Come il capitalismo inclusivo concentra potere, regole e morale nelle stesse mani
C’è una trasformazione del capitalismo occidentale che merita di essere osservata senza slogan. Non è la nazionalizzazione dei mezzi di produzione immaginata dal marxismo classico, non abolisce formalmente la proprietà privata e non consegna le fabbriche allo Stato. Il meccanismo è diverso: la proprietà rimane privata, mentre una quota crescente delle condizioni entro cui quella proprietà può essere esercitata viene definita attraverso standard, regolamenti, metriche ambientali e sociali, criteri finanziari e sistemi di certificazione.
È in questo senso — come categoria polemica e interpretativa, non come definizione accademica — che possiamo parlare di “Marxismo 2.0”.
Non più il soviet che possiede la fabbrica, ma una rete di grandi imprese, finanza, regolatori, organismi sovranazionali, fondazioni e istituzioni culturali capace di stabilire quali comportamenti siano economicamente finanziabili, socialmente accettabili e moralmente sostenibili.
Il punto non è sostenere che capitalismo inclusivo e marxismo siano la stessa cosa. Storicamente e teoricamente non lo sono. Il punto è interrogarsi su una possibile convergenza nel metodo: quando il potere di definire l’interesse collettivo si concentra in organismi lontani dal controllo diretto del cittadino, chi decide davvero quali interessi debbano prevalere?
Londra 2014: quando il capitalismo decise di correggere se stesso
Il 27 maggio 2014, alla Mansion House di Londra, si svolse la Conference on Inclusive Capitalism.
Non fu un incontro marginale.
Secondo il comunicato ufficiale dell’evento, vi parteciparono circa 250 delegati provenienti da 37 Paesi e 35 settori economici, rappresentanti di circa 30.000 miliardi di dollari di asset in gestione, all’epoca stimati in circa un terzo degli asset investibili mondiali.
Tra gli intervenuti figuravano Bill Clinton, Christine Lagarde, Mark Carney, il principe Carlo, Lawrence Summers, Eric Schmidt e numerosi protagonisti della grande finanza internazionale.
L’iniziativa era fortemente associata a Lynn Forester de Rothschild.
Christine Lagarde, allora direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, la ringraziò esplicitamente per avere convocato l’evento.
Il messaggio era chiarissimo: dopo la crisi finanziaria del 2008 il capitalismo aveva un problema di legittimità.
Lagarde parlò di eccessi nel rischio, nella leva finanziaria, nell’opacità e nelle remunerazioni. Mark Carney affrontò apertamente il problema della fiducia e della sostenibilità sociale del sistema economico.
Il capitalismo non doveva essere abolito.
Doveva essere rifondato moralmente.
Ed è precisamente qui che nasce il problema politico.
Perché quando coloro che amministrano una parte enorme del capitale mondiale si attribuiscono anche il compito di stabilire quale capitalismo sia moralmente accettabile, la domanda diventa inevitabile:
chi controlla i controllori?
Dal capitalismo degli azionisti al capitalismo degli stakeholder
La trasformazione viene generalmente descritta attraverso l’espressione stakeholder capitalism.
L’impresa non dovrebbe più rispondere soltanto agli azionisti, ma considerare anche lavoratori, comunità, ambiente, fornitori, consumatori e generazioni future.
Il principio, considerato isolatamente, può apparire perfino difficilmente contestabile.
Ma nasconde un problema fondamentale.
Chi rappresenta il “pianeta”?
Chi rappresenta le “generazioni future”?
Chi stabilisce cosa costituisca un comportamento socialmente responsabile?
Chi misura la sostenibilità?
Chi decide quale interesse collettivo debba prevalere quando gli interessi entrano in conflitto?
È qui che il potere ritorna dalla teoria alla realtà.
Perché un azionista possiede almeno un titolo giuridicamente definito. Una “generazione futura”, invece, deve necessariamente essere rappresentata da qualcuno.
Ed ecco comparire manager, agenzie di rating, consulenti, organismi internazionali, regolatori, fondi d’investimento, comitati ESG e standard setter.
La responsabilità verso tutti rischia così di trasformarsi nella responsabilità verso coloro che possiedono il potere di certificare cosa sia il bene di tutti.
La proprietà resta. Ma il regolamento cresce
Il Marxismo 2.0, secondo questa chiave interpretativa, non ha bisogno di abolire formalmente la proprietà privata.
Gli asset rimangono.
Rimangono immobili, piattaforme, brevetti, partecipazioni societarie, infrastrutture digitali, fondi e marchi.
Ma intorno alla proprietà cresce un sistema di condizioni.
ESG.
Tassonomie ambientali.
Disclosure climatica.
Due diligence.
Tracciabilità delle filiere.
Standard sociali.
Rating reputazionali.
Obiettivi di sostenibilità.
Ognuno di questi strumenti può avere una propria giustificazione economica, ambientale o sociale. Sarebbe scorretto considerarli automaticamente parti di un unico piano coordinato.
Il problema strutturale è un altro.
Ogni nuovo obbligo introduce un costo.
E un costo fisso non pesa allo stesso modo su tutti.
Una multinazionale con decine di migliaia di dipendenti può permettersi uffici ESG, consulenti, avvocati, auditor e specialisti della compliance.
Un’impresa con venti dipendenti molto meno.
La grande corporation può persino trasformare la compliance in vantaggio competitivo.
Il piccolo concorrente deve pagarla.
Da qui nasce un paradosso che merita di essere discusso seriamente: regole concepite per limitare il potere delle grandi imprese possono, quando diventano sufficientemente complesse, aumentare le barriere all’ingresso che proteggono proprio le imprese più grandi.
2019: il capitalismo inclusivo entra in Vaticano
L’11 novembre 2019 avvenne un passaggio simbolicamente molto più importante.
Papa Francesco ricevette in Vaticano i membri del Council for Inclusive Capitalism.
Il documento è tuttora disponibile sul sito ufficiale della Santa Sede.
Francesco ricordò la necessità di modelli economici più inclusivi ed equi e descrisse un capitalismo capace di non lasciare indietro nessuno come una “nobile aspirazione”.
Il Pontefice spiegò inoltre che il Council era uno dei risultati del Fortune-Time Global Forum del 2016.
La convergenza tra grande capitale e dottrina sociale cattolica diventava così pubblica.
L’8 dicembre 2020 arrivò il lancio internazionale del Council for Inclusive Capitalism with the Vatican.
Secondo lo stesso Council, il gruppo centrale dei cosiddetti Guardians for Inclusive Capitalism rappresentava oltre 10.500 miliardi di dollari di asset in gestione, società con più di 2.100 miliardi di capitalizzazione e circa 200 milioni di lavoratori in 163 Paesi.
Numeri enormi.
Ed è proprio la sproporzione tra questa concentrazione economica e il linguaggio utilizzato — inclusione, equità, sostenibilità, bene comune — a rendere il fenomeno politicamente interessante.
Il capitalismo scopre la propria teologia morale
Il capitalismo tradizionale chiedeva essenzialmente una cosa:
profitto.
Il nuovo capitalismo pretende qualcosa di più ambizioso:
legittimità morale.
Non basta più sostenere che un investimento produca rendimento.
Deve essere sostenibile.
Responsabile.
Inclusivo.
Etico.
Socialmente consapevole.
Ed è qui che la relazione con istituzioni morali e religiose assume un valore che va molto oltre l’immagine.
La finanza possiede capitale.
La politica possiede capacità normativa.
Le istituzioni religiose possiedono qualcosa che né la finanza né la burocrazia possono produrre autonomamente: autorità morale.
Il rischio nasce quando questi tre piani diventano troppo permeabili.
Perché una scelta finanziaria può trasformarsi in standard tecnico; lo standard in regolamento; il regolamento in comportamento moralmente desiderabile.
A quel punto dissentire non significa più semplicemente sostenere una diversa politica economica.
Può significare essere dipinti come irresponsabili, insostenibili o contrari al bene comune.
ESG: quando la morale diventa un prodotto finanziario
La grande espansione dell’ESG ha rappresentato uno dei laboratori più evidenti di questo modello.
Environmental, Social and Governance.
Tre lettere capaci per anni di orientare fondi, investimenti, comunicazione aziendale e strategie industriali.
Il principio originario era semplice: valutare un’impresa non soltanto attraverso il rendimento finanziario ma anche considerando rischi ambientali, sociali e di governance.
Il problema arrivò quando una categoria etica divenne contemporaneamente un prodotto commerciale.
Rating ESG.
ETF ESG.
Consulenza ESG.
Indici ESG.
Audit ESG.
Certificazioni ESG.
La virtù diventava misurabile.
E soprattutto vendibile.
Negli anni successivi sono però emersi problemi metodologici, accuse di greenwashing, divergenze tra sistemi di rating, risultati finanziari non uniformi e una crescente politicizzazione del termine ESG.
Il branding può cambiare.
La struttura rimane: chi definisce la metrica può influenzare l’accesso al capitale.
Leone XIV e l’intelligenza artificiale
Con l’elezione di Robert Francis Prevost come Leone XIV, l’8 maggio 2025, la questione tecnologica ha assunto una centralità ancora maggiore.
La prima enciclica del Pontefice, Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026 e pubblicata il 25 maggio, è dedicata alla tutela della persona nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Il testo insiste sulla necessità che l’intelligenza umana, la coscienza e la libertà rimangano superiori alla macchina.
Leone XIV scrive che deve essere l’essere umano a determinare responsabilmente usi e limiti dell’intelligenza artificiale.
Il tema è perfettamente legittimo.
Ma anche qui ritorna la domanda politica fondamentale:
chi stabilirà quei limiti?
Alla presentazione dell’enciclica partecipò anche Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’intelligenza artificiale.
Non si tratta di un dettaglio insignificante.
Anthropic è infatti uno dei principali laboratori privati impegnati contemporaneamente nello sviluppo dei modelli di frontiera e nella richiesta di maggiori meccanismi di sicurezza.
Il paradosso Anthropic
Il CEO di Anthropic, Dario Amodei, è diventato nel 2026 uno dei protagonisti del dibattito internazionale sulla necessità di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale più avanzata.
Amodei ha sostenuto meccanismi di auditing, standard condivisi e cooperazione internazionale sui sistemi più potenti.
È una posizione che può essere sostenuta sulla base di autentiche preoccupazioni di sicurezza.
Ma esiste anche un evidente problema di economia politica.
Quando le imprese che dispongono già di miliardi di capitale, enormi cluster computazionali, personale altamente specializzato e modelli di frontiera chiedono regole più costose per accedere alla frontiera tecnologica, quelle stesse regole possono trasformarsi in barriere all’ingresso.
La sicurezza può essere necessaria.
Ma non è economicamente neutrale.
Un audit da milioni di dollari pesa diversamente su Anthropic e su una startup.
Un regime autorizzativo complesso può essere affrontato da un gigante tecnologico molto più facilmente di quanto possa farlo un nuovo concorrente.
Il principio già osservato nell’ESG riappare nell’intelligenza artificiale:
chi è abbastanza grande da sopportare il regolamento può perfino beneficiare del regolamento.
Lo scontro con Trump
Questa divergenza è diventata anche politica.
Nel 2026 l’amministrazione Trump ha ordinato alle agenzie federali statunitensi di interrompere l’utilizzo della tecnologia Anthropic dopo uno scontro riguardante le condizioni poste dall’azienda all’impiego militare dei propri sistemi.
Anthropic chiedeva limiti relativi, tra l’altro, alla sorveglianza di massa e alle armi completamente autonome.
Il Pentagono contestò tali restrizioni e l’amministrazione arrivò a classificare l’azienda come rischio per la supply chain governativa.
Anthropic ha contestato la decisione.
Il caso mostra due concezioni differenti del rapporto tra tecnologia e potere pubblico: da una parte un’amministrazione che rivendica maggiore libertà operativa nell’impiego militare dell’IA; dall’altra un’azienda privata che sostiene la necessità di limiti preventivi anche sull’utilizzo governativo dei propri sistemi.
La questione non si riduce quindi a “regolazione contro libertà”.
È anche uno scontro su chi possieda l’autorità di fissare il limite.
La Sfera dell’Umanità
Poi arriva il simbolo.
Nel settembre 2026 Leone XIV ha ricevuto la Sphere of Humanity, una sfera verde in vetro di Murano realizzata nell’ambito delle iniziative di Saint Peter for Humanity.
La notizia è documentata.
All’interno della sfera sono stati inseriti passaggi manoscritti della Magnifica Humanitas riguardanti dignità, vulnerabilità, solidarietà, coscienza e intelligenza artificiale.
L’organizzazione ha collegato il simbolo a un progetto ancora più ambizioso: il Codex Humanitatis.
Il 24 settembre 2026 è prevista a New York un’assemblea con circa settanta personalità provenienti da tecnologia, scienza, economia, medicina, diritto, religione e cultura per elaborarne i primi principi.
Secondo il programma pubblicato dall’organizzazione, il percorso dovrebbe proseguire nel 2027 con una cerimonia in Vaticano e una presentazione al World Economic Forum di Davos.
Ed è difficile trovare un’immagine più efficace della trasformazione in corso.
Prima viene il principio morale.
Poi il codice.
Poi le istituzioni.
Poi governi, aziende, università e organizzazioni internazionali vengono invitati ad adottarlo.
La sfera è soltanto un’opera simbolica.
Il processo istituzionale che le sta attorno, invece, è concreto.
Il recinto chiamato Umanità
È qui che la metafora del recinto assume significato.
Non perché esista necessariamente una cabina di regia unica che controlla ogni passaggio.
Una simile affermazione richiederebbe prove che non abbiamo.
Il fenomeno è più interessante proprio perché può funzionare senza un unico centro di comando.
Grandi fondi cercano prevedibilità.
Corporation cercano standard comuni.
Regolatori cercano controllo.
Organizzazioni internazionali cercano coordinamento.
Fondazioni cercano influenza.
Istituzioni religiose cercano una tecnologia compatibile con la dignità umana.
Le esigenze possono essere diverse.
Ma il risultato può convergere:
un sistema nel quale un numero relativamente ristretto di istituzioni acquisisce un peso crescente nel definire ciò che è sostenibile, sicuro, inclusivo e socialmente accettabile.
Il problema non è la parola “umanità”.
Il problema è chi possiede la penna quando viene scritta la sua definizione operativa.
Il soviet senza falce e martello
Chiamarlo Marxismo 2.0 è volutamente provocatorio.
Non significa sostenere che BlackRock, il Vaticano, il World Economic Forum, Anthropic o Bruxelles siano marxisti.
Sarebbe storicamente falso e analiticamente troppo semplice.
L’analogia riguarda invece la struttura del potere.
Nel marxismo-leninismo l’avanguardia sosteneva di conoscere l’interesse storico del proletariato.
Nel managerialismo contemporaneo una classe di esperti, dirigenti, organismi tecnici e istituzioni sostiene sempre più spesso di poter individuare l’interesse dell’ambiente, delle generazioni future, della sicurezza globale e dell’umanità.
Cambiano gli uomini.
Cambiano le istituzioni.
Cambia completamente il sistema economico.
Ma resta una domanda antica:
quanto potere siamo disposti a consegnare a chi sostiene di sapere quale sia il nostro bene?
La nuova lotta non è capitale contro lavoro
Il conflitto del XXI secolo potrebbe non assomigliare affatto a quello immaginato da Marx.
Non necessariamente proletari contro capitalisti.
Potrebbe essere soprattutto una tensione tra centralizzazione e autonomia.
Tra grandi piattaforme e piccoli operatori.
Tra standard globali e legislazioni nazionali.
Tra compliance e libertà imprenditoriale.
Tra algoritmi proprietari e sistemi aperti.
Tra istituzioni che definiscono le regole e cittadini che devono subirne gli effetti.
Il paradosso finale è evidente.
Il capitalismo nato dalla proprietà privata potrebbe arrivare a una situazione nella quale la proprietà rimane formalmente privata, mentre le condizioni sostanziali del suo utilizzo vengono progressivamente determinate altrove.
Non è comunismo.
Non è il marxismo storico.
Ma non è neppure il vecchio capitalismo liberale.
È qualcosa di nuovo.
Ed è precisamente per questo che merita un nome.
Marxismo 2.0?
La definizione resta una tesi polemica.
I fatti sottostanti — la Conference on Inclusive Capitalism, il Council, l’alleanza con il Vaticano, la crescita delle metriche ESG, Magnifica Humanitas, il dibattito sulla regolazione dell’IA e il progetto Codex Humanitatis — sono invece documentabili.
Ed è da questi che occorre partire.
Perché il vero potere non consiste soltanto nel possedere.
Consiste nel definire le condizioni alle quali gli altri possono possedere, produrre, parlare, investire e innovare.
Quando capitale, regolazione e autorità morale cominciano a parlare lo stesso linguaggio, la questione decisiva non è più se quel linguaggio sia bello.
Inclusione.
Sostenibilità.
Sicurezza.
Umanità.
Sono tutte parole difficili da contestare.
La domanda è un’altra:
chi costruisce il recinto mentre pronuncia quelle parole?
FONTI E DOCUMENTI
Conference on Inclusive Capitalism, Londra, 27 maggio 2014 — comunicato dell’organizzazione: 250 delegati, 37 Paesi, circa 30.000 miliardi di dollari di asset rappresentati.
PR Newswire — The Will to Make Capitalism Fairer; The Means to Do It
Christine Lagarde — Economic Inclusion and Financial Integrity, discorso alla Conference on Inclusive Capitalism, 27 maggio 2014.
International Monetary Fund — discorso di Christine Lagarde
Mark Carney — Inclusive capitalism: creating a sense of the systemic, Conference on Inclusive Capitalism, Londra.
Bank of England — discorso di Mark Carney
Papa Francesco — Discorso al Council for Inclusive Capitalism, Vaticano, 11 novembre 2019.
Santa Sede — Consiglio per un Capitalismo Inclusivo
Council for Inclusive Capitalism with the Vatican — lancio dell’8 dicembre 2020, con dati relativi agli asset e ai lavoratori rappresentati dai Guardians.
Council for Inclusive Capitalism — comunicato di lancio
Leone XIV — Magnifica Humanitas, enciclica sulla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale, firmata il 15 maggio 2026.
Santa Sede — testo integrale di Magnifica Humanitas
Presentazione di Magnifica Humanitas, con la partecipazione di Christopher Olah di Anthropic.
Vatican News — presentazione dell’enciclica
Scontro amministrazione Trump–Anthropic sull’utilizzo governativo e militare dei modelli di IA.
Associated Press — Trump ordina alle agenzie USA di interrompere l’uso di Anthropic
Sphere of Humanity, consegnata a Leone XIV nel settembre 2026.
Fox News — Pope Leo XIV receives Sphere of Humanity
Codex Humanitatis — Founding Assembly, New York, 24 settembre 2026, programma ufficiale e percorso previsto verso Vaticano e World Economic Forum nel 2027.
Saint Peter for Humanity — Codex Humanitatis
Saint Peter for Humanity — struttura e missione dell’organizzazione.
Saint Peter for Humanity — sito ufficiale

