La grande illusione della controinformazione ideologica
Per anni hanno accusato i media mainstream di manipolare l’informazione. Hanno denunciato le narrazioni costruite a tavolino, le verità preconfezionate, i dogmi imposti dall’alto. Hanno promesso un approccio diverso, libero, indipendente, capace di rompere il monopolio dell’informazione ufficiale.
Poi sono diventati esattamente ciò che sostenevano di combattere.
Oggi una parte significativa della cosiddetta controinformazione sembra funzionare come un vero e proprio cartello ideologico. Un sistema chiuso nel quale le conclusioni vengono stabilite prima ancora che emergano i fatti e dove ogni evento deve essere interpretato secondo uno schema già deciso in partenza.
Non importa cosa accada.
Non importa quali siano le prove.
Non importa cosa dicano i dati.
La conclusione è già scritta.
Il resto serve soltanto a riempire le pagine.
Prima decidono la storia, poi cercano gli elementi per sostenerla
L’analisi geopolitica dovrebbe partire dai fatti per arrivare alle conclusioni.
Nel mondo dei cani da riporto della propaganda il processo è esattamente opposto.
Prima si stabilisce il risultato desiderato.
Poi si cercano indiscrezioni, voci, frammenti di informazioni, dichiarazioni decontestualizzate e qualsiasi elemento possa essere utilizzato per sostenere la tesi.
Quando i dati mancano, arrivano le supposizioni.
Quando le supposizioni non bastano, arrivano le speculazioni.
Quando nemmeno le speculazioni sono sufficienti, si passa direttamente alla fantasia.
In questo modo ipotesi fragili diventano certezze assolute e semplici congetture vengono presentate come fatti dimostrati.
Il mito della superiorità morale
Uno degli aspetti più curiosi di questo fenomeno è la convinzione di rappresentare una forma di informazione superiore.
Molti di questi commentatori sostengono di aver superato le categorie tradizionali di destra e sinistra.
Eppure continuano a ragionare utilizzando gli stessi identici schemi ideologici della Guerra Fredda.
Cambiano i nomi.
Cambiano i simboli.
Cambiano le bandiere.
Ma la struttura mentale resta identica.
I fantasmi del Novecento
Per questa corrente di pensiero il mondo continua a essere diviso in blocchi.
Da una parte esiste sempre l’imperialismo americano.
Dall’altra esiste sempre una qualche forma di resistenza.
La realtà viene ridotta a uno scontro permanente tra oppressori e oppressi.
Una visione che avrebbe fatto sorridere perfino molti teorici del Novecento per la sua semplicità.
In questo schema:
- gli Stati Uniti sono sempre colpevoli;
- Israele è sempre responsabile;
- la NATO è sempre aggressiva;
- la Russia è sempre sulla difensiva;
- l’Iran è sempre vittima;
- i gruppi armati antioccidentali vengono descritti come movimenti di resistenza.
La complessità sparisce.
La realtà viene sostituita da una favola geopolitica.
Il silenzio sulle reti criminali
Mentre questi analisti dedicano ore a denunciare presunti complotti occidentali, evitano accuratamente di affrontare fenomeni che rappresentano minacce reali e documentate.
Si parla pochissimo di:
- traffico internazionale di esseri umani;
- narcotraffico globale;
- riciclaggio transnazionale;
- reti criminali che attraversano continenti;
- finanziamento del terrorismo;
- organizzazioni estremiste;
- sistemi di corruzione internazionale.
Sono temi che raramente trovano spazio nelle loro analisi.
Perché?
Perché complicano la narrativa.
E la propaganda odia la complessità.
I regimi autoritari che improvvisamente diventano accettabili
Ancora più evidente è il trattamento riservato a determinati governi.
Quando un paese si trova in conflitto con Washington o con l’Occidente, molte delle sue azioni vengono improvvisamente giustificate o minimizzate.
Spariscono:
- la repressione politica;
- la censura;
- le persecuzioni interne;
- le carcerazioni arbitrarie;
- le violazioni dei diritti umani;
- le violenze contro le opposizioni.
Tutto viene subordinato alla necessità di sostenere il racconto ideologico.
Non conta più ciò che uno Stato fa.
Conta soltanto da che parte si colloca.
L’asse della resistenza come religione politica
Uno degli esempi più evidenti è la trasformazione dell’ormai celebre “Asse della Resistenza” in una sorta di mito contemporaneo.
Ogni soggetto che si oppone agli Stati Uniti o a Israele viene automaticamente elevato a simbolo della lotta contro l’oppressione.
Non importa:
- chi finanzia chi;
- quali attività svolga;
- quali alleanze mantenga;
- quali interessi persegua.
La semplice opposizione all’Occidente sembra essere sufficiente per garantire una sorta di immunità morale.
Una logica che non ha nulla a che vedere con l’analisi geopolitica e molto con la fede ideologica.
Il problema non è sbagliare
Chiunque può commettere errori.
L’analisi geopolitica è complessa.
Le informazioni possono essere incomplete.
Le interpretazioni possono rivelarsi errate.
Il problema nasce quando l’errore non è accidentale ma strutturale.
Quando il metodo stesso consiste nel piegare la realtà alla narrativa.
Quando le conclusioni vengono stabilite prima delle prove.
Quando i fatti vengono selezionati in base alla loro utilità politica.
Quando la verifica lascia spazio alla militanza.
La nuova propaganda travestita da dissenso
Molti di questi ambienti si definiscono alternativi.
In realtà spesso producono semplicemente una propaganda alternativa.
Non combattono il conformismo.
Ne creano uno nuovo.
Non smontano le narrazioni.
Ne costruiscono altre.
Non cercano la verità.
Cercano conferme.
E così facendo finiscono per trasformarsi in ciò che per anni hanno denunciato.
Conclusione
Il tratto più inquietante dei cani da riporto della propaganda non è la loro capacità di diffondere informazioni discutibili.
È la loro straordinaria capacità di coordinarsi attorno alla stessa narrativa.
Come se esistesse un riflesso condizionato collettivo.
Prima si stabilisce quale sia la posizione corretta.
Poi si costruiscono le argomentazioni.
Poi si selezionano i fatti utili.
Infine si eliminano tutte le informazioni che potrebbero contraddire il racconto.
Il risultato è un ecosistema informativo nel quale le ipotesi diventano verità, le supposizioni diventano prove e le menzogne vengono presentate come analisi geopolitiche.
E quando la propaganda smette di essere riconosciuta come propaganda, diventa ancora più pericolosa.

