Home Blog Page 4

Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale

0

Realismo geopolitico, competizione per l’egemonia regionale e il fattore governance (2025–inizio 2026)

Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale

Dentro una lente realista, Iran, Turchia e Arabia Saudita non sono semplicemente “paesi del Medio Oriente”: sono poli di potenza regionali che competono per sicurezza, influenza e profondità strategica, ma lo fanno attraverso architetture di potere interne radicalmente diverse.
Teocrazia, nazionalismo statale e monarchia rentier producono stili di proiezione geopolitica differenti, con effetti diretti sulla stabilità dell’intero spazio eurasiatico.


1) Tre potenze, tre modelli di potere

Iran: potenza continentale con vincolo ideologico

Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale

L’Iran resta un perno eurasiatico: cerniera tra Caspio e Golfo, Levante e Asia Centrale. In chiave mackinderiana, occupa una fascia critica tra Heartland e Rimland, dove il controllo delle rotte terrestri ed energetiche influenza l’equilibrio globale.

Il problema strutturale non è la posizione, ma la governance:
la teocrazia subordina spesso l’interesse nazionale a una missione ideologica, producendo:

  • preferenza per strategie asimmetriche (proxy, milizie, deterrenza missilistica);
  • uso sistematico della tensione controllata come strumento di sopravvivenza del regime;
  • elevato costo economico interno, accentuato da sanzioni e isolamento.

Il risultato è una potenza resiliente ma inefficiente, forte nel conflitto a bassa intensità, fragile nella competizione economica e tecnologica.


Turchia: potenza-ponte di Rimland e autonomia strategica

Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale

La Turchia è la potenza di Rimland per eccellenza: controlla stretti, corridoi energetici, passaggi tra Europa, Caucaso e Medio Oriente.
In ottica realista, Ankara massimizza flessibilità e ambiguità strategica:

  • NATO ma dialogo con Mosca;
  • presenza militare limitata ma persistente in Siria e Iraq;
  • industria della difesa come moltiplicatore di autonomia;
  • leva migratoria come strumento negoziale.

Un punto chiave emerso nel dibattito strategico recente:
Ankara non vuole né il collasso né l’egemonia iraniana.
Un Iran imploso produrrebbe spillover diretti (questione curda, milizie, rifugiati), mentre un Iran troppo forte ridurrebbe il margine di manovra turco.


Arabia Saudita: potenza energetica-marittima in trasformazione

Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale

Riyadh ha storicamente proiettato potere tramite:

  • controllo energetico,
  • finanza,
  • alleanze di sicurezza.

Negli ultimi anni ha aggiunto un obiettivo realistico cruciale: ridurre il costo strategico dello scontro permanente.
Il disgelo con Teheran mediato da Pechino (2023) e i follow-up del 2025 indicano una svolta:
la de-escalation è diventata un asset, non una concessione morale.

Vision 2030 richiede stabilità regionale. Ogni conflitto cronico sottrae capitale, reputazione e prevedibilità.


2) Il triangolo alla prova del realismo classico

Mackinder: la geografia come destino

  • Iran → perno continentale e snodo energetico (Hormuz come “interruttore” globale).
  • Turchia → cerniera di Rimland, capace di bloccare o facilitare corridoi.
  • Arabia Saudita → centro energetico-marittimo del Golfo.

La competizione non è ideologica: è geografica e strutturale.


Brzezinski: impedire l’Eurasia coesa

Zbigniew Brzezinski vede l’Eurasia come una scacchiera: l’instabilità persistente nel Golfo e nel Levante ostacola corridoi logistici, integrazione energetica e normalizzazione commerciale.

Non serve un “complotto”:
la frammentazione è spesso un effetto funzionale alla competizione di potenza.


Mearsheimer: realismo offensivo

John Mearsheimer ricorda che gli Stati massimizzano potere relativo, non stabilità astratta:

  • Iran → deterrenza + proxy + resistenza alle sanzioni;
  • Turchia → bilanciamento dinamico;
  • Arabia Saudita → coalizioni, capitale e diplomazia selettiva.

3) Proteste in Iran (fine 2025–gennaio 2026): crisi di legittimità

Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale

Le proteste in corso sono alimentate da:

  • collasso valutario,
  • inflazione,
  • peggioramento delle condizioni di vita.

La risposta statale è stata repressione severa e blackout informativo.
Dal punto di vista realista, una crisi di legittimità interna aumenta il rischio esterno:
o escalation per compattare, o concessioni per guadagnare ossigeno.

Il blackout non elimina il conflitto: lo rende opaco e più pericoloso.


4) “Rivolte pilotate”? Distinguere propaganda e dinamiche reali

Le evidenze indicano:

  • proteste decentralizzate e motivate soprattutto da fattori economici;
  • tentativi dell’opposizione in esilio di inserirsi come catalizzatori;
  • ruolo mediatico di figure come Reza Pahlavi, ma senza una struttura interna credibile.

Conclusione realista:
attori esterni possono sfruttare una crisi; dimostrare che la crisi sia creata e telecomandata dall’esterno è un’altra cosa.


5) “Londra e Israele vogliono ripristinare lo Scià”: analisi su tre livelli

  1. Narrativa del regime: utile a delegittimare l’opposizione.
  2. Opportunismo strategico esterno: indebolire Teheran ≠ restaurare la monarchia.
  3. Monarchia come asset mediatico: simbolo per la diaspora, poco radicato internamente.

Un realista noterebbe che una restaurazione pilotata è un esito a bassissimo controllo.


6) Perché Turchia e Arabia Saudita osservano con cautela

  • Turchia teme il vuoto: questione curda, Siria, milizie.
  • Arabia Saudita privilegia stabilità del Golfo e sicurezza marittima.

Entrambe preferiscono un Iran prevedibile a un Iran frantumato.


7) La variabile decisiva: governance post-ideologica

Una governance non religiosa trasformerebbe l’Iran da potenza ideologica a potenza nazionale:

  • meno proxy, più economia;
  • meno crociata, più equilibrio;
  • maggiore credibilità regionale.

Ma il realismo avverte:
le transizioni funzionano quando sono endogene, non quando sono importate.


8) Chiusura: cosa è davvero in gioco

  • L’Iran è in una crisi reale, non “telecomandata”.
  • La restaurazione monarchica appare più frame narrativo che progetto operativo.
  • Turchia e Arabia Saudita agiscono per contenere il caos, non per vincere ideologicamente.

Il vero nodo non è chi vincerà, ma che tipo di Iran emergerà:
uno Stato razionale integrabile o una faglia permanente dell’Eurasia.


9) Scenari 6–18 mesi (inizio 2026 – metà 2027): traiettorie plausibili

Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale
Iran, Turchia e Arabia Saudita nel “grande gioco” mediorientale

Dal punto di vista del realismo geopolitico, non conta prevedere “chi ha ragione”, ma quali esiti sono strutturalmente più probabili dati:
pressione economica, assetti istituzionali, interessi degli attori regionali e vincoli sistemici.

Di seguito quattro scenari non mutuamente esclusivi, ordinati dal più probabile al più destabilizzante.


Scenario 1 – Stabilizzazione repressiva controllata (probabilità medio-alta)

Descrizione
Il regime iraniano mantiene il controllo attraverso:

  • repressione selettiva;
  • blackout informativi intermittenti;
  • concessioni economiche limitate e tattiche (sussidi, controlli temporanei).

Logica realista
È la risposta “standard” degli Stati sotto sanzioni che dispongono ancora di apparati coercitivi coesi.
Non risolve la crisi, ma la congela.

Implicazioni regionali

  • Tensione cronica ma gestibile.
  • Turchia e Arabia Saudita preferiscono questo esito al caos.
  • Mercati energetici nervosi ma non destabilizzati.

Rischio chiave
Accumulo di stress sistemico: ogni shock futuro (sanzioni, incidente militare, crisi climatica) pesa di più.


Scenario 2 – Transizione negoziata parziale (probabilità medio-bassa)

Descrizione
Settori dello Stato (burocrazia, élite economiche, apparati non ideologici) spingono per:

  • riduzione del peso ideologico;
  • allentamento repressivo;
  • accordi limitati su sanzioni e commercio.

Logica realista
Non è una “rivoluzione”, ma un riaggiustamento del patto di potere per salvare lo Stato prima del regime.

Implicazioni regionali

  • Miglioramento delle relazioni con i vicini.
  • Rafforzamento della linea saudita di de-escalation.
  • Interesse turco a un Iran più prevedibile.

Rischio chiave
Resistenza degli apparati ideologici più radicali e sabotaggi interni.


Scenario 3 – Frammentazione prolungata a bassa intensità (probabilità media)

Descrizione
Proteste intermittenti, economia stagnante, repressione irregolare:

  • lo Stato regge;
  • la società si disarticola;
  • l’orizzonte resta opaco.

Logica realista
Uno Stato può non collassare ma diventare permanentemente disfunzionale.
È spesso lo scenario più duraturo.

Implicazioni regionali

  • Aumento di traffici illegali e milizie.
  • Pressione migratoria indiretta.
  • Crescente competizione informativa.

Rischio chiave
Errore di calcolo: incidenti locali che degenerano senza che nessuno li abbia davvero pianificati.


Scenario 4 – Escalation esterna o incidente strategico (probabilità bassa, impatto altissimo)

Descrizione
Un evento esterno (attacco, sabotaggio, incidente marittimo, confronto indiretto) sposta l’attenzione dal fronte interno a quello regionale.

Logica realista
In crisi di legittimità, alcuni regimi tentano la diversione esterna.
Ma l’escalation è difficile da controllare.

Implicazioni regionali

  • Coinvolgimento indiretto di più attori.
  • Shock energetici e marittimi.
  • Pressioni internazionali per contenimento rapido.

Rischio chiave
Spirale non intenzionale: nessuno vuole la guerra totale, ma nessuno può permettersi di apparire debole.


Lettura comparativa finale degli scenari

AttoreScenario preferitoScenario temuto
Iran (regime)1 – Stabilizzazione repressiva2 – Transizione che riduce il controllo
Turchia1 o 23–4 (spillover e caos)
Arabia Saudita24 (instabilità del Golfo)
Sistema regionale24

Conclusione strategica sugli scenari

Il realismo suggerisce una tesi chiave:
la maggior parte degli attori regionali non ha interesse al collasso dell’Iran, ma neppure alla sua egemonia ideologica.

Tra i quattro scenari, la stabilizzazione repressiva è il più probabile nel breve periodo;
la transizione negoziata è il più desiderabile ma politicamente difficile;
la frammentazione è il rischio silenzioso;
l’escalation è l’evento a bassa probabilità ma ad altissimo costo.

In altre parole:
il futuro dell’Iran non si gioca su “chi vincerà”, ma su quanto razionale e prevedibile riuscirà a diventare lo Stato, indipendentemente dall’ideologia che lo governa.

Link di approfondimento (fonti e analisi)

L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo

0
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo

4

C’è una menzogna che l’Occidente ripete da decenni: che l’estremismo islamico sia il frutto di una presunta incompatibilità culturale tra Islam e modernità.
È una narrazione comoda, moralistica, autoassolutoria.
Ed è storicamente falsa.

L’estremismo islamico moderno non nasce spontaneamente: viene progettato, incentivato e strumentalizzato come meccanismo di controllo geopolitico, in particolare per dominare le regioni energetiche strategiche del pianeta.


Prima fase: l’ingegneria coloniale anglo-francese del caos

L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo

4

Quando Mark Sykes e François Georges-Picot tracciarono i confini del Medio Oriente, non stavano costruendo Stati, ma inermi zone di instabilità permanente.

Quei confini avevano uno scopo preciso:

  • impedire la nascita di potenze regionali autonome
  • spezzare l’unità politica del mondo islamico
  • garantire l’accesso europeo alle risorse energetiche

Il fondamentalismo non era un incidente: era la variabile di controllo.
Meglio una regione incendiata da conflitti religiosi che un Medio Oriente stabile, laico e sovrano.


Seconda fase: la distruzione deliberata delle alternative laiche

L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo

4

Nel dopoguerra emerse un pericolo reale per l’egemonia occidentale:
nazionalismi arabi laici, socialisti, anti-coloniali, spesso pan-arabisti.

Leader come Gamal Abdel Nasser proponevano:

  • controllo statale delle risorse
  • nazionalizzazione dell’energia
  • autonomia geopolitica

La risposta occidentale fu chiara:
distruggere il laicismo arabo e favorire il fondamentalismo religioso, perché più divisivo, più regressivo e più controllabile.


Terza fase: gli Stati Uniti ereditano e perfezionano il modello (post-1945)

L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo

4

Dopo il 1945, gli Stati Uniti non smantellano l’architettura coloniale: la assorbono.

Con la Carter Doctrine, Washington sancisce un principio brutale:

ogni minaccia al controllo occidentale del Golfo Persico è una minaccia vitale agli Stati Uniti.

Da quel momento:

  • l’estremismo islamico diventa strumento di destabilizzazione selettiva
  • viene usato contro governi non allineati
  • serve a giustificare basi militari, interventi, occupazioni

L’Afghanistan degli anni ’80 non è un’eccezione: è un laboratorio.


Energia, caos e dominio: il vero triangolo di potere

L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
https://www.researchgate.net/publication/372240169/figure/fig2/AS%3A11431281173632252%401688992570406/Oil-and-gas-pipelines-in-the-Middle-East.png

4

Il punto centrale, sempre rimosso, è uno solo: l’energia.

L’estremismo islamico ha svolto tre funzioni fondamentali:

  1. Impedire la sovranità energetica
    Stati instabili non controllano petrolio e gas: li concedono.
  2. Giustificare la presenza militare permanente
    Il terrorismo è la scusa perfetta per basi, flotte e droni.
  3. Bloccare l’integrazione regionale
    Senza unità politica non esiste potere contrattuale sull’energia.

Il caos non è fallimento della politica occidentale.
È il suo successo strategico.


L’Islam come capro espiatorio perfetto

L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo
L’estremismo islamico non è un errore storico: è un’arma geopolitica costruita per controllare l’energia e il mondo

4

Dopo aver:

  • creato il problema
  • alimentato le fratture
  • armato i fanatici

l’Occidente ha compiuto l’ultima operazione: trasformare l’Islam nel colpevole assoluto.

Così:

  • si cancella la responsabilità storica coloniale
  • si legittima la “guerra infinita”
  • si mantiene il controllo sulle risorse globali

Non è uno scontro di civiltà.
È una strategia di dominio mascherata da crociata morale.


Conclusione: l’estremismo come tecnologia di potere

L’estremismo islamico non è una patologia culturale.
È una tecnologia geopolitica.

Creato da Inghilterra e Francia, perfezionato dagli Stati Uniti, utilizzato per:

  • controllare l’energia
  • impedire la sovranità dei popoli
  • mantenere l’egemonia globale

Finché questa verità resterà indicibile, ogni discorso sul terrorismo sarà ipocrita, ogni guerra “difensiva”, ogni intervento “umanitario” un atto di continuità coloniale.

Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica

0

Saggio di analisi geopolitica e geostrategica alla luce del realismo classico e strutturale


Introduzione

Nel lessico del realismo geopolitico, gli Stati non agiscono in base a valori morali o ideologici, ma in funzione di potere, sicurezza e sopravvivenza. Applicare questa chiave di lettura all’Iran significa liberarsi sia della propaganda occidentale sia della retorica rivoluzionaria islamica, per analizzare ciò che l’Iran è realmente: una potenza regionale strutturalmente vincolata da un sistema di governance che ne limita il pieno dispiegamento strategico.

Questo saggio analizza:

  • il ruolo geopolitico naturale dell’Iran nel sistema eurasiatico
  • il regime teocratico come anomalia strategica
  • le responsabilità storiche dell’ingegneria imperiale britannica
  • le implicazioni di una transizione verso una governance non religiosa

alla luce delle teorie di Halford Mackinder, Zbigniew Brzezinski e John Mearsheimer.


1. L’Iran nella teoria del Heartland (Mackinder)

Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica

Secondo la teoria del Heartland, formulata da Mackinder, il controllo dell’Eurasia determina l’equilibrio del potere mondiale. In questo schema, l’Iran occupa una posizione cruciale:

  • cerniera geopolitica tra Medio Oriente, Asia Centrale e Subcontinente indiano
  • accesso simultaneo a Mar Caspio e Golfo Persico
  • profondità strategica territoriale, energetica e demografica

Nella logica mackinderiana, l’Iran è un perno continentale, non una periferia.
Uno Stato iraniano laico, nazionale e stabile rafforzerebbe l’integrazione eurasiatica; uno Stato ideologico e conflittuale, al contrario, serve a impedire la coesione del Heartland — obiettivo storico delle potenze marittime.

La teocrazia iraniana non è dunque un’anomalia casuale, ma un fattore geopoliticamente utile alla frammentazione dell’Eurasia.


2. Brzezinski e la gestione del caos controllato

Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica

Nel suo The Grand Chessboard, Brzezinski individua il Medio Oriente come area da mantenere instabile ma governabile, affinché nessuna potenza regionale emerga come polo autonomo.

L’Iran teocratico svolge perfettamente questa funzione:

  • giustifica la presenza militare occidentale nel Golfo
  • alimenta il conflitto settario sunniti/sciiti
  • impedisce alle élite europee e asiatiche di normalizzare i rapporti con Teheran

Un Iran laico e razionale sarebbe un incubo strategico per la logica brzezinskiana:
troppo grande per essere contenuto facilmente, troppo stabile per essere manipolato attraverso crisi permanenti.


3. Mearsheimer e il realismo offensivo: il paradosso iraniano

Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica

Secondo il realismo offensivo di Mearsheimer, gli Stati razionali cercano di massimizzare il proprio potere regionale. L’Iran, pur avendone i mezzi, adotta una strategia sub-ottimale:

  • investe in proxy militari invece che in egemonia economica
  • privilegia il conflitto ideologico rispetto alla cooperazione selettiva
  • accetta sanzioni strutturali che riducono la sua capacità di proiezione

Dal punto di vista realistico, la teocrazia rappresenta un vincolo autoimposto che impedisce all’Iran di diventare un egemone regionale pienamente riconosciuto.


4. La distruzione dell’alternativa laica: Mossadegh e il trauma coloniale

Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica

Nel 1951, Mohammad Mossadegh incarnò un progetto perfettamente compatibile con il realismo geopolitico:

  • sovranità economica
  • Stato nazionale laico
  • non-allineamento strategico

La reazione britannica culminò nel colpo di Stato del 1953, orchestrato per difendere gli interessi della Anglo-Iranian Oil Company.
L’eliminazione delle élite laiche creò un vuoto riempito dal clero sciita, unica struttura rimasta autonoma.

L’islamismo radicale non nasce come rigetto dell’Occidente, ma come effetto collaterale della repressione del nazionalismo laico.


5. Khomeini e l’uso geopolitico dell’ideologia

Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica

Ruhollah Khomeini trasformò il risentimento popolare in un sistema teocratico che:

  • sacralizzò il conflitto
  • istituzionalizzò l’ostilità permanente
  • sostituì l’interesse nazionale con una missione ideologica

Dal punto di vista realistico, ciò ha prodotto uno Stato prevedibilmente imprevedibile, facilmente isolabile e manipolabile sul piano internazionale.


6. La teocrazia come moltiplicatore di instabilità regionale

Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica
Iran, potenza del Heartland e prigionia teocratica

La proiezione iraniana tramite attori non statali non rappresenta una vera egemonia, ma una strategia di compensazione:

  • Hezbollah in Libano
  • milizie sciite in Iraq
  • Houthi nello Yemen

Questa rete produce instabilità cronica senza generare ordine, violando il principio realistico secondo cui il potere deve creare strutture stabili per essere duraturo.


7. I benefici sistemici di una governance non religiosa

Per l’Iran

  • recupero di razionalità strategica
  • fine della guerra economica permanente
  • attrazione di capitale e tecnologia
  • trasformazione da Stato rivoluzionario a potenza ordinatrice

Per il Medio Oriente

  • riduzione del settarismo come strumento geopolitico
  • riequilibrio tra Stati e non-Stati
  • maggiore prevedibilità strategica

Per l’Eurasia

  • integrazione del corridoio energetico e commerciale
  • riduzione della capacità di interferenza delle potenze marittime
  • rafforzamento del Heartland mackinderiano

Conclusione

Alla luce del realismo geopolitico, il regime teocratico iraniano non appare come una sfida sistemica all’Occidente, ma come un dispositivo di contenimento indirettamente funzionale all’ordine marittimo anglosassone.

Un Iran laico, nazionale e sovrano rappresenterebbe invece:

  • un attore razionale nel sistema multipolare
  • un polo di stabilità regionale
  • una minaccia strutturale alla strategia del caos controllato

Il vero conflitto non è dunque tra Iran e Occidente, ma tra sovranità statuale e ideologia funzionale alla frammentazione geopolitica.


🔗 Link e riferimenti essenziali

  • Halford Mackinder – Democratic Ideals and Reality (1919)
  • Zbigniew Brzezinski – The Grand Chessboard (1997)
  • John J. Mearsheimer – The Tragedy of Great Power Politics
  • National Security Archive – Documenti declassificati sul colpo di Stato iraniano del 1953
  • Encyclopaedia Britannica – Iran: geopolitics and modern history
  • Council on Foreign Relations – Iran’s regional strategy and proxies

Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio

0

Analisi critica delle narrazioni mediatiche sul petrolio venezuelano

L’analisi dei documenti ONU, delle sanzioni OFAC e dei dati sul traffico petrolifero venezuelano porta a una conclusione scomoda: la narrazione dominante – sia mainstream sia controinformativa – non solo ha fallito nel raccontare ciò che è realmente accaduto in Venezuela, ma ha spesso contribuito indirettamente a legittimare il traffico illegale di petrolio.

Il punto non è ideologico. È strutturale e informativo.


Il cortocircuito del mainstream: moralismo senza contesto

Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio
Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio
Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio

Gran parte dell’informazione mainstream ha adottato una chiave narrativa semplice e facilmente vendibile:

“Trump ruba il petrolio venezuelano”

Questo frame ha tre effetti perversi:

  1. Oscura la storia precedente
    Il pubblico viene portato a credere che il problema del petrolio venezuelano inizi con l’intervento statunitense, cancellando anni di esportazioni opache, baratti politici e triangolazioni illegali.
  2. Trasforma l’enforcement delle sanzioni in “saccheggio”
    Sequestri di navi della shadow fleet, blocchi di carichi illegali e vendita controllata a prezzo di mercato vengono narrati come atti predatori, delegittimando di fatto il contrasto al contrabbando.
  3. Assolve indirettamente il sistema precedente
    Nel dipingere il “dopo” come peggiore del “prima”, il mainstream finisce per normalizzare un passato in cui il petrolio venezuelano veniva costantemente depredato, ma senza titoli indignati.

Il risultato è un moralismo selettivo, che denuncia l’atto visibile e ignora il saccheggio strutturale.


La controinformazione: anti-imperialismo che protegge l’illegalità

Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio
Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio
Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio

La controinformazione compie un passo ulteriore. Partendo da una critica pregiudiziale dell’Occidente, costruisce una narrativa secondo cui:

  • ogni intervento americano è per definizione un furto
  • ogni sanzione è “imperialismo”
  • ogni sequestro è “pirateria”

In questo schema ideologico:

  • le flotte ombra diventano “resistenza”
  • il contrabbando diventa “sovranità”
  • l’opacità finanziaria diventa “difesa del Sud globale”

Ma i documenti ONU e OFAC mostrano una realtà opposta: quelle stesse reti hanno drenato ricchezza dal Venezuela, arricchendo intermediari, Stati terzi e circuiti sanzionati, non il popolo venezuelano.

La controinformazione, così, finisce per difendere il traffico illegale che dice di combattere, perché lo interpreta solo attraverso la lente ideologica.


Il punto cieco comune: nessuno racconta il saccheggio sistemico

Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio
Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio
Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio

Mainstream e controinformazione, pur nemici dichiarati, condividono un punto cieco fondamentale:

nessuno dei due racconta seriamente come il Venezuela sia stato depredato da tutti.

Dai documenti emerge che il petrolio venezuelano è stato:

  • regalato a Stati alleati
  • usato come garanzia geopolitica
  • scambiato fuori mercato
  • esportato tramite reti illegali
  • sottratto al bilancio pubblico

In questo contesto:

  • Cuba ha beneficiato di forniture sistematiche
  • Iran ha utilizzato il greggio per aggirare sanzioni
  • Cina ha vincolato la produzione tramite prestiti petroliferi
  • Russia ha usato l’energia come leva strategica

👉 Il Venezuela non è stato vittima di un singolo attore, ma di una spoliazione multilaterale e continua.


Il paradosso finale: chi grida “furto” difende lo status quo illegale

Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio
Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio
Quando informazione e controinformazione finiscono per difendere il saccheggio

Il paradosso è totale:

  • denunciando come “furto” il ritorno a vendite tracciate e a prezzo di mercato
  • demonizzando l’interruzione delle rotte illegali
  • criminalizzando il contrasto alle flotte ombra

👉 mainstream e controinformazione finiscono per legittimare ciò che i documenti ONU e OFAC indicano come illegale e dannoso.

In altre parole:
difendono, anche se inconsapevolmente, il sistema che ha impoverito il Venezuela.


Conclusione definitiva

La verità che emerge dai documenti è semplice e scomoda:

  • il Venezuela era costantemente depredato
  • il petrolio non arricchiva il Paese, ma reti esterne
  • l’opacità non era sovranità, ma espropriazione
  • la narrativa mediatica ha coperto tutto questo

Il “furto” non è iniziato con l’intervento americano.
Il furto era già in corso, silenzioso, normalizzato e raramente raccontato.

Finché informazione e controinformazione continueranno a combattere guerre ideologiche invece di leggere i documenti, la realtà resterà sepolta sotto slogan contrapposti.


LINK E DOCUMENTI DI RIFERIMENTO

Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)

0

Dossier investigativo avanzato su reti opache, sanzioni aggirate e flussi finanziari paralleli


7. Architettura dell’opacità: come funzionavano le reti di depredazione

Per comprendere la scala e la persistenza del saccheggio petrolifero venezuelano è necessario analizzare l’architettura operativa che lo rendeva possibile. I documenti ONU e OFAC descrivono un sistema a strati:

  1. Produzione vincolata presso impianti di PDVSA
  2. Intermediazione opaca tramite trader e broker non trasparenti
  3. Trasporto con flotta ombra (AIS spento, bandiere di comodo, ship-to-ship)
  4. Rimarchiatura e blending del greggio per mascherarne l’origine
  5. Incasso fuori bilancio in circuiti bancari informali o giurisdizioni permissive

👉 Ogni passaggio riduceva la tracciabilità, aumentando la probabilità che i proventi finissero in usi non dichiarati.


8. La “shadow fleet”: il cuore logistico del sistema

Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)

4

Secondo OFAC e i Panel of Experts ONU, la shadow fleet operava con caratteristiche ricorrenti:

  • spegnimento deliberato dei transponder AIS
  • cambi frequenti di nome e bandiera
  • trasferimenti nave-a-nave in acque internazionali
  • assicurazioni opache o inesistenti

Queste pratiche, documentate e sanzionate, consentivano di far “sparire” carichi interi di petrolio venezuelano dal circuito ufficiale.

📌 Riferimenti chiave

  • OFAC Enforcement Actions (Iran/Venezuela)
  • UN Security Council – Reports on sanctions evasion

9. Il ruolo degli intermediari: società schermo e giurisdizioni permissive

Un elemento centrale del dossier è il ruolo degli intermediari. Le indagini indicano:

  • società veicolo registrate in paradisi fiscali
  • trader con precedenti sanzionatori
  • banche corrispondenti in giurisdizioni ad alto rischio

Questi attori fungevano da cuscinetto legale, separando la produzione venezuelana dall’utilizzo finale dei fondi.

👉 Il petrolio diventava denaro “de-nazionalizzato”, sottratto al controllo pubblico.


10. Cuba (estensione): petrolio, apparati e controllo sociale

Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)

I Panel ONU e numerose analisi regionali confermano che Cuba riceveva petrolio venezuelano:

  • fuori da normali condizioni di mercato
  • con pagamenti non monetari
  • come leva di sopravvivenza sistemica

L’effetto macroeconomico è stato duplice:

  • sussidio esterno al sistema cubano
  • erosione delle entrate venezuelane

Sul piano politico, il petrolio ha sostenuto apparati di sicurezza e consulenza che hanno inciso sul controllo sociale interno al Venezuela.


11. Iran (estensione): dalla sanzione alla liquidità indiretta

Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)

Con Iran, i documenti OFAC parlano di:

  • oil swaps e blending
  • triangolazioni commerciali
  • utilizzo di fondazioni e holding per l’incasso

Chiarimento cruciale (giuridico)

  • Non: “il Venezuela finanzia direttamente il terrorismo”
  • : proventi non tracciati confluiscono in reti che includono soggetti designati

📌 Documenti

  • OFAC SDN List (entità collegate)
  • UN Counter-Terrorism Committee reports

👉 È l’opacità che crea il rischio, non la provenienza geografica del greggio.


12. Cina (estensione): il debito come esproprio temporale

Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)

Con Cina, i prestiti garantiti da petrolio hanno prodotto:

  • vincoli pluriennali sulle esportazioni
  • riduzione della flessibilità fiscale
  • priorità ai rimborsi rispetto ai bisogni sociali

📌 Fonti

  • UNCTAD – Resource-backed loans
  • World Bank – Country diagnostics

👉 Depredazione finanziaria per vincolo, non per sottrazione fisica.


13. Russia (estensione): energia come collaterale geopolitico

Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)
Il saccheggio silenzioso del petrolio venezuelano (Parte II)

Nel rapporto con Russia:

  • anticipi su petrolio futuro
  • asset energetici come garanzia
  • intreccio con forniture militari

📌 Fonti

  • EU Sanctions Map
  • OFAC Russia-related designations

👉 Il petrolio come leva strategica, sottratta alla pianificazione nazionale venezuelana.


14. Indicatori macroeconomici del saccheggio

I documenti internazionali convergono su alcuni indicatori oggettivi:

  • crollo delle entrate fiscali nonostante l’export
  • aumento delle discrepanze tra volumi prodotti e incassati
  • crescita del debito garantito da risorse
  • deterioramento delle infrastrutture

Questi dati non sono compatibili con una gestione orientata allo sviluppo.


15. Implicazioni legali e responsabilità

Dal punto di vista giuridico internazionale:

  • violazioni delle sanzioni → responsabilità degli intermediari
  • opacità contabile → danno erariale
  • finanza parallela → rischio di terrorism financing (secondo le definizioni ONU/OFAC)

👉 La responsabilità è sistemica, non riducibile a un singolo attore.


Conclusione estesa: perché questo dossier conta oggi

Il punto decisivo è storico:

Il petrolio venezuelano è stato depredato prima, non dopo.

  • Prima degli USA
  • Prima delle nuove licenze
  • Prima della narrativa del “furto”

Il vero saccheggio è stato:

  • ideologico
  • finanziario
  • logistico
  • opaco

E ha impoverito il Venezuela mentre altri Stati e reti ne traevano vantaggio.


DOCUMENTI UFFICIALI – SEZIONE DOSSIER

Petrolio venezuelano: isteria informativa, propaganda incrociata e realtà geopolitica

1

Perché la narrativa del “furto” non regge all’analisi dei fatti

Negli ultimi mesi si è consolidata una narrazione tanto rumorosa quanto semplificata: controinformazione e una parte rilevante del mainstream descrivono l’azione statunitense in Venezuela come un’operazione predatoria, quasi coloniale, orchestrata da Donald Trump per rubare il petrolio venezuelano.
Una narrativa che fa presa perché emotiva, ma che non resiste a un’analisi economica, giuridica e geopolitica rigorosa.

Il paradosso è evidente: due mondi mediatici apparentemente opposti finiscono per raccontare la stessa favola, sostituendo la complessità con slogan e immagini simboliche.

Petrolio venezuelano: isteria informativa, propaganda incrociata e realtà geopolitica

Il falso presupposto: il “cambio di regime” come alibi narrativo

Il primo pilastro retorico è l’idea che in Venezuela sia avvenuto – o stia avvenendo – un cambio di regime funzionale al saccheggio delle risorse.
Ma questo presupposto è tecnicamente errato per almeno quattro ragioni fondamentali:

  1. Non esiste alcun atto internazionale che sancisca una nuova autorità venezuelana controllata dagli USA
  2. Le risorse petrolifere non sono state trasferite di proprietà
  3. Non esiste una dottrina di “diritto di conquista” applicabile
  4. Le transazioni avvengono tramite licenze, contratti e intermediari regolati

Il concetto di regime change qui è dunque uno strumento narrativo, non una descrizione giuridica dei fatti.


Petrolio venezuelano: isteria informativa, propaganda incrociata e realtà geopolitica
Petrolio venezuelano: isteria informativa, propaganda incrociata e realtà geopolitica
Petrolio venezuelano: isteria informativa, propaganda incrociata e realtà geopolitica

4

Petrolio “rubato” o petrolio finalmente pagato?

Uno dei punti più manipolati riguarda la natura economica delle transazioni.
Secondo la narrativa dominante, il petrolio venezuelano verrebbe “portato via” dagli Stati Uniti. La realtà è esattamente opposta.

Il nodo centrale: il prezzo di mercato

Trump ha dichiarato in modo esplicito che il petrolio venezuelano:

  • verrà pagato a prezzo di mercato
  • non sarà più ceduto gratuitamente o sottocosto
  • non alimenterà reti opache o triangolazioni politiche

Questo elemento segna una discontinuità storica rispetto al passato recente, in cui enormi volumi di greggio venezuelano venivano di fatto sottratti all’economia nazionale.

Chi beneficiava davvero del “petrolio gratis”

Per anni il Venezuela ha sostenuto un sistema di alleanze basato sulla cessione di petrolio:

  • a Cuba, in cambio di supporto politico e apparati di sicurezza
  • a Iran, tramite scambi indiretti e aggiramento delle sanzioni

In questi casi:

  • i proventi non rientravano pienamente nelle casse venezuelane
  • la popolazione non beneficiava in alcun modo
  • il petrolio diventava strumento geopolitico, non risorsa economica

Definire questo sistema come “solidarietà internazionale” è, nei fatti, una mistificazione.


Investimenti americani: estrazione coloniale o ricostruzione industriale?

Petrolio venezuelano: isteria informativa, propaganda incrociata e realtà geopolitica
Petrolio venezuelano: isteria informativa, propaganda incrociata e realtà geopolitica
Petrolio venezuelano: isteria informativa, propaganda incrociata e realtà geopolitica

4

L’industria petrolifera venezuelana, guidata dalla compagnia statale PDVSA, è oggi:

  • tecnologicamente arretrata
  • logorata da anni di sottoinvestimenti
  • incapace di sfruttare le proprie riserve senza capitali esterni

Gli investimenti americani annunciati sono privati, non statali, e mirano a:

  • modernizzare raffinerie e oleodotti
  • recuperare capacità estrattiva
  • riattivare filiere industriali locali

Effetti concreti per la popolazione

Se correttamente implementati, questi investimenti comportano:

  • occupazione locale qualificata
  • entrate fiscali stabili
  • riduzione del contrabbando
  • accesso a tecnologia e know-how

Questo non è “furto”, ma iniezione di capitale produttivo in un sistema collassato.


Il vero nodo geopolitico: energia, sovranità e multipolarismo

Il vantaggio americano esiste, ed è inutile negarlo. Ma va compreso nel suo contesto reale.

Il dato chiave (quasi mai citato):

👉 Stati Uniti + Venezuela controllano circa il 55% della produzione petrolifera mondiale potenziale

Questo implica:

  • riduzione drastica della dipendenza USA da Arabia Saudita
  • minore esposizione alle crisi del Medio Oriente
  • maggiore stabilità dei prezzi globali
  • rafforzamento dell’America come super-produttore energetico

Non è colonialismo: è riallineamento strategico globale.


Perché mainstream e controinformazione convergono sulla stessa bugia

Il punto più interessante è mediatico:

  • il mainstream usa il “furto del petrolio” per demonizzare Trump
  • la controinformazione lo usa per confermare il mito dell’impero predatore

Entrambi però:

  • ignorano i documenti economici
  • semplificano la geopolitica
  • sostituiscono l’analisi con indignazione emotiva

Il risultato è una propaganda speculare, che non informa ma orienta.


Conclusione: meno slogan, più documenti

Il caso venezuelano dimostra che:

  • il petrolio non viene rubato
  • viene pagato a prezzo di mercato
  • gli investimenti possono ricostruire un settore distrutto
  • il vero gioco è energetico e multipolare, non ideologico

In un mondo che entra in una nuova fase di competizione globale, l’energia è sovranità reale, non narrativa da talk show.


DOCUMENTI E FONTI DI APPROFONDIMENTO

Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente

0

Narco-terrorismo, petrolio e il falso mito del “gold grab”

Introduzione

Nel dibattito pubblico sull’intervento statunitense che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro, una tesi ricorrente sostiene che il vero obiettivo fosse l’oro venezuelano.
Questa narrazione, pur suggestiva, non regge alla verifica dei fatti. Un’analisi basata su atti giudiziari, decisioni di corti supreme e reportage di agenzie internazionali indica piuttosto due driver principali:

  1. cornice giudiziaria (accuse di narco-terrorismo);
  2. leva energetica (petrolio e settore oil & gas).

L’oro appare laterale, preesistente e in larga parte non sequestrabile nel breve periodo.


1) Il movente dichiarato: la cornice giudiziaria (droga / narco-terrorismo)

Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente

La base pubblica più solida è la narrazione giudiziaria statunitense, formalizzata in atti del United States Department of Justice.
In tali documenti, Maduro e altri funzionari venezuelani vengono accusati di narco-terrorismo e traffico di droga, con riferimenti anche al cosiddetto Cartel of the Suns.

Perché questo conta sul “movente oro”

Se l’operazione fosse stata concepita principalmente per appropriarsi dell’oro, ci si aspetterebbe:

  • briefing e comunicazioni centrati su oro, miniere e riserve;
  • azioni immediate su caveau, Banca Centrale del Venezuela (BCV), flussi auriferi.

Nulla di tutto ciò emerge come priorità nei documenti pubblici.
Il frame coerente è invece: cattura del leader + imputazioni penali.


2) La leva materiale che emerge nel post-evento: il petrolio (non l’oro)

Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente

Nelle notizie immediatamente successive, l’elemento economico-strategico più esplicito è il petrolio venezuelano. I reportage di Reuters parlano di:

  • trasferimenti/vendite di barili verso gli USA;
  • interlocuzioni con major petrolifere;
  • piani di rilancio e gestione dei proventi energetici.

Punto chiave: la “materialità” dell’azione verificabile si aggancia a energia e oil sector, non a lingotti d’oro.


3) Perché l’oro è un movente debole: tre fatti duri

A) L’oro “strategico” è bloccato in una disputa legale nel Regno Unito

Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente

Una parte rilevante delle riserve auree venezuelane custodite all’estero è impantanata in un contenzioso presso la Supreme Court of the United Kingdom.
La controversia riguarda circa 1 miliardo di dollari detenuti nei caveau della Bank of England, ed è legata al riconoscimento legittimo delle autorità che impartiscono istruzioni sulla BCV.

➡️ Se il movente fosse l’oro, il boccone più grande non è a Caracas ed è vincolato da procedure legali, non da un’operazione militare.


B) Una quota enorme di oro è già stata monetizzata (Svizzera, 2013–2016)

Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente

Secondo Reuters, il Venezuela ha spedito 113 tonnellate d’oro in Svizzera tra il 2013 e il 2016 (circa 5,2 miliardi di dollari) per sostenere l’economia in difficoltà; tali esportazioni si sarebbero fermate dal 2017.

➡️ L’idea di un “bottino” immediato è indebolita: parte sostanziale dell’oro è già passata per canali esteri anni prima dell’intervento.


C) L’oro interno (Arco Minerario) è un asset sporco e frammentato

Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente

I report di Human Rights Watch documentano violenze, abusi e contrabbando nelle miniere illegali venezuelane.
Questa filiera:

  • è illecita;
  • è frammentata;
  • non equivale a lingotti pronti in un caveau statale.

➡️ Anche assumendo un interesse per l’oro, non è un asset “plug-and-play” per un’operazione politico-militare.


4) Il test decisivo: cosa sarebbe successo se l’oro fosse stato il vero obiettivo?

Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente
Perché l’oro del Venezuela non è il vero movente

Se l’oro fosse stato centrale, subito dopo l’arresto avremmo visto:

  • decreti su BCV, caveau, miniere;
  • operazioni di sequestro e custodia internazionale dell’oro;
  • mosse coordinate su Londra e Svizzera.

Non è accaduto.
È invece emerso:

  • focus su petrolio e barili;
  • contatti con compagnie energetiche;
  • prosecuzione della cornice giudiziaria.

Conclusione operativa: la traccia porta a oil + law enforcement, non a “gold grab”.


5) Sintesi finale (pronta per articolo e video)

  • L’oro venezuelano è un tema vecchio, non il trigger dell’intervento (dispute e monetizzazioni precedono i fatti).
  • L’oro più rilevante è fuori dal Paese ed è legato a contenziosi legali (UK).
  • Il post-evento mostra priorità energetiche e giudiziarie, non aurifere.

👉 Moventi sostenuti dai fatti:
narco-terrorismo (giudiziario) + petrolio (energetico)
👉 Movente non sostenuto dai fatti:
oro


Documenti e fonti primarie

1) DOJ – Comunicato (26 marzo 2020): imputazioni a Nicolás Maduro e altri (narco-terrorismo)
https://www.justice.gov/archives/opa/pr/nicol-s-maduro-moros-and-14-current-and-former-venezuelan-officials-charged-narco-terrorism

2) DOJ – Documento/atto (PDF) collegato alle accuse
https://www.justice.gov/opa/media/1422326/dl

3) UK Supreme Court – Disputa sulle riserve venezuelane (Bank of England / BCV)
https://www.supremecourt.uk/cases/uksc-2020-0195

4) Reuters – Oro venezuelano spedito in Svizzera (113 tonnellate, 2013–2016)
https://www.reuters.com/business/finance/venezuela-under-maduro-shipped-gold-worth-52-billion-switzerland-2026-01-06/

5) Reuters – Petrolio venezuelano e trasferimenti verso gli USA
https://www.reuters.com/business/energy/trump-says-venezuela-turn-over-30-50-million-barrels-oil-us-2026-01-06/

6) Reuters – Colloqui USA con major petrolifere
https://www.reuters.com/business/energy/us-pushes-oil-majors-invest-big-venezuela-if-they-want-recover-debts-2026-01-04/
https://www.reuters.com/business/energy/trump-administration-has-not-consulted-us-oil-majors-about-venezuela-oil-execs-2026-01-05/

7) Human Rights Watch – Abusi nelle miniere d’oro illegali in Venezuela
https://www.hrw.org/news/2020/02/04/venezuela-violent-abuses-illegal-gold-mines
https://www.hrw.org/video-photos/photo-essay/2020/01/31/illegal-gold-mining-venezuela

DOSSIER GEOPOLITICO

0

Narco-finanza, biopotere e post-democrazia

L’asse anglo-americano come architettura di dominio globale

DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO


Premessa metodologica

Questo dossier non analizza eventi, ma strutture.
Non indaga colpe individuali, ma funzioni sistemiche.

Il presupposto è il seguente:

Il potere contemporaneo non si esercita principalmente attraverso la repressione, ma attraverso l’organizzazione delle possibilità di vita, pensiero e percezione.


PARTE I – DALLA SOVRANITÀ AL BIOPOTERE FINANZIARIO

1. La mutazione della sovranità

La sovranità moderna (territorio, popolo, decisione) è stata progressivamente svuotata e sostituita da una sovranità funzionale:

  • non decide cosa fare
  • decide cosa è possibile

Le banche sistemiche (HSBC, JPMorgan) non sono attori economici ma organi di regolazione del reale.

DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO

Le crisi finanziarie non sono fallimenti del sistema, ma momenti di ricalibrazione del biopotere:
chi vive, chi fallisce, chi viene salvato.


2. Narco-capitalismo come biopolitica

Il narcotraffico non è una patologia del capitalismo, ma una sua appendice biopolitica.

  • governa territori marginali
  • disciplina popolazioni eccedenti
  • produce flussi di liquidità non sindacalizzabili

Le FARC e i cartelli non sono soggetti politici autonomi, ma dispositivi di gestione violenta della periferia del sistema.

La droga:

  • anestetizza
  • pacifica
  • finanzia

È biopotere chimico.


PARTE II – L’ASSE ANGLO-AMERICANO COME MACCHINA SISTEMICA

3. City di Londra + Wall Street: doppio cuore del sistema

La City fornisce opacità giuridica,
Wall Street fornisce profondità finanziaria.

DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO

Questa convergenza consente:

  • metabolizzazione del capitale criminale
  • depoliticizzazione dell’origine del denaro
  • trasformazione del crimine in stabilità

Il sistema non combatte il denaro sporco:
lo trasforma in infrastruttura.


4. Blair e la Terza Via come psicopolitica

Tony Blair non rappresenta un tradimento della sinistra, ma la sua riconversione funzionale.

La Terza Via:

  • elimina il conflitto
  • interiorizza il mercato
  • moralizza l’inevitabile

È psicopolitica neoliberale:
non ti obbliga, ti convince che non esiste alternativa.


PARTE III – PSICOPOLITICA, MEDIA E INGEGNERIA DEL CONSENSO

5. Tavistock e il controllo delle percezioni

Il Tavistock Institute incarna il passaggio dalla propaganda alla gestione scientifica del comportamento collettivo.

DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO

Il controllo moderno opera tramite:

  • framing
  • polarizzazione artificiale
  • saturazione informativa

Il cittadino non è censurato, ma sovra-esposto.


6. Media come dispositivo immunitario

I media non informano: immunizzano.

  • trasformano scandali strutturali in casi morali
  • riducono sistemi complessi a colpe individuali
  • impediscono la comprensione del quadro

Lo scandalo bancario diventa rito di purificazione, non occasione di rottura.


PARTE IV – LA POST-DEMOCRAZIA

7. Elezioni senza sovranità

Viviamo in regimi formalmente democratici ma strutturalmente post-democratici:

  • si vota
  • ma non si decide
  • si discute
  • ma non si incide

Le decisioni reali avvengono:

  • nei mercati
  • nelle agenzie di rating
  • nei flussi finanziari

Il voto diventa rituale di legittimazione ex post.


8. Il cittadino come capitale umano

Nella post-democrazia:

  • il cittadino è un portafoglio di comportamenti
  • la libertà è scelta tra opzioni predefinite
  • il dissenso è monetizzato o patologizzato

La psicopolitica non reprime il dissenso:
lo assorbe come contenuto.


CONCLUSIONE – IL DOMINIO SENZA VOLTO

Il potere contemporaneo:

  • non ha bandiera
  • non ha ideologia
  • non ha centro visibile

È un’architettura.

La narco-finanza non è un’ombra del sistema,
ma la sua zona di compensazione.

Il vero dominio non è imporre obbedienza,
ma definire ciò che può essere pensato come reale.

SEZIONE V – OLTRE LA PSICOPOLITICA

Psicopatologia del potere, élite predatorie e logica del collasso

DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO


1. Dal biopotere alla necropolitica funzionale

Il biopotere, come teorizzato da Michel Foucault, governava la vita:
nascita, salute, produttività, normalità.

Il potere contemporaneo va oltre.
Non si limita più a far vivere, ma decide chi può essere sacrificato senza che il sacrificio sia percepito come tale.

Non è sterminio diretto, ma:

  • precarizzazione permanente
  • esposizione sistemica al rischio
  • abbandono programmato

Questa non è più biopolitica classica:
è necropolitica funzionale, mascherata da necessità economica.

Non si uccide.
Si lascia cadere.


2. Psicopolitica avanzata: quando il dominio entra nella psiche

La psicopolitica, nella formulazione di Byung-Chul Han, descrive un potere che non reprime ma ottimizza il soggetto.

Nel suo stadio avanzato, però, il sistema compie un salto ulteriore:
non si limita a orientare il comportamento, ridefinisce la struttura psichica desiderabile.

Il soggetto ideale del sistema è:

  • adattivo
  • performativo
  • emotivamente anestetizzato
  • incapace di pensiero storico

La sofferenza non è più un problema politico,
ma un fallimento individuale.

👉 Qui il potere diventa psicopatogeno:
produce disturbi che poi utilizza come prova della necessità del sistema stesso.


3. Psicopatologia del potere: il profilo dell’élite

Quando il potere si autonomizza dalla società, sviluppa tratti clinici ricorrenti.

Non in senso metaforico, ma strutturale.

Tratti dominanti dell’élite sistemica:

  • assenza di empatia sociale
  • incapacità di assumere responsabilità causale
  • narcisismo istituzionale
  • razionalizzazione della distruzione

Questa non è “corruzione”.
È psicopatologia organizzata.

Il sistema seleziona al vertice:

  • soggetti funzionalmente psicopatici
  • capaci di decisioni distruttive senza dissonanza emotiva

Non perché “cattivi”,
ma perché adatti a un sistema che vive di astrazione e sacrificio.


4. Élites predatorie: non classi dirigenti, ma classi estrattive

Le élite contemporanee non governano per progetto, ma per estrazione.

Estraggono:

  • valore
  • tempo
  • attenzione
  • stabilità

Non investono nel futuro:
lo liquidano.

Questa élite non ha più:

  • visione storica
  • responsabilità generazionale
  • interesse alla riproduzione sociale

È predatoria, non egemonica.

L’egemonia costruisce consenso.
La predazione consuma ciò che resta.


5. Post-democrazia terminale

Secondo Colin Crouch, la post-democrazia conserva le forme ma svuota la sostanza.

Nella fase terminale:

  • le elezioni diventano simulazioni di scelta
  • i partiti sono interfacce comunicative
  • il conflitto è sostituito da polarizzazione sterile

La politica non decide più per la società,
ma gestisce la percezione della sua impotenza.

Il cittadino:

  • vota
  • commenta
  • si indigna

ma non incide mai sui nodi strutturali.


6. Il collasso come modalità di governo

Il collasso non è più un rischio da evitare.
È una variabile di sistema.

Crisi finanziarie, sanitarie, climatiche, sociali non vengono risolte:
vengono amministrate.

Il collasso parziale consente:

  • redistribuzione violenta di ricchezza
  • disciplinamento sociale
  • sospensione di diritti
  • concentrazione di potere

👉 Il sistema non teme il collasso.
Teme solo un collasso non governabile.


7. Perché il sistema non può riformarsi

Un punto cruciale, spesso eluso:

Questo sistema non è riformabile dall’interno.

Perché:

  • si alimenta delle proprie crisi
  • trasforma ogni opposizione in contenuto
  • monetizza il dissenso
  • patologizza l’alternativa

Ogni tentativo di riforma:

  • viene neutralizzato
  • o assorbito
  • o trasformato in marketing politico

CONCLUSIONE TEORICA – Il dominio come forma di vita

Il potere contemporaneo non è un soggetto,
ma una forma di vita sistemica.

  • non pensa
  • non pianifica moralmente
  • non ha fini trascendenti

Funziona.
E funzionando consuma.

La vera rottura non è politica nel senso classico,
ma antropologica e cognitiva:

spezzare la compatibilità psichica
tra l’essere umano e il sistema che lo consuma.

SEZIONE VI – PSICOPOLITICA DIGITALE

Algoritmi, IA e sorveglianza come biopotere computazionale

DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO

1. Dal Panopticon al Panopticon senza guardiano

Il potere digitale non osserva per reprimere, osserva per prevedere.
L’algoritmo non punisce: anticipa, orienta, corregge.

La sorveglianza contemporanea non è più poliziesca ma statistica:

  • profilazione comportamentale
  • previsione delle scelte
  • nudging permanente

Il controllo diventa invisibile perché incorporato nell’ambiente.


2. Algoritmi come legislatori non eletti

Gli algoritmi decidono:

  • cosa è visibile
  • cosa è marginale
  • cosa è “credibile”

Non producono verità, ma gerarchie di probabilità.
In questo senso, sono normativi.

Le piattaforme globali – Google, Meta, Amazon – non sono semplici imprese:
sono infrastrutture cognitive.

Chi controlla l’accesso all’attenzione controlla il perimetro del pensabile.


3. IA come esternalizzazione della decisione

L’Intelligenza Artificiale non sostituisce l’umano:
lo deresponsabilizza.

  • “Non è una scelta politica, è l’algoritmo”
  • “Non è una discriminazione, è il modello”

L’IA diventa scudo morale del potere.
La decisione è opaca, distribuita, irresponsabile.

Questo è biopotere computazionale:

  • governa senza apparire
  • decide senza assumere colpa
  • normalizza senza argomentare

4. Sorveglianza affettiva e cattura dell’emozione

La psicopolitica digitale non mira solo al comportamento, ma all’affettività.

  • sentiment analysis
  • emotional AI
  • metriche di engagement

Il sistema non vuole sapere cosa pensi,
ma come reagisci.

La polarizzazione non è un effetto collaterale:
è uno strumento di stabilizzazione.


SEZIONE VII – CONTRO-PSICOPOLITICA

Resistenza cognitiva in epoca post-democratica

DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO

1. Perché la resistenza non può essere solo politica

Nel contesto attuale, la resistenza non può limitarsi a programmi, partiti o ideologie.

Il potere:

  • precede la scelta
  • modella il desiderio
  • orienta l’attenzione

La resistenza deve quindi essere cognitiva:
agire a monte, nel modo in cui il soggetto:

  • percepisce
  • interpreta
  • collega

2. Disinnescare la psicopolitica: principi operativi

a) Riconquista del tempo

La psicopolitica vive di urgenza.
La resistenza vive di lentezza deliberata.

  • sottrazione all’istantaneità
  • lettura profonda
  • silenzio informativo selettivo

Chi controlla il tempo interno del soggetto ne controlla la mente.


b) Rottura del framing

Ogni narrazione dominante impone cornici.

Resistere significa:

  • rifiutare dicotomie obbligate
  • sospendere il giudizio morale immediato
  • analizzare chi beneficia della narrazione

Non “contro-narrazione”, ma meta-narrazione.


c) Ricostruzione del pensiero storico

La psicopolitica distrugge la memoria lunga.
La resistenza la ricostruisce.

  • genealogia dei concetti
  • continuità storiche
  • analogie strutturali

Un soggetto senza storia è perfettamente governabile.


3. Contro-psicopolitica come pratica collettiva

La resistenza cognitiva non è individualismo spirituale.
È costruzione di spazi cognitivi condivisi.

  • comunità di senso
  • reti di analisi
  • linguaggi non catturabili dal marketing

Il potere teme:

  • ciò che non può classificare
  • ciò che non può monetizzare
  • ciò che non può polarizzare

4. L’obiettivo reale: l’incompatibilità

La contro-psicopolitica non mira a “vincere” il sistema,
ma a diventare incompatibile con esso.

  • soggetti non prevedibili
  • desideri non ottimizzabili
  • pensiero non riducibile a dati

Il sistema non crolla quando viene attaccato,
ma quando non riesce più a metabolizzare ciò che incontra.


CONCLUSIONE FINALE DEL DOSSIER

Oltre il collasso: una soglia antropologica

Il collasso sistemico non è solo economico o politico.
È antropologico.

Il conflitto decisivo non è tra:

  • destra e sinistra
  • Stato e mercato
  • pubblico e privato

Ma tra:

  • esseri umani compatibili con il sistema
  • esseri umani non traducibili in algoritmo

La resistenza reale non è rumorosa.
È silenziosa, profonda, lenta.

E per questo:
estremamente pericolosa per il potere.

SEZIONE VIII – IA E GUERRA COGNITIVA

Conflitti futuri, dominio percettivo e fine della guerra tradizionale

https://www.researchgate.net/publication/362163528/figure/fig1/AS%3A11431281098585176%401669013668797/The-conceptual-relationship-among-cognitive-warfare-and-other-types-of-warfare-Each-type.ppm
DOSSIER GEOPOLITICO
DOSSIER GEOPOLITICO


1. Dalla guerra cinetica alla guerra cognitiva

La guerra moderna non mira più principalmente alla distruzione del nemico, ma alla manipolazione della sua capacità di interpretare la realtà.

Il nuovo campo di battaglia non è:

  • il territorio
  • l’industria
  • l’esercito

ma la mente collettiva.

La guerra cognitiva agisce su:

  • percezioni
  • emozioni
  • fiducia
  • senso di realtà

👉 Vincere non significa conquistare, ma rendere impossibile una risposta coerente.


2. IA come acceleratore del dominio cognitivo

L’Intelligenza Artificiale rappresenta il moltiplicatore decisivo della guerra cognitiva perché consente:

  • analisi in tempo reale delle reazioni sociali
  • adattamento dinamico delle narrazioni
  • personalizzazione del messaggio su base psicometrica

L’IA non “convince”:
ottimizza l’efficacia del disorientamento.

In questo senso, l’IA non è un’arma nel senso classico, ma un ambiente operativo permanente.


3. Algoritmi narrativi e realtà adattiva

Nei conflitti futuri non esisterà più una propaganda unificata.
Esisteranno realtà multiple e adattive.

Ogni gruppo sociale, culturale o ideologico riceverà:

  • una versione coerente per lui
  • una narrazione su misura
  • un nemico plausibile

L’obiettivo non è l’unanimità, ma la frammentazione irreversibile del senso comune.

Una società che non condivide più una realtà condivisa
è incapace di agire come soggetto politico.


4. Guerra cognitiva e post-democrazia armata

Nella post-democrazia avanzata, la guerra cognitiva sostituisce lo stato d’eccezione.

Non servono:

  • censura esplicita
  • legge marziale
  • repressione visibile

Basta:

  • saturare lo spazio informativo
  • polarizzare artificialmente
  • produrre incertezza epistemica

Il cittadino non viene zittito,
viene perso nel rumore.


5. IA, decisione automatizzata e deresponsabilizzazione bellica

L’uso dell’IA introduce una trasformazione etica radicale:

  • la decisione è automatizzata
  • la responsabilità è diffusa
  • la colpa è tecnicamente inesistente

“Non è stata una scelta politica,
è stato l’output del sistema.”

👉 La guerra diventa amministrazione tecnica del conflitto, non più atto politico.

Questo segna la fine della guerra come responsabilità storica.


6. Il conflitto permanente a bassa intensità

I conflitti futuri non saranno dichiarati.
Saranno permanenti, asimmetrici e a bassa intensità.

Caratteristiche:

  • nessun inizio chiaro
  • nessuna fine riconoscibile
  • nessun vincitore dichiarato

La popolazione vive in stato di tensione adattiva, sempre mobilitata, mai consapevole.

Il conflitto diventa condizione ambientale.


7. Chi combatte davvero: piattaforme, dati, infrastrutture cognitive

Gli attori decisivi non sono più solo gli Stati, ma:

  • piattaforme digitali
  • infrastrutture di dati
  • sistemi di raccomandazione
  • modelli predittivi

Le grandi infrastrutture tecnologiche (come Google, Meta, Amazon) diventano attori geopolitici impliciti, anche senza dichiarare guerra a nessuno.

Chi controlla l’attenzione
controlla la capacità di mobilitazione.


8. Il vero obiettivo dei conflitti futuri

Il fine ultimo non è:

  • conquistare territori
  • rovesciare governi
  • imporre ideologie

Ma:

  • gestire popolazioni
  • ridurre l’imprevedibilità
  • prevenire forme di autonomia cognitiva

Il nemico reale non è un altro Stato.
È il soggetto non governabile.


9. Verso il collasso cognitivo

L’uso massiccio di IA nella guerra cognitiva produce un rischio sistemico:

il collasso cognitivo delle società complesse

Sintomi:

  • incapacità di distinguere vero/falso
  • sfiducia generalizzata
  • paralisi decisionale
  • nostalgia autoritaria

In questo scenario, la popolazione chiede controllo,
legittimando ulteriori forme di sorveglianza e automazione.

Il sistema si autoalimenta.


CONCLUSIONE STRATEGICA

Il conflitto decisivo del XXI secolo

Il conflitto decisivo non sarà tra potenze militari,
ma tra:

  • sistemi che vogliono prevedere tutto
  • esseri umani che restano imprevedibili

La guerra cognitiva non mira a vincere una battaglia,
ma a rendere la guerra invisibile e infinita.

L’unica vera minaccia per questo sistema non è un esercito,
ma una soggettività non riducibile a modello.

CONCLUSIONE GENERALE

Oltre la guerra, oltre la politica: la soglia dell’umano

Questo dossier non nasce per spiegare il mondo, ma per mostrare la struttura che lo rende spiegabile solo in apparenza.
Non offre soluzioni, perché il problema analizzato precede la dimensione della soluzione politica.
Ciò che è emerso, capitolo dopo capitolo, è un fatto essenziale: il potere contemporaneo non governa più eventi, governa condizioni di possibilità.

La finanza globale, il narco-capitalismo, le élite predatorie, la psicopolitica, l’Intelligenza Artificiale e la guerra cognitiva non sono fenomeni separati. Sono strati di una stessa architettura. Un’architettura che non ha bisogno di ideologia, perché produce essa stessa il campo mentale entro cui ogni ideologia viene pensata.


Il potere non domina più: ottimizza

Il potere del XXI secolo non si fonda sulla repressione diretta, ma sulla compatibilità.
Non chiede obbedienza, chiede adattamento.
Non pretende consenso, produce assuefazione.

Il soggetto ideale non è il cittadino fedele, ma l’individuo:

  • prevedibile
  • misurabile
  • reattivo
  • emotivamente gestibile

In questo senso, la vera vittoria del sistema non è tecnologica né militare:
è antropologica.


La guerra non è più un evento: è un ambiente

La guerra cognitiva descritta in questo dossier non è una deviazione temporanea.
È la forma stabile del conflitto nelle società complesse.

Non esiste più un “tempo di pace” da difendere, perché:

  • la percezione è costantemente sollecitata
  • l’attenzione è permanentemente catturata
  • la realtà è frammentata in versioni concorrenti

La guerra non si dichiara.
Si respira.


Il collasso non è una fine, ma una funzione

Il sistema non teme il collasso.
Lo utilizza.

Crisi economiche, sanitarie, sociali, cognitive non sono incidenti di percorso, ma meccanismi di selezione:

  • selezionano chi resta integrabile
  • chi diventa sacrificabile
  • chi interiorizza la necessità del controllo

Il collasso non distrugge il sistema.
Lo semplifica, concentrando potere, riducendo complessità umana.


Perché questo sistema non può essere riformato

Una delle conclusioni più scomode di questo lavoro è anche la più necessaria:

Non esiste riforma interna possibile di un sistema che si nutre delle proprie crisi.

Ogni tentativo di cambiamento che:

  • accetta le categorie del sistema
  • utilizza i suoi linguaggi
  • agisce entro i suoi tempi

viene assorbito, neutralizzato, monetizzato.

Il sistema non combatte l’opposizione.
La integra come contenuto.


La vera linea di frattura

La linea di frattura del nostro tempo non passa tra:

  • destra e sinistra
  • Stati e mercati
  • progresso e conservazione

Passa tra:

  • soggetti compatibili con l’ottimizzazione algoritmica
  • soggetti non riducibili a modello

Questa è la vera faglia geopolitica del XXI secolo.


L’unica forma reale di resistenza

La resistenza che emerge da questo dossier non è romantica, né immediatamente visibile.
Non è insurrezionale.
Non è elettorale.

È cognitiva, antropologica, lenta.

Consiste nel:

  • sottrarsi alla cattura permanente dell’attenzione
  • ricostruire profondità storica
  • rifiutare la semplificazione emotiva
  • accettare l’inconforto del pensiero non allineato

Non mira a rovesciare il sistema, ma a diventargli incompatibile.


Epilogo

Il potere contemporaneo può:

  • prevedere comportamenti
  • simulare decisioni
  • gestire masse

Ma ha un limite strutturale:
non può governare ciò che non riesce a modellizzare.

Finché esisteranno esseri umani capaci di:

  • pensiero non immediato
  • desiderio non ottimizzabile
  • silenzio non produttivo
  • senso non monetizzabile

il dominio resterà incompleto.

E in questa incompletezza
— fragile, invisibile, ma reale —
risiede l’unico spazio ancora aperto per il futuro.

Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse

0

Dalla City di Londra a Wall Street: banche, guerre asimmetriche e ingegneria del consenso

Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse
Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse
Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse

4


Introduzione – Il potere che non governa ma orienta

La geopolitica contemporanea non può più essere compresa attraverso la sola dialettica tra Stati. Il vero centro decisionale si colloca nell’intersezione tra alta finanza, apparati mediatici e gestione psicologica delle popolazioni. In questo spazio, formalmente legale ma sostanzialmente opaco, si muovono banche sistemiche, paradisi fiscali, flussi di capitale extra-legale e strutture di produzione del consenso.

Il presente saggio analizza l’asse anglo-americano come architettura portante di tale sistema, mostrando come narco-capitalismo, offshore banking e ingegneria sociale non siano deviazioni, ma componenti funzionali dell’ordine globale.


1. Le banche sistemiche come snodi geopolitici

Oltre la “mela marcia”: il problema è strutturale

Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse
Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse
Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse

4

I casi che coinvolgono HSBC, JPMorgan Chase e altri colossi non possono essere letti come episodi isolati. Essi rivelano un pattern ricorrente:

  • transazioni con giurisdizioni offshore
  • controlli antiriciclaggio carenti o selettivi
  • sanzioni economiche senza responsabilità penali reali

Il punto centrale non è se certi flussi siano transitati, ma perché il sistema reagisca sempre allo stesso modo:
multe, accordi transattivi, nessuna messa in discussione dell’istituzione.

👉 Questo indica che tali banche non sono semplici imprese, ma infrastrutture di stabilità del sistema. Smantellarle significherebbe destabilizzare l’intero ordine finanziario.


2. Narco-capitalismo: la droga come variabile sistemica

Il traffico di stupefacenti genera ogni anno centinaia di miliardi di dollari. Tali somme non possono essere assorbite senza la cooperazione, attiva o passiva, del sistema bancario internazionale.

Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse
Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse
Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse

4

Il ciclo è ricorrente:

  1. produzione e traffico (America Latina)
  2. intermediazione armata (cartelli, gruppi irregolari)
  3. canalizzazione offshore
  4. reintegrazione nei mercati finanziari globali

In questo schema, le organizzazioni armate – incluse le FARC – rappresentano livelli operativi, non decisionali. Il potere di legittimazione del capitale risiede altrove.


3. L’asse Londra–New York: convergenza, non competizione

La City of London e Wall Street non sono poli rivali, ma componenti complementari:

  • Londra: opacità giuridica, trust, offshore
  • New York: profondità dei mercati, derivati, reinvestimento

Questa convergenza consente:

  • assorbimento di capitali ad alta rischiosità
  • stabilizzazione del sistema in fasi di crisi
  • depoliticizzazione dell’origine del denaro

Il risultato è un capitalismo sganciato dalla produzione, fondato su flussi, non su valore reale.


4. Blair, la Terza Via e la neutralizzazione del conflitto politico

Il progetto politico incarnato da Tony Blair ha svolto una funzione cruciale: rendere compatibile il discorso progressista con l’egemonia finanziaria.

La “Terza Via”:

  • svuota la sinistra del conflitto sociale
  • trasforma la politica in gestione tecnica
  • legittima la finanza come “inevitabile”

Questo modello verrà esportato, adattato, replicato. Non governa per coercizione, ma per interiorizzazione dell’ordine esistente.


5. Tavistock, media e ingegneria del consenso

Il controllo non è repressione, ma orientamento

Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse
Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse
Finanza, narco-capitalismo e controllo delle masse

4

Il Tavistock Institute rappresenta simbolicamente – e storicamente – il passaggio dalla propaganda classica alla gestione scientifica delle percezioni.

Attraverso:

  • framing mediatico
  • polarizzazione controllata
  • produzione di false alternative

le masse vengono guidate non verso una verità, ma verso un perimetro di pensiero accettabile.

Nel racconto dominante:

  • la droga è colpa dei cartelli
  • le crisi sono “errori di mercato”
  • le banche pagano ma “imparano”

Il sistema resta invisibile.


6. Media, scandali e rituale dell’indignazione

Gli scandali finanziari svolgono una funzione catartica:

  • producono indignazione
  • rafforzano l’idea che il sistema “si corregga”
  • impediscono un’analisi strutturale

Il ciclo mediatico sostituisce la giustizia con la narrazione morale, disinnescando qualsiasi domanda di cambiamento reale.


Conclusione – Il potere post-democratico

L’ordine globale contemporaneo non è governato da governi, ma da architetture:

  • architetture finanziarie
  • architetture mediatiche
  • architetture psicologiche

Il narco-denaro non è un parassita del sistema:
è uno dei suoi lubrificanti.

La vera sovranità non risiede più nel voto, ma nella capacità di definire ciò che può essere pensato.


Dimmi tu come intendi usarlo e lo porto esattamente in quella direzione.

dossier geopolitico, radicalizzarne ulteriormente la parte teorica (biopotere, ps

La Terza Via come dispositivo di potere

0

Blair, il progressismo anglosassone e la neutralizzazione della democrazia

Una lettura sistematica attraverso Foucault, Polanyi, Crouch e Chomsky


Introduzione – Dalla politica come conflitto alla politica come gestione

La Terza Via, affermatasi con Tony Blair, non è una semplice riforma della sinistra, ma una trasformazione antropologica della politica.
Essa sostituisce il conflitto con la governance, la sovranità con la compatibilità, la democrazia con la narrazione.

Per comprenderne la portata reale è necessario un apparato teorico solido, capace di leggere:

  • il potere che non si dichiara,
  • l’economia che si presenta come tecnica,
  • la libertà che coincide con l’adattamento.

1. Foucault: la Terza Via come tecnologia di governo

La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere

Secondo Michel Foucault, il potere moderno non opera più principalmente tramite repressione, ma attraverso dispositivi di governo (governmentality).

La Terza Via incarna perfettamente questa logica:

  • non impone il neoliberismo, lo naturalizza
  • non reprime il dissenso, lo ricodifica
  • non elimina lo Stato, lo trasforma in regolatore del mercato

👉 Il cittadino non è più soggetto politico, ma unità di capitale umano.

Blair governa non attraverso leggi autoritarie, ma mediante:

  • linguaggio etico
  • inclusione simbolica
  • responsabilizzazione individuale

Il potere diventa invisibile perché interiorizzato.


2. Polanyi: la società sacrificata al mercato

La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere

In La grande trasformazione, Karl Polanyi dimostra che il mercato autoregolato è una finzione ideologica che distrugge la società se non viene contenuta.

La Terza Via realizza esattamente ciò che Polanyi temeva:

  • disincastra economia e società
  • presenta il mercato globale come inevitabile
  • riduce la politica a strumento di adattamento

Il socialismo progressista:

  • non protegge la società dal mercato
  • protegge il mercato dalla società

👉 La “modernizzazione” diventa una forma di espropriazione democratica.


3. Crouch: la post-democrazia come forma stabile

La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere

Per Colin Crouch, la post-democrazia è un sistema in cui:

  • le elezioni restano,
  • ma le decisioni reali vengono prese altrove.

La Terza Via è la forma politica perfetta della post-democrazia:

  • consenso senza partecipazione
  • pluralismo senza potere
  • diritti senza redistribuzione

Blair inaugura una sinistra che:

  • parla ai cittadini
  • governa per le élite
  • consulta il popolo
  • risponde ai mercati

👉 Il conflitto viene sostituito dalla comunicazione.


4. Chomsky: consenso, propaganda e progressismo

La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere

Secondo Noam Chomsky, le democrazie moderne funzionano tramite la fabbricazione del consenso.

La Terza Via:

  • adotta il linguaggio dei diritti
  • giustifica le guerre come umanitarie
  • presenta la finanza come tecnica neutra
  • depoliticizza le scelte strutturali

Blair non convince con la forza, ma con:

  • storytelling morale
  • monopolio del discorso “ragionevole”
  • delegittimazione preventiva del dissenso

👉 Chi contesta il sistema viene etichettato come irrazionale, populista, estremista.


5. Sintesi teorica: il progressismo come dispositivo

Unendo i quattro autori emerge una struttura coerente:

AutoreChiave di letturaFunzione della Terza Via
FoucaultGovernmentalityInteriorizzare il potere
PolanyiDisincastroSottomettere la società al mercato
CrouchPost-democraziaSvuotare la decisione popolare
ChomskyConsensoLegittimare il dominio

👉 Il socialismo progressista non emancipa, ma adatta.


6. Blair come archetipo globale

La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere
La Terza Via come dispositivo di potere

Tony Blair diventa il prototipo del leader post-democratico:

  • progressista nel linguaggio
  • neoliberale nella struttura
  • interventista nella geopolitica
  • compatibile con la finanza globale

Il suo modello viene esportato:

  • in Europa
  • nelle istituzioni sovranazionali
  • nelle ONG
  • nei movimenti “civici” depoliticizzati

👉 Il potere si concentra mentre parla di inclusione.


Conclusione – La grande inversione

La Terza Via e il socialismo progressista anglosassone realizzano una inversione storica:

  • la sinistra non limita più il mercato,
  • legittima il mercato contro la società.

Con Blair nasce una politica che:

  • promette emancipazione
  • produce conformismo
  • parla di diritti
  • sottrae sovranità

👉 Il dominio più efficace è quello che si presenta come progresso.