Il doppio standard dei Democratici americani sull’immigrazione: quando Obama parlava come oggi parlano i suoi avversari

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Per oltre un decennio il dibattito sull’immigrazione negli Stati Uniti è stato raccontato come uno scontro tra due visioni inconciliabili: da una parte chi difende il controllo delle frontiere, dall’altra chi sostiene politiche più aperte.

Eppure, osservando le dichiarazioni dei principali leader democratici di vent’anni fa, emerge un quadro molto diverso da quello che oggi domina il dibattito politico americano.

Molte affermazioni che nel 2006 venivano pronunciate senza suscitare scandalo da Barack Obama, Hillary Clinton o altri esponenti democratici, oggi vengono spesso associate esclusivamente al Partito Repubblicano o a Donald Trump.

La questione, quindi, non è stabilire se Obama fosse “uguale a Trump”. Sarebbe una semplificazione storicamente scorretta. Le loro proposte complessive sull’immigrazione erano diverse. Il punto interessante è un altro: su alcuni principi fondamentali relativi al controllo delle frontiere e al rispetto della legge esisteva allora una convergenza molto più ampia di quanto oggi venga ricordato.


La frase di Obama del 2006

Negli ultimi giorni è tornata virale una dichiarata attribuita al senatore Barack Obama nel 2006:

“Those who enter the country illegally, and those who employ them, disrespect the rule of law.”

(“Chi entra illegalmente nel nostro Paese e chi li assume manca di rispetto allo Stato di diritto.”)

Nello stesso intervento Obama aggiungeva che gli Stati Uniti non potevano permettere un’immigrazione incontrollata.

Il concetto era semplice:

  • uno Stato deve conoscere chi entra;
  • le leggi sull’immigrazione devono essere rispettate;
  • anche i datori di lavoro che assumono clandestini devono essere perseguiti.

Si tratta di affermazioni che oggi molti assocerebbero immediatamente al linguaggio della destra americana.


Obama presidente ribadì gli stessi concetti

Non si trattava di una frase isolata pronunciata durante una campagna elettorale.

Nel 2010, da Presidente, Barack Obama dichiarò:

“Ogni nazione ha il diritto e il dovere di controllare i propri confini.”

Aggiunse inoltre che:

  • gli immigrati clandestini avevano violato la legge;
  • dovevano assumersene la responsabilità;
  • non poteva esistere un’amnistia indiscriminata;
  • bisognava impedire nuovi ingressi illegali.

Obama sostenne contemporaneamente una riforma complessiva che includesse anche un percorso verso la regolarizzazione per chi era già presente negli Stati Uniti, ma subordinato a condizioni precise: registrazione, controlli, pagamento delle imposte e delle sanzioni, apprendimento dell’inglese e collocazione “in fondo alla fila” rispetto a chi seguiva le procedure legali.

Questa posizione differisce dalla proposta di deportazioni di massa sostenuta da parte del Partito Repubblicano, ma dimostra che il controllo delle frontiere era considerato un elemento imprescindibile anche dall’amministrazione Obama.


Hillary Clinton sosteneva la sicurezza delle frontiere

Anche Hillary Clinton mantenne per anni posizioni molto più vicine al consenso bipartisan dell’epoca.

Nel dibattito presidenziale del 2016 affermò:

  • di aver votato a favore della sicurezza delle frontiere;
  • che gli immigrati irregolari pericolosi dovessero essere deportati;
  • che gli Stati Uniti fossero contemporaneamente “una nazione di immigrati e una nazione di leggi”.

Contestualmente sosteneva un percorso di cittadinanza per gli immigrati già presenti illegalmente, distinguendosi quindi dalle proposte repubblicane.

Anche qui emerge una realtà più complessa rispetto alla narrazione odierna.


Il consenso bipartisan degli anni 2000

Negli anni Duemila il controllo dell’immigrazione clandestina rappresentava un terreno relativamente condiviso.

Perfino il presidente repubblicano George W. Bush, firmando il Secure Fence Act del 2006, parlò contemporaneamente di:

  • rafforzamento del confine;
  • contrasto all’immigrazione illegale;
  • necessità di una riforma complessiva;
  • opposizione sia all’amnistia totale sia alle deportazioni indiscriminate.

Questo dimostra come il dibattito fosse molto meno polarizzato di oggi.


Cosa è cambiato?

Negli ultimi dieci-quindici anni il panorama politico americano è profondamente mutato.

L’emergere del trumpismo ha trasformato l’immigrazione nel principale simbolo dello scontro culturale americano.

Parallelamente, una parte crescente del Partito Democratico ha assunto posizioni più favorevoli:

  • all’espansione delle tutele per gli immigrati irregolari;
  • alla limitazione delle deportazioni;
  • alla critica delle politiche di enforcement più aggressive.

Non significa che il Partito Democratico abbia rinunciato completamente al controllo delle frontiere.

Anche durante la presidenza Biden sono continuati:

  • arresti;
  • espulsioni;
  • costruzione di alcune infrastrutture di confine già finanziate;
  • rafforzamenti tecnologici.

La differenza riguarda soprattutto le priorità, gli strumenti e la comunicazione politica.


L’osservazione di Elon Musk

Durante una recente intervista a The Economist, Elon Musk ha sostenuto che, riascoltando i discorsi di Obama e Hillary Clinton di circa vent’anni fa, molte delle loro affermazioni sull’immigrazione “suonano oggi come discorsi di Trump”.

L’affermazione è volutamente provocatoria, ma richiama un fenomeno reale: il mutamento dell’asse politico.

Ciò che vent’anni fa apparteneva al linguaggio condiviso di una parte consistente dell’establishment americano oggi viene spesso percepito come una posizione esclusivamente conservatrice.


Il ruolo della nuova sinistra democratica

Nel frattempo il Partito Democratico ha visto crescere il peso della sua ala progressista, rappresentata da figure come Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, oltre all’influenza dei Democratic Socialists of America.

È importante però distinguere tra l’influenza politica di questa corrente e l’idea che essa “controlli” l’intero Partito Democratico: si tratta di un’affermazione oggetto di dibattito politico, non di un fatto accertato. L’ala progressista ha certamente acquisito maggiore visibilità e capacità di influenzare il dibattito interno, ma il partito continua a comprendere anche una vasta componente moderata.


Il vero doppio standard

Il punto centrale non riguarda tanto il cambiamento delle idee, che in politica può essere fisiologico.

Il vero doppio standard emerge quando dichiarazioni sostanzialmente identiche vengono giudicate in modo completamente diverso esclusivamente in base a chi le pronuncia.

Se nel 2006 Barack Obama affermava che:

  • bisogna controllare i confini;
  • l’immigrazione illegale viola la legge;
  • chi assume clandestini deve essere perseguito;

queste erano considerate posizioni di buon senso all’interno del Partito Democratico.

Se oggi concetti analoghi vengono espressi da Donald Trump o da altri leader repubblicani, una parte del dibattito pubblico tende invece a interpretarli automaticamente come segnali di estremismo o xenofobia.

Naturalmente, il confronto non può limitarsi a singole frasi: contano anche il contesto, le politiche concrete e il linguaggio complessivo. Obama, ad esempio, affiancava sempre il controllo delle frontiere a una proposta di riforma con un percorso di regolarizzazione, mentre Trump ha puntato molto di più su deterrenza, restrizioni e deportazioni. Ridurre entrambi alla stessa posizione sarebbe quindi fuorviante.


Conclusione

L’evoluzione del dibattito americano sull’immigrazione mostra come le categorie politiche siano cambiate profondamente negli ultimi vent’anni.

Molte affermazioni di Barack Obama e Hillary Clinton sui confini, sulla legalità e sull’immigrazione clandestina erano perfettamente compatibili con il consenso bipartisan dell’epoca. Oggi, pronunciate in un contesto politico molto più polarizzato, vengono spesso percepite in modo diverso.

Più che dimostrare che “Obama era come Trump”, questo confronto evidenzia quanto il baricentro del dibattito pubblico si sia spostato e come la percezione di uno stesso messaggio possa cambiare radicalmente a seconda del contesto politico e dell’identità di chi lo pronuncia.


Fonti

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