Foibe e Huda Jama: storia, numeri reali, documenti e il silenzio del dopoguerra

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Le Massacri delle foibe rappresentano una delle pagine più tragiche e controverse della storia europea del Novecento. Per decenni il tema è stato oggetto di rimozioni politiche, strumentalizzazioni ideologiche e contrapposizioni nazionali. Solo negli ultimi anni, grazie all’apertura degli archivi e al lavoro congiunto di storici italiani e sloveni, è stato possibile delineare un quadro più rigoroso, fondato su documenti, testimonianze e ricerche scientifiche.

Le foibe non furono soltanto cavità carsiche nelle quali vennero gettati vivi o morti migliaia di uomini e donne. Furono anche deportazioni, campi di prigionia, esecuzioni sommarie, sparizioni e repressione politica operate dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito nel contesto della conquista del potere e della ridefinizione dei confini dell’Adriatico orientale.

Tra i simboli più terribili di quella stagione vi è anche il massacro di Huda Jama, scoperto ufficialmente nel 2009 in Slovenia: una vicenda che sconvolse l’opinione pubblica internazionale per la brutalità delle esecuzioni e per il tentativo sistematico di occultare le prove.


Il contesto storico: fascismo, occupazione e guerra nei Balcani

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Per comprendere le foibe è necessario partire dal contesto storico.

Dopo la Prima guerra mondiale, territori come l’Istria, Fiume e parte della Dalmazia passarono all’Italia. In queste regioni vivevano comunità italiane, slovene e croate. Con l’avvento del fascismo iniziò una politica di italianizzazione forzata: chiusura delle scuole slave, repressione culturale, persecuzioni politiche e snazionalizzazione delle minoranze slovene e croate.

Nel 1941 l’Italia fascista partecipò all’invasione della Jugoslavia. L’occupazione italiana della Slovenia e della Croazia fu accompagnata da rastrellamenti, incendi di villaggi, deportazioni e campi di concentramento come quello di Arbe/Rab. Gli storici riconoscono oggi che le violenze fasciste contribuirono ad alimentare il clima di odio e vendetta che esplose nel 1943 e nel 1945.

Tuttavia, spiegare non significa giustificare.


Le foibe del 1943

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Dopo l’8 settembre 1943, con il crollo dello Stato italiano, i partigiani jugoslavi occuparono rapidamente vaste aree dell’Istria.

Iniziňo arresti, processi sommari ed esecuzioni.

Vennero colpiti:

  • funzionari fascisti;
  • militari italiani;
  • carabinieri e poliziotti;
  • proprietari terrieri;
  • sacerdoti;
  • civili considerati ostili all’annessione jugoslava.

Molti vennero gettati nelle foibe, cavità naturali del Carso utilizzate come fosse comuni.

Le testimonianze raccontano persone legate col filo di ferro, spesso a due a due. In numerosi casi i prigionieri non venivano uccisi prima della caduta: bastava sparare ai primi della fila affinché trascinassero nel baratro gli altri ancora vivi.

Gli storici contemporanei sottolineano che il termine “infoibati” è divenuto simbolico, poiché molte vittime morirono anche nei campi jugoslavi o durante le deportazioni.


Il 1945: la repressione titina

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La fase più vasta e sistematica delle violenze avvenne nella primavera del 1945.

L’esercito partigiano jugoslavo di Tito occupò Trieste, Gorizia, Fiume e gran parte della Venezia Giulia.

L’obiettivo non era soltanto militare:

  • eliminare i collaborazionisti;
  • distruggere ogni possibile opposizione politica;
  • consolidare il futuro regime comunista;
  • favorire l’annessione jugoslava dei territori contesi.

La stessa Commissione storico-culturale italo-slovena riconobbe l’esistenza di esecuzioni sommarie e deportazioni operate dal movimento jugoslavo.


I numeri reali delle vittime

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Uno degli aspetti più controversi riguarda il numero delle vittime.

Per decenni si sono diffuse cifre enormemente divergenti:

  • alcune stime parlavano di poche centinaia;
  • altre arrivavano a 20.000 o più.

La ricerca storica più accreditata oggi considera tali estremi inattendibili.

Lo storico Raoul Pupo stima tra 3.000 e 5.000 le vittime complessive delle foibe e della repressione jugoslava nell’Adriatico orientale.

Altri studiosi, includendo deportati morti nei campi e dispersi, propongono cifre più alte, comprese fra 6.000 e 11.000.

Gli storici concordano però su un punto fondamentale:
le foibe furono parte di una più ampia repressione politica e nazionale del regime comunista jugoslavo.


La Foiba di Basovizza

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Uno dei luoghi simbolo è Foiba di Basovizza.

In realtà non si tratta di una foiba naturale ma di un pozzo minerario abbandonato, profondo oltre 200 metri. Dopo la guerra venne identificato come luogo di esecuzioni e occultamento di cadaveri da parte delle forze jugoslave.

Nel 1992 fu dichiarato monumento nazionale italiano.

Le indagini storiche hanno mostrato quanto sia difficile stabilire il numero esatto delle vittime presenti nel pozzo. Alcune cifre diffuse nel dopoguerra risultano probabilmente gonfiate, mentre altre minimizzazioni appaiono ideologiche.


Huda Jama: il massacro nascosto

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Tra tutte le stragi compiute dai partigiani comunisti jugoslavi, nessuna colpisce quanto Huda Jama.

Nel 2009, dopo anni di ostacoli politici e silenzi istituzionali, gli investigatori sloveni aprirono la miniera di Barbara rov, presso Huda Jama.

Quello che trovarono sconvolse l’Europa.

Dietro undici barriere murate e sigillate apparvero centinaia di scheletri umani.

Molti corpi mostravano:

  • mani legate col filo di ferro;
  • colpi alla nuca;
  • segni di esecuzione;
  • resti di capelli e indumenti conservati dalla mancanza d’aria.

Secondo le ricostruzioni storiche, nel maggio-giugno 1945 i partigiani titini portarono nella miniera circa 1400 prigionieri:

  • soldati croati;
  • domobranci sloveni;
  • civili;
  • donne.

Molti furono costretti a entrare nei tunnel nudi o seminudi, legati a due a due.

La parte più agghiacciante riguarda il fatto che numerose vittime non vennero immediatamente uccise.

I condotti vennero murati con cemento e esplosivi mentre molte persone erano ancora vive all’interno.

Le autopsie e gli studi forensi sloveni indicarono che alcune vittime morirono lentamente per:

  • asfissia;
  • fame;
  • disidratazione.

La scoperta di Huda Jama divenne uno dei più importanti ritrovamenti di fosse comuni del dopoguerra europeo.


Perché per decenni si tacque?

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Dopo il 1945 il tema delle foibe e delle stragi titine venne spesso marginalizzato.

Le ragioni furono molteplici:

  • la Guerra Fredda;
  • il ruolo strategico della Jugoslavia di Tito contro l’URSS;
  • gli equilibri diplomatici internazionali;
  • il timore di riaprire conflitti nazionali;
  • la forte influenza culturale del Partito Comunista Italiano.

Per decenni gli esuli istriani e dalmati denunciarono un clima di silenzio e rimozione.

Solo dagli anni Novanta, con la fine della Jugoslavia comunista e l’apertura degli archivi, la ricerca storica poté svilupparsi in modo più libero.

Nel 2004 l’Italia istituì il Giorno del Ricordo per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata.


Conclusione

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Le foibe e Huda Jama rappresentano una tragedia europea che non può essere ridotta né a propaganda né a revisionismo.

Dietro i numeri vi furono esseri umani:

  • uomini;
  • donne;
  • sacerdoti;
  • soldati;
  • civili;
  • famiglie scomparse senza sepoltura.

La scoperta di Huda Jama mostrò al mondo che, anche dopo la fine ufficiale della guerra, l’Europa continuò a conoscere massacri, vendette e stermini politici.

Studiare questi eventi con rigore storico significa riconoscere tutte le responsabilità:

  • quelle del fascismo;
  • quelle del nazionalismo;
  • quelle del totalitarismo comunista jugoslavo.

Solo una memoria fondata sui documenti e non sull’ideologia può restituire dignità alle vittime e impedire che tragedie simili vengano nuovamente occultate dal silenzio della storia.

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