Majakovskij, l’utopia rivoluzionaria e la gabbia del socialismo reale
Il poeta aveva immaginato la Rivoluzione come una liberazione dell’uomo e della creatività. Si ritrovò invece davanti alla crescita di un apparato burocratico che pretendeva di amministrare non soltanto l’economia e la politica, ma progressivamente anche la cultura. La vicenda di Vladimir Majakovskij rimane così una delle rappresentazioni più potenti della collisione tra utopia rivoluzionaria e potere organizzato.
Ci sono uomini che attraversano un’epoca e uomini che finiscono per incarnarne le contraddizioni.
Vladimir Majakovskij appartiene alla seconda categoria.
Poeta, futurista, agitatore culturale, propagandista della Rivoluzione d’Ottobre, Majakovskij non fu semplicemente un intellettuale capitato nella Russia bolscevica. Credette nella possibilità che la rivoluzione politica coincidesse con una rivoluzione dell’uomo, della lingua, dell’arte, dei rapporti sociali e perfino della percezione della realtà.
Ed è precisamente per questo che la sua parabola conserva una forza straordinaria.
Perché l’uomo che aveva salutato la distruzione del vecchio mondo si trovò progressivamente davanti alla costruzione di una nuova macchina.
Una macchina fatta di uffici, funzionari, autorizzazioni, gerarchie, associazioni, ortodossie e conformismo.
Il gigante della poesia contro la macchina della burocrazia.
Ed è proprio in questo scontro che si manifesta una delle grandi contraddizioni del socialismo sovietico.
LA RIVOLUZIONE COME CREAZIONE
Per comprendere Majakovskij bisogna evitare un errore retrospettivo: immaginare che il mondo rivoluzionario degli anni immediatamente successivi al 1917 fosse già quello perfettamente irrigidito che caratterizzerà successivamente l’URSS staliniana.
Per una parte dell’avanguardia russa, la rivoluzione rappresentava qualcosa di molto più grande di un semplice cambio di governo.
Era la possibilità di rifare il mondo.
Futuristi, costruttivisti e sperimentatori immaginavano una società nella quale arte, tecnologia, industria e trasformazione sociale potessero fondersi.
Majakovskij partecipò direttamente a questa stagione.
La sua poesia rompeva la metrica tradizionale, deformava il linguaggio, trasformava la pagina e la declamazione. Collaborò alla propaganda rivoluzionaria e alle celebri finestre della ROSTA. Successivamente fu una delle figure centrali del LEF, il Fronte di Sinistra delle Arti.
Non osservava la rivoluzione dalla finestra.
Ne faceva parte.
Ed è questo particolare a rendere la sua storia politicamente interessante.
Majakovskij non era un aristocratico nostalgico dello zarismo né un oppositore liberale del bolscevismo.
Era un rivoluzionario.
Il problema nacque quando la rivoluzione cominciò a diventare istituzione.
DALL’UTOPIA ALL’AMMINISTRAZIONE
Ogni rivoluzione deve prima o poi confrontarsi con una domanda elementare: chi amministra ciò che la rivoluzione ha conquistato?
Nel caso sovietico la risposta assunse dimensioni enormi.
Uno Stato che pretendeva di dirigere quote sempre maggiori dell’economia, della produzione, della distribuzione e della vita collettiva aveva inevitabilmente bisogno di un apparato capace di raccogliere informazioni, emanare direttive, distribuire risorse e controllarne l’esecuzione.
La rivoluzione dell’improvvisazione doveva trasformarsi nella rivoluzione dei moduli.
Il rivoluzionario lasciava spazio al funzionario.
L’avanguardia all’apparato.
L’entusiasmo alla procedura.
È uno dei grandi paradossi del Novecento sovietico: un movimento nato promettendo l’abolizione delle vecchie gerarchie finì per produrre nuove gerarchie amministrative.
Il problema non sfuggì agli stessi protagonisti della rivoluzione.
La crescita della burocrazia divenne rapidamente oggetto di conflitto politico all’interno del movimento comunista e sarebbe stata successivamente denunciata con estrema durezza anche da Lev Trotsky.
Ma Majakovskij fece qualcosa di diverso.
La trasformò in teatro.
«LA CIMICE» E «IL BAGNO»: LA RIVOLUZIONE COMINCIA A DIVORARE SE STESSA
Le opere degli ultimi anni di Majakovskij sono fondamentali per comprendere la sua crescente insofferenza.
La cimice, scritta alla fine degli anni Venti, è una satira feroce dell’opportunismo, della piccola borghesia e delle contraddizioni della nuova società sovietica.
Ma è soprattutto Il bagno, scritto nel 1929 e rappresentato nel 1930, ad assumere un significato emblematico.
Al centro dell’opera c’è la burocrazia.
Majakovskij mette alla berlina il funzionario sovietico, l’apparato autoreferenziale, il linguaggio amministrativo, il potere che si giustifica attraverso se stesso.
Il bersaglio non è più semplicemente il vecchio mondo.
Il bersaglio è ciò che sta crescendo dentro il nuovo mondo.
Ed era un bersaglio estremamente delicato.
La commedia incontrò infatti critiche pesanti nella stampa sovietica. A Majakovskij venne contestato anche il modo in cui aveva affrontato il problema del burocratismo.
Il paradosso era quasi perfetto.
Un poeta rivoluzionario denunciava la burocrazia rivoluzionaria e veniva criticato dagli organismi culturali della rivoluzione per il modo in cui denunciava la burocrazia.
La macchina aveva cominciato a giudicare il suo cantore.
QUANDO LA RIVOLUZIONE VUOLE DECIDERE ANCHE L’ARTE
Qui emerge una questione ancora più profonda.
Il potere politico può tollerare un’arte autenticamente libera quando pretende contemporaneamente di organizzare integralmente la società?
L’avanguardia vive di deviazione.
Il potere vive di prevedibilità.
L’artista rompe il linguaggio.
La burocrazia lo standardizza.
L’artista introduce ambiguità.
La propaganda necessita di messaggi comprensibili.
L’artista produce eresia.
L’apparato produce ortodossia.
Prima o poi le due logiche entrano in collisione.
Bisogna però essere storicamente precisi.
Il realismo socialista non era ancora stato formalizzato come dottrina ufficiale quando Majakovskij morì nel 1930. La svolta istituzionale decisiva sarebbe arrivata successivamente, con la riorganizzazione delle organizzazioni artistiche sovietiche nel 1932 e con la progressiva affermazione del realismo socialista negli anni successivi.
Ma le pressioni verso la normalizzazione culturale erano già visibili.
L’ambiente nel quale si muoveva Majakovskij stava cambiando.
Lo sperimentalismo che aveva accompagnato la stagione rivoluzionaria diventava sempre più difficile da conciliare con un sistema politico che stava consolidando strutture, gerarchie e discipline.
IL PARADOSSO DEL SOCIALISMO REALE
È qui che il caso Majakovskij supera la biografia del poeta.
Diventa una questione politica.
Il socialismo rivoluzionario prometteva di liberare l’uomo dalle strutture economiche che lo dominavano.
Ma per amministrare centralmente una società complessa occorreva costruire un enorme sistema di comando.
Chi stabilisce quanto produrre?
Chi decide dove destinare le risorse?
Chi determina le priorità industriali?
Chi controlla il rispetto delle direttive?
Chi decide quali organizzazioni rappresentano realmente gli interessi collettivi?
Chi stabilisce quali deviazioni sono accettabili?
E, infine, chi controlla i controllori?
È il problema fondamentale di ogni sistema fortemente centralizzato.
Sostituendo una moltitudine di decisioni autonome con decisioni amministrative, il centro deve necessariamente acquisire informazioni e poteri sempre maggiori.
La burocrazia smette così di essere un incidente.
Diventa una necessità funzionale del sistema.
E quando il potere economico, politico e culturale tende a concentrarsi nello stesso apparato, la possibilità di sottrarsi alle sue decisioni diminuisce drasticamente.
La promessa dell’uguaglianza rischia allora di produrre una nuova classe dirigente: quella che non possiede formalmente i mezzi di produzione ma amministra l’accesso alle risorse dello Stato.
Il proprietario viene sostituito dal funzionario.
Il capitale privato dall’accesso politico.
Il mercato dalla gerarchia.
E il dissenso economico rischia di trasformarsi immediatamente in dissenso politico.
MAJAKOVSKIJ CONTRO IL FUNZIONARIO
Majakovskij comprese almeno una parte di questa metamorfosi.
La sua satira contro il burocrate non è soltanto una polemica contro l’impiegato inefficiente.
È molto di più.
Il burocrate rappresenta l’antitesi antropologica del poeta futurista.
Majakovskij vuole accelerazione.
Il burocrate produce attesa.
Majakovskij vuole invenzione.
Il burocrate pretende conformità.
Majakovskij vuole distruggere le forme precedenti.
Il burocrate trasforma ogni forma nuova in regolamento.
Uno vive dell’eccesso.
L’altro della procedura.
È lo scontro tra il Gigante e la Macchina.
E la tragedia è che quella macchina era nata dalla stessa rivoluzione nella quale il gigante aveva creduto.
CARMELO BENE: RESTITUIRE MAJAKOVSKIJ ALLA VOCE
Decenni più tardi, Carmelo Bene avrebbe trovato in Majakovskij un materiale straordinariamente congeniale alla propria ricerca teatrale.
Il rapporto di Bene con il poeta russo fu tutt’altro che episodico.
Lo Spettacolo-concerto Majakovskij attraversò infatti una parte considerevole della sua carriera, dalla prima edizione del 1960 fino alle successive riprese, arrivando alla stagione concertistica del 1980.
Bene non costruisce una semplice commemorazione politica del poeta sovietico.
Fa qualcosa di radicalmente diverso.
Lo sottrae alla statua.
Majakovskij torna voce.
Corpo.
Ritmo.
Eccesso.
Suono.
La parola smette di essere documento ideologico e ritorna evento.
La ricerca di Bene sulla voce e sulla futura «macchina attoriale» trova proprio nel materiale poetico russo uno dei suoi territori privilegiati.
Il suo spettacolo attraversa Majakovskij insieme a Blok, Esenin e Pasternak: poeti diversissimi, accomunati però dal rapporto traumatico con un secolo che aveva preteso di trasformare radicalmente l’uomo.
Nella lettura beniana il poeta non può essere ridotto alla funzione di portavoce.
La poesia eccede qualsiasi apparato che pretenda di appropriarsene.
Ed è precisamente questa eccedenza che rende Majakovskij ancora pericoloso.
IL SUICIDIO: ATTENZIONE ALLA LEGGENDA
Il 14 aprile 1930 Vladimir Majakovskij si sparò al cuore.
Aveva trentasei anni.
Sarebbe però troppo semplice — e storicamente scorretto — trasformare automaticamente il suicidio nella prova definitiva di una rottura politica con il comunismo.
La sua morte fu accompagnata da una situazione personale estremamente tormentata, da difficoltà sentimentali, tensioni professionali e crescente isolamento.
Non possediamo una prova che consenta di affermare semplicemente:
«Majakovskij si uccise perché aveva scoperto il fallimento del comunismo».
Sarebbe propaganda speculare alla mitizzazione sovietica.
Ma esiste un fatto difficilmente contestabile.
Negli ultimi anni della sua vita Majakovskij aveva rivolto la propria satira contro fenomeni — burocratizzazione, opportunismo, conformismo — che erano ormai presenti nella società costruita dalla rivoluzione alla quale aveva aderito.
Ed è questo che rende la sua vicenda immensamente più interessante di qualsiasi slogan.
TROTSKY E LA MORTE DEL POETA
La morte di Majakovskij provocò immediatamente una battaglia sulla sua eredità.
Trotsky intervenne nello stesso 1930 con un testo dedicato al suicidio del poeta.
La sua lettura era apertamente politica.
Trotsky denunciava la burocratizzazione della cultura rivoluzionaria e il controllo esercitato sulla produzione artistica, inserendo la tragedia di Majakovskij nel più ampio processo di degenerazione burocratica che, secondo la sua interpretazione, stava soffocando la rivoluzione.
Il punto è importante proprio perché la critica non proveniva dal liberalismo occidentale o dall’anticomunismo.
Proveniva dall’interno della tradizione rivoluzionaria marxista.
La domanda diventava quindi ancora più difficile da eludere:
come può una rivoluzione nata per liberare l’uomo finire per costruire un apparato che pretende di stabilire persino quale debba essere la sua arte?
LA MACCHINA VINCE SEMPRE?
Il dramma di Majakovskij contiene una lezione che supera l’Unione Sovietica.
Ogni utopia politica incontra prima o poi il problema dell’istituzione.
L’utopia promette l’uomo nuovo.
L’istituzione deve compilare il modulo dell’uomo nuovo.
L’utopia immagina spontaneità collettiva.
L’istituzione pretende procedure.
L’utopia vuole distruggere le gerarchie.
L’istituzione deve creare qualcuno che amministri la distruzione delle gerarchie.
È qui che nasce il paradosso.
Più vasto è il progetto di trasformazione della società, maggiore diventa il potere necessario per realizzarlo.
Più numerosi sono gli aspetti dell’esistenza che lo Stato pretende di organizzare, più grande deve diventare l’apparato incaricato di organizzarli.
E più cresce l’apparato, maggiore diventa il rischio che la rivoluzione non elimini il potere ma ne cambi semplicemente i detentori.
La storia sovietica avrebbe mostrato negli anni successivi quanto lontano potesse arrivare questo processo.
Majakovskij non vide il Grande Terrore.
Non vide le purghe della seconda metà degli anni Trenta.
Non vide l’apogeo dello stalinismo.
Morì nel 1930.
Ma vide abbastanza per trasformare il burocrate in una figura grottesca.
Ed è forse questa una delle ironie più amare della sua esistenza.
L’uomo che aveva prestato il proprio talento alla rivoluzione finì per utilizzare quello stesso talento contro uno dei

