Tre potenze nucleari, tre leader e tre differenti sistemi politici. Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump stanno intervenendo sulle strutture che governano eserciti, apparati di sicurezza, finanza e amministrazione pubblica. Una coincidenza storica oppure il segnale di una trasformazione profonda degli equilibri mondiali?
La rivoluzione silenziosa che sta cambiando il potere mondiale
Mentre l’attenzione internazionale si concentra sulle guerre, sulle tensioni commerciali e sulle dichiarazioni dei leader mondiali, qualcosa di altrettanto importante sta avvenendo all’interno delle tre principali potenze nucleari del pianeta.
Cina, Russia e Stati Uniti stanno attraversando profonde trasformazioni dei rispettivi apparati di potere.
Non si tratta semplicemente di sostituire ministri, generali o funzionari. In gioco ci sono le strutture attraverso le quali si esercita concretamente il potere: le nomine, i finanziamenti, l’intelligence, gli appalti militari, la produzione industriale e il controllo delle istituzioni.
A Pechino, Xi Jinping porta avanti da quasi quattordici anni una campagna che ha eliminato dalla scena politica numerosi dirigenti del Partito Comunista e comandanti militari.
A Mosca, Vladimir Putin ha progressivamente ridimensionato l’autonomia degli oligarchi e rafforzato il controllo presidenziale sulle istituzioni strategiche.
A Washington, Donald Trump cerca di modificare i rapporti di forza tra Casa Bianca, burocrazia federale e agenzie governative.
Le motivazioni e i metodi sono differenti. Ma esiste un elemento comune: la volontà di concentrare la capacità decisionale al vertice, riducendo l’autonomia dei centri di potere consolidati.
È proprio questa convergenza a sollevare un interrogativo geopolitico: stiamo assistendo a tre processi indipendenti oppure a una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale?
Cina: quattordici anni di epurazioni e consolidamento del potere
La campagna anticorruzione lanciata da Xi Jinping dopo la sua ascesa al vertice del Partito Comunista Cinese nel 2012 è stata presentata come una battaglia contro le cosiddette tigri e mosche: tanto i funzionari più potenti quanto i quadri di livello inferiore.
Ma il suo effetto politico è andato ben oltre la repressione della corruzione.
La campagna ha colpito reti di influenza che per decenni avevano esercitato un ruolo determinante nelle nomine, nella sicurezza interna, nell’Esercito Popolare di Liberazione e nell’amministrazione economica.
Tra i primi nomi illustri figurano Bo Xilai, Zhou Yongkang, Ling Jihua, Xu Caihou e Guo Boxiong.
Zhou Yongkang, in particolare, era stato uno degli uomini più potenti dell’apparato di sicurezza cinese. La sua caduta dimostrò che persino gli ex membri del Comitato permanente del Politburo non erano più necessariamente intoccabili.
Xu Caihou e Guo Boxiong, entrambi ex vicepresidenti della Commissione Militare Centrale, rappresentavano invece il sistema di relazioni e patronati sviluppatosi all’interno delle forze armate.
La loro rimozione segnò una svolta: Xi non stava soltanto disciplinando il Partito, ma ridefinendo i rapporti tra potere politico e potere militare.
2017–2022: il controllo della successione politica e della sicurezza interna
La seconda fase della campagna raggiunse figure legate alla possibile successione politica e agli apparati di sicurezza.
Sun Zhengcai, considerato in precedenza un possibile candidato ai massimi vertici del Partito, venne rimosso nel 2017 e successivamente condannato per corruzione.
Sun Lijun, ex viceministro della Pubblica Sicurezza, e Fu Zhenghua, già ministro della Giustizia, furono coinvolti in importanti procedimenti anticorruzione.
La progressione è significativa.
Dopo aver colpito le reti politiche e militari, la leadership cinese interveniva su settori che controllano informazioni riservate, investigazioni, sorveglianza e sicurezza dello Stato.
Il messaggio istituzionale era evidente: nessun apparato avrebbe dovuto costituire un centro autonomo di potere capace di sottrarsi al controllo della leadership.
2023–2024: l’epurazione raggiunge missili nucleari e industria della difesa
La fase successiva ha interessato uno dei settori più sensibili della sicurezza cinese: la Forza Missilistica dell’Esercito Popolare di Liberazione, responsabile di una parte fondamentale delle capacità missilistiche strategiche e nucleari del Paese.
Tra le figure coinvolte figurano Li Yuchao, già comandante della Forza Missilistica, e gli ex ministri della Difesa Li Shangfu e Wei Fenghe.
Le indagini e le rimozioni hanno coinvolto anche il sistema degli approvvigionamenti militari.
Questo passaggio è particolarmente importante perché il controllo delle forze armate moderne non dipende soltanto dai generali che impartiscono ordini.
Dipende anche da chi decide quali sistemi d’arma acquistare, quali imprese finanziare, quali tecnologie sviluppare e quali programmi industriali considerare prioritari.
Controllare gli appalti della difesa significa controllare una parte essenziale della capacità militare dello Stato.
Le epurazioni possono quindi essere interpretate sia come un tentativo di combattere la corruzione e migliorare l’efficienza operativa, sia come un ulteriore rafforzamento del controllo personale di Xi sull’apparato militare.
2025–2026: la crisi raggiunge i vertici dell’esercito
La nuova ondata di rimozioni ha coinvolto figure di altissimo livello, tra cui He Weidong e Miao Hua, già al centro delle trasformazioni della leadership militare cinese.
Le notizie riguardanti Zhang Youxia, Liu Zhenli e Zhong Shaojun richiedono invece particolare attenzione alla cronologia e alla natura dei provvedimenti: un’indagine, una destituzione, l’espulsione dal Partito e una condanna sono eventi differenti, che non devono essere confusi.
Il punto centrale resta comunque la profondità del ricambio nell’apparato militare.
Se un governo interviene ripetutamente sui vertici incaricati di pianificare le operazioni, amministrare il personale e controllare gli armamenti strategici, non sta realizzando una semplice rotazione burocratica.
Sta modificando l’architettura attraverso la quale vengono prese e applicate le decisioni militari.
Questa trasformazione comporta anche rischi: la rimozione di comandanti esperti può indebolire temporaneamente la continuità operativa, alimentare diffidenza tra i dirigenti e favorire la fedeltà politica rispetto alla competenza professionale.
29 ottobre 2026: Pechino conferma 33 espulsioni, 16 delle quali militari
I NUMERI DELLA CAMPAGNA ANTICORRUZIONE CINESE
33
Espulsioni ratificate al quinto Plenum
16
Alti ufficiali militari coinvolti
7,92 mln
Persone sanzionate dal 2012
963
Funzionari sotto gestione centrale sanzionati
Fonti: comunicazioni ufficiali cinesi del 30 ottobre 2026, Reuters e Associated Press. Consiglio di Stato Cinese+2
Il quinto Plenum del XX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, conclusosi il 29 ottobre 2026, ha ratificato l’espulsione di 33 membri effettivi e supplenti del Comitato Centrale, tra cui 16 alti esponenti militari.
Non è una ricostruzione basata su indiscrezioni: il dato è riportato nel comunicato del Partito ed è stato ripreso da Reuters e dal South China Morning Post. ReutersFeed+1
Tra i nomi figurano Zhang Youxia, Liu Zhenli, l’ex alto diplomatico Liu Jianchao, l’ex ministro dell’Industria Jin Zhuanglong e l’ex presidente dell’autorità di regolamentazione dei mercati finanziari Yi Huiman.
Zhang Youxia e Liu Zhenli erano già stati espulsi dal Partito e dalle forze armate con un provvedimento annunciato il 21 settembre 2026; il Plenum ha quindi ratificato decisioni disciplinari già assunte, non avviato da zero tutti i 33 procedimenti. Ministry of National Defense+1
L’ampiezza delle epurazioni coinvolge settori diversi: apparati militari, amministrazione pubblica, diplomazia, finanza e industria strategica.
La dimensione del fenomeno emerge anche dai dati ufficiali diffusi il 30 ottobre.
Dal 2012, secondo le autorità cinesi, sono stati aperti oltre 8,1 milioni di procedimenti disciplinari e sono state sanzionate circa 7,92 milioni di persone, tra cui 963 funzionari sottoposti alla gestione diretta della leadership centrale.
Questi numeri non rappresentano tutti condanne penali: comprendono diverse forme di sanzione disciplinare e amministrativa. Consiglio di Stato Cinese+1
La domanda, a questo punto, non è più se Xi Jinping stia modificando il sistema di potere cinese. La domanda è quale sistema intenda costruire al suo posto.
Russia: Putin e lo smantellamento dell’autonomia degli oligarchi
Per comprendere il possibile parallelismo bisogna tornare alla Russia dei primi anni Duemila.
Quando Vladimir Putin arrivò al Cremlino, il Paese era segnato dall’influenza di grandi gruppi economici emersi durante le privatizzazioni degli anni Novanta.
Alcuni oligarchi disponevano di patrimoni enormi, partecipazioni strategiche, mezzi d’informazione e rapporti privilegiati con la politica.
Putin intervenne progressivamente su questo sistema.
Il caso di Mikhail Khodorkovsky, ex proprietario di Yukos, divenne emblematico dello scontro tra il potere presidenziale e una parte dell’oligarchia economica.
Il risultato non fu la scomparsa degli oligarchi, ma una trasformazione del loro rapporto con lo Stato: la sopravvivenza economica e politica dei grandi gruppi divenne sempre più dipendente dalla compatibilità con gli interessi del Cremlino.
Un processo di centralizzazione che ha rafforzato il controllo statale su energia, industria strategica, sicurezza e informazione.
Il terremoto del 2024 al Ministero della Difesa
Un’altra trasformazione significativa è arrivata nel 2024, quando Putin ha sostituito Sergej Shoigu alla guida del Ministero della Difesa, affidando l’incarico all’economista Andrej Belousov.
La scelta ha segnalato la volontà di intervenire sull’efficienza economica dell’apparato militare russo, in un momento in cui la guerra in Ucraina imponeva una crescente integrazione tra produzione industriale, bilancio pubblico e logistica.
Nello stesso periodo, diversi funzionari della Difesa sono stati arrestati o indagati nell’ambito di procedimenti per corruzione.
La lezione geopolitica è importante: nelle guerre moderne non basta disporre di soldati e armamenti. Occorre controllare la catena che collega bilanci, fabbriche, forniture, trasporti e comando militare.
Ecco perché le trasformazioni degli apparati economici e logistici possono avere un peso strategico paragonabile a quello delle operazioni sul campo.
Stati Uniti: Trump e la battaglia per il controllo dell’apparato federale
Negli Stati Uniti il contesto è profondamente diverso.
Trump non governa un sistema monopartitico come quello cinese né dispone della stessa concentrazione istituzionale del potere presidenziale russo.
Deve confrontarsi con il Congresso, il sistema giudiziario, il federalismo e le garanzie costituzionali.
Tuttavia, anche la sua amministrazione ha intrapreso un programma di ristrutturazione del potere esecutivo.
Al centro della strategia si trova una questione fondamentale: chi deve avere l’ultima parola nell’attuazione delle politiche governative, il presidente eletto oppure gli apparati amministrativi permanenti?
Il 3 giugno 2026 la Casa Bianca ha annunciato un ordine esecutivo riguardante circa 8.000 posizioni federali di carriera con influenza sulle politiche pubbliche, riclassificate nella categoria Schedule Policy/Career.
La misura amplia le possibilità di rimozione di tali funzionari e viene giustificata dall’amministrazione come uno strumento per rafforzare la responsabilità nell’attuazione delle direttive presidenziali. The White House
Per i sostenitori di Trump, queste riforme rappresentano un tentativo di restituire il controllo dell’amministrazione agli eletti.
Per i critici, invece, il rischio è indebolire l’indipendenza professionale del servizio civile e trasformare la fedeltà al presidente in un criterio dominante.
Il conflitto riguarda quindi la distribuzione del potere all’interno dello Stato americano.
Non è necessario immaginare un unico centro occulto di comando per riconoscere l’esistenza di interessi consolidati, gruppi di pressione, apparati burocratici e reti economiche capaci di influenzare le decisioni pubbliche.
Ma è altrettanto importante distinguere l’influenza istituzionale legittima da eventuali abusi, evitando di considerare automaticamente ogni struttura permanente come un’organizzazione clandestina.
Tre potenze nucleari, tre processi di centralizzazione
Il confronto diventa particolarmente interessante quando si osservano i settori interessati dalle ristrutturazioni.
| Settore | Cina | Russia | Stati Uniti |
|---|---|---|---|
| Potere politico | Disciplina del Partito | Centralizzazione presidenziale | Rafforzamento dell’esecutivo |
| Apparati militari | Epurazioni ai vertici | Ricambio e indagini nella Difesa | Revisione delle priorità e delle nomine |
| Economia | Controllo su industria strategica | Peso crescente dello Stato | Politica industriale e dazi |
| Amministrazione | Disciplina e fedeltà al Partito | Controllo verticale | Riforma del servizio civile |
| Obiettivo dichiarato | Anticorruzione ed efficienza | Sicurezza ed efficienza statale | Responsabilità verso il presidente eletto |
Le differenze restano sostanziali, ma la somiglianza strutturale merita attenzione.
Tutti e tre i leader ritengono, con argomentazioni differenti, che una parte degli apparati esistenti ostacoli l’attuazione della loro strategia nazionale.
Tutti cercano di modificare i rapporti tra leadership politica e istituzioni permanenti.
Tutti attribuiscono un ruolo centrale alla sovranità, alla sicurezza e alla capacità industriale dello Stato.
Ma questo non significa che perseguano gli stessi obiettivi internazionali.
Anzi, Stati Uniti, Russia e Cina rimangono rivali su questioni decisive, dal controllo delle tecnologie avanzate alla sicurezza europea, da Taiwan all’architettura delle alleanze militari.
Il vero nodo: chi controlla denaro, energia e apparati strategici?
Per capire perché questi processi siano importanti bisogna osservare il funzionamento materiale del potere.
Un governo può cambiare i propri ministri senza modificare realmente la distribuzione delle risorse.
Ma quando interviene contemporaneamente sui vertici militari, sui responsabili della sicurezza, sulle autorità finanziarie e sulle imprese strategiche, la trasformazione diventa molto più profonda.
Le grandi decisioni geopolitiche dipendono infatti da cinque elementi fondamentali:
- Moneta e credito: chi finanzia lo Stato, le imprese e gli investimenti strategici.
- Energia: chi controlla produzione, infrastrutture e approvvigionamenti.
- Forza militare: chi gestisce comando, intelligence e capacità di deterrenza.
- Industria: chi produce tecnologie, sistemi d’arma e infrastrutture critiche.
- Commercio: chi determina accesso ai mercati, sanzioni, catene di fornitura e rotte internazionali.
È all’intersezione di questi cinque settori che si forma una parte essenziale del potere geopolitico.
Ed è proprio su queste strutture che si concentrano molte delle trasformazioni in corso.
Il cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale: una struttura che si sta sgretolando?
L’espressione Nuovo Ordine Mondiale viene utilizzata per descrivere realtà differenti.
Nel linguaggio delle relazioni internazionali può indicare l’assetto globale emerso dopo la Guerra fredda, caratterizzato dalla centralità degli Stati Uniti, dalle istituzioni multilaterali e dall’integrazione dei mercati.
In altre narrazioni viene invece associata all’idea di un sistema coordinato di controllo sovranazionale.
Le due interpretazioni non devono essere confuse.
L’esistenza di istituzioni come Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, NATO e organizzazioni commerciali internazionali è un fatto documentato.
L’affermazione secondo cui esse costituirebbero un unico apparato clandestino diretto da un centro di comando comune richiederebbe invece prove specifiche, che le epurazioni cinesi e le riforme russe o americane, da sole, non forniscono.
Esiste però una questione geopolitica concreta.
L’ordine internazionale costruito intorno alla supremazia occidentale sta attraversando una fase di contestazione e trasformazione.
La crescita economica e militare cinese, la politica estera russa e la revisione delle priorità commerciali e strategiche americane stanno modificando gli equilibri esistenti.
La competizione riguarda il dollaro, i sistemi di pagamento, le riserve valutarie, le materie prime, le tecnologie e le alleanze.
Una trasformazione di questa portata non richiede necessariamente un accordo segreto tra i tre leader: può derivare anche dall’interazione di strategie nazionali concorrenti.
Trump, Putin e Xi: nemici pubblici, interessi convergenti?
Qui emerge la tesi più controversa.
Tre leader che si confrontano apertamente sulla scena internazionale potrebbero riconoscere alcuni interessi comuni nel ridimensionamento di determinati vincoli dell’ordine globale?
In linea teorica, sì.
Gli Stati possono essere rivali su alcuni dossier e trovare accordi su altri.
Washington e Pechino possono competere per la supremazia tecnologica e contemporaneamente negoziare sul commercio.
Mosca e Washington possono trovarsi su posizioni opposte in Europa, pur condividendo l’interesse a evitare uno scontro nucleare diretto.
Cina e Russia possono rafforzare la cooperazione strategica senza avere obiettivi perfettamente coincidenti.
La diplomazia internazionale funziona spesso attraverso convergenze parziali, temporanee e pragmatiche.
Ma da qui a sostenere che Trump, Putin e Xi stiano conducendo una demolizione coordinata delle vecchie élite mondiali esiste una distanza enorme.
Per dimostrare questa ipotesi servirebbero evidenze di coordinamento: accordi verificabili, decisioni complementari, documenti, dichiarazioni convergenti e risultati politici difficilmente spiegabili attraverso i normali interessi nazionali.
Al momento, le trasformazioni interne sono documentabili; l’esistenza di un progetto trilaterale comune per smantellare il sistema globale resta un’ipotesi non dimostrata.
Il rischio che nessuno dovrebbe sottovalutare
C’è un ulteriore elemento che merita attenzione.
Smantellare reti di potere consolidate non significa necessariamente rendere uno Stato più libero, efficiente o sovrano.
Può significare eliminare corruzione, clientele e ostacoli amministrativi.
Ma può anche significare concentrare ulteriormente il potere, ridurre i controlli indipendenti e rendere le istituzioni più dipendenti dalla volontà di un singolo leader.
Nel caso cinese, le epurazioni hanno certamente rafforzato l’autorità di Xi Jinping, ma la loro continuità dimostra anche che il problema della corruzione non è stato definitivamente risolto.
Nel caso russo, il ridimensionamento dell’autonomia degli oligarchi non ha eliminato l’influenza delle élite economiche, ma ne ha modificato il rapporto con il Cremlino.
Negli Stati Uniti, il confronto tra potere presidenziale e amministrazione permanente resta soggetto a limiti costituzionali e controversie giudiziarie.
La domanda decisiva non è quindi soltanto chi venga rimosso, ma quali controlli sopravvivano dopo la rimozione e chi erediti il potere lasciato libero.
Conclusione: il mondo guarda le guerre, mentre cambia la macchina del potere
Le epurazioni annunciate a Pechino il 29 ottobre 2026 rappresentano un nuovo capitolo di un processo avviato quasi quattordici anni fa.
Non sono un episodio isolato.
Si inseriscono in una lunga sequenza di interventi che hanno attraversato il Partito Comunista, gli apparati di sicurezza, le forze armate, la finanza e l’industria strategica.
Contemporaneamente, Russia e Stati Uniti stanno affrontando, con metodi profondamente differenti, la questione del controllo politico sulle proprie istituzioni.
Tre potenze nucleari, tre modelli di governo, tre leadership impegnate a ridefinire il funzionamento interno dello Stato.
Il risultato potrebbe incidere sugli equilibri internazionali molto più di quanto suggeriscano le singole notizie quotidiane.
Per comprendere la direzione di questa trasformazione sarà necessario osservare non soltanto gli incontri diplomatici, ma anche le nomine, le politiche monetarie, gli accordi energetici, le decisioni industriali e la struttura delle alleanze.
Perché il potere non si misura soltanto attraverso le dichiarazioni dei capi di Stato.
Si misura attraverso la capacità di controllare le istituzioni che trasformano quelle dichiarazioni in decisioni concrete.
Il mondo osserva le guerre, i vertici e gli scontri diplomatici. Ma sotto la superficie si sta modificando la macchina che governa le tre maggiori potenze nucleari del pianeta.
La grande questione non è se il cambiamento sia in corso.
È capire se produrrà un ordine internazionale più equilibrato oppure una nuova concentrazione del potere nelle mani di pochi.
E soprattutto, chi ne trarrà beneficio.
Fonti e approfondimenti
Documenti ufficiali e fonti sulla Cina
1. Governo cinese – Dati ufficiali della campagna anticorruzione, 30 ottobre 2026:
https://english.www.gov.cn/news/202610/30/content_WS6ae4aa49c6d00ca5f9a0dfcf.html
2. Ministero della Difesa cinese – Espulsione di Zhang Youxia e Liu Zhenli, 21 settembre 2026:
https://eng.mod.gov.cn/2025xb/N/T/16488081.html
3. Reuters – Il Partito Comunista conferma l’espulsione di 33 funzionari, 29 ottobre 2026:
https://theprint.in/world/chinas-communist-party-confirms-expulsion-of-33-officials/3085037/
4. Reuters – Il quinto Plenum e il numero record di espulsioni e assenze:
https://theprint.in/world/chinas-communist-party-conclave-on-toughening-discipline-sees-record-expulsions-absences/3085315/
5. South China Morning Post – Sedici generali espulsi e indagini sull’industria della difesa:
https://www.scmp.com/news/china/military/article/3372704/china-widens-pla-anti-graft-campaign-expelling-corporate-chiefs-16-generals-party
6. Associated Press – Disciplina interna e consolidamento del potere di Xi Jinping:
https://apnews.com/article/64e17fadcad51932f5d320cd4a97cc1f
Stati Uniti
7. Casa Bianca – Riforma della responsabilità dei funzionari federali, 3 giugno 2026:
https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2026/06/fact-sheet-president-donald-j-trump-increases-accountability-in-the-federal-workforce/

