Iran, la confessione che demolisce 47 anni di propaganda: quando il presidente ammette che sotto lo Scià si viveva meglio

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Una dichiarazione che vale più di mille rapporti economici

A volte la critica più dura a un sistema politico non arriva dagli oppositori, dagli esuli o dai media stranieri. Arriva dall’interno.

È quanto accaduto quando il presidente iraniano Massoud Pezeshkian, intervenendo sulla televisione di Stato, ha ricordato pubblicamente come l’Iran dell’epoca dello Scià fosse in grado di costruire grandi opere infrastrutturali che oggi la Repubblica Islamica fatica persino a immaginare.

Ancora più sorprendente è stata la sua ammissione personale: da giovane soldato, il suo stipendio mensile gli consentiva di acquistare una motocicletta Honda. Oggi, nonostante sia un cardiochirurgo specializzato e il presidente della Repubblica, sostiene di non possedere più lo stesso potere d’acquisto.

Una frase che suona come una sentenza.

Per quasi mezzo secolo il regime ha raccontato ai cittadini iraniani che la rivoluzione del 1979 avrebbe portato prosperità, giustizia sociale e indipendenza economica. Oggi è il capo dello Stato a riconoscere implicitamente che qualcosa si è rotto.


La rivoluzione che prometteva il paradiso

Quando l’Ayatollah Ruhollah Khomeini tornò in Iran nel 1979, milioni di persone credettero nelle promesse rivoluzionarie.

Si parlava di:

  • uguaglianza sociale;
  • redistribuzione della ricchezza;
  • lotta alla corruzione;
  • indipendenza dalle potenze straniere;
  • sviluppo nazionale.

La Repubblica Islamica avrebbe dovuto rappresentare il riscatto del popolo iraniano.

Dopo quasi cinquant’anni, tuttavia, il bilancio appare molto diverso.

L’inflazione continua a erodere i salari.

La moneta nazionale ha perso gran parte del suo valore.

I giovani faticano a trovare lavoro.

Le classi professionali emigrano.

La povertà cresce.

Intere regioni affrontano crisi idriche e carenze infrastrutturali.

E mentre il cittadino medio vede peggiorare le proprie condizioni, l’apparato politico-religioso continua a mantenere enormi privilegi.


Lo Scià che il regime non riesce più a demonizzare

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Per decenni la propaganda ufficiale ha descritto il regno dello Scià come un periodo esclusivamente caratterizzato da repressione e dipendenza dall’Occidente.

La realtà storica è più complessa.

Durante gli anni Sessanta e Settanta l’Iran stava attraversando una rapida fase di industrializzazione.

Venivano costruiti:

  • aeroporti;
  • autostrade;
  • università;
  • centrali elettriche;
  • impianti petrolchimici;
  • sistemi ferroviari;
  • grandi infrastrutture idriche.

L’obiettivo era trasformare il Paese in una potenza economica regionale.

Naturalmente esistevano problemi politici, disuguaglianze e tensioni sociali. Nessun osservatore serio lo nega.

Tuttavia la domanda che emerge oggi è inevitabile:

se quel sistema era così disastroso, perché il presidente della Repubblica Islamica sente il bisogno di ricordarne con nostalgia la capacità di costruire e sviluppare il Paese?


Dove sono finiti i miliardi del petrolio?

L’Iran possiede alcune delle più grandi riserve energetiche del pianeta.

Eppure milioni di cittadini vivono condizioni economiche che non riflettono minimamente questa ricchezza.

La questione è diventata sempre più evidente negli ultimi anni.

Per decenni enormi risorse sono state destinate:

  • agli apparati di sicurezza;
  • ai programmi missilistici;
  • alle attività militari regionali;
  • al sostegno di organizzazioni alleate in Medio Oriente;
  • al mantenimento della vasta struttura ideologica del regime.

Nel frattempo molte città iraniane affrontano problemi cronici di infrastrutture, servizi pubblici e disoccupazione.

La contraddizione è evidente.

Uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali del mondo continua a vedere una parte crescente della popolazione impoverirsi.


Il popolo iraniano fugge dal proprio Paese

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Uno degli indicatori più significativi della crisi è rappresentato dall’emigrazione.

Ogni anno migliaia di medici, ingegneri, ricercatori e professionisti lasciano l’Iran.

Molti di loro cercano opportunità in Europa, Nord America o nei Paesi del Golfo.

Il motivo è semplice.

Vedono limitate le proprie prospettive professionali.

Vedono salari erosi dall’inflazione.

Vedono un sistema nel quale la fedeltà politica spesso pesa più del merito.

Il risultato è una continua fuga di capitale umano che impoverisce ulteriormente il futuro del Paese.


Le proteste e la repressione

Negli ultimi anni l’Iran è stato attraversato da numerose ondate di protesta.

Dalle manifestazioni economiche alle proteste nate dopo la morte di Mahsa Amini, milioni di cittadini hanno espresso apertamente il proprio malcontento.

La risposta delle autorità è stata spesso caratterizzata da arresti, repressione e limitazioni delle libertà civili.

Il risultato è un crescente distacco tra una parte della popolazione e le istituzioni della Repubblica Islamica.

Un divario che le dichiarazioni di Pezeshkian sembrano aver reso ancora più evidente.


La confessione che nessuno si aspettava

La parte più significativa dell’intera vicenda non riguarda il confronto tra Scià e Repubblica Islamica.

Riguarda il fatto che sia stato proprio il presidente del regime a certificare il declino.

Quando il capo dello Stato afferma che:

  • il potere d’acquisto era maggiore;
  • le infrastrutture venivano costruite più rapidamente;
  • lo Stato realizzava opere che oggi sembrano impossibili;

allora non è più l’opposizione a criticare il sistema.

È il sistema che, involontariamente, accusa sé stesso.


Conclusione

Per quasi cinquant’anni la Repubblica Islamica ha costruito la propria legittimità sulla promessa di aver salvato l’Iran da un passato di subordinazione e ingiustizia.

Le parole di Massoud Pezeshkian raccontano però una realtà diversa.

Raccontano un Paese che dispone di immense risorse naturali ma che fatica a trasformarle in benessere per i propri cittadini.

Raccontano una popolazione che vede diminuire il proprio potere d’acquisto.

Raccontano una classe dirigente che, sempre più spesso, sembra costretta ad ammettere ciò che milioni di iraniani sostengono da anni: la rivoluzione che prometteva prosperità non è riuscita a mantenere le proprie promesse.


Fonti

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