I soliti riporter della propaganda marxista colpiscono ancora: persino i soccorsi israeliani in Colombia diventano un caso politico

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Quando una tragedia naturale diventa materiale per una battaglia ideologica, il primo a essere sepolto sotto le macerie rischia di essere il contesto.

È quanto sta accadendo intorno alla missione israeliana arrivata in Colombia dopo il devastante terremoto di magnitudo 7,4 del 10 agosto 2026. Sui social e in alcune ricostruzioni fortemente politiche, fotografie e filmati dei soccorritori israeliani sono stati trasformati nella presunta prova di una gigantesca operazione propagandistica: militari che sarebbero arrivati non per aiutare, ma per scattarsi fotografie tra le macerie e “ripulire l’immagine di Israele”.

Una narrazione efficace sul piano emotivo. Molto meno convincente quando la si confronta con i fatti disponibili.

DAL TERREMOTO ALLA BATTAGLIA POLITICA

Il punto di partenza è una tragedia reale.

Il 10 agosto un terremoto di magnitudo 7,4 ha colpito la Colombia occidentale, provocando gravissime distruzioni, morti, feriti e dispersi. Le autorità colombiane hanno mobilitato enormi risorse e ricevuto assistenza internazionale.

Tra le squadre straniere arrivate nel Paese c’era anche una delegazione israeliana di circa 80 persone.

Ed è qui che comincia la trasformazione della cronaca in propaganda.

Il fatto che molti appartenenti alla missione provenissero dalle Forze di Difesa Israeliane è stato utilizzato per descrivere la presenza come quella di “soldati di guerra”, quasi che un reparto militare fosse stato inviato in Colombia con finalità oscure.

Si dimentica però un dettaglio fondamentale: Israele dispone all’interno del suo apparato militare di strutture specializzate nella protezione civile, ricerca e soccorso e intervento in caso di catastrofi.

La missione comprendeva personale del Home Front Command, soccorritori, tecnici e specialisti in grado di valutare edifici danneggiati e operare nelle strutture collassate.

Non erano in Colombia per combattere una guerra.

Erano lì per una missione di emergenza.

NON È STATA ISRAELE A “INVADERE” LA COLOMBIA

C’è poi un elemento ancora più importante.

La presenza israeliana non risulta essere stata un’iniziativa imposta unilateralmente da Gerusalemme. La Colombia aveva richiesto assistenza internazionale dopo il terremoto e il governo colombiano aveva autorizzato e accolto la delegazione.

Questo cambia completamente il quadro.

Non abbiamo un esercito straniero che decide autonomamente di presentarsi in una zona terremotata.

Abbiamo uno Stato colpito da una catastrofe che accetta assistenza internazionale e una squadra specializzata che arriva per collaborare con le strutture locali.

Eppure una parte della polemica ha preferito concentrare l’attenzione sull’uniforme dei soccorritori piuttosto che sul lavoro che erano stati chiamati a svolgere.

“FACEVANO SELFIE TRA LE MACERIE”

È l’immagine perfetta per un post virale.

Si prende una fotografia o un breve filmato di un membro della delegazione che utilizza uno smartphone e lo si trasforma nella rappresentazione dell’intera missione:

“Sono venuti a fare turismo tra le macerie.”

Ma un’immagine non dimostra una simile conclusione.

Una missione internazionale documenta normalmente le proprie operazioni attraverso fotografie, video, comunicati e materiale destinato sia alle autorità sia alla comunicazione pubblica.

Si può naturalmente discutere sull’opportunità di una determinata fotografia.

Si può trovare un selfie in un luogo di tragedia fuori luogo.

Si può criticare il modo in cui una missione comunica il proprio intervento.

Ma da questo a sostenere che 82 persone siano volate dall’altra parte del mondo esclusivamente per realizzare materiale propagandistico c’è un salto logico enorme.

E soprattutto ci sono altri fatti da considerare.

COSA STAVANO FACENDO GLI ISRAELIANI

Le fonti disponibili documentano attività operative della delegazione.

Gli specialisti israeliani hanno effettuato valutazioni di strutture danneggiate, compreso l’Hospital Universitario del Valle, e hanno lavorato in coordinamento con autorità colombiane, vigili del fuoco, personale sanitario e altre organizzazioni presenti nell’area.

Il sindaco di Cali Alejandro Eder ha parlato pubblicamente della collaborazione con la squadra israeliana e delle attività condotte insieme ai soccorritori colombiani.

Sono state documentate operazioni nelle aree colpite e attività finalizzate alla localizzazione e al recupero delle persone rimaste sotto le strutture collassate.

Questo non significa che ogni componente della missione abbia trascorso ogni minuto scavando tra le macerie.

Nessuna grande operazione di soccorso funziona così.

Ci sono tecnici, coordinatori, ingegneri, personale logistico, comunicatori e specialisti con mansioni differenti.

Ma significa che la tesi secondo cui la delegazione sarebbe stata semplicemente una “gita turistica” non è sostenuta dalle evidenze disponibili.

LE CRITICHE DI PETRO SONO POLITICA, NON UNA PERIZIA SUI SOCCORSI

L’ex presidente Gustavo Petro ha alimentato la polemica chiedendo pubblicamente se fossero arrivati “aiuti umanitari o soldati di guerra”.

È una dichiarazione politica perfettamente legittima.

Ma rimane una dichiarazione politica.

Non costituisce una prova che la delegazione non stesse svolgendo attività di soccorso.

Ed esistono dichiarazioni di autorità colombiane direttamente coinvolte nella gestione dell’emergenza che descrivono invece la collaborazione con gli israeliani.

Il metodo corretto dovrebbe essere semplice:

prima si stabilisce cosa abbia effettivamente fatto la missione e successivamente si formula un giudizio politico.

Nella propaganda avviene spesso l’esatto contrario.

Prima viene stabilita la conclusione ideologica.

Poi vengono selezionate le immagini capaci di sostenerla.

LE 72 ORE NON SONO UN INTERRUTTORE

Un altro argomento utilizzato contro la missione sostiene che gli israeliani sarebbero arrivati troppo tardi perché fossero ormai trascorse le famose “72 ore”.

Anche qui c’è un pezzo di verità trasformato in una conclusione eccessiva.

Le prime 72 ore dopo un terremoto sono fondamentali per massimizzare le probabilità di trovare persone vive sotto le macerie.

Ma non esiste un cronometro biologico che allo scoccare della settantaduesima ora renda automaticamente inutile qualsiasi squadra di ricerca e soccorso.

Esistono casi documentati di persone recuperate vive dopo quattro, cinque o più giorni.

Inoltre le squadre USAR non svolgono esclusivamente il recupero di superstiti: possono contribuire alla ricerca delle vittime, alla valutazione degli edifici, alla sicurezza strutturale e al coordinamento tecnico dell’emergenza.

Utilizzare le 72 ore per affermare che qualsiasi intervento successivo sia automaticamente inutile significa trasformare una regola operativa in uno slogan.

POI ARRIVA GAZA

Ed ecco il passaggio che rivela maggiormente la costruzione narrativa.

Dopo aver parlato del terremoto colombiano, il racconto introduce Gaza.

Il ragionamento diventa sostanzialmente questo:

gli israeliani sono tra le macerie in Colombia mentre esistono macerie a Gaza, dunque la loro presenza in Colombia sarebbe ipocrita o propagandistica.

Ma una cosa non dimostra l’altra.

Si può discutere delle operazioni militari israeliane a Gaza, delle responsabilità israeliane, di Hamas, delle vittime civili, del diritto internazionale e delle decisioni del governo Netanyahu.

È un dibattito enorme e legittimo.

Ma nessuno di questi argomenti dimostra che un ingegnere israeliano non abbia realmente ispezionato un ospedale colombiano o che un soccorritore non abbia realmente lavorato accanto ai vigili del fuoco colombiani.

Inserire Gaza serve soprattutto a modificare la reazione emotiva del lettore.

Non aggiunge una prova sull’attività della missione in Colombia.

ANCHE “STATO GENOCIDA” VIENE PRESENTATO COME SE FOSSE UN DATO TECNICO

La stessa tecnica appare quando Israele viene definito semplicemente “Stato genocida”.

È possibile sostenere politicamente o giuridicamente l’accusa di genocidio e discuterne le argomentazioni.

Ma una pubblicazione che pretende di informare dovrebbe distinguere tra accusa, interpretazione politica e sentenza definitiva.

La Corte internazionale di giustizia non ha emesso una sentenza definitiva che stabilisca la responsabilità di Israele per genocidio a Gaza.

Il procedimento internazionale non può quindi essere trasformato giornalisticamente in una sentenza già pronunciata.

Quando una qualificazione controversa viene presentata come fatto incontrovertibile, il lettore non viene informato del dibattito: gli viene consegnata direttamente la conclusione.

CRITICARE ISRAELE NON È ANTISEMITISMO

Occorre però mantenere una distinzione importante.

Criticare Israele, il governo Netanyahu o persino accusare la missione colombiana di propaganda non costituisce automaticamente antisemitismo.

L’antisemitismo riguarda ostilità, discriminazione o pregiudizi nei confronti degli ebrei in quanto ebrei.

Confondere qualsiasi critica a Israele con antisemitismo sarebbe sbagliato quanto utilizzare stereotipi antisemiti nascondendoli dietro una critica politica.

Qui il problema dimostrabile è soprattutto un altro: la selezione ideologica dei fatti e l’utilizzo della tragedia colombiana per costruire una narrazione politica anti-israeliana.

Ed è già abbastanza grave senza bisogno di attribuire etichette che devono essere dimostrate.

IL METODO DEI SOLITI REPORTER DELLA PROPAGANDA MARXISTA

Il meccanismo comunicativo è riconoscibile.

Si parte da fatti veri:

  • c’è stato un terremoto;
  • è arrivata una delegazione israeliana;
  • molti componenti appartengono all’IDF;
  • sono stati realizzati video e fotografie;
  • Petro ha criticato la missione.

Poi arrivano le interpretazioni:

“gita turistica”, “farsa”, “affronto”, “speculazione sulla sofferenza”, operazione per “ripulire l’immagine”.

Infine le interpretazioni vengono raccontate in modo tale da sembrare la naturale conseguenza dei fatti iniziali.

Ma sono proprio quei passaggi intermedi che avrebbero bisogno di prove.

Questo è il problema della propaganda: non deve necessariamente inventare tutto.

Molto più efficace è prendere cinque fatti autentici, eliminare il contesto scomodo e collegarli attraverso una conclusione ideologica.

IL PARADOSSO

Se la delegazione israeliana non fosse arrivata, qualcuno avrebbe probabilmente accusato Israele di indifferenza davanti alla tragedia colombiana.

È arrivata?

Allora diventa “propaganda”.

Documenta l’intervento?

“Selfie sulle macerie.”

È composta anche da militari?

“Soldati di guerra.”

Collabora con le autorità colombiane?

“Operazione di immagine.”

È uno schema retorico nel quale qualsiasi comportamento conduce alla conclusione stabilita in partenza.

Ed è precisamente per questo che servono i fatti.

CONCLUSIONE: LE IMMAGINI NON CANCELLANO IL LAVORO SVOLTO

Nessuno è obbligato ad apprezzare Israele.

Nessuno è obbligato a sostenere Netanyahu.

Nessuno è obbligato a considerare elegante ogni fotografia scattata da un soccorritore israeliano.

Ma il giornalismo dovrebbe cominciare da una domanda molto più semplice:

che cosa ha realmente fatto quella delegazione?

Le informazioni disponibili mostrano una squadra internazionale richiesta e autorizzata dalla Colombia, composta anche da personale specializzato in ricerca, soccorso e ingegneria, impegnata in attività operative e coordinata con strutture colombiane.

Questo non rende Israele immune dalle critiche.

Rende semplicemente insostenibile trasformare automaticamente qualche fotografia in prova che l’intera missione fosse una messinscena.

Quando persino una squadra di soccorso arrivata dopo un terremoto deve essere filtrata attraverso Gaza, Netanyahu e la battaglia ideologica contro Israele, non stiamo più leggendo soltanto la cronaca di un disastro naturale.

Stiamo osservando la costruzione di una narrazione politica.

E per smontarla non servono slogan opposti.

Servono documenti, testimonianze verificabili, cronologia e contesto.

Fonti

Caracol Radio – Bilancio e conseguenze del terremoto:
https://caracol.com.co/2026/08/14/las-victimas-por-el-terremoto-en-colombia-alcanzan-los-285-muertos-y-3975-heridos-segun-la-ungrd/

Infobae Colombia – Arrivo e attività della delegazione israeliana:
https://www.infobae.com/colombia/2026/08/15/asi-fue-la-llegada-de-la-delegacion-israeli-para-apoyar-el-rescate-de-personas-tras-el-terremoto-israel-con-colombia/

Infobae Colombia – Polemica con Gustavo Petro e risposta della delegazione:
https://www.infobae.com/colombia/2026/08/15/delegacion-humanitaria-israeli-que-viajo-a-colombia-para-apoyar-rescates-tras-el-sismo-desmintio-senalamiento-de-gustavo-petro-con-todo-respeto/

El Espectador – Polemica sui video di Roni Kaplan:
https://www.elespectador.com/mundo/america/lavado-de-escombros-el-video-de-roni-kaplan-revive-un-viejo-debate-sobre-israel/

Jerusalem Post – Composizione e partenza della missione israeliana:
https://www.jpost.com/israel-news/article-905555

Jerusalem Post – Missione del Home Front Command in Colombia:
https://www.jpost.com/israel-news/article-905499

INSARAG – Linee guida e documentazione internazionale sulle operazioni USAR:
https://insarag.org/

Organizzazione Mondiale della Sanità – Documentazione su ricerca, soccorso e sopravvivenza dopo terremoti:
https://iris.who.int/bitstream/10665/204734/1/B0149.pdf

Corte internazionale di giustizia – Documentazione ufficiale sul procedimento South Africa v. Israel:
https://www.icj-cij.org/case/192

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