La revoca della condanna per calunnia a Vincenzo Scarantino, dopo ventiquattro anni, non è soltanto l’ennesima svolta giudiziaria nella lunga e tormentata vicenda della strage di Via D’Amelio.
È un promemoria brutale.
Un promemoria che ricorda agli italiani come la storia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sia soltanto la storia della lotta alla mafia, ma anche quella dell’isolamento, della delegittimazione e dell’abbandono istituzionale di due uomini che avevano capito prima di altri la profondità del sistema criminale che stavano combattendo.
Oggi Falcone e Borsellino vengono celebrati come simboli nazionali.
Le loro immagini campeggiano nelle scuole, nelle caserme, nei tribunali e nelle piazze.
Ma la memoria pubblica spesso dimentica una realtà scomoda:
quando erano vivi, molti di coloro che oggi li esaltano non erano al loro fianco.
Al contrario.
Spesso furono lasciati soli.
A volte ostacolati.
In alcuni casi persino delegittimati.
Giovanni Falcone: il magistrato che dava fastidio a troppi
Nella memoria collettiva Giovanni Falcone è il simbolo della lotta alla mafia.
Ma negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta non tutti la pensavano così.
Falcone fu attaccato da una parte della magistratura.
Fu criticato da settori della politica.
Fu accusato di voler personalizzare la lotta alla mafia.
Subì campagne mediatiche aggressive.
Quando nel 1988 aspirò a guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo, il Consiglio Superiore della Magistratura preferì nominare un altro magistrato.
Per molti osservatori fu uno dei momenti più dolorosi della sua carriera.
Falcone comprese perfettamente di essere diventato un uomo scomodo.
Aveva colpito interessi enormi.
Aveva dimostrato l’esistenza di una struttura unitaria di Cosa Nostra.
Aveva portato al Maxiprocesso.
Aveva creato un metodo investigativo moderno basato sul tracciamento dei flussi finanziari e sulle collaborazioni internazionali.
Stava cambiando le regole del gioco.
E proprio per questo dava fastidio.
L’attentato dell’Addaura: il primo segnale ignorato
Nel giugno del 1989 venne scoperto un attentato destinato a uccidere Falcone presso la sua villa all’Addaura.
Furono trovati decine di chilogrammi di esplosivo.
Falcone parlò apertamente di “menti raffinatissime”.
Una frase che avrebbe segnato la storia italiana.
Molti all’epoca liquidarono quelle parole come eccessive.
Oggi continuano a rappresentare uno dei più inquietanti interrogativi della storia repubblicana.
Chi erano quelle “menti raffinatissime”?
Chi aveva interesse a eliminare Falcone?
Chi operava dietro la semplice esecuzione mafiosa?
Sono domande che ancora oggi alimentano il dibattito storico e giudiziario.
Paolo Borsellino comprese subito cosa era successo
Quando Giovanni Falcone venne assassinato a Capaci il 23 maggio 1992, Paolo Borsellino capì immediatamente che il conto alla rovescia era iniziato anche per lui.
Le immagini di quei 57 giorni tra Capaci e Via D’Amelio raccontano un uomo consapevole del proprio destino.
Un magistrato che lavorava freneticamente.
Che incontrava colleghi.
Che cercava informazioni.
Che tentava di comprendere cosa ci fosse dietro l’assassinio dell’amico di una vita.
Borsellino sapeva che Falcone non era stato semplicemente ucciso dalla mafia.
Era convinto che esistessero livelli ulteriori della vicenda che non erano ancora emersi.
E forse proprio per questo aveva fretta.
Due uomini, una stessa solitudine
La storia di Falcone e Borsellino presenta una caratteristica comune.
Entrambi furono celebrati soprattutto dopo la morte.
Entrambi furono spesso contestati mentre erano vivi.
Entrambi denunciarono l’esistenza di resistenze interne.
Entrambi compresero che la mafia non poteva essere combattuta esclusivamente con gli strumenti tradizionali.
Entrambi furono lasciati esposti.
Lo Stato che oggi li trasforma in simboli non sempre fu all’altezza del loro coraggio quando erano in vita.
Ed è una riflessione che continua a pesare sulla coscienza nazionale.
Il caso Scarantino e la costruzione di una falsa verità
Dopo la strage di Via D’Amelio, invece di arrivare rapidamente alla verità, il Paese imboccò una strada diversa.
La figura di Vincenzo Scarantino divenne il pilastro delle indagini.
Le sue dichiarazioni portarono a processi e condanne.
Ma col passare degli anni emersero contraddizioni sempre più evidenti.
Quando Gaspare Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia, gran parte dell’impianto accusatorio crollò.
Le successive sentenze avrebbero parlato apertamente di depistaggio.
Una parola devastante.
Perché significa che la ricerca della verità non è stata semplicemente ostacolata dalla complessità delle indagini.
Significa che per anni si è seguito un percorso che ha allontanato magistrati e investigatori dai veri responsabili.
L’agenda rossa: il simbolo di tutto ciò che manca
Dopo l’esplosione di Via D’Amelio scomparve l’agenda rossa di Paolo Borsellino.
Non una semplice agenda.
Ma lo strumento nel quale il magistrato annotava incontri, riflessioni e sviluppi investigativi.
L’agenda non è mai stata ritrovata.
La sua sparizione è diventata il simbolo di una verità incompleta.
Ogni anniversario della strage ripropone la stessa domanda:
chi la prese?
E soprattutto:
perché?
Una Repubblica che deve ancora fare i conti con sé stessa
La revoca della condanna a Scarantino rappresenta l’ennesima conferma di una realtà scomoda.
La storia delle stragi del 1992 non può essere ridotta alla sola azione mafiosa.
Le responsabilità di Cosa Nostra sono accertate e indiscutibili.
Ma accanto a quelle responsabilità esiste un altro tema che continua a emergere:
quello delle omissioni, degli errori, delle resistenze e dei fallimenti istituzionali.
Falcone e Borsellino avevano compreso che la mafia era molto più di un’organizzazione criminale.
Era un sistema di potere capace di intrecciarsi con economia, politica e interessi trasversali.
Per questo erano pericolosi.
Per questo furono isolati.
Per questo, ancora oggi, la loro storia continua a generare domande che nessuna sentenza è riuscita a chiudere definitivamente.
La revoca della condanna a Scarantino non riscrive soltanto una pagina giudiziaria.
Ricorda agli italiani che la ricerca della verità sulle stragi del 1992 non è ancora conclusa e che il modo migliore per onorare Falcone e Borsellino non è la retorica delle commemorazioni, ma il coraggio di affrontare tutte le domande che la loro morte continua a porre allo Stato.
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Fonti
- ANSA, 30 maggio 2026 – Revoca della condanna per calunnia a Vincenzo Scarantino.
- Sentenze del processo Borsellino Quater.
- Atti della Commissione Parlamentare Antimafia.
- Documentazione sul Maxiprocesso di Palermo.
- Materiale storico relativo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio.
- Relazioni ufficiali sul depistaggio delle indagini relative alla strage di Via D’Amelio.

