Quando una parte della pseudo-controinformazione finisce per difendere il liberalismo atlantista
Introduzione
Per decenni The Atlantic ha rappresentato una delle principali voci dell’establishment culturale americano.
Una rivista storicamente legata:
- al liberalismo occidentale;
- all’atlantismo geopolitico;
- all’universalismo liberal-democratico;
- alla centralità strategica della NATO;
- alla leadership globale americana.
Una pubblicazione che per anni ha sostenuto:
- guerre umanitarie;
- esportazione della democrazia;
- globalizzazione neoliberale;
- supremazia occidentale;
- interventismo internazionale.
Eppure oggi, leggendo alcuni articoli dedicati all’Iran, al declino americano e al mondo multipolare, emerge un tono completamente diverso.
Non più trionfalista.
Non più universalista.
Ma pessimista, fragile, quasi rassegnato.
Ed è qui che emerge un fenomeno interessante.
Una parte della controinformazione italiana rilancia con entusiasmo queste analisi come se rappresentassero una forma di dissidenza anti-sistema.
Ma il punto centrale è un altro.
Molta pseudo-controinformazione italiana continua in realtà a muoversi interamente dentro il paradigma ideologico dell’Occidente liberal.
Anche quando sostiene di combatterlo.
Il grande equivoco della controinformazione italiana
Una parte consistente della controinformazione italiana nasce da matrici:
- marxiste-leniniste;
- trotzkiste;
- neo-comuniste;
- post-sessantottine;
- internazionaliste.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso.
Perché molte di queste correnti, pur dichiarandosi anti-imperialiste, finiscono spesso per condividere gli stessi presupposti culturali del liberalismo atlantista.
Cambiano i simboli.
Cambiano i linguaggi.
Ma la struttura ideologica rimane simile.
Infatti entrambe le visioni tendono a:
- delegittimare la sovranità nazionale;
- considerare lo Stato nazionale un ostacolo;
- sostenere modelli sovranazionali;
- promuovere universalismi ideologici;
- subordinare le identità nazionali a strutture transnazionali;
- concepire la politica come amministrazione globale.
Per questo motivo una parte della controinformazione italiana, pur dichiarandosi “anti-NATO”, finisce spesso per sostenere inconsapevolmente le stesse dinamiche culturali che hanno alimentato il globalismo occidentale.
Marxismo internazionalista e liberalismo globale
Storicamente il marxismo-leninismo ha sempre mantenuto un rapporto ambiguo con il concetto di nazione.
Da un lato si dichiarava anti-imperialista.
Dall’altro tendeva a considerare:
- le identità nazionali;
- le tradizioni culturali;
- le sovranità popolari;
- le appartenenze storiche;
come elementi secondari rispetto al progetto universalista rivoluzionario.
Questo schema oggi riappare in forma diversa.
Il vecchio internazionalismo proletario si trasforma progressivamente in internazionalismo tecnocratico.
Non più:
- rivoluzione operaia;
- lotta di classe;
- abolizione del capitalismo.
Ma:
- governance globale;
- amministrazione algoritmica;
- centralizzazione finanziaria;
- regolazione transnazionale;
- piattaforme digitali globali;
- gestione permanente delle emergenze.
Ed è qui che liberalismo occidentale e sinistra globalista iniziano a convergere.
La falsa retorica anti-imperialista
Molti ambienti della controinformazione italiana parlano continuamente di anti-imperialismo.
Ma raramente definiscono con chiarezza cosa significhi davvero imperialismo.
Perché spesso riducono tutto esclusivamente:
- agli Stati Uniti;
- alla NATO;
- all’Occidente.
Ignorando che il problema centrale non è soltanto quale potenza domini il mondo.
Ma il modello stesso di dominio sovranazionale.
Ed è qui che emerge la grande contraddizione.
Una parte della controinformazione italiana denuncia l’imperialismo americano mentre continua contemporaneamente a sostenere:
- strutture globali;
- centralizzazioni transnazionali;
- governance sovranazionale;
- modelli universalisti;
- dissoluzione delle sovranità nazionali.
In pratica:
combatte l’imperialismo americano ma continua a ragionare con categorie profondamente internazionaliste.
Il risultato è che spesso questa pseudo-controinformazione non critica il principio dell’impero.
Critica soltanto chi gestisce temporaneamente l’impero.
The Atlantic e il nuovo linguaggio dell’élite
Negli ultimi anni articoli pubblicati da The Atlantic mostrano una crescente consapevolezza della crisi del modello unipolare.
Emergono temi come:
- declino americano;
- fallimento delle guerre occidentali;
- crisi della globalizzazione;
- perdita di fiducia nelle istituzioni;
- frammentazione geopolitica;
- multipolarismo.
Molti interpreti della controinformazione leggono questi articoli come segnali di cedimento dell’establishment.
Ma spesso non comprendono un elemento fondamentale.
L’establishment occidentale non sta necessariamente rinunciando al potere.
Sta ridefinendo il linguaggio del potere.
La crisi può diventare uno strumento di trasformazione politica.
Preparare psicologicamente le società a:
- austerità;
- emergenze permanenti;
- transizione energetica forzata;
- instabilità economica;
- sorveglianza digitale;
- controllo algoritmico;
significa anche ridefinire i nuovi meccanismi del consenso.
Il multipolarismo come nuova architettura tecnocratica
Uno degli errori più diffusi nella controinformazione contemporanea è immaginare il multipolarismo come automaticamente liberatorio.
Ma il multipolarismo non garantisce necessariamente:
- sovranità popolare;
- autodeterminazione;
- libertà politica;
- indipendenza culturale.
Può semplicemente rappresentare:
un nuovo equilibrio tra grandi blocchi amministrativi.
Infatti il rischio reale non è soltanto l’egemonia americana.
Ma la costruzione di una governance globale distribuita tra:
- grandi potenze;
- organismi finanziari;
- reti tecnologiche;
- piattaforme digitali;
- alleanze transnazionali.
Ed è qui che molte aree della controinformazione italiana mostrano una profonda incoerenza.
Perché mentre denunciano il dominio occidentale continuano contemporaneamente a sostenere:
- modelli collettivisti;
- pianificazione centralizzata;
- strutture sovranazionali;
- controllo tecnocratico;
- ideologie universaliste.
In pratica:
combattono il liberalismo atlantista ma ne condividono spesso l’impianto filosofico globale.
Il linguaggio della governance permanente
Negli ultimi anni il lessico dominante dei media liberal occidentali è cambiato radicalmente.
Parole come:
- resilienza;
- sostenibilità;
- sicurezza sistemica;
- governance;
- transizione;
- gestione delle crisi;
sono diventate centrali.
Si tratta di un linguaggio tecnico-amministrativo che tende progressivamente a sostituire il conflitto politico tradizionale.
L’individuo non viene più considerato come cittadino sovrano.
Ma come elemento da gestire all’interno di sistemi complessi.
Ed è proprio questo il punto che molte correnti pseudo anti-imperialiste non comprendono.
Perché mentre denunciano il dominio americano continuano a sostenere strutture ideologiche che favoriscono:
- centralizzazione;
- tecnocrazia;
- governance globale;
- riduzione della sovranità democratica.
La crisi dell’Occidente liberal
L’Occidente attraversa oggi una crisi sistemica profonda:
- polarizzazione sociale;
- crisi energetica;
- declino industriale;
- perdita di fiducia nelle istituzioni;
- conflitti identitari;
- crisi demografica;
- instabilità economica;
- frammentazione culturale.
Ed è proprio in questo contesto che una parte dell’élite occidentale sembra prepararsi a una trasformazione del modello globale.
Non necessariamente alla fine del potere.
Ma alla sua riconfigurazione.
Conclusione
Il vero punto non è se The Atlantic abbia improvvisamente cambiato posizione.
La questione centrale è un’altra.
Una parte significativa della controinformazione italiana continua a leggere il mondo attraverso categorie ideologiche internazionaliste ereditate dal marxismo novecentesco.
E proprio per questo motivo finisce spesso per convergere inconsapevolmente con il liberalismo globale che sostiene di combattere.
Perché il problema non riguarda soltanto quale potenza domini il sistema internazionale.
Il problema riguarda la struttura stessa del dominio.
E quando:
- la sovranità nazionale;
- l’autodeterminazione popolare;
- le identità storiche;
- il pluralismo reale;
vengono sostituiti da modelli amministrativi globali, tecnocratici e centralizzati,
il rischio non è la fine dell’impero.
Ma semplicemente la sua trasformazione.

