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Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco

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Dalla mutazione della sinistra alla finanziarizzazione del conflitto globale


La Terza Via come progetto storico, non come compromesso

La Terza Via non nasce come semplice mediazione tra capitalismo e socialdemocrazia, ma come progetto sistemico di rifondazione del potere politico occidentale dopo la fine della Guerra Fredda.

Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco

Con Tony Blair, il New Labour realizza un’operazione senza precedenti:

  • svuotare la sinistra del conflitto di classe
  • riconvertirla in apparato gestionale del capitale globale
  • offrirle una legittimità morale progressista
Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco

👉 La Terza Via non è “oltre” destra e sinistra:
è la loro neutralizzazione a favore della finanza.


Blair come figura-chiave del nuovo potere post-democratico

Blair non va letto come un leader nazionale, ma come interfaccia politica di una trasformazione strutturale.

Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco

Il suo ruolo storico consiste in:

  • integrazione totale con la City of London Corporation
  • allineamento strategico con la politica estera statunitense
  • copertura ideologica alla deregolamentazione finanziaria
  • normalizzazione dei paradisi offshore britannici

A differenza di Thatcher, Blair non impone, ma seduce.
Non rompe lo Stato sociale frontalmente: lo svuota dall’interno.


3. La City di Londra e la Terza Via: il patto non scritto

Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco
Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco
Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco

La City rappresenta il vero beneficiario storico della Terza Via.

Durante l’era Blair:

  • nessuna riforma strutturale contro l’offshore
  • nessuna limitazione ai trust opachi
  • nessuna trasparenza sui beneficiari finali
  • piena protezione politica dei territori offshore

La Terza Via fornisce alla City ciò che Thatcher non poteva più garantire:
👉 legittimità progressista e silenzio critico.


4. Paradisi offshore come tecnologia del potere

I paradisi fiscali non sono solo strumenti economici, ma dispositivi politici:

  • spezzano il legame tra ricchezza e responsabilità
  • dissolvono la sovranità fiscale degli Stati
  • consentono finanziamenti occulti di operazioni militari e paramilitari

Territori chiave sotto influenza britannica:

  • Isole Cayman
  • Isole Vergini Britanniche
  • Jersey

👉 L’offshore è il linguaggio finanziario dell’impunità.


5. Guerra per procura e Terza Via: la nuova dottrina

Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco
Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco
Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco

Blair è il primo leader “di sinistra” a rendere accettabile l’interventismo militare permanente:

  • Kosovo
  • Afghanistan
  • Iraq

Queste guerre non sono eccezioni, ma parte integrante della nuova governance globale:

  • distruzione di Stati sovrani
  • privatizzazione della ricostruzione
  • espansione dei flussi finanziari opachi
  • utilizzo di attori irregolari e proxy

Qui si inserisce il ruolo di CIA e MI6:

  • gestione indiretta del conflitto
  • uso di economie illegali come finanziamento
  • protezione dei canali di riciclaggio

👉 La guerra diventa una funzione economica.


6. Narcotraffico, FARC e sistema globale

Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco
Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco
Tony Blair, la Terza Via e l’architettura del potere opaco

Le FARC non sono un’anomalia, ma un ingranaggio locale di una macchina globale.

Il narcotraffico:

  • finanzia conflitti a bassa intensità
  • destabilizza Stati non allineati
  • alimenta flussi finanziari offshore
  • rientra nei mercati occidentali come capitale “ripulito”

👉 Senza la finanza anglosassone, il narcotraffico non scala.


7. Apparato teorico: post-democrazia e potere invisibile

La Terza Via incarna ciò che Colin Crouch definisce post-democrazia:

  • le elezioni restano
  • il potere decisionale migra altrove
  • il cittadino diventa spettatore

Blair governa non contro il popolo, ma oltre il popolo.
La politica diventa:

  • narrazione
  • branding
  • gestione del consenso

👉 Il conflitto viene depoliticizzato, non risolto.


Conclusione – Blair come architetto del presente

Tony Blair non è un errore storico, ma un modello replicato:

  • Macron
  • Renzi
  • Sanchez
  • Trudeau

La Terza Via è la forma politica del capitalismo finanziario globale.
La City di Londra ne è il cuore pulsante.
Le guerre per procura e l’offshore ne sono gli strumenti.

👉 Il vero colpo di Stato non è militare: è culturale e finanziario.

L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi

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L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi

L’errore prima ancora della politica

C’è un errore analitico, prima ancora che politico o ideologico, che accomuna larga parte del commentariato europeo e una fetta consistente dell’opinione pubblica occidentale: non aver compreso la natura strutturale del cambiamento in atto negli Stati Uniti sotto l’amministrazione di Donald Trump.

Questo errore si manifesta in una lettura superficiale, moralistica o caricaturale di un processo che, in realtà, rappresenta una rottura profonda con l’ordine coloniale anglo-francese che ha dominato la geopolitica globale dal secondo dopoguerra fino al pieno consolidamento della globalizzazione finanziaria.

Definire tutto ciò come “isolazionismo”, “populismo” o “nazionalismo rozzo” non è solo riduttivo: è un atto di cecità strategica.


Il mito dell’Occidente unito e la realtà dell’impero informale

L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi

Per oltre settant’anni si è narrato l’“Occidente” come un blocco omogeneo, coeso, portatore di valori universali. In realtà, dietro questa retorica si è sempre celata una gerarchia imperiale informale, erede diretta delle strutture coloniali britanniche e francesi.

Un sistema tripartito:

  • Londra come centro finanziario e normativo globale
  • Parigi come braccio politico-militare nei teatri africani e mediterranei
  • Washington come garante militare e monetario dell’ordine complessivo

Gli Stati Uniti, contrariamente al mito della “superpotenza sovrana”, non sono mai stati pienamente liberi all’interno di questo assetto. Sono stati piuttosto il braccio armato e monetario di un ordine finanziario transnazionale, fondato su:

  • debito sistemico
  • controllo valutario
  • istituzioni sovranazionali
  • guerra permanente a bassa intensità

La NATO, lungi dall’essere una semplice alleanza difensiva, ha rappresentato il pilastro militare di questa architettura.


Trump come evento di rottura, non come anomalia

L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi

L’ascesa di Trump non è un incidente della storia, ma il sintomo di una frattura interna allo Stato americano.

Una frattura strutturale tra:

  • America produttiva vs America finanziarizzata
  • Stato nazionale vs governance globale
  • Complesso militare-industriale tradizionale vs capitalismo finanziario parassitario

Trump rappresenta — piaccia o no — il tentativo di riappropriazione della sovranità statale americana, in aperto conflitto con l’eredità anglo-francese del potere imperiale indiretto.

Non a caso, la sua amministrazione ha:

  • attaccato frontalmente la NATO come strumento obsoleto
  • ridimensionato le guerre di “esportazione della democrazia”
  • messo in discussione il dogma del libero scambio asimmetrico
  • sfidato apertamente le istituzioni finanziarie globali

Questi atti non sono stati improvvisazioni, ma segnali di rottura sistemica.


La rottura con il colonialismo europeo: Africa e Medio Oriente

L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi

Uno degli aspetti più ignorati — o deliberatamente rimossi — è il conflitto diretto tra l’amministrazione Trump e le vecchie sfere coloniali franco-britanniche, soprattutto in Africa e Medio Oriente.

La politica trumpiana ha:

  • indebolito la proiezione francese nel Sahel
  • ridimensionato i giochi di potere britannici nei conflitti mediorientali
  • interrotto la logica della “stabilità coloniale” mascherata da missione umanitaria

Questo spiega l’isteria delle élite europee:
Trump non è anti-europeo. È anti-coloniale.


Il traghettamento verso un mondo multipolare

L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi

Il vero punto non è Trump come individuo, ma il mondo che emerge attraverso quella frattura.

L’ordine unipolare — fondato su dollaro, debito, sanzioni e guerra per procura — è in crisi irreversibile. Al suo posto avanza un sistema multipolare in cui:

  • le potenze regionali rivendicano autonomia
  • il commercio non è più subordinato al controllo finanziario
  • la sovranità monetaria torna centrale

Il dialogo pragmatico con la Russia, la guerra commerciale con la Cina come strumento negoziale e non ideologico, il disimpegno da teatri improduttivi: tutto indica un cambio di paradigma, non un capriccio presidenziale.


L’idiozia analitica delle élite europee

L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi
L’idiozia strategica di non comprendere la rottura storica: Trump e la fine delle dinamiche coloniali anglo-francesi

L’Europa — in particolare quella franco-tedesca — ha reagito nel modo peggiore possibile:
difendendo un ordine che non la protegge più e che la condanna a una subordinazione permanente.

Invece di cogliere l’opportunità di:

  • ridefinire la propria sovranità
  • sganciarsi dal colonialismo finanziario
  • dialogare da pari con il nuovo assetto globale

ha preferito rifugiarsi nella retorica morale, nell’antitrumpismo isterico e nella difesa di istituzioni ormai svuotate di potere reale.


Trump come ponte, non come fine

Trump non è “il nuovo mondo”.
Trump è il ponte.

Un ponte tra:

  • il fallimento dell’ordine anglo-francese
  • e un sistema internazionale fondato su equilibri di potenza reali, non su narrazioni ideologiche

Non comprenderlo significa:

  • confondere lo stile con la struttura
  • scambiare il rumore mediatico per il movimento della storia
  • restare prigionieri di categorie geopolitiche morte

Conclusione – La storia non chiede il permesso

La storia non aspetta che le élite comprendano.
Avanza comunque.

Chi oggi deride, banalizza o demonizza la svolta americana, domani si chiederà — come sempre accade — quando è successo tutto questo.

La risposta è semplice:
è successo mentre guardavano altrove, incapaci di accettare che l’epoca coloniale mascherata da globalizzazione stava finendo.
E che il mondo — finalmente — stava cambiando.


Fonti e documenti di riferimento (link)

Documenti ufficiali e istituzionali

  • White House – National Security Strategy (2017)
  • U.S. Department of Defense – Defense Strategy Reports
  • NATO Strategic Concept Documents
  • IMF & World Bank Governance Reports

Analisi geopolitiche e storiche

  • Zbigniew Brzezinski – The Grand Chessboard
  • John Mearsheimer – The Great Delusion
  • Stephen Walt – The Hell of Good Intentions

Africa e colonialismo

  • French Ministry of Armed Forces – Opération Barkhane
  • UN Reports on Sahel Security
  • African Union policy papers

Sistema finanziario globale

  • Bank for International Settlements (BIS) Annual Reports
  • Federal Reserve policy papers
  • World Economic Forum – Global Risk Reports

Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare

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Analisi storica, geopolitica ed economica di una transizione sistemica


Non una crisi, ma una frattura storica

Ciò che stiamo osservando non è una semplice crisi ciclica del capitalismo europeo, bensì una frattura storica dell’ordine economico e finanziario che ha governato l’Occidente negli ultimi settant’anni. L’Europa, un tempo centro della finanza globale, si scopre oggi periferia decisionale di un mondo che sta rapidamente diventando multipolare.

Il collasso non è improvviso: è il risultato di decenni di finanziarizzazione, di svuotamento dell’economia reale e di una costruzione monetaria – l’euro – priva di sovranità politica e democratica.


L’architettura finanziaria europea: una moneta senza Stato

L’Unione Europea ha fondato la propria stabilità su tre pilastri:

  • moneta unica
  • mercati finanziari integrati
  • vincoli fiscali rigidi

Questa architettura ha favorito banche e grandi investitori, ma ha progressivamente indebolito:

  • industria
  • salari
  • domanda interna
  • coesione sociale

La Bank for International Settlements ammette apertamente:

“Financial markets have increasingly decoupled from the real economy.”
(Annual Economic Report)

In Europa questo “decoupling” è totale: mentre gli asset finanziari crescono, l’economia produttiva arretra.


Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare

Dalla crisi del 2008 alla stagnazione permanente

Il 2008 segna uno spartiacque. Le politiche di salvataggio bancario hanno:

  • socializzato le perdite
  • privatizzato i profitti
  • caricato il debito sugli Stati

Il International Monetary Fund riconosce:

“High debt levels and tightening financial conditions pose increasing risks to financial stability, especially in advanced economies.”

L’Europa entra così in una stagnazione strutturale, mascherata da stabilità monetaria ma pagata con:

  • precarietà
  • tagli alla spesa
  • declino demografico

3. Il multipolarismo: fine dell’unipolarismo finanziario

Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare

Il XXI secolo segna la fine del mondo unipolare. La World Bank afferma senza ambiguità:

“The world economy is no longer dominated by a single center of power.”

Il baricentro globale si sposta verso:

  • Asia
  • Eurasia
  • Sud Globale

Qui la crescita è reale, non finanziaria:

  • infrastrutture
  • energia
  • industria
  • demografia

L’Europa resta legata a un modello che funziona solo in un mondo dominato dalla finanza.


4. Trump come detonatore dell’ordine globalista

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Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare

La figura di Donald Trump rappresenta una rottura interna all’Occidente. La National Security Strategy USA del 2017 dichiara:

“Economic security is national security.”

Questo principio:

  • nega il dogma del libero mercato assoluto
  • riafferma lo Stato
  • colpisce la globalizzazione finanziaria

Trump non si oppone al multipolarismo: lo accelera, dialogando con:

  • Russia
  • Cina
  • India

Questo asse informale aggira l’Europa finanziaria, riducendone il peso strategico.


BRICS e sistemi alternativi: il dopo-occidente prende forma

Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare

I BRICS non propongono un’utopia, ma un’architettura parallela:

  • commercio in valute locali
  • banche di sviluppo autonome
  • infrastrutture fisiche

La New Development Bank afferma:

“The NDB supports development without political conditionalities.”

È la negazione del modello FMI–UE:

  • niente austerità
  • niente riforme imposte
  • niente dominio bancario

Europa e guerra: la reazione di un sistema in declino

Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare
Il collasso dell’Europa finanziaria e l’ascesa del mondo multipolare

Storicamente, quando un sistema finanziario entra in crisi:

  • aumenta la repressione
  • cresce la propaganda
  • esplode il conflitto

Lo storico ed economista Ray Dalio scrive:

“Wars are often the result of the decline of dominant powers.”

L’Europa, incapace di riformare il proprio modello, sembra scegliere:

  • militarizzazione
  • emergenzialismo
  • centralizzazione autoritaria

Non per vincere, ma per ritardare il collasso.


Il vero bivio storico

Il mondo multipolare non è il caos:
è la fine del monopolio finanziario.

L’Europa ha due strade:

  1. trasformarsi, recuperando sovranità economica e industria
  2. trascinare il mondo nel conflitto, per difendere rendite ormai insostenibili

La storia insegna che la seconda scelta non salva i sistemi, li distrugge.


Conclusione: fine dell’egemonia, non della civiltà

L’Europa finanziaria sta collassando non perché il mondo sia impazzito, ma perché il mondo è cambiato.
Il multipolarismo non è un progetto ideologico: è una realtà storica irreversibile.

Chi lo comprende, costruirà il futuro.
Chi lo combatte, rischia di bruciare il presente.


Documenti ufficiali citati

  • BIS – Annual Economic Report
  • IMF – Global Financial Stability Report
  • World Bank – Multipolarity: The New Global Economy
  • US National Security Strategy (2017)
  • BRICS Joint Declarations
  • New Development Bank – General Strategy
  • Ray Dalio – The Changing World Order

Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere

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Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere

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La crisi non è un incidente

L’attuale collasso economico europeo viene raccontato come una sequenza di eventi inevitabili: pandemia, guerra, inflazione, crisi energetica. Ma una lettura storica più attenta mostra che le crisi sistemiche non sono mai neutrali: vengono gestite, orientate e spesso sfruttate.

Le sanzioni contro la Russia e il finanziamento del conflitto in Ucraina hanno prodotto effetti devastanti sulle economie dell’Unione Europea, in particolare sulla Germania.
La domanda non è più se l’Europa sia stata danneggiata, ma perché abbia accettato una strategia economicamente autodistruttiva.


Il precedente storico: la crisi degli anni ’30 e la via della guerra

Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere

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La Seconda guerra mondiale non nacque da un’esplosione improvvisa di follia collettiva, ma da:

  • una crisi economica globale,
  • disoccupazione di massa,
  • collasso della fiducia nelle istituzioni liberali,
  • incapacità delle élite di riformare il sistema.

Negli anni ’30, la risposta dominante non fu la redistribuzione o la cooperazione internazionale, ma la militarizzazione dell’economia.
Il riarmo divenne uno strumento per:

  • rilanciare la produzione,
  • assorbire manodopera,
  • consolidare il controllo politico.

La guerra fu una soluzione economica travestita da necessità storica.


Il clima prebellico: ieri e oggi, stessa struttura

Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere

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Il parallelismo con l’Europa attuale non è ideologico, ma strutturale.

Anni ’30

  • crisi economica prolungata,
  • demonizzazione del nemico esterno,
  • compressione del dissenso,
  • riarmo come politica industriale.

Anni 2020

  • stagnazione e deindustrializzazione,
  • costruzione di un conflitto esistenziale,
  • delegittimazione di ogni posizione pacifista,
  • spesa militare presentata come “investimento”.

In entrambi i casi, la guerra viene preparata culturalmente prima che militarmente.


Il riarmo europeo contemporaneo: keynesismo militare senza sovranità

Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere

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Dopo il 2022, i governi europei hanno avviato un riarmo accelerato:

  • aumento strutturale delle spese militari,
  • fondi comuni per la difesa,
  • integrazione crescente con la NATO.

Sulla carta, un ritorno al keynesismo militare.
Nella realtà, una differenza decisiva rispetto agli anni ’30: l’Europa non controlla le risorse necessarie per sostenere una guerra industriale.


La frattura decisiva: l’assenza di materie prime

Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere

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Negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale, le potenze europee disponevano — direttamente o tramite imperi coloniali — di:

  • carbone e ferro,
  • acciaio,
  • accesso controllato a petrolio, gomma, metalli strategici.

Oggi l’Europa:

  • dipende dall’estero per terre rare, litio, titanio,
  • importa energia a costi elevati,
  • non controlla semiconduttori e componenti critiche,
  • ha perso autonomia industriale.

Il paradosso è evidente:
l’Europa si riarma, ma senza le basi materiali per produrre armi in modo autonomo.


Una guerra senza economia di guerra

La Seconda Guerra Mondiale fu una mobilitazione totale:

  • industrie riconvertite,
  • società coinvolte,
  • risorse assicurate.

Il conflitto attuale è:

  • guerra per procura,
  • consumo rapido di arsenali,
  • dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti,
  • finanziarizzazione del conflitto.

L’Europa paga, ma non decide.
Finanzia, ma non controlla.


Crisi permanente e centralizzazione del potere

Storicamente, le crisi profonde sono il terreno ideale per:

  • sospendere il dibattito democratico,
  • centralizzare il potere,
  • imporre riforme impopolari,
  • trasferire sovranità economica.

In questo contesto, l’idea di una maggiore integrazione politica europea emerge non come scelta democratica, ma come necessità inevitabile generata dall’emergenza stessa.


Conclusione – Una lezione storica ignorata

Negli anni ’30, la guerra fu l’esito tragico di una crisi non risolta.
Oggi il rischio è diverso ma altrettanto grave:

una crisi permanente, militarizzata, senza autonomia produttiva, in cui il riarmo non genera sovranità ma dipendenza.

La storia insegna che quando la guerra diventa l’unica risposta proposta, significa che il sistema ha fallito nel riformarsi.


Fonti e documenti storici commentati

Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere
Europa verso la crisi permanente: quando la guerra diventa l’alibi per rifondare il potere

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1. Piano Quadriennale Tedesco (1936)

Documento centrale della preparazione economica al conflitto.
Dimostra come il riarmo fosse concepito come politica economica anticrisi, non solo come scelta militare.

2. Discorsi e scritti di Hjalmar Schacht

Analisi dell’uso del debito pubblico e della spesa statale per rilanciare l’industria attraverso il settore bellico.

3. Archivi economici pre-1939 (Francia, Regno Unito)

Mostrano l’incremento coordinato della produzione militare come risposta alla stagnazione economica.

4. EU Strategic Compass (2022)

Documento ufficiale che ridefinisce la postura militare europea, sancendo il passaggio a una logica di sicurezza permanente.

5. Impegni NATO sul 2% del PIL

Formalizzano la militarizzazione strutturale della spesa pubblica europea.

6. Studi UE sulle materie prime critiche

Ammettono esplicitamente la dipendenza strategica europea da fornitori esterni per risorse essenziali.

Conclusione – Crisi permanente come metodo

Negli anni ’30 la guerra fu l’esito tragico di una crisi irrisolta.
Oggi il rischio è diverso ma altrettanto grave:

una crisi permanente, militarizzata, che giustifica centralizzazione del potere, perdita di sovranità economica e impoverimento strutturale.

Quando la guerra diventa l’unica risposta proposta, il sistema ha già fallito nel riformarsi.


LINK E FONTI

Dati economici e industriali

Energia

Spesa militare

Analisi accademiche

Macroeconomia

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

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Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

Quando persino il Financial Times – voce storica dell’establishment finanziario anglosassone – rompe la disciplina del silenzio, significa che il danno è ormai irreversibile.
La Germania, pilastro industriale dell’Europa dal secondo dopoguerra, è entrata in una fase di declino strutturale, non ciclico. E l’Unione Europea non è stata spettatrice: ne è stata coautrice.

Non siamo di fronte a un errore.
Siamo di fronte a una strategia.


Il modello tedesco: da miracolo industriale a bersaglio geopolitico

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

Dal Wirtschaftswunder degli anni ’50 in poi, la Germania ha costruito la propria forza su tre pilastri:

  1. Energia abbondante e a basso costo
  2. Industria pesante e manifattura avanzata
  3. Export competitivo globale

Questo modello, già dopo la riunificazione, era visto con crescente fastidio nel mondo anglosassone: una Germania troppo forte, troppo autonoma, troppo interconnessa con l’Eurasia.
La cooperazione energetica con la Russia – gas in cambio di tecnologia – rappresentava un asse strategico alternativo all’ordine atlantico.

Ed è qui che inizia la demolizione.


L’energia come arma: dalla dipendenza controllata al collasso

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

Il gas russo non era una debolezza.
Era un vantaggio competitivo.

Attraverso Nord Stream, Berlino garantiva energia stabile all’industria europea. La sua distruzione – accettata senza reazione politica – ha segnato la fine della sovranità energetica tedesca.

Mai nella storia moderna una potenza industriale ha:

  • subito un sabotaggio strategico,
  • rinunciato a indagare,
  • continuato a pagare il prezzo più alto.

Il silenzio di Bruxelles e della NATO è stato assordante.
Non era un’infrastruttura privata. Era un nervo vitale nazionale.


Le sanzioni: un boomerang storico

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

Le sanzioni contro Mosca non hanno colpito la Russia quanto promesso.
Hanno colpito l’Europa continentale, e in particolare la Germania.

Storicamente, le sanzioni funzionano solo quando:

  • chi le impone è autosufficiente,
  • chi le subisce è isolato.

Nessuna delle due condizioni era vera.

La Russia ha reindirizzato energia e materie prime.
La Germania ha perso:

  • competitività,
  • produzione,
  • occupazione qualificata.

La guerra come acceleratore del collasso

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

Il sostegno militare a Kiev non è stato solo una scelta geopolitica.
È stato un acceleratore della deindustrializzazione.

Mentre Berlino finanziava carri armati e munizioni, le sue fabbriche chiudevano.
Mentre l’UE parlava di “valori”, il costo reale ricadeva su:

  • operai,
  • PMI,
  • intere regioni industriali.

Eppure la narrativa non è mai cambiata:
serve fare di più, sacrificare di più, pagare di più.


Bruxelles: potere senza responsabilità

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
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Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea

La figura di Ursula von der Leyen incarna perfettamente il problema:
potere enorme, responsabilità nulla.

La Commissione:

  • non è eletta,
  • non risponde ai lavoratori,
  • non paga il prezzo delle sue decisioni.

L’agenda verde, presentata come inevitabile, ha agito come una tassa regressiva mascherata, colpendo proprio i settori che rendevano la Germania una potenza.


Friedrich Merz e il paradosso tedesco

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
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Friedrich Merz chiede oggi miliardi per “salvare l’industria”.
Ma è lo stesso campo politico che ha:

  • sostenuto le sanzioni,
  • accettato il sabotaggio energetico,
  • appoggiato l’agenda UE.

Non è incompetenza.
È dissonanza strutturale tra politica e realtà produttiva.


La frattura sociale e politica

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
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Quando l’economia reale crolla, la politica segue.

In regioni come la Renania Settentrionale-Vestfalia, il consenso si sposta perché:

  • il lavoro sparisce,
  • il futuro si restringe,
  • la fiducia evapora.

L’ascesa dell’AfD non nasce nel vuoto ideologico, ma nel vuoto industriale.


Davos, non Berlino

Quando anche il Financial Times ammette il fallimento: la lunga demolizione della Germania e il ruolo dell’Unione Europea
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Le decisioni che hanno svuotato la Germania non sono nate nelle fabbriche, né nei parlamenti.
Sono nate nei consessi transnazionali come il World Economic Forum, dove:

  • l’industria è un problema,
  • la sovranità è un ostacolo,
  • il lavoro è una variabile sacrificabile.

Conclusione: una frattura storica

La Germania non sta mettendo alla prova la pazienza dell’Europa.
È l’Europa tecnocratica ad aver testato i limiti della Germania.

E li ha superati.

La storia insegna una lezione semplice:
quando una nazione industriale rinuncia alla propria base produttiva, non perde solo ricchezza.
Perde stabilità, coesione, democrazia.

E questa volta, il conto non lo pagherà solo Berlino.

GLOBALISTI IN LUTTO: TRUMP SMANTELLA IL SISTEMA

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Radici storiche, atti politici e fratture contemporanee di un ordine in dissoluzione

Lo aveva promesso, e lo sta facendo con una coerenza che va ben oltre la contingenza elettorale. Donald Trump non sta semplicemente “uscendo” da alcune organizzazioni: sta mettendo in discussione l’intero impianto storico del globalismo occidentale, nato nel secondo dopoguerra e consolidato dopo la fine della Guerra Fredda.

Per comprenderne la portata, è necessario tornare indietro nel tempo.

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Le origini del Sistema: Bretton Woods e l’illusione multilaterale

Il sistema globalista affonda le sue radici nel 1944, con la Conferenza di Bretton Woods.
Lì nasce l’idea di un ordine economico mondiale regolato da istituzioni sovranazionali, formalmente cooperative ma sostanzialmente gerarchiche.

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Nel 1945 segue la fondazione dell’ONU, presentata come garante della pace ma presto trasformata in:

  • luogo di mediazione asimmetrica
  • strumento di influenza delle grandi potenze
  • incubatore di agenzie tecniche sempre meno politicamente responsabili

Durante la Guerra Fredda, questo sistema resta in equilibrio precario, contenuto dalla contrapposizione tra blocchi.


Il vero salto: 1989–2001, la globalizzazione senza freni

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Con la caduta del Muro di Berlino, il globalismo smette di essere una ipotesi e diventa una dottrina dominante.
Senza più un antagonista geopolitico, l’Occidente esporta:

  • liberalizzazioni forzate
  • deregolamentazione finanziaria
  • privatizzazione delle sovranità

È in questo periodo che le ONG esplodono numericamente e politicamente. Da strumenti umanitari diventano:

  • veicoli ideologici
  • bracci operativi delle politiche occidentali
  • soggetti non eletti con potere reale

Un potere che si muove fuori dal controllo democratico, ma con finanziamenti pubblici.


Il soft power come dominio invisibile

Il Sistema globalista comprende presto che la forza militare non basta.
Nasce così un modello fondato su:

  • narrative morali (diritti, emergenze, inclusione)
  • pressioni economiche
  • condizionamento culturale e sanitario

Le ONG diventano il volto umano di un potere tecnocratico che decide senza essere votato.

È questo il modello che Trump sta colpendo alla radice.


📄 Rottura istituzionale: il ritorno dello Stato

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Con l’ordine esecutivo che sancisce il ritiro da 66 organizzazioni internazionali, Trump rompe un tabù storico:
la cooperazione multilaterale non è un fine in sé, ma uno strumento subordinato all’interesse nazionale.

Il secondo atto – annunciato dal Segretario di Stato Marco Rubio – è ancora più dirompente:
fine dell’intermediazione ONG negli aiuti esteri, in particolare nel settore sanitario.

Questo significa:

  • stop alle agende parallele
  • fine delle sperimentazioni sociali travestite da emergenze
  • ritorno alla responsabilità politica diretta

È la sconfessione pratica del globalismo operativo.


Davos: da tempio a bersaglio

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La possibile presenza di Trump al World Economic Forum non è simbolica: è strategica.

Davos è stato per decenni:

  • il laboratorio dell’élite globale
  • il luogo dove si pianificavano transizioni economiche e sociali
  • il centro di un potere che non rispondeva ai popoli

Trump potrebbe trasformarlo nel luogo della resa dei conti:

  • o si accetta il ritorno degli Stati sovrani
  • o si entra in una fase di conflitto aperto con gli USA

Non esiste più la zona grigia.


L’Europa fuori tempo massimo

I leader europei cresciuti dentro il paradigma globalista appaiono oggi inermi:
Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, Ursula von der Leyen.

L’Unione Europea, costruita come sistema post-sovrano, si trova ora senza protezione americana e senza autonomia strategica.

Il risultato è una crisi di legittimità irreversibile.


Il nodo italiano: scegliere o subire

Anche l’Italia è chiamata a una scelta storica:

  • continuare a delegare
  • oppure recuperare sovranità decisionale

Il mondo che nasce non sarà “più giusto” per definizione.
Sarà più esplicito, più duro, più politico.

Ma una cosa è certa:
il Sistema globalista come lo abbiamo conosciuto è finito.

Non per una crisi improvvisa.
Non per una rivoluzione.

Ma perché qualcuno ha deciso di spegnerne i meccanismi uno a uno, con atti formali, documenti ufficiali e scelte politiche irreversibili.

Droga, potere e “nobili menzogne”

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Il traffico di narcotici come architettura nascosta della geopolitica globale

di Veleno Q.B.

Per comprendere la geopolitica del XXI secolo non basta osservare il prezzo del petrolio, le rotte del gas o le nuove catene tecnologiche. Da oltre due secoli esiste un’infrastruttura parallela, opaca ma straordinariamente efficace, che accompagna la costruzione del potere globale: il traffico di narcotici come strumento politico.

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La droga non è soltanto un problema criminale o sanitario. È stata — e continua a essere — finanziamento occulto, leva strategica e giustificazione morale per guerre, colpi di Stato, sanzioni e sequestri di sovranità. Non si tratta di ipotesi alternative, ma di una continuità storica documentata, spesso ammessa a posteriori dagli stessi governi coinvolti.


Quando la droga diventa geopolitica

Il paradigma nasce nel XIX secolo. Le Guerre dell’Oppio non furono un incidente coloniale, ma un esperimento riuscito di dominio moderno: l’Impero britannico impose l’oppio alla Cina come strumento di riequilibrio commerciale e controllo politico. Quando Pechino tentò di difendere la propria sovranità, arrivarono le cannoniere.

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Quel trauma — noto come “secolo dell’umiliazione” — alimentò il nazionalismo cinese e, più tardi, la rivoluzione guidata da Mao Zedong.
Qui la droga non fu un effetto collaterale: fu l’arma centrale della conquista.


Oppio e imperi: quando la droga sostituisce la guerra

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Flusso geopolitico

  • India britannica → produzione di oppio
  • Cina → mercato forzato
  • Cannoniere → apertura dei porti
  • Trattati ineguali → perdita di sovranità

Esito storico: controllo economico senza occupazione diretta.


Guerra Fredda: il bilancio invisibile

Dopo il 1945, il modello viene ereditato dagli Stati Uniti. Con la nascita della Central Intelligence Agency nel 1947, il traffico di oppio ed eroina in Asia e quello di cocaina in America Latina diventano strumenti operativi della strategia anticomunista.

La droga fornisce:

  • fondi fuori bilancio;
  • sostegno a milizie e governi alleati;
  • operazioni clandestine negabili davanti al Congresso.

Molte reti criminali contemporanee non nascono contro lo Stato, ma dentro la sua architettura di sicurezza.


La mappa globale del narcotraffico strategico

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Aree chiave

  • Triangolo d’Oro (Asia) → oppio/eroina → guerre per procura
  • Ande (America Latina) → cocaina → destabilizzazione regionale
  • Offshore finanziario → riciclaggio → finanziamento covert ops

Funzione: sostituire il bilancio ufficiale con un’economia clandestina.


Panama: la morale come copertura

Nel 1989 gli Stati Uniti invadono Panama per catturare Manuel Noriega, improvvisamente definito “narco-dittatore”. La narrativa ufficiale parla di democrazia e guerra alla droga.

Solo in seguito emerge che Noriega era stato per decenni stipendiato e protetto dagli stessi apparati che lo arrestarono. Il vero obiettivo era il controllo del Canale di Panama.


Panama 1989: dal narco-pretesto al controllo strategico

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Sequenza

  1. Asset dei servizi USA
  2. Trasformazione in “narco-dittatore”
  3. Invasione militare
  4. Controllo stabile del nodo strategico

Afghanistan: l’oppio come stabilizzatore di guerra

Prima del 2001 l’Afghanistan non dominava il mercato globale dell’eroina. Dopo vent’anni di occupazione occidentale, arriva a coprire fino al 90% della produzione mondiale.

L’oppio diventa:

  • reddito per alleati locali;
  • collante economico della contro-insurrezione;
  • strumento di controllo territoriale.

Afghanistan: guerra, occupazione, oppio

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Timeline semplificata

  • 2001 → invasione
  • 2005–2020 → crescita coltivazioni
  • Post-occupazione → dipendenza strutturale dall’oppio

Conclusione: la droga non è un fallimento, ma un meccanismo di stabilizzazione informale.


Venezuela: narcotraffico come grimaldello giuridico

Lo schema riemerge nel caso venezuelano. L’arresto del presidente Nicolás Maduro viene giustificato con accuse di narco-terrorismo.

Eppure:

  • le rotte precedono l’attuale leadership;
  • si consolidano durante la Guerra Fredda;
  • vengono criminalizzate solo quando politicamente utili.

Venezuela: droga, sanzioni e petrolio

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Schema di potere
Droga (pretesto) → accusa penale → sanzioni → sequestro asset → pressione geopolitica


ONG, soft power e la “nobile menzogna”

A rendere tutto politicamente digeribile interviene il soft power: ONG e think tank — dal National Endowment for Democracy all’Atlantic Council — che forniscono una cornice morale pronta all’uso.


La filiera della “nobile menzogna”

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Catena narrativa
Think tank → ONG → media → opinione pubblica → legittimazione politica


Conclusione

La geopolitica non è un esercizio morale, ma non può fondarsi su menzogne permanenti. Senza trasparenza storica — archivi aperti, responsabilità riconosciute — ogni nuova “guerra alla droga” rischia di essere solo un’operazione di potere mascherata da virtù.

La vera domanda non è se queste strategie funzionino nel breve periodo.
La domanda è che tipo di ordine mondiale stiano costruendo.

IL CARTELLO CHE GOVERNA

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Chavismo, potere militare e l’ipotesi del Cartel de los Soles


Questa inchiesta analizza come il chavismo abbia evoluto un ecosistema di potere transnazionale in Sud America, ipotizzando una sovrapposizione funzionale tra apparato statale, élite politico-militari e reti economiche opache. In tale cornice, ciò che viene chiamato Cartel de los Soles non emerge come “cartello criminale classico”, ma come infrastruttura di governo ibrida, negata sul piano formale e difesa sul piano politico.


PARTE I — INCHIESTA PRINCIPALE

1) Dallo Stato al network (1999–2006)

Con l’ascesa di Hugo Chávez, il potere si ristruttura:

  • centralizzazione decisionale,
  • fusione partito-Stato,
  • ruolo crescente delle Forze Armate nell’economia,
  • controllo dei flussi (energia, valuta, logistica).

Tesi: quando sicurezza, economia e politica convergono, il confine legale/illegale diventa funzionale.


2) ALBA e Petrocaribe: protezione e dipendenza (2004–2014)

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L’ALBA e Petrocaribe creano vincoli politici oltre che energetici:

  • credito agevolato,
  • sostegno diplomatico reciproco,
  • narrazione coordinata contro inchieste esterne.

Lettura investigativa: firewall politico per regimi alleati.


3) Militarizzazione dei flussi

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  • Militari in porti/aeroporti,
  • aziende di Stato sotto gestione militare,
  • controllo logistico capillare.

Indizio chiave: se nulla transita senza apparato statale, nulla transita contro di esso.


PARTE II — TIMELINE GIUDIZIARIA (SINTETICA)

Avvertenza: eventi indicativi e non esaustivi; includono accuse, sanzioni, indagini.

2005–2010 — Prime inchieste giornalistiche internazionali su traffici e corruzione in Venezuela.
2011–2014 — Sanzioni mirate e procedimenti esteri collegati a funzionari e intermediari.
2015–2017 — Denunce su uso politico di PDVSA; ampliamento sanzioni individuali.
2018–2020 — Casi giudiziari all’estero su riciclaggio e fondi venezuelani; designazioni di funzionari.
2021–2024 — Rafforzamento del quadro sanzionatorio; nuove indagini su reti transnazionali.
2025–2026 — Dibattito globale su immunità, giurisdizione e cattura extraterritoriale legate al Venezuela.

Conclusione di timeline: non una “sentenza unica”, ma accumulo coerente di procedimenti e misure.


PARTE III — MAPPE DI RETE (LETTURA STRUTTURALE)

A) Rete Politica

https://colombiaone.com/wp-content/uploads/2025/07/orsi-petro-lula-boric-leftist-latin-america-leaders-credit-ricardo-stuckert-Presidency-Brazil-cc-by-nd-2.jpg
https://www.economist.com/sites/default/files/images/print-edition/20190511_FBD001_0.jpg
  • Presidenze e partiti-Stato,
  • coordinamento narrativo,
  • mutua legittimazione internazionale.

B) Rete Militare

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  • Controllo territoriale,
  • gestione logistica,
  • deterrenza interna (repressione).

C) Rete Economica

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https://www.economist.com/content-assets/images/20230826_AMM985.png
  • Energia e credito,
  • fondi speciali,
  • intermediari e hub offshore.

Sintesi: tre reti interdipendentiresilienza del sistema.


PARTE IV — L’IPOTESI CARTEL DE LOS SOLES

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https://www.researchgate.net/publication/365819922/figure/fig4/AS%3A11431281103442347%401669685530547/Main-Caribbean-Drug-Trafficking-Routes-Source-The-Economist-77.jpg

Ipotesi: non cartello criminale parallelo, ma uso selettivo della sovranità per:

  • proteggere flussi,
  • neutralizzare controlli,
  • negare formalmente l’esistenza del sistema.

Perché “non esiste” ufficialmente: perché è cartello di Stato (negazione, delegittimazione, scudo diplomatico).


PARTE V — VERSIONE DIFENSIVA / CONTRADDITTORIO

Le principali obiezioni (riportate integralmente)

  1. Propaganda geopolitica: accuse strumentali per indebolire governi non allineati.
  2. Assenza di condanne definitive: molte accuse non hanno prodotto sentenze interne.
  3. Sanzioni come causa della crisi: collasso economico aggravato da misure esterne.
  4. Sovranità nazionale: rifiuto di giurisdizioni straniere.

Replica analitica (non polemica)

  • Propaganda: l’ipotesi si fonda su pattern convergenti, non su un’unica fonte.
  • Condanne: i cartelli di Stato raramente producono sentenze interne; l’evidenza è dispersa e transnazionale.
  • Sanzioni: precedono e seguono malfunzioni strutturali; non spiegano militarizzazione e opacità.
  • Sovranità: quando è usata come scudo sistematico, diventa fattore di rischio per l’accountability.

CONCLUSIONE — SE NON È UN CARTELLO, È QUALCOSA DI PEGGIO

Se il Cartel de los Soles “non esiste”, allora esiste un sistema più sofisticato:
un cartello che governa, con apparati, narrazione e protezione multilivello.

Esito sociale: élite più ricche, popoli più poveri, repressione più efficiente.
Esito politico: resilienza del potere oltre l’ideologia.


COME LEGGERE QUESTA INCHIESTA

  • Non è una sentenza.
  • È una mappa di indizi.
  • Chiede trasparenza, non adesione ideologica.

LE TRE RETI DEL POTERE

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https://orinocotribune.com/wp-content/uploads/2024/10/865bed52-2a0b-402f-854f-cb6f5b502e3d-2048x1365-1.jpg
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Il sistema bolivariano come rete integrata

Politica – Militare – Economica

Chiave di lettura
Non tre poteri separati, ma tre livelli della stessa infrastruttura.
La forza del sistema è nella sovrapposizione, non nella specializzazione.


🟥 RETE POLITICA

Legittimazione, copertura, coordinamento

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https://www.economist.com/img/b/1280/720/90/sites/default/files/images/print-edition/20220312_AMP001_0.jpg
https://www.reuters.com/resizer/v2/https%3A%2F%2Farchive-images.prod.global.a201836.reutersmedia.net%2F2017%2F09%2F22%2FLYNXNPED8L1TS-OCATP.JPG?auth=27f1f995403a6fd1dd8f3511326a233881cf514a0e45078e5f79d9c573fbe5c1&quality=80&width=1920

Nodi principali

  • Presidenze e partiti-Stato
  • ALBA come blocco politico
  • Apparati diplomatici coordinati
  • Narrazione comune (“imperialismo”, “golpismo”, “sanzioni”)

Funzione

  • Protezione reciproca internazionale
  • Delegittimazione preventiva di accuse
  • Blocco di risoluzioni ONU e OAS
  • Mutuo sostegno in crisi elettorali

👉 È lo scudo politico del sistema


🟦 RETE MILITARE

Controllo territoriale, deterrenza, gestione dei flussi

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Nodi principali

  • Forze Armate integrate nel governo
  • Controllo di porti, aeroporti, confini
  • Gestione diretta di aziende pubbliche
  • Intelligence e contro–intelligence

Funzione

  • Impedire flussi non autorizzati
  • Proteggere rotte e infrastrutture
  • Repressione rapida del dissenso
  • Garanzia di lealtà interna

👉 È il muscolo del sistema


🟩 RETE ECONOMICA

Rendita, riciclaggio, sopravvivenza finanziaria

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Nodi principali

  • PDVSA e aziende statali
  • Fondi speciali extra-bilancio
  • Intermediari e hub offshore
  • Reti di credito politico (Petrocaribe)

Funzione

  • Finanziamento del sistema
  • Arricchimento delle élite
  • Elusione di sanzioni
  • Acquisto di consenso e fedeltà

👉 È il sangue del sistema

TIMELINE GIUDIZIARIA ESTESA

Accuse, inchieste, sanzioni, pattern ricorrenti

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Avvertenza editoriale
Questa timeline raccoglie atti giudiziari, sanzioni, inchieste giornalistiche e procedimenti esteri.
Non equivale a una sentenza unitaria, ma mostra continuità e convergenza.


1999–2003 | NASCITA DEL SISTEMA

  • Ascesa di Hugo Chávez
  • Militarizzazione progressiva dello Stato
  • Prime ristrutturazioni opache di PDVSA

🟡 Fase costitutiva: concentrazione del potere


2004–2008 | PRIME ACCUSE E INCHIESTE

  • Denunce giornalistiche su traffici e corruzione
  • Prime indagini estere su intermediari venezuelani
  • Creazione di ALBA e Petrocaribe

🟠 Emergono i primi pattern transnazionali


2009–2013 | ESPANSIONE REGIONALE

  • Rafforzamento alleanze politiche
  • Uso del petrolio come leva diplomatica
  • Accuse su coinvolgimento di apparati statali in traffici

🔴 Il sistema diventa regionale


2014–2016 | CROLLO ECONOMICO, AUMENTO DELLA REPRESSIONE

  • Crollo del prezzo del petrolio
  • Aumento di proteste interne
  • Prime sanzioni individuali internazionali
  • Indagini su fondi PDVSA all’estero

La repressione sostituisce il consenso


2017–2019 | GIUDIZIARIZZAZIONE INTERNAZIONALE

  • Casi di riciclaggio miliardari in USA ed Europa
  • Arresti di intermediari finanziari
  • Estensione delle sanzioni
  • Denunce su “Cartel de los Soles” in atti giudiziari esteri

🔴 Il sistema entra nei tribunali… ma fuori dal Paese


2020–2022 | ADATTAMENTO E SOPRAVVIVENZA

  • Elusione delle sanzioni
  • Uso di intermediari, nuove rotte, criptovalute
  • Rafforzamento del controllo militare interno

🟣 Il cartello si adatta, non collassa


2023–2026 | FASE TERMINALE DEL PROGETTO, NON DEL SISTEMA

  • Dibattito globale su immunità e giurisdizione
  • Nuove indagini su reti transnazionali
  • Crisi umanitaria permanente
  • Consolidamento dell’élite, impoverimento popolare

⚠️ Il progetto politico è esaurito, la rete no


🧩 LETTURA FINALE DELLA TIMELINE

  • Nessun “colpo di scena”
  • Nessuna singola prova risolutiva
  • Accumulo coerente di indizi, procedimenti, sanzioni

👉 È così che operano i cartelli di Stato:
non cadono in un processo, sopravvivono in molti.

Quando il diritto internazionale segue la forza: il caso Trump–Maduro

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Analisi geopolitica


La cattura extraterritoriale di un leader politico, il contenzioso sull’immunità e il riassetto immediato delle risorse strategiche segnano un passaggio storico. Non è solo Venezuela: è l’ordine internazionale che cambia pelle.


Per oltre settant’anni il mondo occidentale ha raccontato a se stesso che la forza fosse stata definitivamente subordinata al diritto.
Il caso Trump–Maduro dimostra invece che oggi è il diritto a inseguire la forza, adattandosi ex post alle decisioni di potenza.

L’operazione militare, il trasferimento forzato, il procedimento penale avviato nello stesso Stato che ha compiuto l’azione e il quasi immediato riassetto energetico non sono episodi distinti.
Sono un unico atto politico–giuridico.


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Il sistema che avrebbe dovuto impedirlo

L’ordine internazionale nato dopo il 1945 ruota attorno alla Nazioni Unite e a un principio chiave:
👉 nessuno Stato può usare la forza contro un altro Stato, salvo eccezioni rigorosamente definite.

Carta ONU, sovranità, integrità territoriale, sicurezza collettiva: un’architettura pensata per impedire il ritorno della legge del più forte.
Il problema, oggi, non è l’assenza di norme, ma la loro applicazione selettiva.


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Un’operazione, molte violazioni

Il caso Trump–Maduro concentra in un solo evento una pluralità di fratture giuridiche:

  • uso della forza extraterritoriale senza mandato ONU;
  • violazione della sovranità statale;
  • cattura senza procedura di estradizione;
  • giurisdizione unilaterale;
  • disconoscimento politico usato per aggirare l’immunità.

È qui che il diritto smette di essere cornice e diventa strumento adattivo.


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L’immunità come variabile politica

Tradizionalmente, l’immunità dei capi di Stato protegge la funzione, non la persona.
Nel caso Maduro, questa protezione viene neutralizzata attraverso una scelta politica: il non riconoscimento.

Se un leader non è riconosciuto come legittimo, la sua immunità diventa negoziabile.
Questo passaggio è cruciale: trasforma il diritto in estensione della diplomazia coercitiva.


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Le istituzioni davanti al fatto compiuto

In teoria, casi di questa portata dovrebbero essere trattati in sedi multilaterali:
Consiglio di Sicurezza ONU, Corte Internazionale di Giustizia, Corte Penale Internazionale.

In pratica:

  • il veto paralizza il Consiglio di Sicurezza;
  • la giustizia internazionale soffre di enforcement selettivo;
  • le grandi potenze agiscono prima e giustificano dopo.

Il multilateralismo resta in scena, ma senza potere reale.


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Energia e diritto: la coincidenza che pesa

A rendere il caso Trump–Maduro particolarmente esplosivo è la coincidenza temporale tra l’operazione e il riassetto dei flussi petroliferi.

Quando un atto giuridico produce vantaggi materiali immediati, la sua legittimità viene inevitabilmente messa in discussione.
La storia insegna che, in questi casi, il diritto tende a seguire la strategia, non a precederla.


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Il contesto globale: violazioni normalizzate

Il caso venezuelano si inserisce in una tendenza più ampia:

  • violazioni della sovranità;
  • crimini di guerra impuniti;
  • sanzioni economiche con effetti umanitari;
  • repressione del diritto d’asilo;
  • distruzione ambientale in contesti di conflitto.

La vera costante non è la violazione, ma la selettività della risposta.


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Il precedente che cambia le regole

Il vero nodo non è Maduro come individuo.
È la regola che si sta creando:

  1. un leader non riconosciuto può essere catturato;
  2. la forza può sostituire l’estradizione;
  3. la giurisdizione diventa una scelta politica.

Questo segna una rottura profonda dell’ordine giuridico post-1945.


La fine di un’illusione

Il diritto internazionale non è in crisi perché viene violato.
È in crisi perché viene selezionato.

Il caso Trump–Maduro mostra che l’ordine globale non funziona più come sistema di regole condivise, ma come campo di battaglia interpretativo, dove la legalità segue i rapporti di forza.

Finché questa asimmetria non verrà affrontata, ogni crisi futura sarà più instabile della precedente.
E ogni appello alla legalità resterà retorica.


Questo non è un articolo sul Venezuela.
È un articolo sul mondo che sta nascendo.

L’America anglo-francese

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Come il dollaro e le reti finanziarie hanno sostituito la colonia

Nota di metodo

Parlare di “controllo anglo-francese dell’America” non significa sostenere l’esistenza di una colonia giuridica o di un dominio diretto. Significa analizzare continuità storiche e infrastrutture di potere nate nello spazio euro-atlantico e consolidate nel tempo.
In breve: la colonia territoriale è scomparsa, la colonia sistemica è rimasta.

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Origine coloniale: l’indipendenza come mito fondativo

Gli Stati Uniti nascono interamente dentro la competizione imperiale britannica e francese. Le Tredici Colonie erano britanniche; l’indipendenza non sarebbe stata possibile senza l’appoggio militare, finanziario e diplomatico francese.

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Figure come Marquis de Lafayette incarnano questa alleanza.
Ma l’indipendenza è politica, non strutturale:

  • le élite economiche restano in larga parte le stesse;
  • il diritto commerciale resta anglosassone;
  • la finanza resta legata a modelli europei.

👉 L’America nasce libera nel racconto, ma integrata nel sistema occidentale.


Lincoln e il nodo della moneta: sovranità sospesa

La Guerra Civile rivela il cuore del problema moderno: chi crea la moneta.

Con il Legal Tender Act (1862), l’amministrazione di Abraham Lincoln introduce i Greenbacks, moneta emessa direttamente dallo Stato per finanziare la guerra.

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Ma questa parentesi si chiude rapidamente. I National Banking Acts (1863–64) ristabiliscono un sistema fondato su:

  • banche private,
  • moneta legata ai titoli di Stato,
  • centralità del debito.

👉 La moneta pubblica è l’eccezione, il debito la regola.


Dal modello britannico alla banca centrale americana

Il sistema che si consolida è compatibile con il modello britannico:

  • debito come strumento di governo,
  • mercati dei capitali come pilastro,
  • banca centrale indipendente.
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La Federal Reserve (1913) non è un complotto, ma una scelta strutturale: uno Stato potente che dipende dai mercati per funzionare.

👉 L’America non rompe con l’impero finanziario britannico: lo eredita.


Bretton Woods: il dollaro diventa infrastruttura globale

Nel 1944, a Bretton Woods, nasce l’ordine monetario del dopoguerra.

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Il dollaro:

  • diventa valuta di riserva,
  • ancora le altre monete,
  • si lega alle nuove istituzioni (FMI, Banca Mondiale).

Anche dopo il 1971 (fine dell’oro), il dollaro resta centrale grazie a:

  • profondità dei mercati USA,
  • liquidità,
  • fiducia geopolitica.

👉 Non è solo una moneta: è una rete globale.


La “mano inglese”: Londra e il dollaro offshore

Qui emerge il ruolo decisivo britannico nel dopoguerra: il mercato degli eurodollari.

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Londra diventa l’hub dei dollari fuori dagli USA:

  • flessibilità regolatoria,
  • finanza offshore,
  • connessione tra capitali globali e dollaro.

👉 L’impero britannico perde le colonie, ma mantiene la piattaforma.


Dove sta la Francia oggi

La Francia:

  • è decisiva nella nascita degli USA,
  • fornisce il linguaggio dei diritti,
  • è pilastro politico dell’Occidente.

Ma non è il centro finanziario del sistema.
Il motore resta anglo-americano (City + Wall Street).

👉 “Anglo-francese” va letto come euro-atlantico, non come comando bilaterale.


Sanzioni e payments power: il controllo nel XXI secolo

Il potere moderno non occupa: disconnette.

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Il controllo passa da:

  • dollaro come valuta di regolamento,
  • banche corrispondenti,
  • mercati dei titoli USA,
  • infrastrutture come SWIFT.

Le sanzioni funzionano perché il sistema è centralizzato nelle reti occidentali.

👉 Questa è la nuova colonia: dipendenza infrastrutturale.


📦 BOX – OBIETTIVI E RISPOSTE

“Non è una colonia”
✔ Vero giuridicamente, falso strutturalmente.

“Lincoln non era anti-finanza”
✔ Vero, ma il sistema ha vinto su di lui.

“La Fed è pubblica”
✔ È ibrida e indipendente dal Tesoro.

“È complottismo”
✔ No: è analisi di istituzioni e incentivi.

“La Francia non controlla il dollaro”
✔ Vero: fa parte del blocco che lo sostiene.


Conclusione

Gli Stati Uniti non sono una colonia classica.
Sono il fulcro operativo di un sistema euro-atlantico fondato su:

  • eredità coloniali,
  • modelli finanziari anglosassoni,
  • istituzioni globali,
  • reti di pagamento.

Il dollaro non domina perché è americano,
ma perché è integrato in un’architettura di potere occidentale.


🔗 Fonti essenziali

  • U.S. Treasury – History of the Greenbacks
  • Federal Reserve History
  • IMF – Bretton Woods System
  • BIS – Global Liquidity
  • SWIFT – About
  • Council on Foreign Relations – Dollar & Power