Tra ideologia e ossessione: il cortocircuito della controinformazione italiana
Per anni hanno accusato i media mainstream di alimentare la paura, la divisione e l’odio. Hanno costruito intere carriere denunciando la propaganda, il controllo narrativo e la manipolazione dell’opinione pubblica. Eppure oggi una parte significativa della cosiddetta “controinformazione” italiana è diventata esattamente ciò che sosteneva di combattere.
Non importa se si tratti della galassia della destra radicale o di quella della sinistra antiamericana. Non importa se il nemico del giorno sia la NATO, Israele, Trump, la Russia, la Cina o l’Europa. Il meccanismo è sempre lo stesso: creare un nemico assoluto, alimentare l’indignazione permanente e trasformare ogni evento in una prova definitiva della propria ideologia.
La realtà viene piegata fino a spezzarsi pur di adattarla al racconto prestabilito.
Il business dell’indignazione permanente
La controinformazione moderna non vive di analisi. Vive di emozioni.
La paura genera clic.
La rabbia genera condivisioni.
L’odio genera engagement.
Più il contenuto è estremo, più viene premiato dagli algoritmi. Più il linguaggio è aggressivo, più aumenta la visibilità. In questo sistema, la moderazione diventa un difetto e il dubbio una debolezza.
Nasce così una nuova categoria di opinionisti professionisti che non analizzano gli eventi per capire cosa stia accadendo, ma cercano continuamente eventi che possano confermare ciò che hanno già deciso di credere.
Le conclusioni arrivano prima dei fatti.
L’antimperialismo trasformato in religione
Una parte della controinformazione italiana ha trasformato l’antimperialismo americano in una vera e propria fede.
In questa visione ideologica, gli Stati Uniti sono sempre colpevoli.
Se accade qualcosa nel mondo, la responsabilità deve necessariamente essere di Washington.
Se emerge una prova contraria, viene ignorata.
Se i fatti smentiscono la narrativa, vengono reinterpretati.
Se una teoria crolla, ne viene costruita immediatamente un’altra.
Non importa più capire la realtà. L’obiettivo diventa proteggere il dogma.
Lo stesso fenomeno esiste all’estremo opposto dello spettro politico, dove ogni evento viene letto attraverso una lente ideologica opposta ma ugualmente rigida.
Cambiano i simboli.
Cambiano gli slogan.
Ma il metodo resta identico.
La costruzione del nemico assoluto
Ogni sistema propagandistico ha bisogno di un nemico.
La controinformazione contemporanea non fa eccezione.
Per alcuni il nemico è Trump.
Per altri è Zelensky.
Per altri ancora è Putin.
Per altri Israele.
Per altri la NATO.
Per altri l’Unione Europea.
Il problema non è criticare questi soggetti.
La critica è legittima e necessaria.
Il problema nasce quando ogni evento viene filtrato esclusivamente attraverso il bisogno di confermare l’esistenza del nemico.
A quel punto l’analisi scompare.
Resta soltanto la propaganda.
Dalla propaganda allo scontro sociale
Il linguaggio ha conseguenze.
Quando per anni si ripete che l’avversario politico è un criminale, un dittatore, un mostro o una minaccia esistenziale per l’umanità, qualcuno finirà inevitabilmente per prendere sul serio quelle parole.
La storia dimostra che la violenza politica raramente nasce dal nulla.
Nasce in ambienti dove la demonizzazione continua dell’avversario diventa normale.
Nasce quando il confronto lascia spazio all’odio.
Nasce quando il dissenso viene percepito come una colpa morale.
In questo senso, molti professionisti della controinformazione che oggi si presentano come difensori della libertà stanno contribuendo a creare esattamente il clima tossico che sostengono di combattere.
I cani da riporto delle narrative
La parte più paradossale è che molti di questi soggetti si considerano pensatori indipendenti.
In realtà si limitano a sostituire una narrativa con un’altra.
Non combattono il conformismo.
Lo replicano.
Non sfidano il pensiero dominante.
Ne costruiscono uno alternativo altrettanto rigido.
Non cercano la verità.
Cercano conferme.
E quando decine di canali, blog, influencer e commentatori iniziano a ripetere contemporaneamente le stesse identiche tesi senza alcuna verifica critica, nasce un fenomeno che assomiglia sempre meno alla ricerca della verità e sempre più a un cartello ideologico.
Un cartello che decide in anticipo quale sarà la conclusione e che successivamente costruisce le prove necessarie per sostenerla.
La vera controinformazione dovrebbe fare il contrario
La vera controinformazione non dovrebbe difendere una fazione.
Dovrebbe mettere in discussione tutte le fazioni.
Non dovrebbe alimentare rabbia.
Dovrebbe alimentare comprensione.
Non dovrebbe trasformare il pubblico in tifoserie.
Dovrebbe fornire strumenti per comprendere la complessità del mondo.
Quando invece il modello di business diventa la rabbia permanente, il confine tra informazione, propaganda e istigazione allo scontro sociale diventa sempre più sottile.
E a quel punto i presunti ribelli del sistema finiscono per diventare semplicemente i nuovi cani da riporto della propaganda che fingevano di combattere.
Fonti e approfondimenti
- Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti
- Freedom House – Freedom and the Media
- Reuters Institute for the Study of Journalism
- Pew Research Center – Political Polarization in America
- RAND Corporation – Truth Decay Project
- UNESCO – Media and Information Literacy
- European Digital Media Observatory (EDMO)
- Oxford Internet Institute
- Center for Countering Digital Hate
- World Economic Forum – Global Risks Report

