Dalle petroliere fantasma ai social network paralleli: il ritorno di Babak Zanjani e la nuova frontiera della guerra cognitiva iraniana

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Il caso che pochi stanno prendendo sul serio

Nel rumore incessante dell’informazione globale, alcune notizie scorrono quasi inosservate pur rappresentando segnali estremamente rilevanti di trasformazioni geopolitiche profonde. Una di queste riguarda l’annuncio pubblico di Babak Zanjani — finanziere iraniano, miliardario, intermediario petrolifero e figura storicamente legata ai meccanismi di elusione delle sanzioni della Repubblica Islamica — secondo cui quasi 25.000 account della piattaforma 𝕏 sarebbero stati “acquistati” o trasferiti all’interno di una nuova infrastruttura social basata su blockchain denominata My Dot o DotOne.

A prima vista, potrebbe sembrare l’ennesimo progetto crypto-social nato nel sottobosco tecnologico globale. Ma osservando attentamente il profilo dell’uomo coinvolto, il contesto geopolitico iraniano, la crescente convergenza tra intelligence, finanza decentralizzata, propaganda digitale e guerra cognitiva, emerge qualcosa di molto più inquietante.

La questione non riguarda semplicemente una startup.

Riguarda la possibilità concreta che infrastrutture sociali decentralizzate vengano trasformate in strumenti geopolitici, reti di influenza e ambienti digitali paralleli capaci di manipolare consenso, identità, narrativa pubblica e comportamento collettivo su scala internazionale.


Chi è davvero Babak Zanjani

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Per comprendere la gravità della questione è necessario capire chi sia davvero Zanjani.

Non è un semplice imprenditore. È stato considerato per anni uno dei più importanti “fixer” economici della Repubblica Islamica iraniana: un intermediario capace di costruire reti finanziarie opache per aggirare le sanzioni internazionali imposte contro Teheran.

Durante gli anni più duri dell’embargo petrolifero, Zanjani avrebbe gestito:

  • società offshore,
  • banche ombra,
  • compagnie di navigazione,
  • reti di trasferimento finanziario,
  • strutture di riciclaggio,
  • triangolazioni commerciali internazionali.

Le sue operazioni si sarebbero estese dagli Emirati Arabi Uniti alla Turchia, fino alla Malesia, creando una rete transnazionale parallela funzionale agli interessi strategici iraniani.

Il suo nome è stato associato più volte all’aggiramento delle restrizioni finanziarie occidentali e al trasferimento di miliardi di dollari derivanti dalla vendita di petrolio iraniano.

Il punto cruciale è che Zanjani non operava ai margini del sistema iraniano: operava dentro le logiche strategiche dello Stato profondo della Repubblica Islamica.


Le sanzioni, l’arresto e la misteriosa riabilitazione

Gli Stati Uniti lo hanno inserito nelle liste sanzionatorie accusandolo di facilitare transazioni economiche per conto del regime iraniano e di entità collegate al Islamic Revolutionary Guard Corps.

Successivamente, anche le autorità iraniane lo arrestarono accusandolo di aver sottratto circa 2,7 miliardi di euro provenienti da introiti petroliferi.

La vicenda sembrò raggiungere il culmine quando Zanjani venne addirittura condannato a morte.

Ma qui emerge uno degli aspetti più opachi dell’intera storia.

In molti ambienti analitici internazionali si è sempre sospettato che il suo arresto rappresentasse più una lotta interna tra fazioni del potere iraniano che una reale volontà di smantellare le reti economiche clandestine del regime.

Anni dopo, infatti, Zanjani è riemerso.

Non solo vivo e libero.

Ma nuovamente operativo.

E questa volta non più soltanto nella finanza offshore o nel commercio petrolifero.

Bensì nell’infrastruttura digitale globale.


Dal petrolio alle criptovalute: la nuova architettura finanziaria parallela

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Negli ultimi anni l’Iran ha accelerato enormemente il proprio interesse verso:

  • blockchain,
  • exchange crypto,
  • sistemi di pagamento decentralizzati,
  • stablecoin,
  • infrastrutture digitali indipendenti dall’Occidente,
  • reti internet sovrane.

La ragione è evidente.

Le criptovalute rappresentano uno dei pochi strumenti capaci di ridurre l’efficacia delle sanzioni finanziarie occidentali.

In un sistema internazionale dominato dal dollaro, dal circuito SWIFT e dalle banche centrali occidentali, le infrastrutture decentralizzate possono diventare strumenti geopolitici di sopravvivenza economica.

È qui che la figura di Zanjani torna centrale.

Secondo diverse accuse e designazioni internazionali, reti a lui collegate avrebbero movimentato enormi quantità di capitale attraverso exchange crypto e wallet associati a entità vicine all’IRGC.

Ma ciò che sta emergendo oggi è un salto qualitativo ulteriore.

Non più solo finanza.

Bensì costruzione di ecosistemi sociali.


Il significato reale dei 25.000 account 𝕏

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Quando Zanjani afferma pubblicamente che circa 25.000 account 𝕏 e i relativi dati sarebbero stati trasferiti dentro la piattaforma DotOne, il problema non è soltanto tecnico.

È strategico.

La domanda fondamentale diventa:

Che tipo di account sono?

Possibili scenari:

  • account acquistati,
  • account inattivi recuperati,
  • scraping massivo di dati pubblici,
  • profili automatizzati,
  • reti di bot,
  • database di utenti migrati,
  • infrastrutture di engagement artificiale.

Anche nella versione meno allarmante, l’operazione indica comunque la creazione deliberata di un ecosistema digitale parallelo basato su dati provenienti da una piattaforma occidentale globale.

Nella versione più inquietante, potrebbe trattarsi della costruzione di una rete di influenza coordinata pronta a:

  • amplificare narrative,
  • manipolare trend,
  • simulare consenso,
  • condurre operazioni psicologiche,
  • alterare percezioni pubbliche,
  • influenzare dibattiti geopolitici.

La guerra cognitiva del XXI secolo

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Negli ultimi anni il concetto di “guerra” è cambiato radicalmente.

Non si combatte più soltanto con missili, carri armati o sanzioni economiche.

Si combatte attraverso:

  • algoritmi,
  • piattaforme social,
  • dati comportamentali,
  • manipolazione emotiva,
  • ingegneria narrativa,
  • controllo percettivo,
  • gestione delle informazioni.

Questo modello viene spesso definito:

Guerra cognitiva

Un paradigma in cui il bersaglio non è il territorio fisico ma la mente collettiva.

La Repubblica Islamica iraniana ha investito enormemente in capacità cyber e operazioni informative.

Negli anni sono emerse:

  • reti di account coordinati,
  • campagne di propaganda online,
  • operazioni di disinformazione,
  • utilizzo strategico dei social media,
  • cyber unit collegate all’IRGC,
  • infrastrutture internet parallele interne.

Il trasferimento massivo di account verso piattaforme blockchain controllate da soggetti legati al sistema iraniano si inserisce perfettamente in questa evoluzione.


Social network decentralizzati: libertà o nuove strutture di controllo?

Uno degli aspetti più controversi riguarda l’utilizzo della retorica della decentralizzazione.

Molti nuovi progetti blockchain si presentano come:

  • alternativi ai Big Tech,
  • favorevoli alla libertà digitale,
  • anti-censura,
  • decentralizzati,
  • orientati alla privacy.

Ma la decentralizzazione tecnica non garantisce automaticamente libertà politica.

Una piattaforma può utilizzare tecnologie blockchain pur mantenendo:

  • controllo algoritmico,
  • governance opaca,
  • raccolta massiva di dati,
  • sistemi di reputazione,
  • manipolazione automatizzata,
  • infrastrutture di sorveglianza.

In questo senso, la blockchain rischia di diventare non solo uno strumento di emancipazione dal controllo centralizzato occidentale, ma anche la base per nuove forme di controllo digitale parallelo.


Il modello cinese e la possibile “internet multipolare”

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Ciò che sta emergendo potrebbe rappresentare una trasformazione storica dell’ecosistema internet globale.

Per anni si è parlato di internet come rete aperta e universale.

Oggi assistiamo invece alla nascita di:

  • ecosistemi digitali sovrani,
  • piattaforme geopoliticamente allineate,
  • reti informative separate,
  • infrastrutture finanziarie autonome,
  • sistemi social alternativi.

La Cina ha già sviluppato un internet parallelo quasi completo.

La Russia sta lavorando alla propria sovranità digitale.

L’Iran potrebbe seguire la stessa traiettoria.

In questo scenario, piattaforme come DotOne potrebbero diventare:

  • strumenti di resilienza alle sanzioni,
  • hub di propaganda,
  • ambienti di mobilitazione ideologica,
  • reti finanziarie integrate,
  • ecosistemi social-politici chiusi.

Conclusione: la nuova frontiera del potere

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Il XXI secolo potrebbe essere ricordato non solo come l’epoca della rivoluzione digitale, ma come il momento storico in cui il potere ha imparato a colonizzare direttamente la percezione umana.

Le piattaforme social non sono più semplici strumenti di comunicazione.

Sono infrastrutture cognitive.

Le criptovalute non sono più solo asset finanziari.

Sono strumenti geopolitici.

La blockchain non è soltanto tecnologia.

Può diventare architettura di sovranità, influenza e controllo.

E figure come Babak Zanjani rappresentano perfettamente questa transizione:

dal contrabbando petrolifero alla guerra informativa,
dalle reti offshore alle reti cognitive,
dall’elusione delle sanzioni alla costruzione di ecosistemi digitali paralleli.

Il vero interrogativo, ora, non è se queste reti esistano già.

Ma quanto siano avanzate.

E quanto il mondo stia ancora sottovalutando la trasformazione in corso.


Fonti e approfondimenti

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