Il 7 ottobre, l’esplosione dell’antisemitismo e il cortocircuito dell’antifascismo occidentale
C’è una domanda che l’Occidente continua ostinatamente a evitare.
Che cosa accade quando chi si proclama antifascista comincia a giustificare la violenza contro gli ebrei?
Che cosa resta dell’antifascismo quando il massacro di civili israeliani viene trasformato in “resistenza”? Quando la parola sionista smette di indicare un’idea politica e viene utilizzata come marchio collettivo da appiccicare agli ebrei? Quando nelle università occidentali l’assassinio di civili viene reinterpretato attraverso le categorie di “colonizzatori”, “oppressori” e “privilegiati”, fino a cancellare persino la distinzione tra combattenti e innocenti?
Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato il più grave massacro di ebrei in un singolo giorno dalla Shoah. Circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato da Hamas contro Israele e oltre 250 furono prese in ostaggio.
Ma il 7 ottobre ha prodotto anche un altro effetto.
Ha funzionato come un gigantesco rivelatore politico e culturale.
Per decenni l’immaginario occidentale ha associato quasi automaticamente l’antisemitismo alla destra estrema, al neonazismo e al suprematismo bianco. Quell’antisemitismo non è scomparso e continua a essere pericoloso. Ma dopo il 7 ottobre è diventato impossibile ignorare un altro fenomeno: l’enorme crescita di un antisemitismo costruito intorno a Israele e al sionismo, capace di attraversare ambienti universitari, movimenti radicali anti-israeliani, settori dell’estrema sinistra e circuiti islamisti.
Non è una sensazione.
Sono i numeri a imporre la discussione.
L’esplosione americana
Secondo l’Anti-Defamation League, negli Stati Uniti nel 2023 furono registrati 8.873 episodi antisemiti, contro i 3.698 dell’anno precedente: un aumento del 140%.
Fu allora il numero più alto mai registrato dall’ADL dall’inizio delle sue rilevazioni nel 1979.
L’incremento si concentrò soprattutto nel periodo successivo all’attacco del 7 ottobre. Nei campus universitari furono registrati 922 episodi nel corso dell’anno, con un aumento del 321% rispetto al 2022.
Ma il fenomeno non si esaurì nell’emotività dei mesi immediatamente successivi al massacro.
Nel 2024 l’ADL ha registrato 9.354 incidenti, un ulteriore 5% in più rispetto al record del 2023 e il dato più alto nei 46 anni coperti dall’Audit.
Il particolare politicamente più interessante è un altro.
Per la prima volta nella storia della rilevazione, la maggioranza degli incidenti – il 58%, pari a 5.452 casi – conteneva elementi relativi a Israele o al sionismo.
L’ADL ha inoltre registrato 1.694 episodi nei campus universitari, l’84% in più rispetto al 2023.
Questo non significa, naturalmente, che criticare Israele sia antisemitismo.
Non significa neppure che una manifestazione per i civili palestinesi sia antisemita.
La distinzione è fondamentale.
Lo stesso metodo dell’ADL esclude dalle statistiche le proteste anti-israeliane che non contengono elementi classificati come antisemiti. Nel 2024 l’organizzazione ha monitorato oltre 5.000 manifestazioni anti-Israele: 2.596 di queste sono entrate nell’Audit perché comprendevano messaggi, slogan, cartelli o discorsi giudicati antisemiti.
È proprio questa distinzione a rendere il dato significativo.
Il problema non è essere pro-Palestina. Il problema è quando la causa palestinese diventa il lasciapassare morale per demonizzare gli ebrei, celebrare il terrorismo o negare agli israeliani lo status stesso di civili.
Il fenomeno non è finito nel 2023
I dati successivi smentiscono anche l’idea secondo cui si sarebbe trattato esclusivamente di un’ondata emotiva temporanea.
Nel Regno Unito il Community Security Trust ha registrato 3.700 episodi antisemiti nel 2025. È il secondo dato annuale più alto mai rilevato dall’organizzazione, dietro soltanto ai 4.298 episodi del 2023.
Il dato del 2025 equivale inoltre a una media di 308 episodi al mese: esattamente il doppio della media mensile registrata nell’anno precedente al 7 ottobre.
Persino nel primo semestre 2025, quando l’ondata iniziale avrebbe dovuto essersi ormai esaurita, il CST ha registrato 1.521 episodi, il secondo dato più alto mai osservato nel Regno Unito nei primi sei mesi di un anno.
Negli Stati Uniti il fenomeno ha mostrato qualche cambiamento nel 2025: secondo l’ADL, la quota degli episodi collegati a Israele o al sionismo è scesa dal 58% del 2024 al 45% nel 2025 e sono diminuite anche le manifestazioni anti-Israele contenenti retorica classificata come antisemita.
Ma contemporaneamente l’ADL ha registrato nel 2025 un massimo storico per le aggressioni antisemite.
Il problema, dunque, non è evaporato.
La Germania e la saldatura tra ambienti diversi
La Germania offre forse uno degli esempi più interessanti perché il sistema di monitoraggio RIAS prova anche a distinguere i diversi ambienti ideologici.
Nel 2023 RIAS ha documentato 4.782 episodi antisemiti, oltre l’80% in più rispetto all’anno precedente. Ben 2.787 furono registrati tra il 7 ottobre e la fine dell’anno: in meno di tre mesi furono quindi documentati più episodi che nell’intero 2022.
Nel 2024 la situazione è ulteriormente peggiorata: il rapporto nazionale RIAS parla di 8.627 episodi, quasi il 77% in più rispetto al 2023.
Ed è proprio RIAS a descrivere una realtà che manda in frantumi le vecchie categorie.
Nell’analisi delle manifestazioni successive al 7 ottobre emergono ambienti misti nei quali attivisti radicalmente anti-israeliani, gruppi islamisti e settori della sinistra anti-imperialista possono ritrovarsi nelle stesse mobilitazioni.
Su 2.225 manifestazioni analizzate dal 7 ottobre 2023 alla fine del 2024 nelle quali erano stati documentati contenuti antisemiti, nell’89% dei casi RIAS ha rilevato antisemitismo collegato a Israele.
Questa è la questione che una parte della cultura politica europea non vuole affrontare.
L’antisemitismo contemporaneo non appartiene a un solo campo politico.
Esiste quello neonazista.
Esiste quello cospirazionista.
Esiste quello islamista.
Ed esiste un antisemitismo che utilizza il vocabolario dell’anti-imperialismo, della decolonizzazione e dell’antisionismo radicale.
In alcune piazze questi mondi finiscono perfino per incontrarsi.
Quando il massacro diventa una “vittoria”
Il caso di Students for Justice in Palestine è particolarmente significativo.
Dopo il 7 ottobre, National Students for Justice in Palestine diffuse un Day of Resistance Toolkit nel quale l’attacco veniva descritto come una “historic win”, una “vittoria storica” della resistenza palestinese.
Il documento invitava inoltre gli studenti a portare quella lotta nei campus americani attraverso lo “smantellamento del sionismo”.
L’ADL documenta inoltre dichiarazioni di capitoli SJP che arrivavano a contestare esplicitamente la distinzione tra “civile” e “militante”.
E qui la questione supera completamente la critica alle politiche del governo israeliano.
Si può contestare Netanyahu.
Si può sostenere la nascita di uno Stato palestinese.
Si può denunciare la morte dei civili palestinesi.
Si possono criticare bombardamenti, insediamenti, operazioni militari e qualsiasi decisione del governo israeliano.
Tutto questo appartiene alla discussione politica.
Ma chiamare “vittoria storica” un’offensiva durante la quale vengono massacrati civili è un’altra cosa.
E PEN America, organizzazione certamente non assimilabile alla destra trumpiana, ha definito “deeply abhorrent” diversi contenuti di quel toolkit, pur contestando allo stesso tempo i tentativi di utilizzare quelle dichiarazioni per giustificare indiscriminatamente la soppressione della libertà di espressione nei campus.
È precisamente questa la distinzione che serve.
Difendere la libertà di parola non significa fingere di non vedere ciò che viene detto.
Il laboratorio dei campus
Le università americane sono diventate uno dei principali campi di battaglia di questa trasformazione.
Nel 2024 una commissione della Camera dei Rappresentanti ha condotto audizioni e indagini sulla gestione dell’antisemitismo in numerose università, tra cui Columbia, Rutgers, Northwestern, UCLA, Yale e University of Michigan.
Anche qui bisogna evitare una semplificazione.
Non tutti gli studenti che hanno manifestato per Gaza sono antisemiti.
Molti hanno protestato esclusivamente contro la guerra e per la tutela dei civili palestinesi.
Ma all’interno dello stesso universo politico sono emerse anche posizioni radicalmente diverse.
Nell’ottobre 2024, per esempio, Columbia University Apartheid Divest dichiarò il proprio sostegno alla “armed struggle”, definendo il 7 ottobre una vittoria “morale, militare e politica”.
Ed è qui che il paradosso dell’università progressista diventa enorme.
Gli stessi ambienti culturali che per anni hanno costruito codici linguistici rigidissimi per evitare microaggressioni, discriminazioni e linguaggio offensivo si sono improvvisamente trovati davanti a una questione immensamente più grave:
quando la violenza è rivolta contro gli israeliani, quali parole diventano improvvisamente accettabili?
Dall’ebreo “capitalista” all’ebreo “colonizzatore”
L’antisemitismo ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di adattamento.
L’ebreo è stato accusato contemporaneamente di essere capitalista e comunista.
Cosmopolita e tribalista.
Troppo assimilato e incapace di assimilarsi.
Dominatore della finanza e rivoluzionario bolscevico.
Il bersaglio rimaneva lo stesso; cambiava la giustificazione.
Oggi esiste il rischio di una nuova metamorfosi.
L’ebreo non viene necessariamente presentato come una “razza inferiore”, secondo il vocabolario biologico del nazismo.
Può essere ricodificato come “colonizzatore”, “privilegiato”, “oppressore”, “sionista”.
Il linguaggio cambia.
La funzione politica può diventare sorprendentemente simile: trasformare milioni di individui differenti in una categoria collettivamente colpevole.
Ed è precisamente qui che l’antisionismo può oltrepassare la frontiera che lo separa dall’antisemitismo.
Non quando critica Israele.
Ma quando attribuisce agli ebrei collettivamente le responsabilità dello Stato israeliano; considera legittimo colpire istituzioni ebraiche perché “sioniste”; utilizza stereotipi classici sull’influenza ebraica; giustifica la violenza contro civili israeliani; oppure sostiene che l’unico Stato al mondo a maggioranza ebraica debba semplicemente cessare di esistere attraverso la violenza.
La coalizione rosso-verde
Esiste poi un cortocircuito politico ancora più difficile da spiegare.
Una parte della sinistra radicale occidentale ha costruito la propria identità intorno ai diritti LGBT, al femminismo, alla laicità e alla liberazione sessuale.
L’islamismo radicale sostiene principi praticamente opposti.
Eppure i due mondi possono incontrarsi nell’anti-occidentalismo e nell’ostilità verso Israele.
RIAS documenta precisamente questa presenza contemporanea di attivismo anti-israeliano, ambienti islamisti e sinistra anti-imperialista nelle manifestazioni contenenti antisemitismo.
Non significa che islamismo e sinistra radicale siano la stessa cosa.
Significa qualcosa di politicamente più interessante:
due ideologie incompatibili possono costruire un’alleanza tattica quando individuano lo stesso nemico.
Israele diventa così non soltanto uno Stato da criticare, ma il simbolo dell’Occidente, del colonialismo, del capitalismo, degli Stati Uniti e dell’ordine liberale.
E a quel punto l’ebreo rischia nuovamente di essere trasformato da individuo in simbolo.
È un meccanismo terribilmente antico.
Il grande alibi: “è soltanto antisionismo”
La risposta automatica è ormai conosciuta:
“Non siamo antisemiti, siamo antisionisti.”
In moltissimi casi è vero.
Antisionismo e antisemitismo non sono automaticamente sinonimi.
Una persona può criticare radicalmente il sionismo senza nutrire alcun odio verso gli ebrei.
Ma la formula non può diventare uno scudo universale.
Se una sinagoga viene attaccata per ciò che accade a Gaza, non è geopolitica.
Se uno studente ebreo viene intimidito perché considerato automaticamente responsabile delle decisioni del governo israeliano, non è critica a Netanyahu.
Se un massacro di civili viene celebrato perché quelle vittime vengono ridefinite collettivamente come “colonizzatori”, non è solidarietà con i palestinesi.
È disumanizzazione.
E la storia europea dovrebbe aver insegnato dove può condurre la disumanizzazione.
Anche l’estrema destra resta un problema
C’è però un dato che chi vuole affrontare seriamente il problema non deve nascondere.
L’antisemitismo dell’estrema destra non è scomparso.
L’ADL continua a documentare propaganda suprematista bianca e attività neonaziste; nel 2025 ha registrato una forte diminuzione della distribuzione di propaganda suprematista rispetto all’anno precedente, ma il fenomeno continua a esistere.
Negarlo per ragioni di convenienza politica sarebbe esattamente lo stesso errore che viene contestato alla sinistra.
L’antisemitismo va combattuto ovunque si trovi.
A destra quando parla di razza e complotti ebraici.
Nel fondamentalismo islamista quando invoca la guerra religiosa contro gli ebrei.
A sinistra quando trasforma ogni ebreo in un “colonizzatore” e ogni violenza contro israeliani in “resistenza”.
Non esiste antisemitismo buono perché proviene dalla parte politica che ci piace.
“Mai più”, ma con una clausola
Ed è questo il vero lascito politico del 7 ottobre.
Per ottant’anni l’Europa ha ripetuto:
Mai più.
Ma il valore di quella promessa non si misura quando è facile pronunciarla.
Si misura quando gli ebrei vengono realmente assassinati.
Il 7 ottobre circa 1.200 persone furono uccise e più di 250 rapite.
E mentre Israele non aveva ancora nemmeno completato la propria risposta militare, in alcuni ambienti occidentali era già cominciata la trasformazione semantica degli assassini in “resistenti” e delle vittime in “colonizzatori”.
È questo il punto che resterà nella storia.
Non impedisce di discutere — anche durissimamente — ciò che Israele ha fatto successivamente a Gaza.
Le due cose possono e devono essere tenute insieme.
Si possono condannare Hamas e le uccisioni di civili israeliani.
Si possono condannare le sofferenze e la morte dei civili palestinesi.
Si può criticare Netanyahu senza odiare gli ebrei.
Si può difendere il diritto dei palestinesi senza celebrare Hamas.
Quello che non si può fare è trasformare la parola “antifascismo” in un certificato preventivo di innocenza.
I nazisti sono loro?
Naturalmente esiste una differenza storica gigantesca tra la Germania nazista — uno Stato totalitario che organizzò industrialmente lo sterminio di sei milioni di ebrei — e qualsiasi movimento politico contemporaneo.
Equipararli letteralmente sarebbe storicamente sbagliato.
Ma il titolo “I nazisti sono loro” pone una provocazione diversa.
Che cosa accade quando chi passa la vita a definire gli altri “fascisti” comincia a utilizzare alcuni dei meccanismi che hanno sempre preceduto la persecuzione?
Colpa collettiva.
Demonizzazione.
Disumanizzazione.
Esclusione.
Giustificazione della violenza.
Trasformazione dell’ebreo in simbolo di un sistema malvagio.
Il nazismo costruì il proprio antisemitismo attraverso la razza.
Una parte dell’antisemitismo contemporaneo lo ricostruisce attraverso le categorie di colonialismo, privilegio e oppressione.
Non sono la stessa ideologia.
Ma il bersaglio rischia di tornare terribilmente familiare.
E questo è il punto che una parte dell’Occidente progressista non vuole guardare.
Il 7 ottobre ha strappato la maschera a molti.
Ha mostrato che gridare “antifascismo” non rende automaticamente immuni dall’odio.
Ha mostrato che si può parlare continuamente di inclusione e contemporaneamente escludere gli ebrei dalla propria gerarchia delle vittime.
Ha mostrato che persino un massacro può essere reinterpretato come liberazione quando le vittime vengono preventivamente classificate come appartenenti alla categoria degli “oppressori”.
E soprattutto ha ricordato una regola che l’Europa avrebbe dovuto imparare definitivamente nel 1945:
l’antisemitismo non diventa progressista cambiando vocabolario.
Chiamare l’ebreo “sionista” invece di “giudeo”, “colonizzatore” invece di “nemico della razza”, “privilegiato” invece di “parassita” non rende automaticamente innocente un discorso quando il risultato finale è la demonizzazione collettiva.
Il vecchio antisemitismo indossava la camicia bruna.
Quello islamista può utilizzare il linguaggio della guerra religiosa.
Quello dell’estrema sinistra può parlare di decolonizzazione e rivoluzione.
Le uniformi cambiano.
La domanda decisiva resta sempre la stessa:
che cosa stai giustificando quando la vittima è ebrea?
È da quella risposta, non dall’etichetta “antifascista” stampata sulla maglietta, che si misura la distanza reale dal totalitarismo.
E dopo il 7 ottobre quella risposta, per una parte dell’Occidente, è diventata terribilmente inquietante.
FONTI PRINCIPALI
Anti-Defamation League (ADL) — Audit of Antisemitic Incidents 2023
https://www.adl.org/resources/report/audit-antisemitic-incidents-2023
Anti-Defamation League (ADL) — Audit of Antisemitic Incidents 2024
https://www.adl.org/resources/report/audit-antisemitic-incidents-2024
Anti-Defamation League — Students for Justice in Palestine (SJP)
https://www.adl.org/resources/backgrounder/students-justice-palestine-sjp
Community Security Trust — Antisemitic Incidents Report 2025
https://cst.org.uk/news/blog/2026/02/11/antisemitic-incidents-report-2025
Community Security Trust — Antisemitic Incidents January–June 2025
https://cst.org.uk/research/cst-publications/antisemitic-incidents-report-january-june-2025
Bundesverband RIAS — Antisemitic Incidents in Germany
https://www.report-antisemitism.de/en/
European Union Agency for Fundamental Rights — Jewish people’s experiences and perceptions of antisemitism
https://fra.europa.eu/
U.S. House Committee on Education & the Workforce — Campus Antisemitism Investigation
https://edworkforce.house.gov/
PEN America — The Wrong Way to Fight Campus Antisemitism
https://pen.org/the-wrong-way-to-fight-campus-antisemitism/

