La guerra invisibile dell’Iran: bot army, deepfake e manipolazione globale dell’informazione

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Negli ultimi anni il concetto stesso di guerra è cambiato radicalmente. I conflitti moderni non si combattono più soltanto con carri armati, missili e droni, ma attraverso una nuova dimensione: quella cognitiva e digitale. Oggi il controllo della narrativa può valere quanto il controllo di un territorio strategico. E proprio in questo scenario emerge con forza il caso della gigantesca infrastruttura di propaganda online attribuita alla Repubblica Islamica dell’Iran.

Secondo una vasta indagine pubblicata nel marzo 2026 e ripresa dal quotidiano Khaleej Times, il regime iraniano avrebbe costruito una delle più grandi reti coordinate di manipolazione informativa mai osservate su scala globale.

L’obiettivo non sarebbe soltanto diffondere propaganda politica. La finalità reale sarebbe molto più ampia e inquietante: alterare la percezione della realtà, creare consenso artificiale, intimidire i dissidenti e sommergere il dibattito pubblico con una valanga di contenuti manipolati.


Video shock da Teheran: spari contro civili nel quartiere di Sadeghieh

Mentre la propaganda ufficiale cerca di controllare la narrativa interna e internazionale, continuano ad emergere testimonianze dirette che mostrerebbero la brutalità della repressione nelle strade iraniane.

Un nuovo filmato, ignorato secondo molti utenti dai principali media internazionali, mostrerebbe scene drammatiche provenienti dal quartiere di Sadeghieh, a Teheran, durante gli eventi dell’8 gennaio.

Nel video non si vede un fronte militare né una zona di guerra tradizionale. Si tratta di una normale area urbana, abitata da civili. In sottofondo si sentirebbero raffiche continue di arma da fuoco, mentre la popolazione vive momenti di forte tensione e paura.

Secondo chi ha diffuso il materiale, le immagini rappresenterebbero un esempio della repressione esercitata dal regime contro cittadini disarmati nelle proprie strade.

Il filmato si inserisce in un contesto più ampio di crescente conflitto interno, dove il controllo dell’informazione diventa fondamentale tanto quanto il controllo fisico del territorio.

Da una parte il regime tenta di dominare la narrativa attraverso propaganda, bot army e operazioni digitali coordinate; dall’altra, video amatoriali e testimonianze dirette cercano di aggirare la censura e mostrare una realtà differente rispetto a quella ufficiale.

Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti centrali della guerra cognitiva moderna:

il conflitto tra narrativa ufficiale e testimonianza diretta.

Nel mondo iperconnesso di oggi, ogni smartphone può diventare un’arma informativa. Ogni video può trasformarsi in un elemento capace di influenzare l’opinione pubblica globale.

Tuttavia, proprio l’enorme quantità di contenuti, propaganda e manipolazione rende sempre più difficile distinguere:

  • documentazione reale;
  • contenuti decontestualizzati;
  • propaganda emotiva;
  • disinformazione;
  • operazioni psicologiche coordinate.

Ed è in questo caos informativo che si combatte la vera guerra del XXI secolo: quella per il controllo della percezione collettiva.

Mentre la propaganda ufficiale cerca di controllare la narrativa interna e internazionale, continuano ad emergere testimonianze dirette che mostrerebbero la brutalità della repressione nelle strade iraniane.

Un regime che sostituisce il consenso con l’illusione digitale

Secondo i ricercatori citati nello studio, il massiccio ricorso a bot farm e operazioni psicologiche online deriverebbe dalla crescente difficoltà del regime nel mantenere consenso autentico, sia interno che internazionale.

Mentre sul piano geopolitico Teheran affronta pressioni economiche, isolamento diplomatico e tensioni militari, sul piano mediatico avrebbe investito enormi risorse nella costruzione di una realtà parallela online.

La propaganda digitale diventerebbe così uno strumento compensativo: se il consenso reale diminuisce, lo si simula artificialmente.

La rete descritta nello studio avrebbe raggiunto numeri impressionanti:

  • tra 200.000 e 400.000 bot attivi simultaneamente;
  • circa 440.000 contenuti pubblicati ogni giorno;
  • fino a 3 milioni di post settimanali;
  • un ecosistema espanso fino a 700.000 account coordinati grazie alla collaborazione con reti filorusse, Hezbollah e ambienti vicini alla Cina.

La macchina della propaganda industriale

L’infrastruttura non funzionerebbe in modo casuale. Gli analisti parlano di un sistema altamente organizzato e stratificato, strutturato secondo modelli tipici delle operazioni psicologiche militari.

Le tre categorie operative

1. Sleeper Accounts

Sono account “dormienti”, spesso creati anni prima dell’utilizzo operativo.

Pubblicano per lungo tempo contenuti apparentemente innocui:

  • sport;
  • cucina;
  • viaggi;
  • intrattenimento;
  • meme;
  • fotografia;
  • animali domestici.

Lo scopo è costruire credibilità e apparire indistinguibili dagli utenti normali.

Una volta “attivati”, questi account iniziano improvvisamente a diffondere contenuti politici, hashtag coordinati e propaganda.


2. Strategic Accounts

Questa categoria rappresenta il cuore della manipolazione narrativa.

Gli account strategici operano nel lungo periodo:

  • costruiscono lentamente narrative;
  • amplificano temi specifici;
  • attaccano giornalisti e dissidenti;
  • diffondono sfiducia nelle istituzioni occidentali;
  • promuovono contenuti geopolitici favorevoli al regime.

I messaggi vengono spesso generati centralmente e poi modificati leggermente per eludere gli algoritmi anti-spam delle piattaforme.


3. Shock Accounts

Sono le “forze speciali” della propaganda digitale.

Entrano in azione durante:

  • bombardamenti;
  • crisi diplomatiche;
  • attacchi terroristici;
  • proteste;
  • escalation militari.

Nel giro di pochi minuti saturano i social con:

  • hashtag coordinati;
  • immagini scioccanti;
  • video virali;
  • accuse sincronizzate;
  • fake news emotive.

Secondo lo studio, il 13 marzo sarebbero stati attivati quasi 287.000 account in una sola giornata.


L’infografica della rete bot iraniana

L’immagine seguente riassume visivamente la struttura e la capacità operativa attribuita alla bot army iraniana nel rapporto del marzo 2026.

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L’infrastruttura mostrerebbe una capacità industriale di produzione propagandistica senza precedenti, con milioni di contenuti distribuiti settimanalmente attraverso piattaforme globali.


Deepfake e intelligenza artificiale: la nuova arma psicologica

Uno degli elementi più allarmanti riguarda l’uso massiccio dell’intelligenza artificiale generativa.

Le reti coordinate avrebbero diffuso:

  • deepfake;
  • immagini generate artificialmente;
  • video di battaglia manipolati;
  • immagini satellitari alterate;
  • audio sintetici;
  • fotografie false create tramite IA.

La velocità di propagazione risulterebbe cruciale.

Molti contenuti diventano virali prima che giornalisti o fact-checker riescano a verificarli.

In questo modo il danno cognitivo si produce immediatamente: anche quando la notizia viene successivamente smentita, milioni di utenti l’hanno già assimilata emotivamente.


La strategia della saturazione cognitiva

La finalità non sarebbe soltanto convincere le persone di una singola narrativa.

Secondo gli studiosi, il vero obiettivo sarebbe creare caos informativo.

Quando lo spazio digitale viene invaso da:

  • versioni contraddittorie;
  • fake news;
  • immagini manipolate;
  • testimonianze false;
  • account apparentemente autentici,

la popolazione perde progressivamente la capacità di distinguere il vero dal falso.

È ciò che alcuni ricercatori definiscono:

“Saturazione cognitiva”

In pratica:

non importa più convincere il pubblico di una verità precisa;
basta renderlo incapace di riconoscere qualsiasi verità.


La guerra cognitiva del XXI secolo

Per decenni l’Iran ha esportato influenza geopolitica attraverso:

  • Hezbollah;
  • milizie sciite;
  • gruppi proxy regionali;
  • operazioni clandestine.

Oggi, però, il terreno principale si sarebbe spostato nella dimensione digitale.

Le bot farm rappresentano una nuova forma di arma strategica:

  • costano meno dei sistemi militari tradizionali;
  • possono colpire globalmente;
  • operano in anonimato;
  • manipolano direttamente la percezione pubblica.

La guerra moderna diventa così una guerra per il controllo della mente collettiva.


La collaborazione internazionale delle reti di propaganda

Uno degli aspetti più significativi riguarda la presunta cooperazione tra ecosistemi propagandistici.

Secondo il rapporto, durante i momenti di massima attività le reti iraniane si sarebbero sincronizzate con:

  • account filorussi;
  • reti vicine a Hezbollah;
  • ambienti digitali pro-Cina;
  • infrastrutture di disinformazione transnazionali.

Questo suggerirebbe l’esistenza di una sorta di alleanza informativa parallela, capace di influenzare simultaneamente:

  • opinione pubblica occidentale;
  • narrative geopolitiche;
  • movimenti di protesta;
  • percezione dei conflitti.

Dissidenti e giornalisti nel mirino

Un’altra funzione chiave della propaganda digitale sarebbe l’intimidazione.

I dissidenti iraniani online spesso subiscono:

  • campagne di diffamazione;
  • attacchi coordinati;
  • doxxing;
  • minacce;
  • molestie digitali;
  • segnalazioni di massa.

Lo scopo è creare paura psicologica e ridurre la visibilità delle voci critiche.

Molti giornalisti indipendenti hanno denunciato negli anni dinamiche simili durante crisi mediorientali.


Il ruolo degli algoritmi social

Le piattaforme social moderne favoriscono spesso contenuti:

  • emotivi;
  • polarizzanti;
  • scioccanti;
  • divisivi.

Le bot army sfruttano proprio queste caratteristiche algoritmiche.

Quando migliaia di account rilanciano simultaneamente lo stesso hashtag, l’algoritmo interpreta artificialmente il fenomeno come “interesse spontaneo”.

In questo modo:

  • una narrativa coordinata appare organica;
  • la propaganda sembra consenso reale;
  • il falso diventa trend.

Il futuro della manipolazione globale

Il caso iraniano potrebbe rappresentare soltanto un’anticipazione di ciò che vedremo nei prossimi anni.

Con l’evoluzione dell’intelligenza artificiale:

  • i deepfake diventeranno quasi indistinguibili dalla realtà;
  • gli account automatici simuleranno perfettamente esseri umani;
  • la propaganda sarà personalizzata psicologicamente;
  • le operazioni cognitive diventeranno sempre più sofisticate.

La vera sfida del futuro potrebbe non essere tecnologica ma epistemologica:

Come distinguere il reale dall’artificiale?


La verità come prima vittima

Nel XX secolo la propaganda cercava di controllare le informazioni.

Nel XXI secolo la strategia sembra diversa:

non controllare la verità,
ma distruggere il concetto stesso di verità.

Quando ogni evento genera migliaia di versioni manipolate, il cittadino medio finisce per rinunciare completamente alla ricerca dei fatti.

Ed è proprio in quel momento che la manipolazione raggiunge il suo obiettivo massimo.

Trump, guerra informativa e delegittimazione politica globale

Uno degli aspetti più controversi della guerra cognitiva contemporanea riguarda il ruolo della figura di Donald Trump all’interno dello scontro mediatico internazionale.

Per milioni di sostenitori dell’ex presidente americano, gran parte della narrativa costruita contro Trump negli ultimi anni non rappresenterebbe semplice opposizione politica, ma una vera e propria campagna sistematica di delegittimazione permanente.

Secondo questa interpretazione, la guerra dell’informazione moderna non avrebbe come obiettivo soltanto il controllo della narrativa geopolitica internazionale, ma anche l’indebolimento interno delle leadership considerate ostili agli apparati di potere consolidati.

La strategia della demolizione reputazionale

Nel contesto delle moderne operazioni cognitive, screditare il leader avversario rappresenta uno degli strumenti più efficaci.

L’obiettivo non è necessariamente convincere tutti che il bersaglio sia colpevole, incompetente o pericoloso, ma creare:

  • sospetto continuo;
  • polarizzazione permanente;
  • instabilità psicologica;
  • erosione della fiducia pubblica.

Nel caso di Trump, i suoi sostenitori sostengono che per anni media tradizionali, influencer politici, piattaforme digitali e reti informative abbiano contribuito a costruire una narrativa fortemente negativa, spesso amplificata algoritmicamente.


La guerra narrativa nell’era digitale

Nel nuovo ecosistema informativo, la velocità conta più della verifica.

Ogni evento politico diventa immediatamente terreno di scontro tra:

  • media mainstream;
  • piattaforme social;
  • influencer;
  • reti di propaganda;
  • fact-checker;
  • ecosistemi alternativi di controinformazione.

Il risultato è una guerra continua per il controllo della percezione pubblica.

Secondo diversi analisti geopolitici, le moderne campagne mediatiche non mirano più soltanto a informare, ma a costruire realtà emotive parallele.


Controinformazione e polarizzazione

Anche il mondo della cosiddetta “controinformazione” occidentale è diventato parte integrante di questo ecosistema conflittuale.

Negli ultimi anni si è sviluppata una crescente sfiducia verso:

  • grandi media internazionali;
  • istituzioni politiche;
  • organismi sovranazionali;
  • piattaforme tecnologiche.

Questo ha favorito la nascita di reti informative alternative che spesso si presentano come opposizione al sistema dominante.

Tuttavia, molti ricercatori evidenziano come anche la controinformazione possa diventare vulnerabile a:

  • infiltrazioni propagandistiche;
  • manipolazione algoritmica;
  • campagne coordinate;
  • amplificazione emotiva;
  • disinformazione geopolitica.

In alcuni casi, ecosistemi apparentemente “anti-sistema” finiscono per amplificare inconsapevolmente narrative costruite da attori statali o reti di influenza internazionale.


Il problema centrale: chi controlla la realtà?

La vera questione non riguarda soltanto Trump, l’Iran o i social network.

Il punto centrale è molto più profondo:

chi controlla oggi la costruzione della realtà collettiva?

Nel passato il monopolio apparteneva principalmente ai grandi media televisivi.

Oggi il potere è frammentato tra:

  • algoritmi;
  • piattaforme social;
  • intelligenza artificiale;
  • reti di bot;
  • influencer;
  • governi;
  • corporation tecnologiche;
  • apparati di intelligence;
  • propaganda decentralizzata.

La conseguenza è un ambiente informativo dove verità, propaganda, opinione e manipolazione diventano sempre più difficili da distinguere.


La crisi della fiducia globale

La guerra cognitiva produce un effetto estremamente pericoloso:

la distruzione della fiducia.

Quando ogni notizia può essere manipolata,
quando ogni immagine può essere falsa,
quando ogni video può essere un deepfake,
l’intero sistema informativo entra in crisi.

Ed è proprio in questo caos che operazioni propagandistiche, bot army e campagne psicologiche diventano più efficaci.

Perché in una società che non riesce più a distinguere il vero dal falso, il controllo della percezione diventa il potere più importante di tutti.

Approfondimenti e fonti utili

Cyber warfare e disinformazione

Analisi geopolitiche e propaganda online

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