni e collaborò con la polizia.

Anche questo dettaglio è importante.

Perché dimostra ancora una volta che la linea di divisione non passa tra musulmani e non musulmani.

Passa tra chi accetta lo Stato di diritto e chi pretende di sostituirlo.

L’ISLAMISMO LEGALISTICO È PIÙ DIFFICILE DA COMBATTERE DEL TERRORISMO

L’errore più grave sarebbe pensare che l’islamismo esista soltanto quando compare una bomba.

L’estremismo violento è relativamente semplice da identificare.

Il terrorista vuole distruggere apertamente lo Stato.

L’islamismo legalistico opera diversamente.

Associazionismo.

Predicazione.

Istruzione.

Attivismo.

Costruzione di reti.

Pressione sociale.

Lobbying.

Controllo della rappresentanza comunitaria.

È perfettamente possibile perseguire obiettivi profondamente illiberali utilizzando strumenti formalmente legali.

Ed è proprio per questo che la Dokumentationsstelle austriaca studia da anni organizzazioni e correnti come la Fratellanza Musulmana e Millî Görüş.

Nel suo studio del 2021 sulla struttura paneuropea della Muslim Brotherhood, il centro ha ricostruito collegamenti personali, finanziari, istituzionali e ideologici attraverso diversi Paesi europei.

Sul movimento Millî Görüş ha inoltre evidenziato influenze ideologiche riconducibili alla tradizione della Fratellanza e alla corrente associata a Yusuf al-Qaradawi, sottolineandone gli elementi di tensione con le libertà proprie delle democrazie liberali e pluraliste.

È questo il terreno sul quale si gioca la partita europea.

Non semplicemente il terrorismo.

Il potere culturale.

LA GUERRA PER LA RAPPRESENTANZA

C’è inoltre una domanda che l’Europa dovrebbe avere il coraggio di fare:

chi rappresenta i musulmani europei?

Il cittadino musulmano che lavora, studia e vive individualmente la propria fede?

Oppure l’associazione organizzata che sostiene di parlare a nome della “comunità musulmana”?

Sono due cose completamente diverse.

Un individuo possiede diritti.

Un’organizzazione possiede interessi.

E attribuire automaticamente alle organizzazioni religiose il monopolio della rappresentanza significa consegnare ai soggetti più organizzati un potere politico sproporzionato.

È precisamente uno dei pericoli indicati dalla stessa Dokumentationsstelle: la conquista della Deutungshoheit, la capacità cioè di stabilire chi sia il “vero” musulmano e quale sia il comportamento islamicamente corretto.

A quel punto la vittima non è soltanto lo Stato.

È il musulmano liberale.

LA SINISTRA EUROPEA HA COMMESSO UN ERRORE STORICO

Una parte consistente della politica europea ha confuso per anni due concetti radicalmente differenti:

difendere un musulmano dalla discriminazione e proteggere un’ideologia islamista dalle critiche.

La prima cosa è doverosa.

La seconda è suicida.

Combattere la discriminazione religiosa significa difendere il cittadino.

Impedire la critica all’islamismo significa proteggere un progetto politico.

Non sono la stessa cosa.

E infatti uno degli strumenti retorici individuati anche dagli studiosi austriaci consiste proprio nel presentare la critica dell’islamismo come se fosse automaticamente un’aggressione all’Islam e quindi ai musulmani.

È una trappola politica formidabile.

Se critichi l’islamismo, vieni accusato di attaccare i musulmani.

Se non lo critichi, lasci agli islamisti la possibilità di presentarsi come rappresentanti naturali dei musulmani.

In entrambi i casi vincono loro.

IL PARADOSSO DELL’EUROPA CHE SI VERGOGNA DI SE STESSA

Nel frattempo l’Europa continua spesso a trattare la propria identità storica come qualcosa da amministrare con imbarazzo.

Il problema non è il presepe in sé.

Il problema è l’asimmetria culturale.

Una società che considera sospetta ogni manifestazione della propria tradizione ma considera intoccabile qualsiasi rivendicazione presentata come espressione di una minoranza prepara autonomamente il terreno della propria debolezza.

Nel novembre 2025, alla Grand Place di Bruxelles, la testa della figura di Gesù Bambino della Natività venne rubata.

L’autore non è stato identificato e non esiste alcuna prova seria che permetta di attribuire l’episodio all’islamismo.

È quindi scorretto utilizzarlo come prova dell’avanzata islamista.

Ma resta significativo il dibattito europeo sempre più nevrotico attorno ai propri simboli, mentre questioni infinitamente più concrete — segregazione, estremismo, finanziamenti, educazione, concezioni illiberali della donna e superiorità della norma religiosa — vengono spesso affrontate con estrema prudenza.

Il problema vero non è una statuina.

È lo Stato.

VIENNA HA DECISO DI NOMINARE IL PROBLEMA

L’Austria possiede dal 2020 qualcosa che molti altri Stati europei ancora faticano persino a costruire:

un vocabolario istituzionale per distinguere Islam e islamismo.

Non è un dettaglio.

Per combattere un fenomeno bisogna prima poterlo definire.

E Vienna lo definisce senza giri di parole:

ideologia di dominio.

Non terrorismo.

Non Islam.

Non immigrazione.

Ideologia politica.

Questo permette almeno teoricamente di difendere contemporaneamente due principi che non sono affatto incompatibili:

la libertà religiosa dei musulmani;

la supremazia assoluta dell’ordinamento costituzionale democratico.

Anzi, sono complementari.

Uno Stato abbastanza forte da impedire l’imposizione religiosa è precisamente lo Stato nel quale un musulmano può scegliere liberamente come vivere la propria religione.

ATTENZIONE, PERÒ: IL DIVIETO DI STOCKER NON ESISTE ANCORA

Qui bisogna distinguere i fatti dalla propaganda.

L’Austria non ha ancora inserito nella Costituzione il divieto dell’islam politico.

Stocker lo ha proposto.

Bauer sta lavorando alla formulazione.

Servirà una definizione giuridicamente sostenibile e, per una norma costituzionale, occorrerà costruire il necessario consenso parlamentare.

NEOS ha già chiesto esplicitamente una formulazione che possa reggere sul piano legale.

Ed esiste un ulteriore paradosso politico.

L’FPÖ aveva già presentato nel novembre 2020 una proposta per un Verbotsgesetz contro l’islam politico.

Il sito ufficiale del Parlamento austriaco registra il risultato:

favorevole FPÖ; contrari ÖVP, SPÖ, Grünen e NEOS.

Nel marzo 2026 esponenti FPÖ hanno presentato un nuovo atto parlamentare sullo stesso tema.

Questo significa che Stocker dovrà spiegare non soltanto come intende realizzare il proprio progetto, ma anche perché oggi l’ÖVP considera urgente una battaglia che nel 2020 contribuì a fermare.

La lotta all’islamismo non può diventare l’ennesima campagna elettorale.

Servono norme.

COSA DOVREBBE FARE L’EUROPA

Non serve dichiarare guerra a una religione.

Sarebbe ingiusto, incostituzionale e soprattutto controproducente.

Serve qualcosa di molto più semplice e molto più duro.

Una sola sovranità.

Trasparenza assoluta sui finanziamenti esteri delle organizzazioni religiose.

Controllo dei rapporti finanziari e organizzativi con governi stranieri e movimenti transnazionali.

Nessun riconoscimento istituzionale automatico ad associazioni che pretendano di rappresentare intere comunità.

Protezione concreta di donne, omosessuali, apostati, musulmani liberali e dissidenti dalla coercizione comunitaria.

Nessuna tolleranza verso intimidazioni religiose nelle scuole.

Nessuna giurisdizione parallela.

Nessuna polizia morale.

Nessun quartiere nel quale la pressione della comunità valga più della libertà individuale.

E soprattutto:

nessuna norma religiosa sopra la legge democratica.

Mai.

LA LIBERTÀ RELIGIOSA PROTEGGE IL CREDENTE, NON L’IDEOLOGIA DI DOMINIO

Questa dovrebbe essere la linea rossa europea.

Puoi credere che Dio abbia dato una legge all’uomo.

Puoi pregare.

Puoi digiunare.

Puoi costruire una moschea nel rispetto delle norme.

Puoi insegnare la tua fede ai tuoi figli nel rispetto dei loro diritti.

Puoi fondare associazioni.

Puoi partecipare alla politica.

Puoi perfino sostenere pubblicamente che la società occidentale sia moralmente decadente.

È democrazia.

Quello che non puoi pretendere è che la tua norma religiosa diventi obbligatoria per chi non la condivide.

Nel momento in cui lo pretendi, non stai più chiedendo libertà religiosa. Stai chiedendo potere.

Ed è precisamente questa la questione che Vienna ha finalmente messo sul tavolo.

Per troppo tempo l’Europa ha avuto paura persino delle parole.

Islamismo.

Parallelismo.

Pressione comunitaria.

Supremazia della legge civile.

Assimilazione costituzionale.

Sono state trasformate in parole sospette mentre gli islamisti organizzati potevano presentare qualsiasi critica alla propria ideologia come un attacco indiscriminato ai musulmani.

Il risultato è stato un dibattito paralizzato.

Stocker ha almeno rotto il meccanismo.

Adesso deve dimostrare di voler arrivare fino in fondo.

Perché una Costituzione non serve soltanto a descrivere lo Stato.

Serve soprattutto a stabilire chi comanda quando due ordinamenti pretendono obbedienza.

E in Europa la risposta dovrebbe essere semplicissima:

non il prete.
Non l’imam.
Non il rabbino.
Non il predicatore.
Non la comunità.

La legge.

Una legge uguale per credenti e non credenti, uomini e donne, maggioranze e minoranze.

Questo è lo Stato laico.

Questo è lo Stato liberale.

E chi vuole sostituirlo con un ordine politico-religioso non sta chiedendo maggiore tolleranza.

Sta chiedendo che la democrazia gli consegni gli strumenti con cui limitarla.

Vienna ha finalmente cominciato a dirlo.

Ora tocca all’Europa decidere se continuare a discutere sulle parole oppure difendere le regole che rendono possibile la sua stessa libertà.


DOCUMENTI E FONTI

Dokumentationsstelle Politischer Islam – definizione ufficiale e attività di ricerca
https://www.dokumentationsstelle.at/forschung/uebersicht

Dokumentationsstelle Politischer Islam – pubblicazioni e studi, compresi Muslim Brotherhood e Millî Görüş
https://www.dokumentationsstelle.at/publikationen

Dokumentationsstelle – “Was ist populistisch am politischen Islam?”, 2026
https://www.dokumentationsstelle.at/news/aktuelles/dpi-bericht-zum-islamistischen-populismus

Dokumentationsstelle – Jahresbericht sull’influenza islamista e le reti transnazionali
https://www.dokumentationsstelle.at/news/aktuelles/dpi-jahresbericht-veroeffentlicht-2025

ORF, 30 agosto 2026 – Claudia Bauer prepara la proposta sul divieto dell’islam politico
https://orf.at/stories/3440656/

ORF, 31 agosto 2026 – Stocker ribadisce il progetto di divieto costituzionale
https://orf.at/stories/3440788/

Parlamento austriaco – proposta del 2020 per un Verbotsgesetz contro l’islam politico e risultato della votazione
https://www.parlament.gv.at/gegenstand/XXVII/UEA/323

Parlamento austriaco – nuova proposta presentata nel marzo 2026
https://www.parlament.gv.at/gegenstand/XXVIII/A/803

Parlamento austriaco – comunicazione ufficiale del 30 marzo 2026 sul nuovo progetto
https://www.parlament.gv.at/aktuelles/pk/jahr_2026/pk0265

Comune di Vienna – verbale del Consiglio comunale, 19 maggio 2026, con riferimento al dato del 41%
https://www.wien.gv.at/mdb/gr/2026/gr-014-w-2026-05-19-093.htm

Wiener Zeitung – analisi della ricerca di Kenan Güngör: 1.221 intervistati, dati e limiti metodologici
https://www.wienerzeitung.at/a/religioese-algokinder

Vienna.at – dati 2026 sulla composizione religiosa delle scuole pubbliche dell’obbligo di Vienna
https://www.vienna.at/immer-mehr-muslimische-schueler-an-wiener-pflichtschulen/10157435

The Guardian – condanne delle “Muslim Patrols” di Londra, dicembre 2013
https://www.theguardian.com/uk-news/2013/dec/06/muslim-vigilantes-jailed-sharia-law-attacks-london

The Guardian – indagine sulle “Muslim Patrols” e condanna dell’East London Mosque
https://www.theguardian.com/uk/2013/jan/22/muslim-patrol-london-police-arrests

Brussels Times/Belga – furto della testa del Bambino Gesù dalla Natività della Grand Place, novembre 2025
https://www.brusselstimes.com/belgium/1860869/head-of-baby-jesus-stolen-from-grand-place-nativity-scene

CISGIORDANIA, QUANDO L’INFORMAZIONE VIENE DATA A METÀ PER FARE PROPAGANDA: I COLONI RESTANO, HAMAS SCOMPARE

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L’Espresso rilancia le accuse di alcuni ex generali israeliani e costruisce il racconto della «vera minaccia» per Israele. Ma nella Cisgiordania del 2026 esistono anche Hamas, Jihad islamica, armi, cellule militanti e attentati. Condannare il terrorismo dei coloni non significa cancellare tutto il resto.

C’è un metodo particolarmente efficace per fare propaganda senza necessariamente inventare una sola notizia: raccontare soltanto la metà della realtà che serve alla propria tesi.

È esattamente il rischio che si corre leggendo la rappresentazione della Cisgiordania proposta da L’Espresso, che riprende un lungo reportage del New York Times dedicato alle durissime accuse formulate da alcuni ex generali ed ex funzionari israeliani contro la violenza dei coloni.

Il titolo scelto dal settimanale italiano è già una sentenza:

«La vera minaccia per Israele sono i coloni».

Una formula potentissima.

E soprattutto comodissima.

Perché permette di prendere una componente reale e gravissima del conflitto — la violenza commessa da estremisti israeliani contro civili palestinesi — e utilizzarla per costruire una rappresentazione nella quale tutto il resto progressivamente scompare.

Hamas?

Sullo sfondo.

Jihad islamica?

Quasi evaporata.

Le cellule armate?

Dettagli.

Le armi sequestrate?

Non servono alla narrazione.

Gli attentati contro israeliani?

Fuori campo.

E alla fine rimane un’immagine semplicissima: da una parte i palestinesi, dall’altra i coloni israeliani che starebbero portando la Cisgiordania verso l’esplosione.

Peccato che la realtà sia enormemente più complessa.

LA FRASE DI BEN-REUVEN È VERA. ED È PROPRIO PER QUESTO CHE NON SERVE MANIPOLARLA

Partiamo dal fatto che non va contestato.

L’ex maggior generale israeliano Eyal Ben-Reuven ha realmente pronunciato parole durissime.

Al New York Times ha dichiarato che quello che stanno facendo i coloni rappresenta, a suo giudizio, «la vera minaccia per Israele», aggiungendo di esserne più preoccupato rispetto all’Iran, a Gaza o al Libano.

Ben-Reuven non è certamente un pacifista occidentale da salotto.

Ha combattuto nella guerra del 1973, ha comandato una divisione in Cisgiordania e ha guidato forze terrestri israeliane durante la guerra contro Hezbollah del 2006.

La sua denuncia ha quindi un peso enorme.

Ma rimane precisamente questo:

la valutazione di Ben-Reuven.

Non è un’equazione matematica.

Non è una classifica ufficiale delle minacce elaborata dall’intelligence israeliana.

Non dimostra che Hamas abbia smesso di esistere.

Non dimostra che il terrorismo palestinese sia diventato irrilevante.

E soprattutto non autorizza nessuno a trasformare una dichiarazione politica e morale di un ex generale nella descrizione completa della sicurezza israeliana.

Qui comincia il gioco del framing.

I COLONI VIOLENTI VANNO CHIAMATI PER QUELLO CHE SONO

Chi aggredisce un civile palestinese è un criminale.

Chi incendia una casa è un criminale.

Chi attacca una moschea è un criminale.

Chi utilizza intimidazioni e violenza per cacciare una famiglia dalla propria terra deve essere perseguito.

Non esiste alcun bisogno di nascondere questi fatti per difendere Israele.

Anzi.

Il problema della violenza estremista dei coloni è talmente concreto che persino esponenti e istituzioni certamente non sospettabili di simpatie per Hamas lo stanno denunciando.

Ad agosto perfino l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, tradizionalmente molto vicino alle posizioni israeliane e sostenitore degli insediamenti, ha utilizzato parole durissime contro i responsabili dell’assedio di abitazioni palestinesi a Qusra.

Reuters ha documentato il caso e le pressioni americane affinché Benjamin Netanyahu condannasse pubblicamente quelle azioni.

Questi fatti vanno raccontati.

Tutti.

Ma proprio tutti.

Perché se pretendiamo completezza quando si parla della violenza dei coloni, dobbiamo pretenderla anche quando si parla della violenza palestinese.

POI ENTRIAMO NELLA CISGIORDANIA CHE QUESTO RACCONTO TENDE A FAR SCOMPARIRE

Basta spostarsi di qualche chilometro e improvvisamente la rappresentazione rassicurante di una Cisgiordania composta esclusivamente da coloni aggressori e palestinesi aggrediti comincia a crollare.

Il 28 agosto 2026 Israele ha effettuato un raro attacco aereo nell’area di Jenin.

Il bersaglio era Qais Bitawi.

Secondo l’esercito israeliano, Bitawi era coinvolto nella direzione, nel finanziamento e nell’esecuzione di attacchi contro civili israeliani e forze di sicurezza e manteneva collegamenti con esponenti di Hamas a Gaza e all’estero.

Reuters ha riferito dell’operazione e della natura militante attribuita all’uomo.

Quindi facciamo una domanda estremamente semplice.

Se la Cisgiordania fosse soltanto quella raccontata attraverso il prisma della violenza dei coloni, che cosa ci facevano organizzazioni militanti palestinesi a Jenin?

Perché Israele continua a condurre operazioni antiterrorismo?

Perché vengono sequestrate armi?

Perché esistono reti clandestine?

Sono domande che complicano terribilmente la favola.

Ed è precisamente per questo che dovrebbero essere poste.

240 ARMI DA FUOCO SEQUESTRATE NEL 2026

C’è poi un dato ancora più difficile da far sparire.

Nel giugno 2026 l’IDF ha dichiarato che dall’inizio dell’anno erano state sequestrate in Giudea e Samaria circa 240 armi da fuoco, oltre ad altri armamenti.

Attenzione: la fonte è l’esercito israeliano.

Va scritto.

Va specificato.

Non bisogna trasformare una dichiarazione militare in una verità rivelata.

Ma non si può nemmeno fingere che non esista soltanto perché disturba una determinata rappresentazione politica.

L’IDF ha citato, fra gli esempi, munizioni nascoste all’interno di un negozio di ferramenta a Betlemme e un tornio utilizzato per fabbricare armi scoperto all’interno di un edificio civile a Nablus.

Secondo l’esercito, questi ritrovamenti dimostrerebbero il tentativo delle organizzazioni terroristiche di radicarsi nelle aree civili.

Si può discutere la valutazione israeliana.

Quello che non si può fare seriamente è raccontare la Cisgiordania come se questo fenomeno semplicemente non esistesse.

JENIN NON È UNA NOTA A PIÈ DI PAGINA

Jenin e il nord della Cisgiordania sono da anni uno dei centri della militanza armata palestinese.

Non è propaganda israeliana sostenere che in Cisgiordania operino gruppi armati.

È un fatto noto e documentato.

Hamas e Jihad islamica non sono entità astratte confinate magicamente dietro la barriera di Gaza.

Esistono reti, simpatizzanti e strutture militanti anche in Cisgiordania.

Ed ecco perché il problema editoriale diventa evidente.

Se raccontassi esclusivamente Hamas, gli attentati e le armi palestinesi cancellando aggressioni, incendi e intimidazioni compiuti da estremisti israeliani, starei offrendo ai lettori una rappresentazione mutilata della realtà.

Ma vale anche il contrario.

Cancellare Hamas per raccontare soltanto i coloni non è informazione migliore. È semplicemente la mutilazione opposta.

PERSINO LE NAZIONI UNITE DESCRIVONO ENTRAMBE LE VIOLENZE

Ed è interessante osservare che persino un’inchiesta ONU fortemente critica verso Israele non riesce a sostenere una rappresentazione così elementare.

Nel giugno 2026 una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha accusato le autorità israeliane di coinvolgimento e protezione in relazione alle violenze dei coloni.

Accuse gravissime.

Israele le contesta.

Ma nello stesso quadro la commissione ha anche affermato che Hamas ha commesso crimini di guerra contro israeliani e palestinesi.

Ecco il particolare che manda in frantumi la narrazione binaria.

Si possono denunciare contemporaneamente:

la violenza dei coloni israeliani e il terrorismo di Hamas.

Incredibile, vero?

Non bisogna scegliere una squadra.

Non bisogna trasformare un criminale israeliano in un santo perché esiste Hamas.

E non bisogna trasformare Hamas in una nota folkloristica perché esistono coloni estremisti.

IL TRUCCO DELLA «VERA MINACCIA»

Il cuore della manipolazione è contenuto proprio in quelle due parole:

«vera minaccia».

Perché?

Se i coloni rappresentano la vera minaccia, implicitamente tutte le altre diventano minacce secondarie, esagerate oppure strumentali.

Ma quale criterio viene utilizzato per stabilirlo?

La frase di un ex generale.

Autorevolissima.

Legittima.

Interessante.

Ma pur sempre una valutazione.

Provate ad applicare lo stesso metodo al contrario.

Prendete un ex generale israeliano convinto che Hamas costituisca la principale minaccia per Israele.

Mettetelo nel titolo.

Aggiungete fotografie di attentati palestinesi.

Raccontate soltanto le operazioni contro Hamas.

Elencate le armi sequestrate.

Ignorate completamente le violenze dei coloni.

Otterreste un articolo speculare.

E sarebbe altrettanto incompleto.

È questo il problema.

Non i fatti riportati.

I fatti esclusi.

QUELLO CHE IL NEW YORK TIMES, ALMENO, NON NASCONDE

C’è inoltre una differenza importante tra il reportage originale del New York Times e la sua trasformazione nel dibattito italiano.

Il NYT colloca infatti la vicenda all’interno di un contesto nel quale compaiono il 7 ottobre, Hamas, Hezbollah, Iran e le guerre combattute da Israele.

Poi concentra deliberatamente il reportage sul fenomeno della violenza dei coloni.

È una scelta giornalistica.

Il lettore comprende però che quella è una parte del conflitto.

Quando invece quella parte viene trasformata nella spiegazione totale, il reportage smette di essere una lente e diventa un paraocchi.

NON SERVE ASSOLVERE I COLONI PER DIFENDERSI DALLA PROPAGANDA

È questo il punto che dovrebbe essere chiarissimo.

La risposta alla propaganda non può essere un’altra propaganda.

Non serve sostenere che tutti i coloni siano innocenti.

Non lo sono.

Non serve negare aggressioni documentate.

Esistono.

Non serve sostenere che ogni operazione israeliana sia automaticamente legittima.

Deve essere valutata caso per caso.

Serve qualcosa di molto più semplice:

pretendere che venga raccontata tutta la realtà.

Quando un estremista israeliano incendia una moschea, raccontatelo.

Quando un palestinese viene aggredito, raccontatelo.

Quando le autorità israeliane non intervengono adeguatamente, indagate.

Ma quando Hamas organizza una rete in Cisgiordania, raccontate anche quella.

Quando vengono trovate armi, raccontatele.

Quando vengono organizzati attentati, raccontateli.

Quando Jihad islamica opera a Jenin, non fate improvvisamente finta che la Cisgiordania sia diventata la Svizzera.

PERCHÉ LA VIOLENZA DEI COLONI È DAVVERO PERICOLOSA PER ISRAELE

Paradossalmente Ben-Reuven pone una questione che dovrebbe essere presa molto sul serio proprio da chi sostiene Israele.

Un colono che aggredisce indiscriminatamente un palestinese non sta combattendo Hamas.

Sta regalando propaganda ad Hamas.

Sta alimentando odio.

Sta offrendo alle organizzazioni terroristiche il materiale perfetto per il reclutamento.

Sta compromettendo l’immagine internazionale di Israele.

Sta rendendo più difficile distinguere tra operazioni antiterrorismo e violenza politica.

Sta trasformando una questione di sicurezza in una guerra etnica.

Ed è probabilmente questo uno degli elementi più importanti della denuncia degli ex generali israeliani.

Ma riconoscerlo non significa arrivare alla conclusione opposta e grottesca secondo cui il terrorismo palestinese improvvisamente non conti più.

Significa esattamente il contrario.

Combattere gli estremisti israeliani è anche interesse della sicurezza israeliana.

LA CISGIORDANIA È UNA POLVERIERA. MA HA PIÙ DI UNA MICCIA

Ecco allora ciò che resta dopo aver tolto il filtro ideologico.

La Cisgiordania è realmente una polveriera.

Esiste la violenza dei coloni.

Esistono palestinesi innocenti che la subiscono.

Esistono estremisti israeliani che devono essere perseguiti.

Esiste una controversa espansione degli insediamenti.

Esistono operazioni militari israeliane.

Ma contemporaneamente esistono Hamas, Jihad islamica e altre organizzazioni armate.

Esistono cellule militanti.

Esistono armi clandestine.

Esistono attentati e tentativi di attentato.

Esiste una radicalizzazione reciproca che ogni nuova violenza contribuisce ad alimentare.

Questa è la realtà scomoda.

La propaganda invece ha bisogno di una sceneggiatura elementare.

Un cattivo.

Una vittima.

Una causa.

Una conseguenza.

IL PROBLEMA NON È QUELLO CHE VI RACCONTANO. È QUELLO CHE VI FANNO DIMENTICARE

Ed eccoci al punto.

Non occorre inventare una notizia falsa per manipolare l’opinione pubblica.

È sufficiente selezionare accuratamente le notizie vere.

Si prende la violenza dei coloni.

Si prendono le dichiarazioni degli ex generali.

Si prende l’indignazione.

Tutto vero.

Poi si abbassano lentamente le luci sul resto del palcoscenico.

Hamas sparisce.

Jihad islamica sparisce.

Jenin sparisce.

Le armi spariscono.

Gli attentati spariscono.

E alla fine al lettore rimane una conclusione già confezionata:

«La vera minaccia per Israele sono i coloni».

No.

La violenza dei coloni estremisti è una minaccia reale per palestinesi, sicurezza israeliana e possibilità di qualsiasi stabilizzazione futura.

Il terrorismo palestinese è un’altra minaccia reale.

La radicalizzazione politica è un’altra ancora.

E continuare a raccontarne soltanto una perché coincide con la propria ideologia non aiuta né palestinesi né israeliani.

Serve soltanto a costruire propaganda.

La Cisgiordania non ha bisogno dell’ennesima narrazione marxista nella quale la realtà viene schiacciata nello schema oppressore-oppresso finché ogni fatto incompatibile con il modello scompare.

Ha bisogno di qualcosa diventato molto più raro:

giornalismo capace di raccontare contemporaneamente i crimini dell’estremista israeliano e quelli del terrorista palestinese.

Perché condannare un colono che incendia una casa palestinese non significa assolvere Hamas.

E denunciare Hamas non significa concedere impunità a un colono violento.

Tutto il resto è tifo.

E il tifo travestito da informazione rimane propaganda.


FONTI E APPROFONDIMENTI

L’Espresso – “In Cisgiordania l’allarme degli ex generali israeliani…” (1 settembre 2026)
https://lespresso.it/c/mondo/2026/9/1/cisgiordania-occupazione-ex-generali-israeliani/64401

The New York Times – “These Generals Fought for Israel. Now They See ‘Jewish Terrorism’ as the Threat” (31 agosto 2026)
https://monorepo-sample1.nyt.net/2026/08/31/world/middleeast/west-bank-israel.html

Reuters – Attacco israeliano a Jenin e uccisione di Qais Bitawi (28 agosto 2026)
https://www.reuters.com/world/middle-east/israeli-strike-kills-three-west-bank-israel-says-it-targeted-hamas-operative-2026-08-28/

IDF – Oltre 240 armi da fuoco sequestrate in Giudea e Samaria dall’inizio del 2026
https://www.idf.il/en/mini-sites/idf-press-releases-israel-at-war/june-26-pr/240plus-firearms-found-in-civilian-areas-in-judea-and-samaria/

Reuters – Pressioni USA contro le violenze dei coloni a Qusra (14 agosto 2026)
https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/08/14/siege-in-palestinian-village-draws-us-criticism-as-israeli-settlers-dig-in

Reuters – Inchiesta ONU sulle violenze dei coloni e riferimento ai crimini di guerra di Hamas (9 giugno 2026)
https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/06/09/un-inquiry-finds-israeli-forces-shield-settlers-during-attacks-on-palestinians

URLANO ALLA “BATTAGLIA VERTICALE”, MA FINISCONO SEMPRE PER CONSEGNARVI A UN’ALTRA ÉLITE

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Si proclamano anti-imperialisti, anti-sionisti e nemici del sistema. Difendono l’Iran, celebrano l’“Asse della Resistenza”, giustificano Hamas e Hezbollah e guardano con simpatia ai regimi antiamericani. Dicono di voler liberare i popoli dal potere verticale. Ma il risultato politico è quasi sempre lo stesso: sostituire un centro di potere con un altro e chiedere alle masse di obbedire alla nuova avanguardia.

C’è una parola che ricorre continuamente nella retorica di certi ambienti dell’antagonismo occidentale: verticale.

La battaglia dovrebbe essere verticale.

Popolo contro élite.

Basso contro alto.

Oppressi contro oppressori.

Sovranità contro imperialismo.

È una formula potente perché intercetta una frustrazione reale: concentrazione della ricchezza, perdita di sovranità, apparati sovranazionali poco controllabili democraticamente, grandi interessi economici e distanza crescente tra cittadini e classi dirigenti.

Poi, però, bisogna guardare dove conduce concretamente questa presunta insurrezione contro il potere.

Ed è qui che comincia il paradosso.

Per combattere le élite occidentali, questi ambienti finiscono frequentemente per celebrare altre élite.

Per combattere Washington guardano a Teheran.

Per combattere l’Occidente trasformano Hezbollah in “resistenza”.

Per combattere Israele minimizzano o razionalizzano persino il terrorismo di Hamas.

Per combattere il capitalismo occidentale scoprono improvvisamente indulgenza verso oligarchie, apparati militari, servizi di sicurezza e regimi autoritari purché abbiano il nemico geopolitico giusto.

Questa sarebbe la liberazione?

No.

È semplicemente un cambio di padrone geopolitico.

LA RIVOLUZIONE CHE FINISCE SEMPRE CON QUALCUNO CHE COMANDA

La contraddizione fondamentale è questa.

Dicono alle masse:

“Non fatevi comandare dalle élite.”

Subito dopo aggiungono:

fidatevi dell’avanguardia.

Fidatevi del partito.

Fidatevi del leader rivoluzionario.

Fidatevi della Repubblica Islamica.

Fidatevi della “Resistenza”.

Fidatevi del regime che combatte gli americani.

Fidatevi del gruppo armato che dice di combattere Israele.

Alla fine della catena c’è sempre qualcuno che deve pensare per voi.

Qualcuno che conosce la “vera” struttura del potere.

Qualcuno che ha compreso la Storia.

Qualcuno che stabilisce quali morti meritano indignazione e quali devono essere relativizzati perché disturbano la narrazione.

Questa non è una battaglia verticale contro il potere.

È una battaglia orizzontale tra blocchi di potere, nella quale al cittadino viene chiesto semplicemente di scegliere da quale apparato farsi rappresentare.

ANTI-IMPERIALISTI A GEOMETRIA VARIABILE

La parola magica è “imperialismo”.

Ma anche qui il significato cambia a seconda della bandiera.

Quando intervengono gli Stati Uniti, è imperialismo.

Quando una potenza avversaria estende influenza politica, militare ed economica oltre i propri confini, improvvisamente bisogna studiare “il contesto”.

Quando Washington sostiene un alleato, sarebbe una prova di subordinazione.

Quando Teheran finanzia, addestra o sostiene organizzazioni armate fuori dai propri confini, diventa “solidarietà internazionalista” o “Asse della Resistenza”.

È un anti-imperialismo curiosissimo:

non combatte l’imperialismo come principio. Combatte principalmente l’imperialismo del campo avversario.

L’espansione politica del proprio campo viene invece ribattezzata resistenza.

L’IRAN TRASFORMATO IN SIMBOLO DELLA LIBERAZIONE

Il caso iraniano rende la contraddizione quasi grottesca.

Una parte della sinistra antagonista occidentale, teoricamente nata dalla liberazione dell’individuo, dall’emancipazione e dalla lotta contro l’autoritarismo, ha finito per guardare alla Repubblica Islamica come a un pilastro della resistenza mondiale.

Ma che tipo di potere rappresenta Teheran?

Una Repubblica Islamica nella quale gli apparati religiosi e di sicurezza esercitano un peso enorme sulla vita politica.

Un sistema che ha represso duramente il dissenso.

Un Paese nel quale oppositori e manifestanti hanno subito arresti e condanne gravissime.

Eppure basta pronunciare tre parole — America, Israele, Palestina — e una parte dell’antagonismo occidentale sembra disposta a dimenticare improvvisamente decenni di retorica contro autoritarismo, repressione e potere religioso.

Perché?

Perché nella logica campista non conta più che cosa sei.

Conta contro chi combatti.

HAMAS: QUANDO IL NEMICO DEL MIO NEMICO DIVENTA PRESENTABILE

La stessa deformazione appare con Hamas.

Si può sostenere la causa nazionale palestinese.

Si può criticare duramente il governo israeliano.

Si possono contestare insediamenti, operazioni militari e politiche israeliane senza alcuna contraddizione.

Ma Hamas è un’altra cosa.

Hamas è un’organizzazione islamista armata designata come terroristica dagli Stati Uniti e dall’Unione europea.

Eppure una parte dell’antagonismo occidentale ha progressivamente sostituito l’analisi con un sillogismo infantile:

Israele è alleato degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono imperialisti.

Hamas combatte Israele.

Quindi Hamas appartiene alla Resistenza.

Tre passaggi e il problema morale è risolto.

No.

Il nemico del tuo nemico non diventa automaticamente un combattente per la libertà.

HEZBOLLAH E LA ROMANTICIZZAZIONE DELLA “RESISTENZA”

Lo stesso vale per Hezbollah.

Ridurre Hezbollah alla semplice etichetta di “resistenza libanese” significa cancellare deliberatamente la complessità di un’organizzazione politico-militare sostenuta dall’Iran e protagonista per decenni delle dinamiche regionali mediorientali.

Ma nella narrazione campista tutto deve diventare semplice.

Da una parte l’Impero.

Dall’altra la Resistenza.

Buoni contro cattivi.

Non importa quanto autoritario sia un alleato.

Non importa quale ideologia professi.

Non importa quali metodi utilizzi.

L’unico certificato morale richiesto è l’ostilità verso Washington e Israele.

È una morale politica costruita interamente per sottrazione.

POI ARRIVA L’AMERICA LATINA

Il meccanismo si ripete attraversando l’Atlantico.

Un governo sudamericano può concentrare il potere, comprimere gli spazi dell’opposizione, devastare economicamente il proprio Paese o costruire un sistema politico sempre meno pluralista.

Ma se litiga con Washington, ecco comparire immediatamente la parola:

sovranità.

Il leader diventa antimperialista.

Il regime diventa laboratorio di emancipazione.

Il fallimento economico diventa sabotaggio americano.

La repressione diventa difesa della rivoluzione.

L’esodo della popolazione diventa guerra economica.

C’è sempre una spiegazione esterna pronta a impedire che venga posta la domanda più semplice:

come governa concretamente questa élite che pretende di rappresentare il popolo?

E LE RETI CRIMINALI?

Qui bisogna evitare scorciatoie propagandistiche.

Non ogni governo antiamericano è collegato al narcotraffico.

Non ogni movimento della cosiddetta Resistenza partecipa a economie criminali.

Le responsabilità devono essere dimostrate caso per caso.

Ma è altrettanto sbagliato fingere che criminalità organizzata, narcotraffico, gruppi armati, organizzazioni terroristiche, Stati e proxy vivano sempre in universi perfettamente separati.

La storia contemporanea offre numerosi esempi di convergenze opportunistiche, finanziamenti illeciti, contrabbando e utilizzo di reti criminali da parte di attori politici o armati.

Il punto, però, è soprattutto politico.

Quando emergono accuse contro il campo occidentale, per questi propagandisti diventano immediatamente sistema.

Quando riguardano il proprio campo, improvvisamente pretendono una sentenza definitiva, tre commissioni internazionali e la confessione autenticata del responsabile.

Anche la soglia della prova diventa ideologica.

LA GRANDE TRUFFA DELLA “BATTAGLIA VERTICALE”

Ed eccoci al cuore del problema.

La battaglia verticale promessa non arriva mai.

Perché per essere davvero verticale dovrebbe mettere in discussione tutti i poteri concentrati.

Quello americano e quello iraniano.

Quello occidentale e quello russo.

Quello israeliano e quello islamista.

Quello delle multinazionali e quello degli oligarchi.

Quello delle tecnocrazie e quello dei Guardiani della Rivoluzione.

Quello delle grandi banche e quello dei partiti-Stato.

Invece viene chiesto continuamente di scegliere un campo.

USA oppure Iran.

Israele oppure Hamas.

Occidente oppure “Asse della Resistenza”.

Capitalismo occidentale oppure socialismo autoritario.

Come se l’essere umano fosse condannato a scegliere quale élite debba governarlo.

Questa non è verticalità.

È orizzontalità geopolitica travestita da rivoluzione.

CAMBIANO LE BANDIERE, NON CAMBIA LA STRUTTURA

Ed è questo che i professionisti della “controinformazione” dovrebbero spiegare.

Se combattete le élite, perché finite continuamente per legittimare altre élite?

Se combattete l’autoritarismo, perché diventate indulgenti quando l’autoritario è antiamericano?

Se combattete il capitalismo globale, perché ignorate ricchezze, clientele e concentrazioni economiche quando appartengono al campo geopolitico giusto?

Se difendete i popoli, perché il popolo iraniano dovrebbe valere meno della strategia geopolitica della Repubblica Islamica?

Se difendete i palestinesi, perché identificarne la causa con Hamas?

Se siete contro l’imperialismo, perché l’espansione dell’influenza di potenze non occidentali dovrebbe essere moralmente diversa per definizione?

La risposta è scomoda:

perché una parte di questo mondo non è realmente contro il potere. È contro il potere dell’avversario.

IL POPOLO RESTA SEMPRE IN FONDO

E alla fine chi paga?

Sempre quello che questi movimenti sostengono di voler liberare.

Il popolo.

Il cittadino iraniano che vuole semplicemente vivere senza repressione.

Il libanese travolto dalle guerre regionali.

Il palestinese schiacciato tra guerra, occupazione, terrorismo e autoritarismo.

Il venezuelano che emigra.

Il dissidente che non coincide con la narrativa del regime.

Il lavoratore occidentale al quale viene raccontato che per liberarsi dalle proprie élite dovrebbe tifare per quelle di un altro Paese.

La massa rimane massa.

Deve soltanto cambiare bandiera.

NON È CONTROINFORMAZIONE. È PROPAGANDA DI BLOCCO

Una vera controinformazione dovrebbe essere spietata con tutti.

Dovrebbe controllare Washington e Teheran.

Israele e Hamas.

Bruxelles e Mosca.

Le multinazionali occidentali e gli oligarchi dei Paesi “antimperialisti”.

Dovrebbe difendere il dissidente americano e quello iraniano con lo stesso metro.

Dovrebbe denunciare un crimine indipendentemente dalla bandiera del responsabile.

Quella sarebbe una battaglia verticale.

Il resto è campismo.

È propaganda geopolitica.

È trasformare cittadini giustamente diffidenti verso il potere occidentale in tifosi di poteri stranieri che non hanno alcuna intenzione di liberarli.

NON VOGLIONO ABBATTERE LA PIRAMIDE. VOGLIONO CAMBIARE CHI STA IN CIMA

Questa è forse la sintesi più brutale.

Dicono di voler abbattere la piramide.

Ma quando si osserva il modello politico che finiscono per giustificare, la piramide rimane perfettamente in piedi.

In cima cambia soltanto il simbolo.

Al posto dell’élite occidentale arriva l’avanguardia rivoluzionaria.

Al posto di Washington arriva Teheran.

Al posto dell’establishment liberale arriva il partito.

Al posto dell’oligarca occidentale arriva quello “multipolare”.

E al cittadino resta esattamente lo stesso ruolo:

obbedire, credere e scegliere il padrone corretto.

Questa non è emancipazione.

È la più vecchia operazione politica della storia:

convincere le masse che stanno combattendo il potere mentre vengono arruolate nella guerra di un altro potere.

Ecco perché la vera domanda da rivolgere ai predicatori della “battaglia verticale” è semplicissima:

se siete davvero contro le élite, perché finite sempre per chiederci di inginocchiarci davanti alle vostre?

CASO DE ROSA–AUTISTICI/INVENTATI: ORA ELLY SCHLEIN DEVE SPIEGARE COSA SAPEVA IL PD

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Dal Team Digitale di Palazzo Chigi a Immuni, Green Pass, cloud pubblico e identità digitale europea. Nel 2018 Paolo De Rosa compare tra i fondatori di AI ODV, associazione indicata dalla stampa come soggetto giuridico collegato ai servizi di Autistici/Inventati. Nel 2023 il PD lo sceglie per il proprio gruppo nazionale sull’innovazione. Il 26 agosto 2026 Washington sanziona Autistici/Inventati nell’ambito della normativa antiterrorismo. Il garantismo è doveroso. Il silenzio politico, molto meno.

C’è una domanda semplicissima alla quale Elly Schlein e il Partito Democratico dovrebbero rispondere:

quando Paolo De Rosa venne inserito nel gruppo di lavoro nazionale del PD sulle politiche digitali e l’innovazione, qualcuno verificò il suo ruolo in AI ODV e i rapporti di questa associazione con Autistici/Inventati?

Sì o no.

Non servono comizi sull’antifascismo, dichiarazioni sulla libertà della rete o lezioni sulla democrazia digitale.

Serve una risposta.

Perché ciò che sta emergendo non riguarda un militante qualunque, né l’amministratore di qualche oscuro forum internet.

Riguarda un tecnico che ha lavorato dentro alcuni dei dossier digitali più delicati dello Stato italiano e successivamente dell’Unione europea.

E riguarda una scelta compiuta direttamente dal Partito Democratico.

IL NOME DI DE ROSA NEL GRUPPO VOLUTO DAL PD

Partiamo da un fatto che non è un’indiscrezione.

Il 13 settembre 2023 il Partito Democratico annunciò ufficialmente la nascita del proprio “Gruppo di lavoro sulle politiche digitali e innovazione”.

La presentazione avvenne nella sede nazionale del partito, alla presenza della segretaria Elly Schlein.

Tra gli “esperti indipendenti” scelti dal PD compare esplicitamente:

“Paolo de Rosa, ex CTO del dipartimento digitale e policy officer per la Commissione europea”.

Non lo sostiene un avversario politico.

Lo scrive ancora oggi il sito ufficiale del Partito Democratico.

Il problema nasce da ciò che è emerso successivamente.

Secondo le ricostruzioni pubblicate in questi giorni da La Verità e da altre testate, De Rosa compare nell’atto costitutivo del 13 aprile 2018 di AI ODV, insieme ad altri sei fondatori, entra nel primo consiglio direttivo e viene nominato segretario.

All’epoca De Rosa lavorava già nell’ecosistema della trasformazione digitale dello Stato.

Ed è precisamente qui che la storia smette di essere una curiosità biografica e diventa una questione politica.

CHE COS’È AI ODV?

Secondo la documentazione riportata dalla stampa, AI ODV non sarebbe un’associazione casualmente vicina ad Autistici/Inventati.

La Verità riferisce che Autistici/Inventati identifica AI ODV come soggetto giuridico dei propri servizi e delle donazioni.

La stessa ricostruzione sostiene che, al momento della costituzione nel 2018, AI ODV ricevette 50.000 euro provenienti dal patrimonio della precedente associazione Investici, sciolta e indicata nell’atto notarile come avente un oggetto analogo.

Sono circostanze che richiedono verifiche e spiegazioni, non processi sommari.

Ma c’è un fatto nuovo che rende quelle spiegazioni politicamente urgenti.

26 AGOSTO 2026: ARRIVA IL TESORO DEGLI STATI UNITI

Il 26 agosto 2026 l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato Autistici/Inventati ai sensi dell’Executive Order 13224, lo strumento utilizzato dagli Stati Uniti contro soggetti accusati di sostenere il terrorismo.

Non è una voce di giornale.

È scritto nel comunicato ufficiale del Tesoro degli Stati Uniti.

Washington descrive Autistici/Inventati come un’organizzazione italiana di estrema sinistra che fornisce strumenti e servizi tecnologici a gruppi estremisti violenti: hosting su server esteri, email criptate, chat, videoconferenze e l’architettura digitale collegata alla piattaforma Noblogs.

Il Tesoro afferma inoltre che i servizi sarebbero stati forniti anche a soggetti designati dagli Stati Uniti come organizzazioni terroristiche.

Nella motivazione ufficiale pubblicata dal Tesoro viene citato espressamente il PKK.

Ulteriori ricostruzioni giornalistiche riferiscono inoltre che, nelle contestazioni americane più ampie, vengono richiamati contenuti e comunicati riconducibili anche a organizzazioni quali Hamas, Hezbollah, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Jihad Islamica Palestinese e Guardie Rivoluzionarie iraniane.

Occorre essere estremamente precisi su questo punto: la designazione americana riguarda Autistici/Inventati. Non risulta che Paolo De Rosa sia stato personalmente designato dagli Stati Uniti come terrorista né che gli siano state contestate personalmente attività terroristiche.

Ma questo non cancella il problema.

Semmai rende ancora più chiara la domanda politica.

DE ROSA NON ERA UN TECNICO QUALUNQUE

Paolo De Rosa ha ricoperto incarichi di grande rilievo nel processo di digitalizzazione italiano.

Documenti pubblici lo indicano nel Dipartimento per la Trasformazione Digitale.

Durante l’emergenza Covid fu coinvolto nel lavoro tecnologico relativo a Immuni.

Un atto parlamentare lo indicava come responsabile tecnologico del Dipartimento e tra i coordinatori della task force che individuò l’applicazione.

Nel 2021 firmò inoltre, insieme a rappresentanti del Ministero della Salute e della Commissione europea, un intervento dedicato proprio al percorso:

“Da Immuni al Green Pass, avanza una Europa unita e digitale”.

Poi c’è il cloud pubblico.

La strategia dei dati.

Le infrastrutture digitali della Pubblica amministrazione.

L’identità digitale europea.

Sono settori nei quali fiducia, trasparenza, sicurezza e verifica delle eventuali incompatibilità non sono dettagli burocratici.

Sono parte del lavoro.

ED È QUI CHE IL PD DEVE RISPONDERE

Nel 2023 il Partito Democratico aveva davanti una persona con un curriculum istituzionale di primissimo livello.

La inserisce nel proprio gruppo nazionale sul digitale.

Benissimo.

Ma il PD conosceva anche l’attività di De Rosa in AI ODV?

La segreteria Schlein aveva verificato?

Qualcuno aveva letto il curriculum completo?

De Rosa aveva comunicato al PD il proprio ruolo nell’associazione?

Il partito aveva verificato quale rapporto esistesse tra AI ODV e Autistici/Inventati?

Se sì, quale valutazione politica venne fatta?

Se no, come è possibile che un partito che aspira a governare l’Italia inserisca persone in gruppi dedicati a settori strategici senza effettuare verifiche sufficientemente approfondite sulle loro attività associative?

Queste non sono domande giudiziarie.

Sono domande sulla qualità della selezione della classe dirigente.

IL PARADOSSO DEL PARTITO CHE VUOLE CONTROLLARE TUTTO TRANNE I PROPRI CONTROLLI

Qui il caso diventa politicamente devastante.

Il Partito Democratico parla continuamente di sicurezza digitale, trasparenza, responsabilità delle piattaforme, disinformazione, cybersicurezza e protezione delle istituzioni.

Perfetto.

Allora applichi gli stessi standard a casa propria.

Perché non si può pretendere la radiografia politica e morale di chiunque venga nominato dagli avversari e poi improvvisamente scoprire il garantismo assoluto quando una questione imbarazzante riguarda il proprio gruppo di lavoro nazionale.

Il garantismo serve a evitare accuse infondate contro De Rosa.

Non serve a evitare domande fondate al PD.

Sono due cose completamente diverse.

IMMUNI, GREEN PASS E DATI: LE ISTITUZIONI COSA SAPEVANO?

La questione, peraltro, supera il PD.

De Rosa ha attraversato differenti stagioni di governo.

Ha lavorato nella trasformazione digitale sotto esecutivi di colore diverso.

Per questo sarebbe scorretto trasformare il caso in una responsabilità esclusiva dei democratici.

Le domande devono essere rivolte anche alle istituzioni.

Quando De Rosa entrò nel Team per la Trasformazione Digitale, le sue attività associative vennero dichiarate?

Quando nel 2018 venne costituita AI ODV, l’incarico fu comunicato all’amministrazione?

Esistevano procedure per verificare eventuali conflitti di interesse?

Quando De Rosa lavorò sui dossier collegati a Immuni e al Digital Covid Certificate, quale due diligence era stata effettuata?

Quando lavorò alla strategia cloud nazionale, qualcuno conosceva il suo ruolo associativo?

Quando arrivò alla Commissione europea, Bruxelles ne era informata?

E soprattutto:

qual è stato esattamente il ruolo di De Rosa in AI ODV e quando è eventualmente terminato?

Domande.

Non condanne.

Ma domande che uno Stato serio dovrebbe porsi automaticamente.

SCHLEIN NON PUÒ FARE FINTA CHE DE ROSA SIA ARRIVATO AL NAZARENO PER CASO

Per Elly Schlein esiste però una responsabilità politica specifica.

De Rosa non compare accidentalmente in una fotografia del PD.

Il suo nome compare nell’elenco ufficiale degli esperti del gruppo nazionale sulle politiche digitali presentato nel settembre 2023 alla presenza della segretaria.

Perciò il Nazareno dovrebbe rendere pubbliche alcune informazioni elementari.

Chi propose Paolo De Rosa?

Chi ne valutò il curriculum?

Il PD conosceva AI ODV?

Conosceva il rapporto indicato tra AI ODV e Autistici/Inventati?

De Rosa dichiarò spontaneamente quella attività?

Esiste un documento nel quale vengono dichiarati incarichi, associazioni o potenziali conflitti d’interesse degli esperti scelti dal partito?

E, dopo la decisione americana del 26 agosto:

De Rosa fa ancora parte del gruppo di lavoro del PD?

Sono domande alle quali si può rispondere in poche righe.

Il silenzio, invece, rischia di trasformarle in un problema politico molto più grande.

NON È UNA SENTENZA CONTRO DE ROSA. È UN ESAME PER IL PD

La distinzione deve essere chiarissima.

Paolo De Rosa non risulta condannato per terrorismo.

Non risulta personalmente inserito nella blacklist americana.

E l’inserimento di Autistici/Inventati nelle liste sanzionatorie statunitensi è un atto amministrativo americano, non una sentenza di un tribunale italiano.

Autistici/Inventati, inoltre, respinge le accuse americane.

Tutto questo va scritto.

Ma nessuno di questi elementi cancella ciò che ormai è documentato o necessita di essere chiarito.

Esiste una decisione ufficiale americana contro Autistici/Inventati.

Esiste una ricostruzione documentale sul ruolo di De Rosa nella costituzione di AI ODV.

Esiste un rapporto tra AI ODV e l’infrastruttura di Autistici/Inventati riportato da più fonti giornalistiche.

Esiste il curriculum istituzionale di De Rosa.

Ed esiste soprattutto un documento ufficiale del Partito Democratico che nel 2023 lo inserisce nel proprio gruppo nazionale sul digitale.

Il problema politico è tutto qui.

Il PD pretende da anni trasparenza sulle nomine altrui.

Adesso dimostri che quella trasparenza vale anche quando il nome da spiegare compare nei suoi documenti.

Elly Schlein non deve stabilire se Paolo De Rosa abbia commesso reati.

Quello spetta eventualmente alla magistratura.

Deve spiegare qualcosa di molto più semplice:

il Partito Democratico sapeva?

E se non sapeva:

perché non aveva controllato?

In entrambi i casi, una risposta è dovuta.

Perché quando si parla di persone che hanno lavorato su dati pubblici, infrastrutture cloud, strumenti sanitari digitali e identità elettronica europea, il curriculum non può essere letto a metà.

E la trasparenza non può funzionare soltanto quando serve per mettere sotto accusa gli avversari.


FONTI E DOCUMENTI

U.S. Department of the Treasury – “Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks”, 26 agosto 2026
Comunicato ufficiale del Dipartimento del Tesoro USA

Partito Democratico – “Gruppo di lavoro sulle politiche digitali e innovazione”, 13 settembre 2023
Pagina ufficiale del Partito Democratico

ANSA – Fidanza (FdI): Ue e Pd chiariscano su De Rosa
ANSA, 29 agosto 2026

ANSA – Torselli: “In gioco la sicurezza digitale Ue”
ANSA, 29 agosto 2026

La Verità – ricostruzione su Paolo De Rosa, AI ODV e Autistici/Inventati
La Verità, 30 agosto 2026

la Repubblica – “Da Immuni al Green Pass, avanza una Europa unita e digitale”
Intervento firmato anche da Paolo De Rosa

Camera dei Deputati – atti parlamentari relativi a Immuni
Documentazione parlamentare

EPSTEIN FILES, IL PARADOSSO MASSIE: ACCUSA IL GOVERNO, MA ORA DEVE CORREGGERE LA LEGGE CHE LUI STESSO PROMOSSE

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Il deputato repubblicano pronuncia alla Camera 14 nomi e accusa il Dipartimento di Giustizia di trattenere milioni di documenti. Ma c’è un dettaglio che nel racconto rischia di scomparire: Thomas Massie fu uno dei principali artefici dell’Epstein Files Transparency Act. E oggi presenta una seconda legge proprio per introdurre gli strumenti coercitivi che nella prima mancavano.

Thomas Massie ha deciso di alzare ulteriormente il livello dello scontro sugli Epstein Files.

Tra il 31 agosto e il 1° settembre 2026 il deputato repubblicano del Kentucky ha utilizzato l’aula della Camera dei Rappresentanti per pronunciare pubblicamente quattordici nomi che ha indicato come presunti “co-cospiratori” di Jeffrey Epstein e dei quali ha chiesto l’indagine e, se ne ricorressero i presupposti, il perseguimento.

Jes Staley, Leon Black, Les Wexner, David Copperfield, Lapo Elkann, Tom Pritzker, Glenn Dubin, Frédéric Fekkai, Edoardo Teodorani, Jean-Luc Brunel, Daniel Siad, Ramsey Elkholy, Andrew Mountbatten-Windsor — l’ex principe Andrea — e Lesley Groff.

L’iniziativa è reale e documentata.

Ma è necessario chiarire immediatamente un punto: essere nominati da un membro del Congresso non equivale a essere colpevoli di un reato. Le parole di Massie rappresentano accuse politiche e richieste d’indagine, non conclusioni giudiziarie. Diverse delle persone citate non sono state condannate, né necessariamente incriminate, per reati collegati a Epstein.

Massie ha poi scritto:

“I read the names of several Epstein coconspirators who should be investigated and prosecuted.”

Il messaggio politico è evidente: il Dipartimento di Giustizia, secondo il deputato, dovrebbe smettere di proteggere informazioni e cominciare a perseguire chi avrebbe collaborato con Epstein.

Ma proprio qui comincia il problema.

MASSIE NON È UNO SPETTATORE: LA PRIMA LEGGE PORTA IL SUO NOME

Ascoltando le dichiarazioni di queste ore si potrebbe avere l’impressione che Thomas Massie sia semplicemente il parlamentare che ha scoperto le insufficienze della legislazione e ora combatte contro un governo intenzionato a occultare la verità.

La storia è più complessa.

Massie fu infatti, insieme al democratico Ro Khanna, uno dei principali promotori dell’originale Epstein Files Transparency Act.

Il suo stesso ufficio parlamentare lo definiva apertamente il “Massie-Khanna Epstein Files Transparency Act”.

Massie non si limitò a votarlo.

Lo promosse politicamente, partecipò alla battaglia parlamentare per farlo arrivare in aula e raccolse le 218 firme necessarie alla discharge petition che costrinse la Camera a votare.

Il 18 novembre 2025 la legge passò alla Camera con uno schiacciante 427 voti contro 1.

Il giorno seguente, 19 novembre, il presidente Donald Trump la firmò.

Quindi quando oggi Massie denuncia l’insufficienza del sistema creato per rendere pubblici gli Epstein Files, non sta criticando una normativa costruita esclusivamente dai suoi avversari politici.

Sta denunciando anche i limiti di una legge di cui lui stesso fu uno dei principali artefici politici.

LA DOMANDA CHE MASSIE DOVREBBE SPIEGARE

Il punto non è sostenere che Massie abbia deliberatamente scritto una legge per nascondere gli Epstein Files.

Non esiste prova di questo.

Anzi, la sua attività parlamentare dimostra che Massie ha esercitato una pressione considerevole affinché i documenti venissero pubblicati.

La questione interessante è un’altra.

Se la prima legge era sufficiente a garantire la completa trasparenza, perché oggi serve un Epstein Files Transparency Act II?

E soprattutto:

perché gli strumenti che Massie considera oggi indispensabili non furono inseriti nella prima legge che lui stesso aveva promosso?

La risposta emerge direttamente dalla nuova proposta.

LA SECONDA LEGGE RIVELA LE DEBOLEZZE DELLA PRIMA

Il 15 luglio 2026 Massie ha presentato l’Epstein Files Transparency Act II, H.R. 9694.

Ed è sufficiente leggere ciò che prevede il nuovo disegno di legge per capire quali problemi Massie ritenga presenti nel sistema precedente.

La nuova legge vuole creare esplicitamente un private right of action.

In parole semplici, consentirebbe a procuratori statali, funzionari autorizzati degli Stati, membri del Congresso e vittime di Epstein di portare in tribunale l’Attorney General degli Stati Uniti quando ritengano che il Dipartimento di Giustizia stia illegittimamente trattenendo, oscurando, ritardando, nascondendo, rimuovendo o evitando di pubblicare documenti.

Ma non finisce qui.

L’EFTA II darebbe alle vittime il diritto di ottenere documentazione completa e non oscurata relativa alle proprie vicende, compresi determinati rapporti FBI.

Consentirebbe inoltre ai procuratori statali e locali di accedere ai documenti necessari per eventuali indagini e procedimenti.

E introduce un’altra disposizione estremamente significativa: impedirebbe esplicitamente al governo di invocare alcuni privilegi di common law, compreso il deliberative process privilege, per sottrarsi agli obblighi di disclosure stabiliti dalla prima legge.

La domanda politica diventa quindi inevitabile:

se tutto questo è necessario oggi, perché non era previsto ieri?

IL DOJ HA UTILIZZATO PROPRIO ALCUNI DI QUEI MARGINI

Il Dipartimento di Giustizia sostiene di aver rispettato la legge.

Il 30 gennaio 2026 il DOJ annunciò la pubblicazione di oltre 3 milioni di nuove pagine, portando il totale a quasi 3,5 milioni di pagine, oltre a più di 2.000 video e 180.000 immagini.

Il Dipartimento spiegò inoltre che il materiale non pubblicato rientrava principalmente in quattro categorie: documenti duplicati, documenti coperti da privilegi, materiale rientrante nelle eccezioni previste dalla legge e materiale completamente estraneo ai casi Epstein o Maxwell.

Ed ecco il particolare politicamente esplosivo.

Tra le ragioni esplicitamente indicate dal DOJ per trattenere documenti comparivano proprio il deliberative process privilege e l’attorney-client privilege.

Ora confrontiamo questo con la nuova legge di Massie.

L’EFTA II vuole esplicitamente impedire l’utilizzo dei privilegi di common law — incluso il deliberative process privilege — per eludere gli obblighi della prima legge.

In pratica, Massie sta cercando oggi di chiudere una porta che il DOJ sostiene di aver potuto utilizzare dopo l’approvazione della normativa originale.

Questo non dimostra un complotto di Massie.

Dimostra però qualcosa di politicamente rilevante:

la prima legge non aveva eliminato tutti i margini interpretativi che oggi lo stesso Massie considera responsabili dell’insufficiente disclosure.

E ORA MASSIE ATTACCA TRUMP

È a questo punto che la vicenda diventa anche politica.

Massie è da tempo uno dei repubblicani più conflittuali nei confronti di Donald Trump e sulla questione Epstein ha trasformato la trasparenza dei file in uno dei terreni principali dello scontro con l’amministrazione.

La critica può essere legittima.

Se il DOJ non sta rispettando la legge, il Congresso ha non soltanto il diritto ma il dovere di esercitare il proprio potere di controllo.

Ma Massie non può essere rappresentato come un osservatore completamente estraneo al problema legislativo.

La prima legge era anche la sua battaglia.

Fu lui a presentarla con Khanna.

Fu lui a raccogliere le firme.

Fu lui a rivendicarne l’approvazione come una vittoria.

Ed è sempre lui che oggi sostiene che occorre una seconda legge per ottenere gli strumenti necessari a far rispettare davvero la prima.

Questa circostanza rende perfettamente legittimo chiedersi quanto dell’offensiva attuale sia una battaglia istituzionale per la trasparenza e quanto sia diventato anche uno strumento dello scontro politico interno al Partito Repubblicano e contro Trump.

Attribuire a Massie una precisa intenzione opportunistica richiederebbe prove.

Constatare che sta utilizzando politicamente il caso, invece, è difficilmente contestabile: lo sta portando pubblicamente contro l’amministrazione, utilizzando discorsi alla Camera, accuse al DOJ, conferenze stampa e una nuova discharge petition.

IL PARADOSSO DELLE 218 FIRME

La storia sembra quasi ripetersi.

Nel 2025 Massie raccolse le 218 firme necessarie a forzare il voto sulla prima legge.

Ora sta nuovamente cercando 218 firme per una discharge petition destinata a portare in aula l’Epstein Files Transparency Act II.

La prima volta il messaggio era:

approvate la legge e costringiamo il governo a pubblicare i file.

La seconda volta diventa:

la prima legge non basta, dobbiamo approvarne un’altra per costringere il governo a rispettarla.

Ed è proprio questa sequenza che dovrebbe essere al centro del dibattito.

Non perché dimostri che Massie abbia voluto proteggere qualcuno.

Ma perché solleva una questione di responsabilità legislativa.

Un parlamentare che rivendica la paternità politica di una legge deve rivendicarne i successi, ma dovrebbe anche rispondere delle sue insufficienze.

TRE MILIONI DI FILE NASCOSTI? ATTENZIONE AI NUMERI

Massie sostiene che il governo continui a trattenere oltre tre milioni di documenti o pagine legati al caso.

Anche qui bisogna distinguere l’accusa dalla posizione ufficiale del governo.

Il DOJ afferma di aver inizialmente raccolto circa sei milioni di pagine potenzialmente responsive e di averne pubblicate quasi 3,5 milioni.

Secondo il Dipartimento, la differenza non equivale automaticamente a “tre milioni di documenti segreti”: comprende duplicati, documentazione coperta da privilegi, materiale escluso dalla legge e materiale estraneo ai procedimenti Epstein-Maxwell.

Massie e altri membri del Congresso contestano questa interpretazione.

La controversia è quindi reale.

Ma non è ancora corretto trasformare automaticamente i circa tre milioni di pagine non pubblicate in tre milioni di prove occultate contro potenti amici del governo.

È precisamente ciò che deve essere verificato.

Tanto che l’Office of Inspector General del Dipartimento di Giustizia ha aperto un audit sulla conformità del DOJ all’Epstein Files Transparency Act, concentrandosi proprio sull’identificazione, raccolta, oscuramento e pubblicazione dei documenti.

I 14 NOMI NON SONO 14 CONDANNE

Lo stesso principio deve essere applicato ai nomi pronunciati da Massie.

Quando un membro del Congresso utilizza la parola “coconspirators”, l’impatto mediatico è enorme.

Ma un’affermazione pronunciata nell’aula della Camera non sostituisce un processo.

Jean-Luc Brunel, per esempio, affrontò procedimenti giudiziari in Francia prima di morire in carcere nel 2022.

Andrew Mountbatten-Windsor fu accusato da Virginia Giuffre e raggiunse nel 2022 un accordo nella causa civile senza ammissione di responsabilità.

Per gli altri casi occorre analizzare individualmente documenti, testimonianze, rapporti finanziari e procedimenti.

Mettere tutti nello stesso elenco non significa che esista per tutti lo stesso livello di evidenza.

E proprio perché Massie chiede al DOJ di “indagare e perseguire” queste persone, implicitamente riconosce che l’accertamento penale deve ancora essere effettuato.

MASSIE PUÒ ACCUSARE IL DOJ. MA NON PUÒ CANCELLARE LA PROPRIA PARTE NELLA STORIA

Il punto politico della vicenda Epstein non dovrebbe diventare una gara tra tifoserie.

Se esistono documenti che possono essere legalmente pubblicati, devono essere pubblicati.

Se qualcuno ha partecipato ai crimini di Epstein, deve essere indagato indipendentemente dal patrimonio, dal cognome o dalle amicizie politiche.

Se il Dipartimento di Giustizia ha utilizzato illegittimamente privilegi o redazioni per aggirare una legge del Congresso, dovrà risponderne.

Ma anche chi scrive le leggi deve rispondere delle leggi che scrive.

Ed è qui che Thomas Massie si trova davanti alla contraddizione più difficile.

Nel 2025 Massie presentò la sua legge come lo strumento che avrebbe aperto gli Epstein Files.

Nel 2026 Massie sostiene che serve una seconda legge per costringere il DOJ a fare ciò che la prima avrebbe dovuto ottenere.

La nuova proposta introduce il diritto di fare causa, amplia l’accesso ai documenti e chiude esplicitamente alcune vie legali utilizzabili per giustificare il mancato rilascio.

Sono miglioramenti che Massie considera oggi indispensabili.

E allora la domanda non dovrebbe essere rivolta soltanto a Trump, al procuratore generale o al Dipartimento di Giustizia.

Dovrebbe essere rivolta anche a Thomas Massie:

se questi strumenti erano indispensabili per impedire al governo di trattenere i file, perché non li avete inseriti nella legge originale?

Massie ha tutto il diritto di chiedere trasparenza.

Ha tutto il diritto di denunciare eventuali violazioni.

Ha persino il diritto di correggere una legge che si sia dimostrata insufficiente.

Ma se oggi utilizza quelle insufficienze come arma politica contro l’amministrazione, la sua responsabilità nella costruzione del primo meccanismo legislativo non può semplicemente scomparire dal racconto.

È forse questo il vero paradosso degli Epstein Files.

Massie oggi si presenta come uno dei principali accusatori del sistema.

Ma una parte del sistema legislativo che considera insufficiente porta anche il suo nome.


FONTI E DOCUMENTI

Ufficio del deputato Thomas Massie — Epstein Files Transparency Act II, 15 luglio 2026
Comunicato ufficiale che descrive H.R. 9694 e le nuove possibilità di azione giudiziaria contro il DOJ:
https://massie.house.gov/news/documentsingle.aspx?DocumentID=395849

GovInfo — H.R. 9694, Epstein Files Transparency Act II
Testo e iter ufficiale del nuovo disegno di legge:
https://www.govinfo.gov/app/details/BILLS-119hr9694ih

Ufficio del deputato Thomas Massie — approvazione del Massie-Khanna Epstein Files Transparency Act
Comunicato del 18 novembre 2025 sull’approvazione per 427-1 e sulla discharge petition promossa da Massie:
https://massie.house.gov/news/documentsingle.aspx?DocumentID=395780

Ufficio del deputato Thomas Massie — presentazione dell’Epstein Files Transparency Act
Documentazione ufficiale della campagna Massie-Khanna iniziata nel luglio 2025:
https://massie.house.gov/news/documentsingle.aspx?DocumentID=395739

U.S. Department of Justice — 3,5 milioni di pagine pubblicate
Comunicato ufficiale del 30 gennaio 2026 con le categorie di documenti non prodotti e i privilegi invocati:
https://www.justice.gov/opa/pr/department-justice-publishes-35-million-responsive-pages-compliance-epstein-files

U.S. Department of Justice — Epstein Library / DOJ Disclosures
Archivio ufficiale dei documenti pubblicati:
https://www.justice.gov/epstein/doj-disclosures

DOJ Office of Inspector General — Audit sulla conformità all’Epstein Files Transparency Act
Audit aperto il 23 aprile 2026 sulle procedure di raccolta, redazione e pubblicazione del DOJ:
https://oig.justice.gov/ongoing-work/audit-department-justices-compliance-epstein-files-transparency-act

Lettera Massie-Khanna al DOJ, 30 gennaio 2026
Richiesta di accesso ai documenti non oscurati e contestazione delle redazioni:
https://massie.house.gov/UploadedFiles/Reps._Khanna_and_Massie_Letter_to_DAG_Blanche_1.30.26_final.pdf

Agenzia Nova, 1 settembre 2026
Resoconto dell’intervento di Massie, dei nomi pronunciati e della nuova discharge petition.

The Guardian, 1 settembre 2026
Resoconto internazionale dell’intervento alla Camera e delle accuse rivolte alle persone nominate.

L’“Asse della Resistenza” combatte sionismo e imperialismo americano. Intanto i suoi leader accumulano milioni e il popolo fa la fame

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I “duri e puri” della rivoluzione: sacrifici per gli altri, patrimoni e società offshore per le élite. Le nuove accuse americane contro i vertici iraniani mostrano ancora una volta il grande paradosso della cosiddetta Resistenza: retorica rivoluzionaria per le masse, denaro e privilegi per chi comanda.

Per anni ci hanno raccontato la stessa favola.

La Repubblica Islamica dell’Iran sarebbe il cuore dell’“Asse della Resistenza”, l’avanguardia della lotta contro il sionismo, l’imperialismo americano, il capitalismo occidentale e il dominio finanziario degli Stati Uniti.

Il popolo deve resistere.

Il popolo deve soffrire.

Il popolo deve accettare isolamento, inflazione, scarsità, repressione e sacrifici perché esisterebbe una missione superiore: combattere il Grande Satana americano e i suoi alleati.

Poi arriva Scott Bessent, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, e mette sul tavolo un’accusa che, se confermata nei singoli casi, rende questa retorica quasi grottesca.

Washington sostiene di sapere dove si trovano conti offshore, società fiduciarie e proprietà immobiliari riconducibili agli uomini del sistema iraniano.

Il messaggio rivolto da Bessent ai vertici del regime è stato brutale: gli Stati Uniti affermano di conoscere l’ubicazione di conti nelle Isole Vergini britanniche e di proprietà immobiliari di enorme valore sparse nel mondo. Bessent ha annunciato l’intenzione di congelare questi patrimoni e di colpire quelli che Washington considera asset illegittimamente sottratti al popolo iraniano.

Non è soltanto retorica da conferenza stampa.

Il 1° settembre Reuters ha riferito che il Tesoro americano prepara nuove sanzioni contro istituzioni finanziarie iraniane e che Bessent intende proseguire la pressione contro gli asset internazionali collegati al regime e all’IRGC.

Ed è qui che la propaganda della “Resistenza” incontra una domanda molto semplice.

Compagni della Resistenza, perché i soldi sono nei paradisi finanziari occidentali?

Se l’Occidente è il male assoluto, perché una parte della ricchezza attribuita alle élite del sistema iraniano finisce proprio dentro gli strumenti finanziari e societari del mondo occidentale?

Perché le masse devono combattere il capitalismo globale mentre gli uomini vicini al potere vengono accusati di utilizzare società offshore, intermediari finanziari, immobili internazionali e circuiti bancari globali?

Il Tesoro americano aveva già formulato accuse molto precise.

Il 10 luglio 2026 OFAC ha sanzionato Ali Ansari, descritto dalle autorità statunitensi come il gestore di una rete internazionale di attività finanziarie e immobiliari a beneficio di Mojtaba Khamenei e di altre figure dell’élite iraniana.

Secondo il Tesoro, Ansari avrebbe contribuito a trasformare ricchezza finanziata con risorse pubbliche in un portafoglio internazionale di proprietà e attività commerciali destinato ad arricchire uomini vicini al vertice della Repubblica Islamica.

È un’accusa americana, naturalmente, e come tale deve essere presentata.

Ma non è uno slogan su X.

È contenuta in un provvedimento ufficiale dell’Office of Foreign Assets Control.

Il Tesoro afferma inoltre di aver individuato reti di “shadow banking”, società di facciata e circuiti internazionali utilizzati per spostare miliardi di dollari e aggirare le sanzioni.

E mentre questi capitali viaggerebbero attraverso il pianeta, agli iraniani viene spiegato che bisogna stringere la cintura per difendere la Rivoluzione.

Fame per il popolo, ricchezza per le élite

Questa è la parte che i cantori occidentali dell’“Asse della Resistenza” preferiscono ignorare.

Nel gennaio 2026 lo stesso Tesoro americano, annunciando nuove sanzioni, accusava esplicitamente le reti finanziarie vicine al regime di riciclare i proventi delle risorse naturali iraniane mentre la popolazione affrontava inflazione e gravissimi squilibri economici.

A maggio Washington accusava inoltre l’IRGC di utilizzare società di facciata per vendere petrolio e convogliare i ricavi verso apparati militari, programmi d’armamento e proxy regionali anziché verso una popolazione in difficoltà.

Si può contestare la politica americana.

Si possono criticare le sanzioni.

Si può sostenere che una parte delle sofferenze economiche iraniane sia aggravata proprio dalla pressione occidentale.

Tutto legittimo.

Ma resta una domanda che non scompare pronunciando cento volte le parole “imperialismo” e “sionismo”:

dove finiscono i soldi?

Perché questa è sempre stata la domanda che terrorizza le oligarchie rivoluzionarie.

La rivoluzione è sempre per gli altri

La storia è piena di sistemi politici che hanno chiesto sacrifici permanenti al popolo in nome di una battaglia definitiva.

Il nemico è sempre alle porte.

La patria è sempre sotto assedio.

Il momento è sempre troppo grave per chiedere conto a chi governa.

Chi domanda dove siano finiti i soldi diventa un traditore.

Chi denuncia i privilegi ai vertici lavora per il nemico.

Chi contesta il potere indebolisce la Resistenza.

È un meccanismo straordinariamente conveniente.

Perché permette di trasformare qualsiasi fallimento interno in conseguenza dell’aggressione esterna e qualsiasi richiesta di trasparenza in un atto di sabotaggio.

Il cittadino deve sacrificarsi.

Il rivoluzionario professionista, evidentemente, molto meno.

I “combattenti antimperialisti” con i patrimoni globalizzati

Ed eccoci al paradosso più spettacolare.

L’ideologia denuncia la finanza internazionale, ma per nascondere e trasferire denaro servono precisamente reti finanziarie internazionali.

Si condanna il capitalismo occidentale, ma gli immobili di prestigio si comprano nelle grandi piazze globali.

Si maledice il dollaro, ma essere esclusi dal sistema finanziario denominato in dollari diventa una minaccia esistenziale.

Si predica l’autarchia al popolo mentre le élite cercano accesso alla globalizzazione.

Anticapitalisti nei comizi, globalisti quando devono proteggere il patrimonio.

È la vecchia storia del potere travestito da rivoluzione.

Bessent: «Sappiamo dove sono»

L’offensiva americana ha ormai anche un nome: Operation Economic Outcast.

Il 24 agosto il Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato una campagna destinata a colpire sistematicamente i collegamenti finanziari internazionali dell’Iran.

Bessent ha dichiarato che Washington avrebbe mappato nodi, facilitatori e reti utilizzati dall’Iran per vendere petrolio e aggirare le sanzioni.

Il 1° settembre ha alzato ulteriormente il tiro.

Il messaggio agli uomini del regime può essere riassunto così:

sappiamo dove sono i vostri soldi.

Bessent ha parlato pubblicamente di conti nelle Isole Vergini britanniche, trust e proprietà immobiliari del valore di cento milioni di dollari.

E ha annunciato:

«Li congeleremo».

Ha inoltre sostenuto che Washington intende perseguire gli asset considerati illegittimi e sottratti agli iraniani.

Quei beni, secondo Bessent, potrebbero eventualmente essere destinati al popolo iraniano o alle vittime del terrorismo.

Il Dipartimento di Giustizia americano dispone già di precedenti in materia: nel marzo 2026 ha annunciato un accordo da circa 318 milioni di dollari derivante da un lungo procedimento di confisca relativo a interessi iraniani in un immobile di Manhattan, con fondi destinati a vittime del terrorismo sponsorizzato dall’Iran.

E allora chi sta davvero facendo sacrifici?

La domanda dovrebbe essere posta soprattutto a chi, comodamente seduto in Europa, continua a dipingere l’“Asse della Resistenza” come una specie di romantica brigata internazionale antimperialista.

Resistenza di chi?

Sacrificio di chi?

Perché il giovane iraniano che vede evaporare il proprio salario deve sacrificarsi per la geopolitica regionale mentre uomini appartenenti o vicini all’apparato vengono accusati di possedere patrimoni internazionali?

Perché il cittadino deve sopportare l’inflazione mentre miliardi passano attraverso reti bancarie clandestine?

Perché l’operaio deve accettare la miseria per combattere il capitalismo mentre qualcuno, ai piani superiori della Rivoluzione, avrebbe imparato perfettamente a utilizzare trust, società offshore e proprietà internazionali?

La risposta è vecchia quanto il potere.

Perché la rivoluzione chiede quasi sempre agli altri di pagare il conto.

I duri e puri sono sempre uguali

Cambiano le bandiere.

Cambiano gli slogan.

Cambiano i nemici.

Una volta era la borghesia internazionale. Oggi sono il sionismo, l’imperialismo americano e l’Occidente decadente.

Ma alla fine il meccanismo rischia di essere sempre lo stesso:

fame e sacrifici per il popolo, privilegi per l’élite.

Ed è questo il punto che nessuna propaganda sulla “Resistenza” può cancellare.

Se le accuse americane sui singoli patrimoni saranno dimostrate fino in fondo, il problema non sarà soltanto finanziario. Sarà politico e morale.

Perché un sistema che costruisce la propria legittimità sul sacrificio collettivo non può pretendere che il popolo viva da rivoluzionario mentre chi governa vive da oligarca.

Non puoi chiedere a milioni di persone di combattere l’Occidente e contemporaneamente mettere al sicuro la ricchezza nei suoi circuiti finanziari.

Non puoi trasformare la povertà in una medaglia patriottica per chi sta sotto e il denaro internazionale in un diritto acquisito per chi sta sopra.

E soprattutto non puoi chiamare tutto questo “Resistenza” aspettandoti che nessuno, prima o poi, chieda di vedere i conti.

Fonti

U.S. Department of the Treasury — Operation Economic Outcast, 24 agosto 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0614

U.S. Department of the Treasury — Ali Ansari e reti finanziarie legate alle élite iraniane, 10 luglio 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0558

U.S. Department of the Treasury — Shadow banking e repressione, 15 gennaio 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0364

U.S. Department of the Treasury — Operazioni petrolifere dell’IRGC, 11 maggio 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0498

U.S. Department of the Treasury — Reti finanziarie clandestine iraniane, 7 agosto 2026
https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0596

U.S. Department of Justice — Recupero di circa 318 milioni di dollari per vittime del terrorismo sponsorizzato dall’Iran, 23 marzo 2026
https://www.justice.gov/usao-sdny/pr/sdny-announces-recovery-hundreds-millions-dollars-victims-iran-sponsored-terrorism-0

Reuters — Bessent annuncia nuove sanzioni bancarie e la caccia agli asset dell’IRGC, 1° settembre 2026
https://www.reuters.com/world/china/bessent-says-us-likely-announce-iran-bank-sanctions-this-week-2026-09-01/

Solidarietà a Bishkek, priorità altrove: perché Putin non salva Teheran

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Putin promette sostegno all’Iran, ma il trattato russo-iraniano non obbliga Mosca a combattere. Ucraina, rapporti con Washington e soprattutto Artico spiegano la prudenza del Cremlino.

La stretta di mano di Bishkek

A Bishkek, il 1° settembre 2026, Vladimir Putin e Masoud Pezeshkian si sono stretti nuovamente la mano a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organisation.

Le parole pubbliche sono state quelle di una relazione che entrambi continuano a definire strategica: solidarietà, cooperazione, opposizione alle pressioni occidentali, sostegno politico e sviluppo dei rapporti economici.

Putin ha dichiarato che la Russia è «solidale con il popolo iraniano» e ha elogiato «il coraggio e la determinazione» mostrati da Teheran nella difesa dei propri interessi nazionali.

Pezeshkian ha ricambiato ringraziando Mosca per le posizioni assunte durante la guerra e negli anni delle sanzioni americane:

«Questo dimostra che la nostra è una relazione strategica; non è una relazione ordinaria».

È significativo, tuttavia, ciò che manca.

Non c’è l’annuncio dell’invio di truppe russe. Non c’è una forza di spedizione. Non viene evocato un intervento diretto contro gli Stati Uniti. E soprattutto non esiste un obbligo giuridico che imponga al Cremlino di entrare in guerra per salvare la Repubblica islamica.

È precisamente qui che finisce la retorica della “partnership strategica” e comincia la geopolitica.

Il Cremlino sostiene Teheran. Ma fino a un certo punto

La Russia ha tutto l’interesse a evitare una sconfitta strategica dell’Iran.

Teheran rappresenta un partner importante nel Caucaso, nel Caspio e lungo l’International North-South Transport Corridor. Russia e Iran condividono inoltre l’interesse a ridurre la capacità degli Stati Uniti di condizionare gli equilibri regionali e hanno costruito negli ultimi anni una cooperazione militare, economica e tecnologica sempre più profonda.

Questo non significa, però, che Mosca consideri la sopravvivenza della Repubblica islamica equivalente alla propria sicurezza nazionale.

Ed è una distinzione enorme.

Il Cremlino può fornire assistenza diplomatica, intelligence, tecnologia, cooperazione militare-tecnica, ricambi e materiale. Può utilizzare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e altri organismi internazionali per sostenere Teheran.

Può persino contribuire indirettamente ad aumentare il costo delle operazioni americane.

Quello che non vuole fare è trasformare una guerra americano-iraniana in una guerra russo-americana.

Bishkek lo rende evidente.

Un trattato strategico costruito per non diventare un’alleanza militare

La risposta è scritta nel Trattato sul partenariato strategico globale firmato da Putin e Pezeshkian a Mosca il 17 gennaio 2025.

Il documento, valido vent’anni, amplia enormemente la cooperazione nei settori militare, energetico, finanziario, commerciale, scientifico e tecnologico.

Ma contiene un dettaglio fondamentale.

Non esiste una clausola di mutua difesa.

Se una delle due parti viene attaccata, l’altra si impegna a non assistere militarmente o in altro modo l’aggressore. Russia e Iran possono consultarsi, coordinarsi e sviluppare la cooperazione militare-tecnica.

Non sono però obbligate a entrare in guerra.

È una differenza sostanziale rispetto al trattato russo-nordcoreano, che contiene invece una clausola esplicita di assistenza militare in caso di aggressione.

Il Carnegie Endowment sintetizzò già nel 2025 il punto fondamentale: il trattato con Teheran non costituisce una vera alleanza militare e non crea obblighi di intervento diretto.

La parola “strategico”, quindi, non deve essere confusa con “difesa collettiva”.

Mosca e Teheran hanno costruito deliberatamente qualcosa di diverso dalla NATO.

La prima priorità russa resta l’Ucraina

C’è poi una ragione molto più concreta: le risorse.

Dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia continua a sostenere uno sforzo militare gigantesco sul teatro ucraino.

Uomini, missili, munizioni, droni, sistemi antiaerei, capacità ISR, logistica e produzione industriale sono assorbiti da quella guerra.

Per il Cremlino aprire volontariamente un secondo teatro ad alta intensità contro gli Stati Uniti sarebbe un salto strategico enorme.

L’Iran dista migliaia di chilometri dai principali centri logistici russi. Mosca non dispone sul territorio iraniano di una struttura militare paragonabile a quella costruita in altri teatri e un intervento diretto richiederebbe capacità aeree, difesa antiaerea, intelligence e logistica che servono anche sul fronte europeo.

La domanda, dunque, non è se Putin preferisca Teheran a Washington.

È un’altra:

quanto è disposto a pagare per Teheran?

La risposta, almeno finora, sembra essere: molto meno di quanto sta pagando per l’Ucraina.

Putin non vuole trasformare Trump in un nemico senza ritorno

Esiste inoltre un secondo livello.

Il Cremlino continua ad avere interesse a mantenere aperto un canale con Donald Trump.

L’Ucraina resta il dossier principale. Sul tavolo ci sono sanzioni, sicurezza europea, rapporti economici e possibilità di una futura normalizzazione.

Entrare direttamente nella guerra al fianco dell’Iran significherebbe probabilmente distruggere tutto questo.

Mosca si troverebbe non più a sostenere indirettamente un avversario degli Stati Uniti, ma a combattere materialmente le forze americane.

La differenza sarebbe radicale.

Putin può permettersi di aiutare Teheran.

Molto più difficilmente può permettersi di uccidere soldati americani per Teheran.

Poi c’è Israele

Anche il rapporto russo-israeliano pesa.

Mosca e Gerusalemme sono avversari su numerosi dossier, ma la Russia non ha mai avuto interesse a trasformare Israele in un nemico strategico permanente.

Esistono rapporti economici, una consistente comunità russofona in Israele e decenni di canali politici e diplomatici.

Lo stesso ragionamento vale per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri Paesi del Golfo.

Per Putin, l’Iran è importante.

Ma non abbastanza da sacrificare contemporaneamente Washington, Israele e le monarchie del Golfo.

L’altra grande partita russa si gioca nell’Artico

C’è infine una dimensione spesso trascurata.

Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata su Ucraina e Medio Oriente, Mosca sta investendo enormi risorse politiche, militari e infrastrutturali nell’Artico.

Per la Federazione Russa il Grande Nord non è un teatro periferico.

È una delle fondamenta della sua potenza futura.

La Northern Sea Route corre lungo migliaia di chilometri di costa russa e potrebbe diventare progressivamente una grande arteria commerciale tra Asia ed Europa.

Petrolio, gas, LNG, minerali, infrastrutture portuali e rompighiaccio si intrecciano con qualcosa di ancora più importante: la deterrenza nucleare.

La penisola di Kola e la Flotta del Nord costituiscono uno dei pilastri della capacità strategica russa.

Non sorprende quindi che il 31 agosto, appena un giorno prima dell’incontro Putin-Pezeshkian, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov abbia definito l’aumento delle attività NATO nell’Artico una «minaccia diretta» per la sicurezza russa.

Mosca considera l’Artico contemporaneamente una frontiera economica, militare e geopolitica.

Cina e Russia costruiscono una strada a nord

La Cina occupa un posto centrale in questo progetto.

Mosca cerca da anni di trasformare la Northern Sea Route in un corridoio commerciale stabile verso l’Asia.

Nell’agosto 2026 Rosatom ha annunciato di aver autorizzato sette navi cinesi a transitare verso l’Europa lungo la NSR. Secondo il direttore generale Aleksej Likhachev, il programma del 2026 dovrebbe rappresentare un salto rispetto ai precedenti viaggi sperimentali, puntando verso un servizio container regolare durante la stagione di navigazione.

La logica è evidente.

Suez può essere vulnerabile.

Hormuz può diventare un campo di battaglia.

La rotta artica, invece, corre in larga parte lungo coste controllate dalla Russia.

Per Mosca non è semplicemente una scorciatoia commerciale.

È autonomia strategica.

E l’India completa il triangolo

Anche l’India occupa una posizione crescente nei calcoli russi.

Il collegamento fra Northern Sea Route, International North-South Transport Corridor e rotte verso l’Oceano Indiano permette a Mosca di immaginare una rete commerciale sempre meno dipendente dalle infrastrutture controllate dall’Occidente.

Cina e India sono quindi molto più che compratori di materie prime russe.

Sono elementi della strategia con cui il Cremlino tenta di spostare verso l’Eurasia una parte crescente dei propri flussi economici.

L’Iran può partecipare a questa architettura.

Ma proprio per questo Mosca preferisce che sopravviva come Stato funzionante e partner commerciale, non che diventi la scintilla di una guerra diretta fra Russia e Stati Uniti.

Anche Washington può servire nell’Artico

Qui emerge quello che sembra un paradosso.

La Russia considera la NATO una minaccia crescente nel Grande Nord, ma allo stesso tempo non ha necessariamente interesse a escludere per sempre capitali e tecnologia occidentali dai giganteschi progetti energetici artici.

Se in futuro un accordo politico con Washington consentisse una parziale riduzione delle sanzioni, Mosca avrebbe forti incentivi economici a riaprire alcuni dossier.

Idrocarburi, LNG, infrastrutture e materie prime artiche valgono molto più di una dimostrazione simbolica di fedeltà a Teheran.

Ed è qui che la gerarchia degli interessi russi diventa evidente.

La Russia non è disposta a sanguinare per l’Iran

Bishkek permette quindi di separare propaganda e strategia.

Russia e Iran sono partner.

Sono avversari degli Stati Uniti su numerosi dossier.

Cooperano militarmente.

Collaborano contro le sanzioni.

Condividono l’obiettivo di un sistema internazionale meno dominato da Washington.

Ma non sono alleati militari nel senso tradizionale del termine.

Il trattato del 2025 lo dimostra.

La Russia può aiutare l’Iran senza combattere per l’Iran.

Ed è esattamente ciò che sta facendo.

La vera gerarchia del Cremlino

Ridotto all’essenziale, il calcolo russo appare piuttosto chiaro:

  • il trattato con Teheran non impone la difesa militare reciproca;
  • l’Ucraina continua ad assorbire una parte enorme delle capacità militari russe;
  • uno scontro diretto con Washington moltiplicherebbe enormemente i rischi;
  • Mosca vuole mantenere margini di dialogo con Trump;
  • non vuole compromettere definitivamente i rapporti con Israele e con il Golfo;
  • Cina, India e Northern Sea Route rappresentano interessi economici di lunghissimo periodo;
  • l’Artico è direttamente collegato alla sicurezza nucleare e alla futura capacità economica russa.

L’Iran rimane importante.

Ma non è la Russia.

E nella politica delle grandi potenze questa distinzione conta più di qualsiasi dichiarazione di amicizia.

Solidarietà, sì. Guerra, no.

A Bishkek Putin ha offerto a Pezeshkian quello che Mosca è disposta a offrire: legittimazione politica, solidarietà, cooperazione economica e sostegno.

Pezeshkian ha risposto definendo il rapporto «strategico».

Entrambi dicono la verità.

Il problema nasce soltanto quando “strategico” viene tradotto automaticamente con “alleato militare”.

Non lo è.

La Russia vuole che l’Iran resista abbastanza da non consegnare agli Stati Uniti una vittoria geopolitica decisiva.

Ma non vuole salvarlo al prezzo di una guerra russo-americana.

Perché Putin ha davanti una gerarchia di interessi molto precisa.

L’Ucraina è la guerra che sta combattendo.

L’Artico è la partita che vuole vincere.

Washington è il nemico con cui deve comunque continuare a trattare.

Teheran viene dopo.

Ed è forse questo il messaggio più importante uscito dalla stretta di mano di Bishkek: nelle relazioni internazionali la solidarietà può essere sincera, ma non per questo è illimitata.


Fonti e riferimenti

Incontro Putin–Pezeshkian, Bishkek, 1 settembre 2026

ANSA – “Putin a Pezeshkian, ‘ammiriamo vostro coraggio nella lotta per interessi nazionali’”
https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/09/01/putin-a-pezeshkian-ammiriamo-vostro-coraggio-nella-lotta-per-interessi-nazionali_ca728102-0ca2-4130-824d-607d546fd8ef.html

ANSA – “Pezeshkian ringrazia Putin ‘per le sue posizioni nella guerra con gli Usa’”
https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/mediooriente/2026/09/01/pezeshkian-ringrazia-putin-per-le-sue-posizioni-nella-guerra-con-gli_427b12b3-82ce-4125-8c73-6238936c585d.html

Reuters – Iran’s president says Tehran will reciprocate if US honours interim deal commitments
https://www.reuters.com/world/middle-east/irans-president-says-tehran-will-reciprocate-if-us-honours-interim-deal-2026-09-01/

Trattato Russia–Iran del 17 gennaio 2025

Reuters – Key provisions of Russia-Iran strategic cooperation treaty
https://www.reuters.com/world/key-provisions-russia-iran-strategic-cooperation-treaty-2025-01-17/

Reuters – Factbox: What are Russia’s strategic treaties with Iran, North Korea and China?
https://www.investing.com/news/stock-market-news/factboxwhat-are-russias-strategic-treaties-with-iran-north-korea-and-china-3819270

Carnegie Endowment – New Russia-Iran Treaty Reveals the Limits of Their Partnership
https://carnegieendowment.org/russia-eurasia/politika/2025/01/russia-iran-strategic-agreement

Analisi Difesa – Il testo del Trattato di cooperazione strategica tra Russia e Iran
https://www.analisidifesa.it/2025/01/il-testo-del-trattato-tra-russia-iran/

Associated Press – Russia and Iran sign a partnership treaty to deepen their ties
https://apnews.com/article/71a20990373851741d1fe76a81699036

RFE/RL – Amid Biting Sanctions, Russia And Iran Sign Pact To Deepen Ties
https://www.rferl.org/a/iran-russia-putin-pezeshkian-treaty-ukraine-shahed-drones/33278795.html

Artico e Northern Sea Route

Reuters – NATO’s Arctic moves pose ‘direct threat’ to Russia, Lavrov says
https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/natos-arctic-moves-pose-direct-threat-russia-foreign-minister-lavrov-says-2026-08-31/

Reuters – Rosatom says seven Chinese vessels will sail to Europe via Russia’s Arctic route
https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/08/07/rosatom-says-seven-chinese-vessels-will-sail-to-europe-via-russia-s-arctic-route

Government of the Russian Federation – Development and navigation along the Northern Sea Route
https://government.ru/en/news/58222/

Financial Times – South Korea challenges China for Arctic sea route to Europe
https://www.ft.com/content/3b4c4dc2-3b26-4973-b1c3-4286bc072bb2

Approfondimenti sulla natura della partnership russo-iraniana

Institute for the Study of War – Russia, Iran ink strategic partnership accord, but there’s no mutual defense clause
https://bcfausa.org/institute-for-the-study-of-war-russia-iran-ink-strategic-partnership-accord-but-theres-no-mutual-defense-clause/

Al Jazeera – Analysis: Russia, Iran strengthen alliance after Syria setback
https://www.aljazeera.com/news/2025/1/18/iran-russia-analysis-syria-setback

UNIONE EUROPEA / ISLANDA

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Uno schiaffo artico per Ursula von der Leyen

Reykjavík ha rifiutato persino di riaprire i negoziati di adesione. Bruxelles perde una vetrina politica e riceve un avvertimento sulla propria capacità di attrazione.

L’Islanda ha votato. Non sull’ingresso immediato nell’Unione Europea e nemmeno sull’approvazione di un trattato già negoziato. Agli elettori è stato chiesto soltanto se il governo dovesse riprendere i colloqui di adesione interrotti oltre dieci anni fa.

La risposta è stata netta: il 52,8 per cento ha votato “No”, contro il 47,2 per cento favorevole. L’affluenza ha raggiunto l’82,5 per cento, una partecipazione che impedisce di liquidare il risultato come il prodotto dell’indifferenza o della disinformazione di una minoranza.

Un Paese di circa 400.000 abitanti, già inserito nel mercato unico europeo attraverso lo Spazio economico europeo, membro di Schengen e della NATO, ha deciso che non valeva la pena compiere il passo successivo. Non ha voluto neppure sedersi nuovamente al tavolo.

Il Paese che Bruxelles avrebbe voluto esibire

Per la Commissione europea l’Islanda sarebbe stata un candidato ideale. Non un Paese impoverito in cerca di fondi, né uno Stato destabilizzato dalla guerra o interessato all’adesione principalmente per ragioni di sicurezza.

Reykjavík avrebbe rappresentato il pezzo pregiato della strategia di allargamento: una democrazia stabile, ricca, solvibile, istituzionalmente affidabile e già profondamente integrata nell’economia europea.

Un “Sì”, anche se limitato alla riapertura dei negoziati, avrebbe permesso a Bruxelles di sostenere che l’Unione continua ad attrarre non soltanto i Paesi che hanno bisogno dei suoi finanziamenti o della sua protezione politica, ma anche quelli che stanno già bene.

È arrivato il messaggio opposto.

Gli islandesi hanno confrontato i vantaggi dell’adesione con il sistema di rapporti già esistente e, a maggioranza, hanno scelto di conservare l’attuale distanza. Non è una nuova Brexit: l’Islanda rimane nel mercato unico, nello Spazio economico europeo e in Schengen. Ma proprio per questo il risultato è politicamente insidioso.

Reykjavík beneficia già di gran parte dell’integrazione economica europea senza essere membro dell’Unione. Il referendum ha dimostrato che, almeno per la maggioranza degli elettori, l’ingresso pieno non offre vantaggi sufficienti a compensare la cessione di altre competenze.

La pesca vale più delle promesse di Bruxelles

Il centro concreto dello scontro è stato il controllo delle risorse marine.

Pesce e prodotti ittici rappresentano circa il 40 per cento del valore delle esportazioni islandesi di merci. Per Reykjavík non si tratta quindi di un settore marginale o folkloristico: la pesca è una componente strutturale dell’economia, dell’occupazione e dell’identità nazionale.

L’eventuale applicazione della Politica comune della pesca dell’Unione Europea ha alimentato il timore che decisioni fondamentali sulle acque, sulle quote e sull’accesso alle risorse potessero essere trasferite, almeno in parte, dal livello nazionale a quello europeo.

I sostenitori dell’adesione hanno ricordato che qualunque accordo sarebbe stato negoziato e successivamente sottoposto a un nuovo voto popolare. Gli oppositori hanno però ribattuto con un’obiezione difficilmente eludibile: perché aprire un negoziato destinato a esercitare pressioni proprio sul patrimonio economico che il Paese considera irrinunciabile?

Gli islandesi non hanno votato un astratto trattato di geopolitica. Hanno votato sulla possibilità che il controllo delle loro acque diventasse materia di compromesso con Bruxelles. E hanno risposto di no.

Più che “scegliere i salmoni”, come potrebbe suggerire una battuta, l’Islanda ha scelto soprattutto il merluzzo, le proprie quote di pesca e il diritto di decidere autonomamente come amministrare le risorse marine.

L’argomento della sicurezza artica non ha funzionato

Il risultato assume un significato ancora più pesante per il momento nel quale è arrivato.

La decisione di anticipare il referendum è stata influenzata anche dalle tensioni geopolitiche nell’Artico e dalle dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia. Il fronte favorevole alla ripresa dei negoziati ha presentato l’integrazione europea come uno strumento per rafforzare la sicurezza, la stabilità economica e la solidarietà politica dell’Islanda.

L’argomento non è bastato.

Molti elettori non si sono convinti che l’adesione all’Unione avrebbe garantito una protezione sostanzialmente superiore a quella assicurata dall’appartenenza alla NATO, dai rapporti con gli Stati Uniti e dalla cooperazione già esistente con i Paesi europei.

Il voto precede inoltre di pochi giorni la visita di Ursula von der Leyen in Groenlandia, prevista per il 6 e 7 settembre, durante la quale la presidente della Commissione dovrebbe riaffermare l’impegno europeo nell’Artico e firmare una dichiarazione congiunta tra UE e Groenlandia.

Von der Leyen arriverà nel Grande Nord subito dopo che il vicino islandese ha rifiutato il progetto di un’ulteriore integrazione. L’Unione potrà continuare a investire nell’Artico e a rafforzare i rapporti con Nuuk, ma non potrà fingere che il voto islandese sia irrilevante.

Il messaggio è semplice: la preoccupazione per Trump e per le nuove tensioni geopolitiche non è stata sufficiente a convincere la maggioranza degli islandesi a consegnare nuove competenze a Bruxelles.

Il modello dello Spazio economico europeo

L’Islanda si trova in una posizione particolare. Attraverso lo Spazio economico europeo applica una parte consistente della legislazione collegata al mercato unico, partecipa alla libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali e contribuisce finanziariamente a programmi di cooperazione europea.

Non dispone però di un voto nelle istituzioni che approvano molte delle norme successivamente recepite.

I sostenitori dell’adesione considerano questa condizione un deficit democratico: Reykjavík applica numerose regole europee senza partecipare pienamente alla loro formazione. Secondo alcune stime, l’Islanda si sarebbe già adeguata a circa il 75 per cento del quadro normativo dell’Unione.

Gli oppositori osservano invece che il sistema attuale permette di ottenere l’accesso al mercato unico mantenendo fuori dai trattati europei settori decisivi come la pesca, l’agricoltura, la politica monetaria e parte della politica commerciale.

Il referendum ha mostrato quale delle due letture abbia prevalso. Gli islandesi conoscono i limiti del modello SEE, ma hanno preferito conservarli invece di sostituirli con l’adesione piena.

È una decisione pragmatica prima ancora che ideologica: accettare una parte delle regole europee quando serve all’accesso al mercato, senza consegnare a Bruxelles le leve considerate essenziali per la sovranità economica nazionale.

Una sconfitta per la narrativa dell’allargamento

Il “No” islandese non blocca materialmente l’allargamento dell’Unione verso Ucraina, Moldova o Balcani occidentali. Le condizioni economiche, storiche e strategiche di quei Paesi sono completamente diverse.

Il precedente, tuttavia, rimane politicamente scomodo.

Bruxelles descrive abitualmente l’allargamento come la dimostrazione della propria forza di attrazione. La fila dei candidati viene presentata come la prova che il modello europeo continua a rappresentare prosperità, sicurezza e democrazia.

Ma quasi tutti gli Stati oggi interessati all’ingresso hanno un reddito inferiore alla media europea, problemi di sicurezza o bisogno di ingenti investimenti. L’Islanda avrebbe offerto un’immagine differente: quella di un Paese benestante che sceglie volontariamente di entrare nell’Unione pur non avendo bisogno di essere salvato.

Quell’immagine non arriverà.

Il risultato islandese non dimostra che l’Unione sia destinata a dissolversi. Dimostra però che la sua capacità di attrazione diminuisce quando a votare è un Paese già prospero, già protetto e già integrato economicamente.

Se quasi tutti i vantaggi principali sono già disponibili attraverso lo Spazio economico europeo, l’adesione deve essere giustificata con qualcosa di più delle formule sulla solidarietà, sulla transizione verde e sull’autonomia strategica.

Gli islandesi hanno evidentemente ritenuto che quel “qualcosa in più” non fosse abbastanza.

Il silenzio prudente delle istituzioni europee

La reazione ufficiale dell’Unione è stata misurata. Un portavoce della Commissione ha dichiarato che Bruxelles rispetta la scelta degli islandesi e ha ricordato che l’Islanda rimane un partner stretto dell’UE.

António Costa ha parlato con la premier islandese Kristrún Frostadóttir, ribadendo l’intenzione di continuare a rafforzare le relazioni. Non poteva essere altrimenti: Reykjavík rimane un alleato occidentale, un membro della NATO e un partner economico strategico.

La cautela istituzionale contrasta però con la rapidità con cui gli euroscettici europei hanno occupato lo spazio politico lasciato libero.

Nigel Farage si è congratulato con gli islandesi per avere votato a difesa della propria indipendenza. Marine Le Pen ha interpretato il risultato come la prova che può esistere un’Europa di nazioni libere e sovrane, fondata sulla cooperazione volontaria invece che sul trasferimento continuo di competenze alla Commissione.

È inevitabile che il voto venga utilizzato politicamente. Bruxelles fa lo stesso quando un referendum produce un risultato favorevole all’integrazione europea. La differenza è che, questa volta, la celebrazione della partecipazione democratica è stata lasciata quasi interamente agli avversari dell’accentramento comunitario.

Uno schiaffo al blasone europeo

La premier Kristrún Frostadóttir, sostenitrice del “Sì”, ha riconosciuto il risultato e annunciato che il governo non riprenderà i negoziati durante l’attuale mandato. Ha definito la partecipazione popolare una vittoria della democrazia.

È la conclusione istituzionalmente corretta. Ma non cancella il danno politico per Bruxelles.

L’Islanda non ha respinto l’Europa. Non ha abbandonato Schengen, il mercato unico o la cooperazione occidentale. Ha respinto l’idea secondo cui ogni forma di collaborazione debba inevitabilmente culminare nell’adesione all’Unione e nel trasferimento di nuove competenze.

Questo è il vero schiaffo.

Un Paese piccolo, ricco, democratico e già integrato ha deciso di mantenere la propria moneta, il controllo delle acque e il diritto di dire no. Non perché isolato dall’Europa, ma proprio perché ritiene di poter cooperare con l’Europa senza diventare membro dell’Unione.

Per Ursula von der Leyen il danno non riguarda un trattato mancato. Riguarda il blasone della Commissione e la narrativa dell’integrazione come destinazione inevitabile.

L’Islanda ha dimostrato che un’altra scelta è possibile: mercato unico senza adesione, cooperazione senza subordinazione politica, Europa senza Bruxelles al centro di ogni decisione.

Nel Grande Nord, questa volta, il vento ha soffiato contro Palazzo Berlaymont.

Fonti e approfondimenti

SEI SICURO CHE MAOMETTO SIA UN SIMBOLO MORALE?

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Aisha, Zaynab, i privilegi matrimoniali e il problema dell’«esempio eccellente»

La questione non riguarda ciò che i musulmani contemporanei debbano pensare o come debbano vivere. Riguarda una domanda storica e teologica molto più precisa: che cosa accade quando una figura vissuta nell’Arabia del VII secolo viene proposta come modello religioso anche alle generazioni successive?

Il punto di partenza è il Corano stesso.

Nella sura 33:21 Maometto viene presentato come uswa hasana, espressione normalmente tradotta come «bell’esempio», «eccellente modello» o «esempio eccellente» per coloro che sperano in Dio e nell’Ultimo Giorno.

È proprio questa funzione esemplare a rendere legittimo sottoporre la biografia attribuita a Maometto allo stesso scrutinio morale che si applicherebbe a qualsiasi altra figura religiosa o politica.

E alcuni episodi tramandati dalle principali fonti islamiche pongono interrogativi difficili.

1. Aisha e l’età del matrimonio

Il caso più conosciuto riguarda Aisha bint Abi Bakr.

La tradizione sunnita canonica contiene diversi hadith nei quali viene attribuita alla stessa Aisha l’affermazione secondo cui Maometto stipulò il matrimonio con lei quando aveva sei anni e lo consumò quando ne aveva nove.

In Sahih al-Bukhari 5134 si legge, nella traduzione inglese comunemente utilizzata da Sunnah.com, che il Profeta la sposò quando aveva sei anni e consumò il matrimonio quando ne aveva nove.

Una tradizione sostanzialmente equivalente compare anche in Sahih Muslim 1422.

Altri passi di Bukhari riportano particolari della vicenda. In Sahih al-Bukhari 3894, Aisha racconta di trovarsi su un’altalena con alcune amiche quando sua madre la chiamò e la preparò prima che venisse affidata a Maometto.

Questi testi hanno avuto un peso enorme nella tradizione sunnita proprio perché Bukhari e Muslim sono generalmente considerate le raccolte di hadith più autorevoli del sunnismo.

Ma Aisha aveva davvero nove anni?

Qui occorre distinguere la tradizione religiosa dalla ricostruzione storica.

La posizione tradizionale sunnita accetta normalmente l’età indicata negli hadith. In epoca moderna, tuttavia, alcuni autori musulmani e alcuni studiosi hanno tentato di ricostruire una cronologia differente attraverso l’età attribuita ad Asma, sorella di Aisha, la cronologia delle prime conversioni e altri elementi biografici.

Il dibattito quindi esiste.

Ma questo non elimina il problema teologico fondamentale: le fonti canoniche sunnite più autorevoli tramandano esplicitamente l’età di nove anni per la consumazione del matrimonio.

Ed è su questo dato testuale, non su una caricatura dell’Islam, che nasce la domanda morale contemporanea.

Invocare semplicemente il fatto che i matrimoni precoci fossero presenti in molte società antiche non risolve la questione.

Può spiegare storicamente una pratica.

Non stabilisce automaticamente che quella pratica debba essere considerata moralmente esemplare per ogni epoca.

La distinzione è decisiva.

Se Maometto viene considerato soltanto un personaggio storico del VII secolo, la sua condotta può essere studiata all’interno delle norme sociali dell’epoca.

Se invece viene presentato come uswa hasana, modello religioso normativo, il problema diventa inevitabilmente più complesso.

2. Quattro mogli per i credenti, una disciplina particolare per Maometto

Un secondo punto riguarda il matrimonio plurimo.

Corano 4:3 permette agli uomini musulmani di sposare due, tre o quattro donne, subordinando la possibilità alla capacità di trattarle equamente.

Per Maometto troviamo però disposizioni particolari.

Corano 33:50 enumera diverse categorie di donne rese lecite al Profeta: le mogli alle quali era stato corrisposto il dono nuziale, quelle indicate dal testo come «ciò che la tua destra possiede», alcune parenti che avevano emigrato con lui e una donna credente che si fosse offerta al Profeta qualora egli desiderasse sposarla.

Il versetto contiene inoltre una formula fondamentale: tale disposizione viene descritta come qualcosa riservato a lui e non agli altri credenti.

Si tratta quindi, testualmente, di una prerogativa specifica del Profeta.

Il dato non è un’invenzione della polemica anti-islamica: appartiene direttamente al testo coranico.

La questione interpretativa è un’altra: perché il fondatore e legislatore religioso dispone di eccezioni matrimoniali che non valgono nello stesso modo per gli altri fedeli?

La teologia islamica tradizionale risponde inserendo tali prerogative nella particolare missione profetica di Maometto.

Un critico può invece osservare che alcune rivelazioni riguardano direttamente la vita privata e matrimoniale dello stesso uomo che comunica quelle rivelazioni.

È questa sovrapposizione tra autorità religiosa, autorità politica e interesse personale che merita di essere analizzata.

3. «Le donne e i profumi»

Un’altra tradizione frequentemente citata compare in Sunan an-Nasa’i 3939.

Il testo attribuisce a Maometto l’affermazione secondo cui, delle cose di questo mondo, gli erano state rese care le donne e il profumo, mentre il conforto dei suoi occhi era stato posto nella preghiera.

La frase non dimostra, isolatamente, alcuna condotta immorale.

È però significativa nel quadro delle fonti che descrivono la vita matrimoniale del Profeta e delle disposizioni coraniche specificamente dedicate alle sue relazioni.

Anche in questo caso è importante non trasformare un testo in qualcosa che non dice: l’hadith testimonia un apprezzamento per donne e profumi accanto alla centralità della preghiera; il giudizio morale deriva dall’interpretazione complessiva delle fonti, non dalla frase presa isolatamente.

4. Zaynab bint Jahsh e Zayd ibn Haritha

Ancora più complesso è il caso di Zaynab bint Jahsh.

Zayd ibn Haritha era stato adottato da Maometto secondo le consuetudini dell’epoca. Zayd sposò Zaynab, cugina di Maometto, ma il matrimonio terminò.

Successivamente Maometto sposò Zaynab.

La vicenda compare direttamente nel Corano.

In 33:37 Maometto viene descritto mentre dice a Zayd di conservare sua moglie e temere Dio. Il versetto aggiunge però che Maometto teneva nascosto dentro di sé qualcosa che Dio avrebbe successivamente manifestato e che temeva il giudizio delle persone.

Dopo la separazione tra Zayd e Zaynab, il testo afferma che Dio diede Zaynab in matrimonio a Maometto affinché i credenti non avessero difficoltà a sposare le ex mogli dei propri figli adottivi una volta concluso il matrimonio.

È un passaggio straordinariamente importante perché la vicenda privata del Profeta diventa esplicitamente precedente normativo.

Il contesto è completato da Corano 33:4-5, che distingue i figli adottivi dai figli biologici, e da 33:40, nel quale Maometto viene definito non padre di alcuno degli uomini della comunità e «Messaggero di Allah e sigillo dei profeti».

Che cosa «nascondeva» Maometto?

Su questo particolare occorre cautela.

Interpretazioni polemiche hanno sostenuto che Maometto nascondesse il desiderio di sposare Zaynab. Alcune narrazioni presenti nella letteratura esegetica e biografica sono state utilizzate per sostenere questa lettura.

Altri commentatori musulmani respingono invece tale interpretazione e sostengono che ciò che Maometto teneva nascosto fosse la conoscenza, ricevuta da Dio, che Zayd avrebbe divorziato e che successivamente egli avrebbe sposato Zaynab.

Il Corano 33:37, da solo, non specifica esplicitamente quale fosse il contenuto del pensiero nascosto.

Affermare il contrario significherebbe andare oltre il testo.

Rimane però un fatto indiscutibile: il Corano riconosce che Maometto nascondeva qualcosa e temeva la reazione delle persone, e collega direttamente il successivo matrimonio con Zaynab all’abolizione di un precedente tabù relativo alle ex mogli dei figli adottivi.

5. Adozione: una conseguenza spesso dimenticata

La vicenda Zayd-Zaynab non riguarda soltanto la sessualità.

Riguarda anche l’istituto dell’adozione.

Corano 33:4-5 stabilisce che i figli adottivi non diventano figli biologici e prescrive di chiamarli con il nome dei loro padri biologici quando conosciuto.

Il matrimonio di Maometto con Zaynab serve quindi, secondo 33:37, a dimostrare concretamente che l’ex moglie di un figlio adottivo non possiede lo stesso status giuridico dell’ex moglie di un figlio biologico.

Per la tradizione islamica questa rappresenta una riforma stabilita dalla rivelazione.

Per il critico rimane però una coincidenza problematica: una trasformazione normativa di enorme importanza viene sancita attraverso una vicenda matrimoniale che coinvolge personalmente il legislatore-profeta.

È precisamente questo intreccio che merita discussione.

6. «Ciò che possiedono le vostre destre»

Un terzo problema, distinto dalla poligamia, riguarda l’espressione coranica ma malakat aymanukum, generalmente riferita agli schiavi e alle schiave posseduti legalmente secondo l’ordinamento dell’epoca.

L’espressione compare numerose volte nel Corano, fra cui 4:24 e 23:5-6.

Corano 4:24, nel contesto delle donne vietate al matrimonio, contiene un’eccezione riguardante quelle «possedute dalla vostra destra».

La giurisprudenza islamica classica sviluppò su queste basi un sistema giuridico relativo al concubinato con schiave.

Questo punto non dovrebbe essere nascosto né anacronisticamente trasformato in qualcosa di diverso: la schiavitù e il concubinato furono istituzioni riconosciute dal diritto islamico classico, così come forme di schiavitù esistevano in numerose altre civiltà antiche e medievali.

La domanda contemporanea è però differente.

Se una tradizione religiosa viene proposta come fonte di moralità universale, fino a che punto istituzioni accettate dalle sue fonti fondative possono essere considerate semplicemente prodotti del loro tempo?

La risposta dei musulmani contemporanei è tutt’altro che uniforme e la stragrande maggioranza non considera la schiavitù un’istituzione da restaurare.

Ma dal punto di vista storico non avrebbe senso cancellare l’esistenza di quella tradizione giuridica.

7. Safiyya: attenzione alle semplificazioni

Anche Safiyya bint Huyayy viene frequentemente citata nelle polemiche sulla vita matrimoniale di Maometto.

Safiyya apparteneva ai Banu Nadir e fu catturata dopo la battaglia di Khaybar. Le fonti islamiche raccontano che Maometto la scelse, la liberò e la sposò, considerando la sua liberazione come parte della dote.

La vicenda può essere sottoposta a critica, soprattutto considerando l’enorme asimmetria di potere derivante dalla guerra e dalla prigionia.

Ma affermare semplicemente che Safiyya fosse rimasta una «schiava sessuale» di Maometto sarebbe storicamente impreciso rispetto alla narrazione tradizionale islamica, che la presenta come liberata e successivamente sposata.

Questo non elimina il problema morale.

Lo formula correttamente.

Ed è proprio una critica fondata sui testi ad avere maggiore forza di una polemica costruita mediante semplificazioni.

8. Maometto come «esempio eccellente»: il vero nodo

Alla fine il problema ritorna a Corano 33:21.

Una figura storica può essere giudicata all’interno della propria epoca.

Un modello morale universale pone una pretesa differente.

Le fonti canoniche sunnite attribuiscono a Maometto la consumazione del matrimonio con Aisha quando aveva nove anni.

Il Corano contiene prerogative matrimoniali specificamente riservate al Profeta.

Il testo coranico riconosce il concubinato all’interno dell’ordine sociale schiavistico dell’epoca.

Il matrimonio con Zaynab viene trasformato esplicitamente in un precedente destinato a modificare una regola sociale.

Sono elementi presenti nelle fonti islamiche stesse.

Si può interpretarli teologicamente.

Si può contestualizzarli storicamente.

Si può sostenere che alcune norme appartenessero esclusivamente alla società del VII secolo.

Ma non si può pretendere contemporaneamente che Maometto costituisca un modello morale perfetto e sottrarre ogni sua azione significativa alla valutazione morale sostenendo semplicemente che «erano altri tempi».

Le due argomentazioni entrano inevitabilmente in tensione.

Il confronto con Gesù

Il confronto con Gesù viene spesso utilizzato nella polemica cristiano-islamica e va formulato con precisione.

Nei vangeli canonici Gesù non viene descritto mentre contrae matrimonio, possiede concubine o riceve norme che gli concedono prerogative matrimoniali personali.

Maometto, invece, è contemporaneamente profeta, capo comunitario, legislatore e uomo coinvolto in matrimoni e rapporti familiari regolati anche dalla rivelazione.

Sono quindi due modelli religiosi strutturalmente differenti.

Per il musulmano questa differenza non costituisce necessariamente un problema: Maometto rappresenta anche il modello dell’uomo inserito nella società, nella famiglia e nel governo della comunità.

Per il critico, proprio questa dimensione rende però le sue decisioni private inevitabilmente sottoponibili a giudizio.

Conclusione: sei sicuro che Maometto sia un simbolo morale?

La domanda può essere posta senza insultare i musulmani e senza falsificare le loro fonti.

Sei sicuro che Maometto sia un modello morale valido universalmente?

Chi risponde sì deve confrontarsi con ciò che le fonti canoniche tramandano.

Deve confrontarsi con gli hadith sull’età di Aisha.

Deve spiegare le prerogative matrimoniali di Corano 33:50.

Deve affrontare il concubinato e la schiavitù riconosciuti dall’ordinamento giuridico antico.

Deve spiegare perché la vicenda personale di Zaynab diventa, in Corano 33:37, lo strumento attraverso il quale viene stabilita una nuova regola.

Contestualizzare storicamente questi episodi è legittimo.

Ma la contestualizzazione produce una conseguenza difficile da evitare: più una condotta viene giustificata dicendo che apparteneva al VII secolo, più diventa problematico presentarla contemporaneamente come manifestazione di un modello morale perfetto e senza tempo.

È qui che si trova il vero punto della controversia.

Non occorre inventare storie su Maometto né demonizzare milioni di musulmani contemporanei.

Occorre leggere.

E proprio i testi che la tradizione islamica ha conservato pongono una domanda che nessuna accusa di «islamofobia» può risolvere al posto dell’argomentazione:

un comportamento comprensibile nel contesto dell’Arabia del VII secolo è necessariamente un comportamento moralmente esemplare per il XXI?

La storia può spiegare.

La fede può giustificare.

Ma il giudizio morale resta aperto.


FONTI PRIMARIE

Corano

  • Corano 4:3 — poligamia e limite delle quattro mogli.
  • Corano 4:24 — donne sposate e ma malakat aymanukum.
  • Corano 23:5-6 — mogli e «ciò che possiedono le vostre destre».
  • Corano 33:4-5 — distinzione fra figli biologici e adottivi.
  • Corano 33:21 — Maometto come uswa hasana, «eccellente esempio».
  • Corano 33:37 — Zayd, Zaynab e matrimonio con Maometto.
  • Corano 33:40 — Maometto e la paternità di Zayd.
  • Corano 33:50 — prerogative matrimoniali specifiche di Maometto.

Hadith

  • Sahih al-Bukhari, n. 5133-5134 — età di Aisha al matrimonio e alla consumazione.
  • Sahih al-Bukhari, n. 3894 — racconto di Aisha, l’altalena e la preparazione alle nozze.
  • Sahih Muslim, Kitab al-Nikah, n. 1422 — matrimonio di Aisha.
  • Sunan an-Nasa’i, n. 3939 — donne, profumo e preghiera.
  • Sahih al-Bukhari, Kitab al-Maghazi — tradizioni relative a Khaybar e Safiyya.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • al-Bukhari, Muhammad ibn Isma’il, Sahih al-Bukhari.
  • Muslim ibn al-Hajjaj, Sahih Muslim.
  • al-Nasa’i, Ahmad ibn Shu’ayb, Sunan al-Nasa’i.
  • Ibn Ishaq, The Life of Muhammad: A Translation of Ibn Ishaq’s Sirat Rasul Allah, trad. Alfred Guillaume, Oxford University Press, 1955.
  • al-Tabari, The History of al-Tabari, State University of New York Press.
  • Watt, W. Montgomery, Muhammad at Mecca, Oxford University Press, 1953.
  • Watt, W. Montgomery, Muhammad at Medina, Oxford University Press, 1956.
  • Spellberg, Denise A., Politics, Gender, and the Islamic Past: The Legacy of ‘A’isha bint Abi Bakr, Columbia University Press, 1994.
  • Ali, Kecia, The Lives of Muhammad, Harvard University Press, 2014.
  • Brown, Jonathan A. C., Misquoting Muhammad: The Challenge and Choices of Interpreting the Prophet’s Legacy, Oneworld, 2014.
  • Brown, Jonathan A. C., Slavery and Islam, Oneworld Academic, 2019.
  • Little, Joshua, “’Aisha’s Age and the Study of the Hadith Tradition”, ricerca accademica sulla formazione e trasmissione delle tradizioni relative all’età di Aisha.

LINK PER LA CONSULTAZIONE DELLE FONTI

Corano 33:21:
https://quran.com/33/21

Corano 33:37:
https://quran.com/33/37

Corano 33:50:
https://quran.com/33/50

Corano 4:3:
https://quran.com/4/3

Corano 4:24:
https://quran.com/4/24

Corano 23:5-6:
https://quran.com/23/5-6

Sahih al-Bukhari 5134:
https://sunnah.com/bukhari:5134

Sahih al-Bukhari 3894:
https://sunnah.com/bukhari:3894

Sahih Muslim 1422:
https://sunnah.com/muslim:1422a

Sunan an-Nasa’i 3939:
https://sunnah.com/nasai:3939

Perseus/Internet Medieval Sourcebook e raccolte accademiche delle prime fonti islamiche possono inoltre essere utilizzati per confrontare le traduzioni con le edizioni critiche e con la storiografia moderna.

L’IRAN HA TENTATO DI ARMARE HORMUZ. WASHINGTON POTREBBE TRASFORMARE LO STRETTO IN UNA TRAPPOLA PER L’IRGC

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La principale leva strategica rimasta a Teheran rischia di trasformarsi nel meccanismo attraverso cui gli Stati Uniti possono individuare e distruggere, pezzo dopo pezzo, la sua infrastruttura militare costiera

Lo Stretto di Hormuz è da decenni una delle principali assicurazioni strategiche dell’Iran.

La geografia ha consegnato a Teheran qualcosa che nessun sistema d’arma potrebbe facilmente sostituire: la possibilità di minacciare uno dei più importanti corridoi energetici del pianeta.

Ma gli eventi del 30 e 31 agosto suggeriscono che questa leva potrebbe avere un prezzo crescente.

L’attacco statunitense contro l’isola iraniana di Larak, infatti, potrebbe essere molto più importante della semplice distruzione di due lanciatori.

Secondo la versione fornita dagli Stati Uniti, le forze del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) stavano preparando sistemi destinati a dispiegare mine navali nello Stretto di Hormuz.

CENTCOM ha definito l’operazione americana un’azione «limitata e precisa» contro forze iraniane impegnate nella posa di mine e considerate una minaccia imminente alla navigazione.

Reuters ha confermato, citando un funzionario statunitense, che Washington ha colpito due lanciatori sull’isola di Larak e che l’obiettivo dell’operazione era impedire un nuovo dispiegamento di mine nello Stretto.

La versione iraniana è opposta: Teheran considera l’attacco una violazione della propria sovranità e sostiene che l’operazione abbia provocato vittime sia militari sia civili.

Al di là della contrapposizione diplomatica, tuttavia, resta un elemento strategicamente molto significativo.

Gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere disposti non soltanto a rimuovere le mine già presenti, ma anche a colpire direttamente sul territorio iraniano le piattaforme che Washington ritiene impegnate a prepararne il dispiegamento.

Ed è qui che l’equazione di Hormuz potrebbe iniziare a cambiare.

Larak: il vero messaggio americano

L’isola di Larak si trova in una posizione estremamente delicata all’interno dello Stretto.

Per Washington, quindi, distruggere due lanciatori non significa semplicemente eliminare due sistemi d’arma.

Significa stabilire una regola operativa.

Se gli Stati Uniti continueranno sulla linea mostrata a Larak, qualsiasi unità dell’IRGC coinvolta nella preparazione di operazioni di interdizione dello Stretto potrebbe trasformarsi automaticamente in un bersaglio.

Il principio sarebbe semplice:

nuove mine significano nuovi obiettivi.

Ogni operazione di minamento richiede infatti una catena militare.

Servono sistemi di lancio o unità navali.

Servono depositi.

Servono mezzi di trasporto.

Servono comunicazioni.

Servono radar, osservatori e intelligence.

Servono equipaggi.

Servono infrastrutture logistiche.

E soprattutto serve movimento.

Tutto questo produce segnali.

In un ambiente sottoposto a intensa sorveglianza satellitare, elettronica, aerea e navale, preparare un’operazione significa potenzialmente mostrare all’avversario dove si trovano gli uomini e i sistemi necessari per realizzarla.

È questo il paradosso che potrebbe emergere nello Stretto.

Per minacciare Hormuz, l’Iran deve attivare la propria infrastruttura militare.

Ma attivandola rischia di renderla visibile.

La risposta iraniana

Teheran non ha lasciato senza risposta l’attacco.

L’IRGC ha annunciato attacchi con missili balistici contro installazioni utilizzate dalle forze statunitensi in Giordania.

Le autorità giordane hanno successivamente comunicato che le proprie difese aeree avevano intercettato otto missili penetrati nello spazio aereo del Regno.

L’Iran ha inoltre rivendicato operazioni contro assetti militari statunitensi negli Emirati Arabi Uniti, sostenendo di aver preso di mira la base aerea di Al Minhad.

Abu Dhabi ha fornito una versione differente.

Il ministero della Difesa emiratino ha confermato l’intercettazione di un drone proveniente dall’Iran sopra le proprie acque territoriali, ma ha respinto la rivendicazione iraniana secondo cui Al Minhad sarebbe stata colpita con successo.

Il risultato è stato quindi un nuovo scambio diretto tra Washington e Teheran dopo settimane nelle quali il confronto sembrava essersi nuovamente spostato soprattutto sul terreno economico e diplomatico.

Ma il centro della partita rimane Hormuz.

Perché Hormuz vale molto più di una base militare

Per comprendere la posta in gioco bisogna guardare ai numeri.

Secondo la U.S. Energy Information Administration, nella prima metà del 2025 attraverso lo Stretto transitavano mediamente circa 20,9 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, equivalenti a circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi.

Attraverso Hormuz transitava inoltre più del 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto.

Non esiste una vera alternativa capace di assorbire integralmente questi volumi.

Gli oleodotti disponibili in Arabia Saudita e negli Emirati possono aggirare lo Stretto soltanto per una frazione del traffico normalmente movimentato attraverso Hormuz.

Per questo Teheran ha sempre considerato la geografia dello Stretto una gigantesca leva strategica.

L’Iran non deve necessariamente chiudere fisicamente Hormuz.

Gli basta renderlo abbastanza pericoloso.

Mine, droni, missili antinave e attacchi contro le petroliere possono aumentare assicurazioni, costi di trasporto e rischio commerciale fino a convincere gli armatori a non transitare.

È una distinzione fondamentale.

Un corridoio marittimo può essere tecnicamente aperto e contemporaneamente diventare economicamente quasi inutilizzabile.

Ma la leva iraniana presenta una debolezza

La strategia iraniana funziona soltanto finché il costo imposto agli avversari rimane superiore al costo subito dall’Iran.

Larak introduce un problema.

Washington sembra voler trasformare ogni tentativo iraniano di ricostituire la minaccia contro Hormuz in un’occasione per degradare ulteriormente le capacità dell’IRGC.

Immaginiamo il processo.

L’IRGC prepara nuovi sistemi per minare lo Stretto.

L’intelligence americana individua i movimenti.

Washington colpisce i sistemi.

Teheran trasferisce nuove unità.

I trasferimenti rivelano altre infrastrutture.

Gli Stati Uniti sorvegliano quelle infrastrutture.

Un nuovo tentativo di minamento produce nuovi bersagli.

Se questa dinamica diventasse sistematica, Hormuz potrebbe trasformarsi da strumento di coercizione iraniano in una gigantesca operazione di target acquisition contro l’apparato costiero dell’IRGC.

Non significa che gli Stati Uniti possano neutralizzare completamente la capacità iraniana.

L’Iran dispone di una geografia estremamente favorevole e di una combinazione molto ampia di mine, missili, droni, piccole imbarcazioni e infrastrutture disperse.

Esperti citati da Radio Free Europe/Radio Liberty sottolineano infatti che sarebbe praticamente impossibile distruggere preventivamente ogni missile o drone iraniano capace di minacciare la navigazione.

Teheran conserverebbe quindi la capacità di molestare il traffico commerciale anche senza chiudere completamente lo Stretto.

Ma potrebbe essere costretta a pagare un prezzo sempre maggiore per esercitare quella pressione.

Il mistero della petroliera

In questo scenario si inserisce un altro episodio avvenuto il 31 agosto.

L’IRGC ha annunciato che una superpetroliera avrebbe tentato di attraversare quello che Teheran definisce un percorso non autorizzato nella parte meridionale dello Stretto.

Secondo la versione iraniana, la nave avrebbe colpito due mine, prendendo fuoco e fermandosi.

L’IRGC ha utilizzato l’episodio anche per avvertire le compagnie di navigazione che le proprie regole per il transito nello Stretto devono essere rispettate.

Ma questa ricostruzione non può attualmente essere presentata come un fatto accertato.

CENTCOM l’ha categoricamente respinta.

Il comando americano sostiene che nessuna nave abbia colpito mine nello Stretto di Hormuz e ha accusato l’Iran di utilizzare la vicenda per intimidire il traffico commerciale.

C’è inoltre un elemento importante: nelle prime ore successive alla rivendicazione iraniana non erano emerse verifiche indipendenti da parte delle organizzazioni di monitoraggio marittimo capaci di confermare l’incidente.

La conclusione corretta, quindi, è una sola:

l’episodio della petroliera rimane contestato.

Finché non emergeranno identificazione della nave, immagini, dati AIS, comunicazioni di soccorso o altre evidenze indipendenti, non è possibile stabilire quale delle due versioni sia corretta.

Hormuz potrebbe diventare una trappola

La questione più interessante, tuttavia, va oltre il singolo incidente.

Per decenni il ragionamento strategico è stato semplice:

l’Iran controlla una delle rive di Hormuz, possiede un enorme arsenale costiero e può minacciare il traffico mondiale.

Oggi Washington sembra tentare di aggiungere una seconda parte all’equazione:

ogni volta che l’Iran utilizza quell’arsenale, rivela una parte della propria rete militare.

E ogni parte rivelata può diventare un bersaglio.

L’Iran potrebbe quindi trovarsi davanti a un dilemma estremamente difficile.

Prima possibilità: mantenere Hormuz relativamente aperto

Significherebbe rinunciare almeno parzialmente alla più importante leva coercitiva rimasta a disposizione di Teheran.

La minaccia contro il traffico energetico mondiale è infatti uno dei pochi strumenti con cui l’Iran può produrre conseguenze economiche immediate molto oltre i propri confini.

Ridurre quella minaccia significherebbe ridurre anche la capacità di pressione sull’Occidente e sulle economie asiatiche dipendenti dal Golfo.

Seconda possibilità: continuare a militarizzare Hormuz

Ma ogni nuova operazione comporterebbe un rischio.

Nuovi lanciatori.

Nuove unità.

Nuovi depositi.

Nuove comunicazioni.

Nuove missioni navali.

E quindi nuovi bersagli potenziali.

Washington potrebbe sfruttare proprio l’attività necessaria a mantenere credibile la minaccia iraniana per ricostruire progressivamente l’ordine di battaglia dell’IRGC lungo lo Stretto.

Una strategia di logoramento

È troppo presto per affermare che questo sia già un piano americano formalmente definito.

L’attacco a Larak, da solo, non dimostra l’esistenza di una campagna sistematica destinata a eliminare l’intera infrastruttura marittima iraniana.

Ma mostra chiaramente una disponibilità operativa che prima era molto meno esplicita.

Washington non si limita più a dire:

“rimuoveremo le mine”.

Il messaggio adesso sembra essere:

“colpiremo chi tenta di posarle”.

La differenza è enorme.

Nel primo caso gli Stati Uniti combattono contro l’effetto.

Nel secondo attaccano la capacità che produce quell’effetto.

E se questo principio venisse applicato sistematicamente a lanciatori, depositi, imbarcazioni e infrastrutture coinvolte nelle operazioni contro la navigazione, il costo per l’IRGC potrebbe crescere rapidamente.

La battaglia decisiva è quella della libertà di navigazione

Hormuz sta quindi assumendo un significato diverso.

Non è più soltanto il punto geografico attraverso il quale Teheran può esercitare pressione sull’economia mondiale.

Sta diventando uno spazio nel quale Iran e Stati Uniti cercano di imporre due principi incompatibili.

L’Iran sostiene, di fatto, di poter stabilire condizioni di sicurezza e modalità di transito nello Stretto.

Washington sostiene invece che il traffico internazionale debba poter continuare e considera il minamento della rotta una minaccia da neutralizzare militarmente.

Larak rappresenta l’applicazione concreta di questa dottrina.

Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare Teheran.

Perché la più grande forza dell’Iran — la geografia — potrebbe progressivamente trasformarsi anche nella sua vulnerabilità.

Le coste iraniane non possono essere spostate.

Le isole non possono essere nascoste.

Le infrastrutture necessarie per controllare lo Stretto devono necessariamente operare vicino a esso.

E più l’IRGC tenterà di dimostrare di controllare Hormuz, più potrebbe essere costretto a mostrare gli strumenti attraverso cui esercita quel controllo.

Il paradosso strategico è quindi evidente.

L’Iran considera Hormuz il proprio punto di pressione contro Washington.

Washington potrebbe tentare di trasformarlo nel punto di pressione contro l’IRGC.

E se dopo Larak ogni nuova mina dovesse significare un nuovo lanciatore distrutto, ogni nuovo attacco una nuova infrastruttura individuata e ogni tentativo di chiudere lo Stretto una nuova occasione per colpire la rete militare iraniana, Hormuz potrebbe smettere di essere soltanto l’arma con cui Teheran minaccia il mondo.

Potrebbe diventare la trappola dentro cui l’IRGC è costretto a mostrare, uno dopo l’altro, i propri bersagli.


FONTI E APPROFONDIMENTI

Reuters — US forces strike two Iranian launchers on Iran’s Larak island
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-forces-strike-two-iranian-launchers-irans-larak-island-us-official-says-2026-08-30/

Reuters — Trump says Iran’s Kharg is being “blown to smithereens”
https://www.reuters.com/world/middle-east/us-iran-exchange-fire-flare-up-bessent-signals-more-sanctions-2026-08-31/

Associated Press — US strikes Iranian rocket launchers on the Strait of Hormuz
https://apnews.com/article/6b098da673ac3161a266ee459d5eff44

Radio Free Europe/Radio Liberty — US Conducts Fresh Strikes On Iran, Seen As “Signal” To Tehran On Hormuz
https://www.rferl.org/a/larak-island-iran-launchers-strike/33843587.html

Al Jazeera — Iran attacks Jordan, UAE after US bombs Larak Island
https://www.aljazeera.com/news/2026/8/31/iran-attacks-jordan-uae-after-us-bombs-larak-island-whats-the-latest

Al Jazeera — Can Iran use rockets to mine the Strait of Hormuz, as US claims?
https://www.aljazeera.com/news/2026/8/31/can-iran-use-rockets-to-mine-the-strait-of-hormuz-as-us-claims

U.S. Energy Information Administration — World Oil Transit Chokepoints: Strait of Hormuz
https://www.eia.gov/international/analysis/special-topics/World_Oil_Transit_Chokepoints

Tasnim News Agency — versione dell’IRGC sull’incidente della superpetroliera
https://www.tasnimnews.ir/en/news/2026/08/31/3684673/super-tanker-catches-fire-after-hitting-sea-mines-in-strait-of-hormuz-irgc

Anadolu Agency — smentita CENTCOM sull’incidente della petroliera
https://www.aa.com.tr/en/middle-east/us-denies-iranian-claim-that-tanker-hit-mines-in-strait-of-hormuz/4042114

IranWire — CENTCOM Denies IRGC Claims of Supertanker Mine Strike
https://iranwire.com/en/news/156987-centcom-denies-irgc-claims-of-supertanker-mine-strike/