La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto

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La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto
La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto
La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto

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1. La cornice imperiale: quando Londra decide il futuro dell’Islam politico

Per comprendere la genesi del potere saudita è necessario partire da un dato spesso rimosso: il Medio Oriente moderno è una costruzione coloniale. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, l’area era integrata – con tutti i suoi limiti – nell’Impero Ottomano, che garantiva una unità politica sovra-tribale e un equilibrio tra autorità religiosa e amministrazione statale.

La strategia britannica mirava a:

  • smantellare l’unità ottomana,
  • impedire la nascita di un Islam politico centralizzato,
  • sostituire l’impero con entità frammentate, dipendenti e reciprocamente ostili.

📚 David Fromkin definisce questo processo una vera e propria “pace progettata per non durare” (A Peace to End All Peace).


2. Il metodo britannico: creare élite locali, non Stati

Londra aveva già sperimentato con successo questo modello in India e in Africa:

non governare direttamente, ma governare chi governa.

Nel mondo arabo ciò si traduce in:

  • monarchie senza costituzione,
  • confini artificiali,
  • dipendenza economica e militare.

📚 Elie Kedourie parla esplicitamente di “fabbricazione politica” del Medio Oriente (England and the Middle East).


3. Abdulaziz Ibn Saud: da predone tribale a sovrano riconosciuto

All’inizio del Novecento, Ibn Saud non rappresenta una forza storica inevitabile. È un capo tribale sconfitto, in esilio, privo di risorse e marginale rispetto ai centri religiosi dell’Islam.

Il salto di qualità avviene solo dopo l’intervento britannico:

  • Trattato di Darin (1915): Ibn Saud diventa ufficialmente alleato di Londra;
  • finanziamenti regolari (documentati negli India Office Records);
  • armi, munizioni e copertura diplomatica.

📚 Mark Curtis documenta come questi sussidi fossero parte di una strategia sistemica di manipolazione dell’Islam politico (Secret Affairs).

➡️ La “conquista” saudita non è una rivoluzione popolare, ma una campagna militare sponsorizzata.


4. Wahhabismo: teologia della desertificazione politica

L’elemento più sottovalutato – ma cruciale – è l’uso del wahhabismo come strumento di ingegneria sociale.

La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto
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La Casa dei Saud come dispositivo imperiale: genealogia di un potere eterodiretto

Il wahhabismo:

  • elimina il pluralismo islamico,
  • distrugge santuari, tombe e memoria storica,
  • riduce l’Islam a codice morale tribale, non a progetto politico.

📚 Madawi Al-Rasheed sottolinea come questa dottrina abbia svuotato l’Islam di qualsiasi potenziale emancipatorio (A History of Saudi Arabia).

➡️ Per una potenza imperiale, è l’Islam perfetto:
radicale contro i fedeli, docile verso il potere esterno.


5. L’eliminazione degli Hashemiti: la legittimità che dava fastidio

Il confronto con gli Hashemiti è rivelatore. Essi possedevano:

  • discendenza diretta dal Profeta,
  • controllo dei luoghi santi,
  • riconoscimento diffuso nel mondo islamico.

📌 Proprio per questo erano incompatibili con il progetto britannico.

La loro estromissione dalla Mecca nel 1925 avviene:

  • con l’appoggio saudita,
  • senza alcuna reazione britannica,
  • seguita dalla loro relegazione in regni secondari.

📚 James Barr evidenzia come Londra abbia deliberatamente sacrificato la legittimità religiosa in favore della controllabilità politica (A Line in the Sand).


6. Uno Stato senza nazione

Il Regno saudita nasce:

  • senza processo costituente,
  • senza sovranità popolare,
  • senza istituzioni rappresentative.

📚 Toby Jones lo definisce “un apparato di sicurezza travestito da Stato” (Desert Kingdom).

Il patto fondativo è chiaro:

repressione interna + fedeltà esterna
in cambio di sopravvivenza dinastica.


7. Dal colonialismo britannico all’egemonia statunitense

Dopo il 1945 cambia il tutore, non il modello:

  • basi militari,
  • protezione del regime,
  • petrolio come moneta geopolitica.

📚 Andrew Scott Cooper mostra come gli Stati Uniti abbiano ereditato integralmente l’architettura britannica (The Oil Kings).

➡️ La Casa dei Saud diventa cerniera tra capitale energetico e ordine imperiale globale.


8. Sovranità apparente, dipendenza strutturale

Definire la Casa dei Saud una “invenzione inglese” è una sintesi polemica, ma storicamente difendibile se intesa così:

  • non come creazione ex nihilo,
  • ma come costruzione guidata, selettiva e assistita.

La sua funzione non è:

  • rappresentare il popolo arabo,
  • ma garantire stabilità imperiale, frammentazione islamica e controllo energetico.

Conclusione: il Medio Oriente come zona cuscinetto permanente

La Casa dei Saud non è un’anomalia, ma il paradigma:

  • di un Medio Oriente senza autodeterminazione,
  • di Stati nati per non essere sovrani,
  • di religioni piegate a tecnologia di dominio.

La vera eredità britannica non sono i confini, ma:

la dipendenza strutturale mascherata da tradizione.


Documenti d’archivio: non “teoria”, ma carta

La prova parlamentare: Londra ammette sussidio e scopo

Nel dibattito alla Camera dei Lord del 7 marzo 1923, riportato negli atti ufficiali di Hansard, un membro del governo britannico risponde in modo diretto su quando e perché Londra iniziò a pagare Ibn Saud:

“a subsidy was first paid to Ibn Saud… during the war. The object of the subsidy was to assist him in his operations against the Turks …”

Questa affermazione, nero su bianco, smonta la narrazione di una nascita “organica” e autosufficiente del potere saudita. Il denaro britannico aveva una funzione dichiarata: sostenere militarmente un alleato locale contro l’Impero ottomano e i suoi aderenti. Non ideologia, ma strategia.

Il passaggio-chiave del modello coloniale: quando l’inglese “prevale”

Nel Treaty of Jeddah del 1927, documento ufficiale pubblicato dal Foreign Office, compare una clausola rivelatrice: in caso di divergenze interpretative tra versione araba e inglese, entrambe sono valide, ma prevale il testo inglese.

Non è un dettaglio tecnico. È una finestra sul rapporto di forza. Le relazioni davvero paritarie non prevedono, per definizione, una lingua che “vince” sull’altra. Qui l’indipendenza è riconosciuta, ma incorniciata da regole scritte da chi esercita il primato giuridico.

Il disegno statunitense degli anni Settanta: politica, sicurezza, investimenti

Nei documenti del United States Department of State, raccolti nella serie Foreign Relations of the United States (1969–1976), emerge con chiarezza la logica della special relationship con Riad:

“If Saudi oil and investment policies… were seen to flow… from a close political relationship… the U.S. role in the world would be greatly enhanced.”

Non si parla di commercio neutro. Si parla di architettura di potere: energia, sicurezza e investimenti come leva sistemica per amplificare l’egemonia globale.


Dal “petrodollaro” al petrodollar-system

Sgombrare il campo dal falso più diffuso

L’idea di un accordo segreto che obbligherebbe l’Arabia Saudita a vendere petrolio solo in dollari è diventata virale. Ma non esiste un singolo trattato pubblico che contenga quella clausola nella forma semplicistica spesso raccontata online.

Il nucleo vero: il meccanismo, non la clausola

Ciò che conta non è un vincolo contrattuale esplicito, ma un sistema. Dopo gli shock petroliferi, Washington lavora affinché gli enormi surplus del Golfo vengano riciclati verso asset occidentali: titoli del Tesoro, banche, commesse militari, joint commissions. Le audizioni e i materiali dell’epoca trattano la relazione USA–Arabia Saudita come un pilastro macroeconomico e geopolitico.

Tradotto in linguaggio non edulcorato: non serve un obbligo scritto quando esistono sicurezza garantita, accesso privilegiato, canali finanziari e convergenza di interessi. È così che il petrolio diventa ordine monetario.


Guerre per procura: il “format” saudita

Yemen: status regionale e gestione del caos

Dal 26 marzo 2015, l’intervento saudita in Yemen è stato analizzato da un’ampia letteratura come parte di una rivalità regionale strutturale, non come un episodio isolato. Le fratture interne al fronte anti-Houthi e la competizione con altri attori del Golfo mostrano che la “stabilità” prodotta non coincide con la pace, ma con una gestione del caos a bassa o media intensità.

Siria: guerra per interposti attori

Nel conflitto siriano, report accademici e giornalistici indicano che Riad, insieme ad altri, ha fornito sostegno a porzioni dell’opposizione armata. La Siria diventa così un teatro di guerra per procura multilaterale, funzionale a impedire l’emergere di un asse politico capace di sfidare l’ordine regionale sponsorizzato dall’esterno.


“Terrorismo geopolitico”: infrastruttura, non slogan

Parlare seriamente di terrorismo geopolitico significa descrivere un fatto documentato: reti di finanziamento, reclutamento e propaganda possono essere tollerate o sfruttate all’interno di strategie di potenza, con frequenti ritorni di fiamma.

Afghanistan anni Ottanta: l’ecosistema

Durante la guerra contro l’URSS, i mujahideen afghani furono sostenuti da una convergenza di attori statali e da flussi finanziari provenienti anche dall’area del Golfo. Una volta creato, quell’ecosistema – combattenti, fondi, predicatori, canali logistici – non scompare: migra e si riconfigura. È l’effetto-serra delle guerre per procura.

Donazioni e supervisione: la zona grigia riconosciuta

Il 9/11 Commission Report osserva che storicamente non esisteva un meccanismo uniforme di controllo sulle donazioni e collega la ricchezza saudita alla diffusione religiosa wahhabita, registrando anche le misure correttive adottate da Riad dopo il 2003.

Il punto non è sostenere che “lo Stato controlla tutto”, ma riconoscere che quando l’ideologia è parte della legittimazione interna e la proiezione religiosa è strumento esterno, le zone opache sono strutturali.


Cucitura finale: dalla fabbricazione imperiale alla funzione contemporanea

Mettendo insieme i livelli storici:

  • 1915–1923: Londra trasforma Ibn Saud in asset politico-militare con sussidi finalizzati.
  • 1927: l’indipendenza è riconosciuta, ma il diritto è scritto in una lingua che prevale.
  • Anni Settanta: Washington esplicita che petrolio e investimenti sauditi rafforzano l’egemonia USA.
  • Anni 2010–2020: Yemen e Siria mostrano la piena maturità della logica “proxy”.
  • Sul jihadismo: documentazione e ricerca descrivono zone grigie reali, non slogan.

Tesi controinformativa, ma sostenibile: la Casa dei Saud è meno “tradizione” e più infrastruttura di ordine regionale: prima britannico, poi statunitense; oggi in dialogo competitivo con nuove potenze, ma sempre dentro una logica di scambio strutturale tra energia, finanza, sicurezza e influenza ideologica.


Link e fonti (tutti alla fine)

Bibliografia critica di riferimento

  • David Fromkin – A Peace to End All Peace
  • Mark Curtis – Secret Affairs
  • Madawi Al-Rasheed – A History of Saudi Arabia
  • James Barr – A Line in the Sand
  • Toby Jones – Desert Kingdom
  • Elie Kedourie – England and the Middle East
  • Andrew Scott Cooper – The Oil Kings

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