Finanza, diritto e ideologia come strumenti di dominio globale
Dalla matrice britannica all’Unione Europea
Confronto strutturale con il Sistema Americano di Hamilton e Lincoln
Introduzione generale
La forma del potere globale contemporaneo non ricalca più quella degli imperi classici. Non si manifesta tramite annessione territoriale, occupazione militare o sovranità dichiarata. Opera invece attraverso meccanismi indiretti ma strutturalmente vincolanti:
il potere bancario e monetario,
il diritto sovranazionale,
la produzione ideologica e normativa.
In questo sistema, l’Europa — e in particolare l’asse britannico-continentale — rappresenta il centro regolatore dell’ordine globalizzato, mentre gli Stati-nazione risultano progressivamente amministratori subordinati.
1. La riconversione dell’Impero britannico
Con la fine dell’Impero coloniale formale, il Regno Unito non perde egemonia: la trasforma.
La City of London:
è una corporazione giuridica autonoma,
possiede status legale distinto dal Regno Unito,
funge da snodo globale per:
banche,
assicurazioni,
fondi,
paradisi fiscali.
Qui nasce il principio imperiale moderno:
Il controllo del credito è più efficace del controllo del territorio.
Lo Stato debitore diventa:
formalmente sovrano,
sostanzialmente vincolato.
2. La nascita del progressismo tecnocratico britannico
Il progressismo moderno non nasce come forza popolare, ma come progetto elitario di riforma sociale.
Il centro ideologico è la Fabian Society (1884).
Principi chiave:
gradualismo (riforma lenta e irreversibile),
rifiuto della rivoluzione,
uso della legge e della burocrazia,
gestione tecnocratica della società.
I fabiani fondano e influenzano direttamente:
la London School of Economics,
interi apparati amministrativi anglosassoni ed europei.
Non si mira a rovesciare il capitalismo, ma a renderlo governabile dall’alto.
3. Think tank, psicologia sociale e consenso
Con il XX secolo il potere si sposta:
dal parlamento,
alla produzione di consenso.
Il ruolo centrale è svolto da istituti come il Tavistock Institute:
psicologia delle masse,
dinamiche di gruppo,
comunicazione persuasiva,
gestione del cambiamento sociale.
Il principio è chiaro:
le persone non vanno convinte politicamente, ma adattate psicologicamente.
4. L’Unione Europea come impero normativo
La Unione Europea rappresenta la massima espressione storica di governance sovranazionale.
In Italia si assiste a un fenomeno anomalo ma strutturale: la convergenza ideologica tra commentatori mainstream e controinformativi su alcuni temi chiave della geopolitica contemporanea. Il caso di Donald Trump e del Venezuela è emblematico: cambiano i registri linguistici, ma le categorie interpretative restano identiche.
L’apparente conflitto tra “sistema” e “dissidenza” si rivela spesso una divergenza superficiale, interna a un’unica cornice ideologica egemone.
1. Le categorie retoriche ricorrenti: una grammatica condivisa
Il commentariato italiano utilizza un insieme stabile di frame retorici, che funzionano come riflessi condizionati.
a) L’“imperialismo americano” come mito fondativo
È una categoria atemporale e morale, non storica. Serve a:
concentrare la colpa geopolitica su un unico attore
rimuovere il ruolo dell’imperialismo britannico-finanziario
evitare l’analisi delle strutture transnazionali di potere
Il risultato è un capro espiatorio permanente che impedisce ogni lettura sistemica.
b) Populismo e autoritarismo come diagnosi clinica
Ogni rottura del consenso viene medicalizzata:
populista
autoritaria
illiberale
Non è una critica politica, ma una squalifica antropologica del dissenso.
c) Diritti e valori come dogma
“Valori europei”, “democrazia”, “stato di diritto” vengono invocati senza definizione, come verità autoevidenti. La loro funzione non è descrittiva, ma disciplinare.
d) Il Sud globale come vittima permanente
Nel caso venezuelano:
si cancella la responsabilità delle élite locali
si infantilizza il soggetto politico
si trasforma il fallimento in prova morale
È una forma di neo-colonialismo simbolico.
2. Trump come anomalia sistemica, non come imperatore
Trump non viene mai analizzato come:
prodotto di un conflitto interno statunitense
reazione alla deindustrializzazione
tentativo (goffo ma reale) di ri-sovranizzazione
Viene trattato come eresia morale. Questo spiega perché mainstream e controinformazione convergano nel rifiuto: entrambi difendono la stessa ortodossia ideologica, anche quando fingono di combatterla.
3. L’Europa come sub-impero normativo
L’Europa contemporanea non è un impero classico. È un sub-impero normativo.
La Unione Europea non esercita potere tramite:
forza militare
espansione territoriale
Ma tramite:
regolamenti
standard
condizionalità
sanzioni morali
La Commissione Europea agisce come autorità etica, non come soggetto sovrano.
L’Europa:
non crea l’ordine globale
lo traduce
lo moralizza
lo legittima
4. Perché la controinformazione italiana replica gli stessi frame
Qui emerge la contraddizione decisiva.
La controinformazione italiana:
rifiuta le conclusioni del mainstream
ma non rifiuta le sue categorie
Continua a usare:
antiamericanismo riflesso
moralismo geopolitico
narrazioni vittimistiche
Perché?
a) Perché è una dissidenza interna, non alternativa
È cresciuta dentro la cultura progressista europea. Ha rotto con il potere, non con la sua visione del mondo.
b) Perché criticare Londra, finanza e UE costa troppo
L’antiamericanismo è a basso rischio simbolico. Mettere in discussione:
architettura europea
subalternità normativa
imperialismo finanziario
significa uscire dal perimetro della legittimità culturale.
5. La verità scomoda: non serve pagarli
Ed eccoci al punto finale, quello che raramente viene detto in modo esplicito.
Non serve corrompere i commentatori. Non serve pagarli. Basta fornirgli un’ideologia.
Un’ideologia:
coerente
moralmente gratificante
socialmente riconosciuta
Chi la interiorizza:
si autocensura
si auto-legittima
riproduce il sistema gratuitamente
È il trionfo dell’imperialismo culturale interiorizzato: non domina con la forza, ma con il senso di appartenenza morale.
Conclusione
In Italia:
mainstream e controinformazione litigano sulle risposte
condividono le domande
e soprattutto condividono il linguaggio
Per questo sembrano opposti ma pensano nello stesso modo.
Riferimenti e piste di approfondimento (non esaustivi)
Analisi sull’imperialismo britannico e finanziario
Studi sul potere normativo europeo
Critiche alla monocultura progressista anglosassone
Introduzione – La libertà proclamata contro la libertà vissuta
Il Venezuela viene celebrato come patria libera solo da chi ha smesso da tempo di credere nella libertà reale. Dietro la retorica dell’antimperialismo, della sovranità popolare e della giustizia sociale, si cela uno Stato repressivo, fondato su censura sistemica, controllo economico, sorveglianza digitale e punizione metodica del dissenso.
Non siamo di fronte a un fallimento accidentale. Il modello venezuelano non fallisce per errore: funziona esattamente come progettato.
Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante: il Venezuela non è un’anomalia storica, ma una anticipazione concreta di ciò che una parte significativa della sinistra europea pensa, giustifica e desidera — purché il controllo venga rivestito di un linguaggio “progressista”.
1. Il mito antimperialista come copertura ideologica
Dalla stagione di Hugo Chávez fino all’attuale governo di Nicolás Maduro, il potere venezuelano ha costruito una narrazione potente: ogni critica interna è “golpismo”, ogni opposizione è “terrorismo”, ogni dissenso è “imperialismo infiltrato”.
Questa struttura narrativa è fondamentale: 👉 se il nemico è ovunque, il controllo diventa una virtù. 👉 se la nazione è sotto assedio permanente, la libertà è un lusso sospetto.
È lo stesso schema ideologico che, in forma attenuata, ritroviamo nei discorsi europei che giustificano limitazioni dei diritti in nome di emergenze indefinite: sanitarie, climatiche, sociali, informative.
2. La distruzione programmata delle istituzioni democratiche
Il Venezuela non è una dittatura “classica”. È qualcosa di più sofisticato: un autoritarismo elettorale.
Le elezioni esistono, ma:
l’opposizione viene esclusa, intimidita o incarcerata
i media indipendenti sono neutralizzati
la magistratura è completamente subordinata all’esecutivo
il Parlamento è svuotato di potere reale
Secondo Freedom House, il Venezuela è classificato come “Not Free”, con un punteggio tra i più bassi al mondo in termini di diritti politici e libertà civili.
Questo modello è particolarmente caro a una certa sinistra europea perché mantiene l’estetica democratica, pur eliminandone la sostanza.
3. Censura, informazione controllata e repressione mediatica
Nel Venezuela contemporaneo:
canali televisivi critici sono stati chiusi
radio indipendenti revocate
siti web oscurati
giornalisti arrestati o costretti all’esilio
La famigerata “Ley contra el Odio” consente pene severe per contenuti ritenuti destabilizzanti, con definizioni volutamente vaghe.
Il risultato è un ambiente informativo sterilizzato, dove:
la propaganda sostituisce il giornalismo
la paura sostituisce il pluralismo
il silenzio diventa una forma di sopravvivenza
Chi difende queste misure in Europa le chiama lotta alla disinformazione. In Venezuela si chiamano controllo del pensiero.
4. Sorveglianza digitale e identità elettronica: il cittadino schedato
Uno degli aspetti più inquietanti — e meno discussi — del modello venezuelano è l’uso sistemico della tecnologia come strumento politico.
Il Carnet de la Patria non è una semplice tessera amministrativa:
collega identità, reddito, benefici sociali e fedeltà politica
condiziona l’accesso a cibo, sussidi, carburante
trasforma i diritti in concessioni revocabili
Il cittadino venezuelano non è libero: è schedato, tracciato, ricattabile.
Questa architettura è straordinariamente simile alle proposte europee di:
identità digitale obbligatoria
portafogli digitali statali
accesso condizionato ai servizi
La differenza non è di natura, ma di velocità e intensità.
5. Economia come strumento di obbedienza
Nel nome dell’uguaglianza:
si è distrutta la moneta
annientato il risparmio
eliminata l’autonomia economica
Il bolívar digitale non è un’innovazione neutra: è l’ultimo anello di una catena che rende il cittadino dipendente dallo Stato per sopravvivere.
👉 Chi controlla la moneta, controlla la vita. 👉 Chi controlla l’accesso economico, controlla il comportamento.
Questo non è socialismo solidale. È ingegneria della dipendenza.
6. Perché la sinistra europea guarda a Caracas con indulgenza
Il punto cruciale è politico e culturale.
Il Venezuela piace a una parte della sinistra europea perché:
dimostra che è possibile governare senza limiti reali
mostra come reprimere senza rinunciare alla retorica dei diritti
legittima il controllo come forma di progresso
Nel nome dell’uguaglianza si impone la dipendenza. Nel nome della giustizia sociale si distrugge la libertà individuale. Nel nome della sicurezza si normalizza la sorveglianza.
Chi difende questo modello non è ingenuo. È coerente.
Conclusione – Non è una distopia: è una prova generale
Il Venezuela dimostra una verità che in Europa si tenta disperatamente di nascondere:
👉 quando la sinistra rinuncia ai limiti del potere, non emancipa: domina 👉 quando promette diritti senza libertà, non crea cittadini: crea sudditi
Questa non è una distopia futura. È un laboratorio reale.
E chi oggi applaude Caracas, domani non potrà dire di non sapere.
Dal controllo politico esplicito al controllo infrastrutturale
Perché il caso del Venezuela è uno specchio (distorto ma istruttivo) per l’Europa
Il collegamento tra Venezuela e alcune traiettorie oggi in discussione nell’Unione europea – CBDC (euro digitale), identità digitale, ESG/CSRD, Green Deal e governance algoritmica – non è ideologico, né basato su analogie di regime. È meccanico e funzionale.
Quando identità, denaro, accesso ai servizi e valutazione automatizzata convergono in un’unica infrastruttura interoperabile, il potere pubblico (o para-pubblico) acquisisce leve di condizionamento comportamentale più efficaci della propaganda, della censura tradizionale o della repressione esplicita.
Il Venezuela rappresenta la forma “dura” e politicamente visibile di questo modello. L’UE rischia – anche in assenza di volontà autoritaria – una forma “morbida” ma strutturalmente più stabile, perché incorporata nelle regole tecniche.
Leva di potere
Venezuela: esito/uso
UE: iniziativa/architettura
Funzione comune (rischio)
Identità digitale come chiave d’accesso
Carnet de la Patria: identificazione + accesso a sussidi/beni; “diritti” trasformati in benefici condizionati
European Digital Identity Wallet (EUDI Wallet) dentro il quadro eIDAS aggiornato + regolamenti attuativi della Commissione
La cittadinanza tende a diventare profilo verificabile: chi non “entra” nel sistema resta ai margini. (European Commission)
CBDC / moneta come strumento di policy
Digitalizzazione monetaria in contesto di controllo e dipendenza economica
Progetto “digital euro” (fase di preparazione, rulebook, infrastruttura, scelte su privacy/offline ecc.)
La moneta digitale, se progettata con regole programmabili e compliance integrata, può diventare strumento di incentivazione/punizione (soft coercion). (European Central Bank)
Accesso ai servizi = premio per conformità
Beni/sussidi erogati in modo selettivo, creando dipendenza
Progressiva digitalizzazione dei servizi pubblici + interoperabilità credenziali (wallet) + adempimenti AML/KYC (specie nei pagamenti)
I “diritti” rischiano di diventare accessi revocabili tramite regole tecniche/antifrode/antirischio
Governo per indicatori e “punteggi”
Meccanismi informali e clientelari; controllo sociale tramite dipendenza
ESG/CSRD: reporting standardizzato su rischi/impatti; classificazioni e “metriche” come linguaggio di governo dell’economia
La politica si sposta dal voto ai KPI: chi controlla metriche e soglie controlla il comportamento di imprese e filiere. (Finance)
Green Deal come cornice di condizionamento
Retorica e mobilitazione “salvifica” (anti-impero/giustizia) per giustificare eccezioni e controllo
Green Deal (come macro-agenda): target, piani, incentivi, obblighi di transizione; possibile condizionalità su settori/finanza
Il rischio non è “l’ambiente”: è l’uso della transizione come stato d’eccezione permanente (deroghe, urgenze, imposizioni)
AI Act: quadro per l’AI, con divieti, obblighi e categorie “alto rischio”; timeline applicativa
Anche con tutele, lo Stato può spostare decisioni sensibili su sistemi automatizzati: amministrare = classificare. (Strategia Digitale Europea)
Controllo dell’informazione
Censura/repressione esplicita
Regolazione piattaforme e “safety”: moderazione, rimozioni, obblighi di compliance
Dal controllo poliziesco al controllo procedurale: non serve vietare “tutto”, basta rendere costoso pubblicare certe cose
Controllo “duro” vs controllo “infrastrutturale”
La differenza centrale non è quanto si controlla, ma come.
Nel Venezuela, il controllo è esplicito, selettivo e politicizzato: chi è fuori dal sistema paga un prezzo immediato.
Nell’UE, il controllo potenziale è procedurale, distribuito e normalizzato: non si vieta, si condiziona; non si punisce, si esclude per non-compliance.
In entrambi i casi, la leva decisiva è la stessa: trasformare diritti in accessi e accessi in privilegi revocabili.
Il blocco critico: quando quattro infrastrutture si incastrano
Il salto qualitativo avviene quando queste quattro componenti diventano interoperabili:
Identità digitale (wallet) → chi sei, cosa puoi dimostrare, con quale livello di affidabilità
Pagamenti digitali / CBDC → cosa puoi comprare, quando, come e con quali vincoli
Metriche ESG + Green Deal → quali comportamenti economici sono ammessi, premiati o penalizzati
Governance algoritmica → decisioni automatizzate o “assistite” su rischio, priorità, accesso
Il Venezuela mostra l’esito finale. L’UE sta costruendo – pezzo dopo pezzo – l’architettura che rende quell’esito tecnicamente possibile, anche senza repressione.
I quattro pilastri, uno per uno
1) CBDC (euro digitale): dal denaro come libertà al denaro come permesso
Nel lessico europeo, l’euro digitale è presentato come sovranità dei pagamenti e alternativa pubblica ai circuiti privati. Il punto critico non è l’intenzione, ma la programmabilità potenziale.
Se la moneta è:
completamente tracciabile,
integrata con identità forte,
sottoposta a regole AML/KYC sempre più granulari,
allora il denaro può diventare strumento di policy comportamentale: limitazioni, congelamenti, priorità o esclusioni non richiedono più decisioni politiche visibili, ma regole tecniche “per la sicurezza del sistema”.
Formula di rischio: identità verificata + pagamenti regolati + compliance automatica = libertà condizionata.
2) ESG/CSRD: governare tramite metriche
La rendicontazione di sostenibilità non usa la forza. Usa l’accesso al credito, alle assicurazioni, ai mercati e alle filiere.
Chi definisce:
gli indicatori,
le soglie,
i criteri di materialità,
di fatto governa il comportamento economico senza passare dal voto. La politica si sposta dal Parlamento ai KPI.
Il recente ridimensionamento e rinvio di parti della CSRD (2025–2026) dimostra che questo campo è conflittuale, non neutro: segno che il rischio è percepito anche all’interno delle istituzioni.
3) Green Deal: l’emergenza come struttura permanente
Il parallelo non è sull’ambiente, ma sulla logica dell’eccezione.
In Venezuela l’emergenza è “imperialismo e sabotaggio”.
In Europa può essere “clima, sicurezza sistemica, transizione non negoziabile”.
In entrambi i casi:
l’urgenza giustifica deroghe,
la pianificazione sostituisce il pluralismo,
incentivi e penalità disciplinano i comportamenti.
Il rischio non è la transizione, ma la normalizzazione dell’emergenza come metodo di governo.
4) Governance algoritmica: amministrare significa classificare
Con l’AI Act e l’uso crescente di sistemi automatizzati nella PA, l’accesso a diritti e servizi tende a dipendere da:
modelli di rischio,
categorizzazioni,
scoring impliciti (anche quando non dichiarati).
Un cittadino “governabile” è, prima di tutto, un cittadino leggibile dai sistemi. Chi non è leggibile diventa un’anomalia amministrativa.
Chiusura editoriale
Il Venezuela rende visibile l’esito: obbedienza per sopravvivere. L’Europa rischia un esito diverso ma parentale: conformità per accedere.
Quando CBDC, identità digitale, metriche ESG/Green Deal e governance algoritmica si integrano, la politica non ha più bisogno di repressione esplicita: può governare con l’architettura.
CBDC, controllo sociale, repressione e dominio dell’informazione digitale
Il Venezuela contemporaneo rappresenta uno dei casi più emblematici di trasformazione graduale verso un modello di Stato a forte controllo sociale, dove crisi economica, tecnologia digitale e potere politico convergono in una struttura che ricorda sempre più da vicino una distopia orwelliana. Non si tratta di un totalitarismo improvviso, ma di una deriva sistemica, costruita nel tempo attraverso strumenti apparentemente neutri: moneta digitale, identità elettronica, gestione dell’informazione online.
Come insegna 1984, il controllo moderno non ha bisogno di violenza costante: è sufficiente rendere il cittadino dipendente, tracciabile e isolato.
1. Moneta digitale e dipendenza economica: il caso Petro
Il Petro, la moneta digitale statale lanciata dal governo venezuelano nel 2018 e definitivamente chiusa nel 2024, è stato presentato come simbolo di libertà dal sistema finanziario internazionale. In realtà, ha incarnato il principio opposto: centralizzazione totale del valore.
Il Petro:
era emesso e controllato dallo Stato
non era realmente convertibile né verificabile
veniva imposto per pagamenti fiscali e stipendi pubblici
mancava di fiducia interna ed esterna
Più che una criptovaluta, è stato un embrione di CBDC autoritaria, utile a dimostrare come una moneta digitale, in assenza di garanzie democratiche, possa diventare uno strumento di comando economico.
2. Identità digitale e controllo sociale: il Carnet de la Patria
Il vero cuore del sistema orwelliano venezuelano non è la moneta, ma l’identità digitale.
Il Carnet de la Patria è una tessera elettronica che collega:
identità personale
accesso ai sussidi alimentari
bonus monetari
assistenza sanitaria
incentivi elettorali
In pratica, chi è fuori dal sistema digitale è fuori dalla sopravvivenza economica. Questo realizza uno dei pilastri del controllo moderno: non proibire apertamente, ma premiare l’obbedienza e punire il dissenso attraverso l’esclusione.
3. Controllo dell’informazione online e repressione digitale
Ogni Stato orwelliano necessita di un controllo serrato sulla narrazione della realtà. In Venezuela questo avviene attraverso:
blocco di siti web economici e informativi
censura selettiva dei social network
criminalizzazione della “disinformazione” non allineata
chiusura o intimidazione dei media indipendenti
uso massiccio di propaganda digitale
Il cittadino non viene solo sorvegliato: viene privato degli strumenti per comprendere la realtà economica e politica. Il risultato è un ecosistema informativo chiuso, dove lo Stato decide cosa è vero, cosa è falso e cosa è punibile.
4. CBDC e controllo sociale: il confronto con Europa e Regno Unito
Il confronto con Unione Europea e Regno Unito è fondamentale per capire che la tecnologia non è neutra, ma neppure automaticamente repressiva.
Unione Europea
Il digital euro è discusso all’interno di:
processi legislativi pubblici
separazione dei poteri
tutele esplicite sulla privacy
possibilità di pagamenti offline simili al contante
limiti alla detenzione per evitare controllo totale
Regno Unito
Il digital pound segue una logica simile:
consultazioni pubbliche
mantenimento del contante
ruolo centrale del settore privato
sperimentazione graduale e reversibile
La differenza chiave rispetto al Venezuela è istituzionale, non tecnica: in UE e UK la moneta digitale è subordinata al diritto, in Venezuela è subordinata al potere politico.
5. Perché il Venezuela rientra nel modello orwelliano
Elemento
Venezuela
UE / Regno Unito
Moneta digitale
Centralizzata, opaca, coercitiva
Regolata, dibattuta
Identità digitale
Obbligatoria e condizionante
Separata dai pagamenti
Informazione online
Censurata
Pluralismo garantito
Privacy
Assente
Tutela legale
Dissenso
Punito
Protetto
Il Venezuela mostra come CBDC, identità digitale e controllo dell’informazione, se inseriti in un contesto autoritario, producano una società disciplinata, non una società libera.
Conclusione
Il Venezuela non è ancora una distopia compiuta, ma ne percorre chiaramente la traiettoria. Non attraverso il terrore palese, ma tramite:
dipendenza economica
sorveglianza normalizzata
controllo informativo
digitalizzazione forzata
Il messaggio è chiaro e universale: non è la moneta digitale a creare lo Stato orwelliano → è lo Stato orwelliano a usare la moneta digitale come strumento
FONTI E LINK (tutti raccolti qui)
Venezuela – controllo digitale, repressione, informazione
Perché l’assioma “se non c’è la banca Rothschild allora il Paese è libero” è geopoliticamente falso
Nel dibattito critico sul potere finanziario globale circola da anni un assioma tanto semplice quanto seducente: se in un Paese non operano grandi famiglie bancarie internazionali, come i Rothschild, allora quel Paese è libero dal sistema bancario globale. Applicato al Venezuela, questo ragionamento è diventato una scorciatoia ideologica: l’assenza di determinati attori finanziari occidentali viene letta come prova di sovranità monetaria e indipendenza geopolitica.
La realtà, però, è molto diversa. E molto più dura.
L’assenza non è una scelta, ma un effetto
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In geopolitica, l’assenza non è mai una prova in sé. È quasi sempre una conseguenza. Il Venezuela non è “fuori” da alcune reti finanziarie perché ha costruito un modello alternativo di sovranità economica, ma perché è stato progressivamente espulso o reso inoperabile all’interno dei circuiti di credito, fiducia e scambio internazionali.
Il Paese:
possiede una banca centrale,
emette moneta fiat,
utilizza strumenti classici di politica monetaria.
Ciò che manca non è il modello, ma la capacità sistemica di sostenerlo: produzione diversificata, accesso ai mercati, credibilità finanziaria, stabilità istituzionale.
Scambiare questa condizione per “libertà” significa confondere l’isolamento con l’indipendenza.
Il potere finanziario oggi non ha un volto, ma un’infrastruttura
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Una delle principali distorsioni analitiche consiste nel continuare a immaginare il potere finanziario come concentrato in singole famiglie o banche “dominanti”. Nel XXI secolo, il potere è infrastrutturale.
Il controllo geopolitico passa attraverso:
standard finanziari internazionali,
sistemi di compensazione e clearing,
regimi di compliance e antiriciclaggio,
assicurazioni sul commercio e sul trasporto,
sanzioni multilivello, spesso automatizzate.
Non serve “occupare” un Paese se è possibile interromperne i flussi.
Senza riconoscimento finanziario non esiste commercio globale
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C’è un dato strutturale che molte narrazioni sovraniste evitano:
Uno Stato che non è pienamente riconosciuto nel sistema finanziario internazionale non può operare stabilmente oltre i propri confini.
Il commercio globale non è uno scambio diretto di merci, ma una catena complessa che richiede:
riconoscimento monetario,
garanzie finanziarie,
copertura assicurativa,
interoperabilità bancaria.
L’esclusione da infrastrutture come SWIFT non rappresenta una rottura rivoluzionaria dell’ordine globale, ma una limitazione operativa severa che spinge il Paese verso:
triangolazioni opache,
mercati paralleli,
accordi bilaterali instabili,
dipendenza da pochi attori esterni.
Non è sovranità: è adattamento forzato.
Isolamento e propaganda: una confusione funzionale
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In geopolitica, l’isolamento non è mai neutro. È uno strumento. Confondere l’isolamento con l’indipendenza è funzionale a due narrazioni complementari:
quella interna, che trasforma la debolezza in virtù;
quella sistemica, che beneficia di Stati auto-marginalizzati.
Uno Stato realmente sovrano:
sceglie con chi commerciare,
negozia le condizioni,
costruisce alternative credibili.
Uno Stato isolato, invece, subisce.
Il paradosso del potere globale contemporaneo
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Il potere geopolitico odierno segue una logica precisa:
regole centralizzate,
applicazione decentralizzata,
responsabilità opaca.
Non serve più un centro visibile del comando. Il sistema funziona perché:
gli standard sono obbligatori,
l’accesso è condizionato,
l’esclusione è tecnica, non militare.
È una forma di governo senza dichiarazione di guerra.
Conclusione: il mito della libertà per assenza
L’assioma “non esiste la banca Rothschild, quindi il Paese è libero” non descrive la realtà venezuelana. Descrive un mito consolatorio, che sostituisce l’analisi strutturale con il simbolismo.
La vera sovranità economica non consiste nello stare fuori dal sistema, ma nella capacità di incidere sulle sue regole, di costruire infrastrutture autonome, di negoziare da posizioni di forza.
Nel caso del Venezuela, l’assenza di grandi banche occidentali non è un segno di libertà, ma il risultato di sanzioni, marginalizzazione e perdita di capacità operativa.
Come operano i grandi attori finanziari senza possedere banche venezuelane
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1) Tesi chiarita (per evitare equivoci)
Non esistono prove pubbliche che Rothschild & Co (o la cosiddetta “famiglia Rothschild”) controlli direttamente il sistema bancario venezuelano.
Esiste però un modello operativo ampiamente documentato nella finanza internazionale: un controllo indiretto dei flussi finanziari, esercitato tramite:
advisory sul debito sovrano,
reti di banche corrispondenti globali,
SPV (Special Purpose Vehicles) e veicoli offshore,
fondi, trust e giurisdizioni opache,
alleanze temporanee con altre banche e finanziarie.
📌 Questo modello non richiede la proprietà diretta di banche locali.
2) Perché il controllo diretto non è necessario (né conveniente)
In paesi caratterizzati da:
sanzioni internazionali,
controlli sui capitali,
alto rischio politico e giuridico,
possedere banche locali è inefficiente e pericoloso.
È molto più efficace:
controllare i flussi, non le strutture (debito, pagamenti, asset esteri),
strutturare operazioni da giurisdizioni sicure,
usare intermediari globali con accesso ai mercati internazionali.
📌 Questo è lo standard operativo della finanza sovrana contemporanea, non un’eccezione venezuelana.
3) Il ruolo tipico di Rothschild & Co (documentato)
Rothschild & Co opera principalmente come:
advisor su ristrutturazioni del debito,
consulente strategico tra Stati e creditori,
strutturatore di operazioni finanziarie complesse.
Nel caso Venezuela, il suo ruolo è stato associato a:
consulenza su debito sovrano in default,
analisi delle passività e degli asset esteri,
interfaccia tecnica con fondi e banche creditrici.
👉 Advisory ≠ controllo diretto, ma l’advisory orienta scelte, tempi e architettura finanziaria.
4) Le “altre banche” e le finanziarie: come funziona la catena
Un grande advisor non opera mai da solo. Le operazioni passano attraverso:
Analisi critica di anomalie digitali, incongruenze geografiche e segnali di possibile gestione indiretta
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Introduzione
Nel panorama contemporaneo dei social media, l’identità digitale delle figure pubbliche è diventata un elemento strategico tanto quanto quella reale. L’account X (ex Twitter) @NatRothschild1, attribuito a Nathaniel Philip Rothschild, rappresenta un caso emblematico: formalmente riconosciuto da media e ambienti finanziari, ma al tempo stesso circondato da anomalie tecniche e operative che sollevano interrogativi legittimi sulla gestione effettiva del profilo.
Questo articolo non sostiene che l’account sia “fake”, bensì analizza una serie di elementi oggettivamente osservabili che, presi nel loro insieme, delineano un quadro atipico per un profilo personale di tale livello.
1. L’anzianità dell’account: un elemento di legittimità
Un primo dato spesso usato a sostegno dell’autenticità è l’anzianità: l’account risulta attivo dal 2013, e già nel 2014 veniva citato da grandi testate finanziarie come fonte diretta di dichiarazioni pubbliche.
Questo elemento rende improbabile l’ipotesi di un fake creato ex-novo in tempi recenti. Tuttavia, anzianità non equivale automaticamente a gestione diretta e continuativa da parte della persona a cui l’account è attribuito.
2. Incongruenze geografiche: Ginevra, New York e la coerenza temporale
Un primo gruppo di anomalie riguarda la localizzazione operativa dell’account.
In diverse occasioni, l’attività pubblica di Nathaniel Rothschild risulta collegata a Ginevra, città coerente con i suoi interessi finanziari e residenziali.
Tuttavia, alcuni post dell’account risultano pubblicati in finestre temporali compatibili con la costa orientale degli Stati Uniti, in particolare New York.
⚠️ Nota metodologica Questo non prova nulla di per sé: VPN, viaggi frequenti, team di comunicazione o strumenti di scheduling possono spiegare la discrepanza. Tuttavia, la ripetitività del pattern rende l’elemento degno di attenzione investigativa, soprattutto se sommato ad altri fattori.
3. La spunta blu: metodo di pagamento e opacità
Con il nuovo sistema X, la spunta blu non è più una certificazione d’identità, ma un servizio a pagamento. Ed è proprio qui che emergono ulteriori interrogativi.
Secondo informazioni non ufficiali ma tecnicamente verificabili tramite metadati di pagamento condivisi da terzi (screen e testimonianze circolate online):
il metodo di pagamento associato alla spunta blu dell’account risulterebbe riconducibile al Canada;
la carta non sarebbe intestata né a Nathaniel Rothschild né a società a lui direttamente collegate, come Volex.
🔴 Questo punto è cruciale: non dimostra una falsità dell’account, ma indica una gestione finanziaria indiretta del profilo.
4. Un pagatore, molti Rothschild: la numerazione progressiva
L’elemento più delicato – e per questo da trattare con massima cautela – riguarda il fatto che lo stesso soggetto pagatore (secondo ricostruzioni indipendenti online):
risulterebbe coprire i costi di più account a tema “Rothschild”;
tali account presenterebbero numerazioni progressive nel nome utente (es. Rothschild1, Rothschild2, ecc.).
⚠️ Qui siamo nel campo dell’analisi critica, non dell’accusa. Questo schema può indicare:
una rete di account gestiti da terzi per influenza narrativa;
oppure semplicemente una struttura di gestione social centralizzata (agency, staff, consulenti).
In ogni caso, non è il comportamento tipico di un profilo personale gestito individualmente.
5. Account personale o “avatar pubblico”?
La questione centrale, a questo punto, non è più “vero o falso”, ma un’altra:
Chi controlla realmente l’account e con quali finalità?
Nel mondo della comunicazione strategica:
un account può essere autenticamente associato a una persona reale,
ma operativamente gestito da team, intermediari o strutture esterne,
mantenendo una plausibile negabilità sul contenuto pubblicato.
Questo modello è comune nella politica e nella finanza globale, ma raramente viene dichiarato apertamente.
Conclusione
L’account @NatRothschild1:
non può essere dimostrato come fake sulla base delle evidenze storiche;
è stato riconosciuto pubblicamente in passato;
ma presenta anomalie tecniche, geografiche e finanziarie incompatibili con l’idea di un semplice “account personale”.
La definizione più accurata, allo stato attuale, non è “falso”, bensì:
account ad alta probabilità di gestione indiretta o strutturata, con livelli di opacità che meritano attenzione critica.
In un’epoca in cui l’identità digitale è potere, capire chi parla davvero conta più che sapere chi appare come titolare.
Perché la dottrina del governo Trump non ha nulla a che fare con la Dottrina Monroe
e perché il termine “Donroe” nasce come etichetta polemica e dispregiativa
Introduzione – Quando la storia viene usata come marchio politico
Nel dibattito geopolitico contemporaneo, soprattutto in relazione all’America Latina, ricompare ciclicamente un nome carico di peso simbolico: Dottrina Monroe. Il richiamo non è neutro. Evoca fondazione, destino continentale, legittimità storica.
È proprio per questo che, nel contesto della presidenza di Donald Trump, una parte consistente del mondo accademico e giornalistico ha reagito con un termine nuovo, volutamente ironico e svalutativo: “Donroe Doctrine” (Donald + Monroe).
L’obiettivo non è coniare una nuova dottrina, ma smontare una forzatura storica: l’idea che l’approccio trumpiano alla politica estera possa essere considerato una continuazione, o un aggiornamento, della Dottrina Monroe originale.
1. La Dottrina Monroe (1823): un atto difensivo in un mondo di imperi
La Dottrina Monroe nasce nel 1823, all’interno del Seventh Annual Message to Congress del presidente James Monroe.
Il contesto è fondamentale:
l’Europa è appena uscita dalle guerre napoleoniche;
le potenze della Santa Alleanza valutano una possibile restaurazione coloniale;
molte repubbliche latinoamericane hanno da poco conquistato l’indipendenza.
La dottrina afferma tre principi chiave:
Nessuna nuova colonizzazione europea nelle Americhe
Non-intervento reciproco tra Vecchio e Nuovo Mondo
Difesa indiretta delle giovani repubbliche americane
Non si tratta di una dichiarazione di supremazia statunitense, ma di una linea di separazione geopolitica. Gli Stati Uniti non si propongono come potenza imperiale, bensì come attore che rifiuta l’estensione del sistema coloniale europeo nel continente americano.
In altre parole, Monroe è difensiva, non espansiva.
2. Dalla difesa al controllo: il Corollario Roosevelt (1904)
La vera svolta avviene ottant’anni dopo, con il Corollario Roosevelt del 1904, formulato dal presidente Theodore Roosevelt.
Qui la Dottrina Monroe viene reinterpretata:
non solo rifiuto dell’intervento europeo;
ma diritto-dovere degli Stati Uniti di intervenire negli affari interni dei paesi dell’emisfero occidentale per “garantire stabilità”.
Nasce la funzione “poliziesca” degli USA:
ordine, debito, sicurezza, proprietà.
È questo passaggio che trasforma Monroe da dottrina difensiva a strumento di legittimazione imperiale. Ed è importante notarlo: molte critiche moderne a “Monroe” in realtà colpiscono Roosevelt, non Monroe.
3. La cosiddetta “dottrina Trump”: un metodo, non una dottrina
Arriviamo al XXI secolo. Parlare di “dottrina Trump” è già, di per sé, problematico. Non esiste un corpus teorico coerente paragonabile alle grandi dottrine geopolitiche americane.
L’approccio trumpiano si caratterizza per:
America First come slogan totalizzante
bilateralismo aggressivo, ostile al multilateralismo
uso sistematico di dazi, sanzioni, minacce economiche
personalizzazione estrema della politica estera
assenza di una visione strategica di lungo periodo
Questa impostazione non difende l’America Latina da potenze coloniali europee (che non esistono più in quella forma), ma esercita pressione diretta sugli Stati dell’area, trattati come controparti negoziali o pedine geopolitiche.
4. Perché il paragone con Monroe è storicamente falso
Il confronto crolla su più livelli:
Monroe è anti-imperiale europeo → Trump è coercitivo globale
Monroe separa le sfere → Trump le sovrappone
Monroe parla agli imperi → Trump parla ai media e all’elettorato
Monroe è una dottrina di Stato → Trump è una strategia personalistica
Non esiste continuità concettuale. Esiste solo una appropriazione simbolica.
5. La nascita del termine “Donroe Doctrine”
Il termine “Donroe Doctrine” nasce in ambito giornalistico e analitico, non accademico, come strumento critico.
Serve a:
ridicolizzare la pretesa di eredità storica;
denunciare la trasformazione della geopolitica in branding personale;
segnalare l’assenza di profondità teorica.
“Donroe” indica una Monroe svuotata, ridotta a slogan, piegata all’ego e alla comunicazione performativa.
Non è una dottrina. È una parodia concettuale.
6. Il paradosso Kerry: quando Washington dichiarò Monroe “finita”
Nel 2013, il Segretario di Stato John Kerry dichiarò ufficialmente:
“The era of the Monroe Doctrine is over.”
Questa affermazione segna un punto di rottura simbolico: almeno sul piano retorico, gli Stati Uniti prendevano le distanze da una visione gerarchica dell’emisfero.
Il ritorno di Monroe nel discorso trumpiano appare quindi come un revival regressivo, percepito da molti osservatori come anacronistico e pericoloso. “Donroe” nasce anche come risposta a questo cortocircuito.
7. Monroe, Roosevelt, Donroe: tre logiche inconciliabili
Monroe (1823)
Roosevelt (1904)
“Donroe” (oggi)
Difesa anti-coloniale
Intervento stabilizzatore
Primato muscolare
Separazione delle sfere
Funzione poliziesca
Branding personale
Dottrina istituzionale
Dottrina imperiale
Etichetta polemica
Conclusione – “Donroe” come anticorpo linguistico
Il termine “Donroe Doctrine” è dispregiativo per scelta. Serve a impedire che una politica estera frammentaria, coercitiva e personalizzata venga nobilitata attraverso il richiamo a una dottrina storica che nasceva con tutt’altro spirito.
Non è Monroe che ritorna. È Monroe che viene strumentalizzato.
“Donroe” è il nome dato a questa distorsione.
Addendum – L’origine politico-culturale del termine “Donroe Doctrine”
Demonizzazione, framing e conflitto narrativo
Il termine “Donroe Doctrine” non nasce in un vuoto teorico né come concetto neutro. La sua genesi va collocata all’interno del conflitto politico-culturale statunitense, in particolare negli ambienti liberal, progressisti e dell’area democratica, come strumento di framing polemico volto a delegittimare l’operato dell’amministrazione Trump sul piano simbolico prima ancora che su quello sostanziale.
È importante chiarirlo: Donroe non è un termine descrittivo, ma valutativo.
1. Un’etichetta costruita nel campo della guerra narrativa
Il contesto di nascita del termine è quello della polarizzazione estrema che ha caratterizzato gli anni della presidenza di Donald Trump.
In questo clima:
ogni atto di politica estera trumpiana viene letto non come scelta strategica, ma come sintomo di autoritarismo,
ogni richiamo al passato americano viene interpretato come revanchismo imperiale,
ogni discorso sull’“emisfero occidentale” viene immediatamente associato a una minaccia per l’ordine liberale.
“Donroe Doctrine” nasce esattamente qui: come dispositivo linguistico per:
evitare un confronto sul merito delle politiche,
spostare il dibattito sul piano morale e simbolico,
associare automaticamente Trump a imperialismo, rozzezza, unilateralismo.
2. La funzione politica del termine: continuità con il frame “Trump-is-evil”
Il termine si inserisce in una strategia comunicativa più ampia, già ampiamente utilizzata contro Trump:
Trump is fascist
Trump is authoritarian
Trump is a threat to democracy
“Donroe” diventa una variante storico-geopolitica di questa narrazione.
In altre parole:
se Monroe = imperialismo, e Trump = Monroe, allora Trump = imperialismo reazionario.
Il passaggio è retorico, non analitico.
3. Perché l’area dem-progressista ha bisogno di “Donroe”
Dal punto di vista dell’area Democratic Party e dei media ad essa culturalmente vicini, il termine assolve a tre funzioni fondamentali:
a) Neutralizzare ogni possibile legittimità storica
Associare Trump a una dottrina fondativa potrebbe, anche indirettamente, conferirgli spessore storico. “Donroe” serve a impedire questa nobilitazione, riducendo tutto a caricatura.
b) Evitare il confronto sulle discontinuità reali
Alcune politiche trumpiane (rifiuto delle guerre infinite, critica al globalismo finanziario, scontro con apparati multilaterali) creano imbarazzo anche a sinistra. Il termine permette di semplificare: tutto diventa “neo-imperialismo”.
c) Mantenere il monopolio morale della politica estera
L’establishment liberal ha bisogno di presentarsi come:
multilaterale,
responsabile,
civilizzatore.
“Donroe” serve a marcare Trump come deviazione patologica, non come variante del potere americano.
4. Un paradosso: la Monroe usata come spauracchio dopo essere stata “archiviata”
Il carattere strumentale del termine emerge con chiarezza se si ricorda che:
nel 2013, l’amministrazione Obama (con John Kerry) dichiarava superata l’era della Dottrina Monroe;
oggi, la stessa area politico-culturale resuscita Monroe solo per usarla come arma contro Trump.
Questo rivela un paradosso evidente:
Monroe non è un problema finché governa il campo “giusto”. Diventa un tabù quando viene evocata dal campo “sbagliato”.
5. “Donroe” come caso di studio di disinformazione soft
Senza cadere in semplificazioni complottiste, “Donroe Doctrine” può essere letto come un esempio di:
disinformazione soft,
framing selettivo,
manipolazione semantica.
Non perché sia “falso” in senso stretto, ma perché:
sostituisce l’analisi con l’etichetta,
anticipa il giudizio morale,
orienta la ricezione del lettore prima dei fatti.
È un termine che dice al pubblico cosa pensare, non cosa capire.
6. Chiusura dell’addendum
In conclusione, il termine “Donroe Doctrine”:
nasce prevalentemente in ambienti liberal, progressisti e democratici,
non per descrivere una dottrina reale,
ma per demonizzare preventivamente l’operato dell’amministrazione Trump,
e per impedire qualsiasi lettura non ideologica della sua politica estera.
Non è uno strumento di chiarificazione storica. È uno strumento di lotta simbolica.
E proprio per questo, va analizzato non come concetto geopolitico, ma come oggetto sociologico e mediatico.
“Donroe Doctrine” come dispositivo di propaganda e guerra cognitiva
Dalla polemica politica alla manipolazione semantica sistemica
Il termine “Donroe Doctrine”, lungi dall’essere una semplice etichetta ironica, costituisce un caso di studio esemplare di come i moderni sistemi mediatici producano senso politico attraverso il linguaggio, anticipando il giudizio e guidando la percezione collettiva.
Per comprenderne la funzione reale, è necessario collocarlo all’interno dei meccanismi classici della propaganda, così come teorizzati da Walter Lippmann, Noam Chomsky e Edward S. Herman.
1. Walter Lippmann: la fabbricazione delle “immagini nella testa”
Nel suo Public Opinion (1922), Walter Lippmann introduce un concetto chiave:
le masse non reagiscono alla realtà, ma a immagini semplificate della realtà.
Il termine “Donroe Doctrine” agisce esattamente in questo modo:
condensa un fenomeno complesso (politica estera trumpiana);
lo trasforma in immagine mentale immediata;
elimina la necessità di analisi storica o comparativa.
L’effetto è la costruzione di uno pseudo-ambiente:
Monroe = imperialismo
Trump = rozzezza, autoritarismo
Donroe = imperialismo rozzo + Trump
Il pubblico non è invitato a capire, ma a riconoscere l’immagine e reagire emotivamente.
👉 Questo è Lippmann puro: semplificazione cognitiva per governare l’opinione pubblica.
2. Chomsky & Herman: il “modello di propaganda” applicato al linguaggio
Nel celebre Manufacturing Consent, Noam Chomsky e Edward S. Herman descrivono il funzionamento strutturale dei media nelle democrazie liberali attraverso una serie di filtri.
Il termine “Donroe Doctrine” attraversa perfettamente questi filtri:
a) Ownership & Ideology
I grandi media mainstream, culturalmente allineati all’area liberal-democratica, hanno interesse a:
delegittimare Trump non solo politicamente, ma storicamente e simbolicamente.
“Donroe” diventa un frame pronto all’uso.
b) Flak
Il termine produce pressione sociale e accademica:
chi non accetta il frame viene percepito come “normalizzatore” di Trump;
il dissenso interpretativo viene scoraggiato.
c) Anti-ideologia
Se nel Novecento il collante era l’anti-comunismo, oggi il collante è:
anti-Trumpismo come ideologia negativa trasversale.
“Donroe” serve a rafforzare questo collante: non importa cosa faccia Trump, è sempre già colpevole.
3. Dalla propaganda alla guerra cognitiva
Qui si compie il salto di paradigma.
Non siamo più nella propaganda classica (messaggi ripetuti), ma nella guerra cognitiva, dove:
il campo di battaglia è il linguaggio,
l’obiettivo è la struttura interpretativa del pubblico,
il risultato è l’automazione del giudizio.
“Donroe Doctrine” è un virus semantico:
una volta interiorizzato, filtra ogni informazione successiva;
impedisce letture non conformi;
rende superflua la verifica storica.
👉 Non si combattono le idee di Trump. 👉 Si combatte la possibilità stessa di pensarle fuori dal frame.
4. La funzione disciplinante del termine
In una guerra cognitiva, i termini non servono solo a convincere, ma a disciplinare.
“Donroe” segnala:
chi è dentro il perimetro del discorso accettabile;
chi è fuori (revisionista, reazionario, sospetto).
È un marcatore tribale che opera su tre livelli:
Accademico – scoraggia analisi storiche non allineate
Mediatico – favorisce titoli e semplificazioni virali
Psicologico – induce conformismo cognitivo
5. Un esempio di disinformazione sofisticata (non menzognera)
È fondamentale chiarire un punto: “Donroe Doctrine” non è una bugia nel senso classico.
È qualcosa di più sofisticato:
una compressione semantica distorsiva,
una iper-semplificazione orientata,
una forma di disinformazione non falsificabile, perché opera sul significato, non sui fatti.
Questo la rende particolarmente efficace:
non può essere facilmente “smentita”;
funziona per associazione emotiva;
sopravvive anche a dati contrari.
6. Dal caso Donroe al modello generale
Il caso “Donroe Doctrine” non è un’eccezione, ma un modello replicabile:
etichettare,
personalizzare,
moralizzare,
neutralizzare il dissenso.
Lo stesso schema viene applicato a:
politica interna,
geopolitica,
crisi economiche,
conflitti internazionali.
È il linguaggio che prepara il consenso, prima della politica.
Conclusione – Donroe come sintomo, non come causa
“Donroe Doctrine” non è il problema. È il sintomo di una trasformazione più profonda:
👉 dalla politica come confronto di strategie 👉 alla politica come gestione cognitiva delle masse
Lippmann lo aveva previsto. Chomsky e Herman lo hanno sistematizzato. Oggi lo vediamo operare in tempo reale, nel linguaggio quotidiano dei media.
Capire “Donroe” significa capire come funziona il potere narrativo nel XXI secolo.
“Donroe” e PNL: persuasione soft, ancoraggi e cornici linguistiche
Premessa necessaria (per rigore)
La PNL in ambito accademico è spesso considerata debole sul piano scientifico come teoria psicologica generale; tuttavia molte sue tecniche (o tecniche attribuitele) coincidono con strumenti reali e studiati di retorica, framing, priming, ancoraggio e psicologia della persuasione. Qui il punto non è “la PNL funziona sempre”, ma: i media usano tecniche di influenza soft che funzionano perché sfruttano scorciatoie cognitive.
1) Etichettamento come “pattern di pre-incorniciamento”
“Donroe Doctrine” è un esempio di label framing:
non descrive, valuta;
non spiega, classifica;
non apre il dibattito, lo chiude.
In termini “PNL-style” è un pre-frame: stabilisce a priori come dev’essere interpretato ciò che segue.
2) Ancoraggio semantico (anchoring)
L’etichetta crea un’ancora immediata:
Monroe (nell’immaginario pop) = imperialismo / “cortile di casa”
Donroe = Trump + imperialismo + caricatura
Una volta fissata l’ancora, ogni informazione successiva viene valutata rispetto a quel punto di riferimento, anche se i contenuti reali sono più complessi o contraddittori.
3) “Chunking” e compressione cognitiva
Tecnica tipica della persuasione: comprimere fenomeni complessi in una unità mnemonica:
invece di discutere 12 scelte diverse di politica estera, le riduci a un meme concettuale.
Questo aumenta:
memorizzazione,
ripetibilità,
viralità,
conformismo interpretativo.
4) Presupposizioni e implicature
Dire “Donroe Doctrine” porta presupposizioni implicite:
che esista una “dottrina” trumpiana coerente,
che sia un ritorno della Monroe,
che sia qualcosa di regressivo e pericoloso.
Non devi dimostrarlo: è già “dentro” la parola.
5) Polarità morale e “pacing & leading” mediatico
Nella persuasione soft spesso funziona:
pacing (partire da ciò che il pubblico già sente) → “Trump è controverso”
leading (guidarlo a una conclusione) → “quindi è imperialismo stile Monroe, ma peggio”
È un percorso emotivo breve, molto efficace nei media.
6) Inoculation / pre-bunking
“Donroe” ha anche una funzione di vaccino narrativo:
prima ancora che tu analizzi policy e documenti, hai già interiorizzato la cornice: “è fumo, è propaganda, è imperialismo”.
Questo rende più difficile la revisione critica: il cervello “difende” la prima cornice interiorizzata.
Capitolo comparativo – Russiagate, populismo, “minaccia alla democrazia”: tre casi dello stesso schema
Struttura comune (lo schema ricorrente)
Crea un’etichetta
Moralizza il conflitto (bene vs male)
Riduci complessità in narrazione unica
Trasforma il dissenso in sospetto
Rendi il frame auto-rinforzante (ogni evento lo conferma)
Vediamolo in tre casi.
Caso A) Russiagate: dal fatto investigativo al frame totalizzante
“Donroe Doctrine” è quindi un tassello dello stesso repertorio: un’arma semantica “leggera”, virale, disciplinante.
Paragrafo finale pronto da inserire nell’articolo
Il termine “Donroe Doctrine” va letto come un prodotto della persuasione soft: un’etichetta che ancora l’interpretazione, incorpora presupposizioni e funge da vaccino narrativo contro analisi alternative. Lo stesso schema si ritrova in altri grandi frame contemporanei — Russiagate, “populismo”, “minaccia alla democrazia” — dove la parola non descrive un fenomeno ma ne determina la lettura pubblica, trasformando la politica in gestione cognitiva delle masse.
Nel dibattito pubblico la Groenlandia viene spesso ridotta a tre elementi: risorse minerarie, scioglimento dei ghiacci, nuove rotte artiche. Tutti fattori reali, ma non decisivi. Il suo valore centrale non è economico, bensì militare e sistemico.
La Groenlandia è, a tutti gli effetti, una portaerei continentale naturale collocata nel punto di intersezione tra:
Nord America
Europa
Artico
Russia
Una posizione che nessuna tecnologia può sostituire e che nessuna alleanza può rendere superflua.
1. La Groenlandia come piattaforma militare assoluta
Dal punto di vista strategico, la Groenlandia consente agli Stati Uniti:
Controllo radar e missilistico dell’Atlantico settentrionale
Early warning balistico e spaziale su Europa e Russia
Proiezione aerea e spaziale (satelliti, intercettori, sensori)
Il fulcro operativo è la Pituffik Space Base (ex Thule Air Base), nodo chiave del sistema di difesa aerospaziale statunitense e integrata nel dispositivo di allerta precoce contro missili balistici intercontinentali.
Non si tratta di una base “NATO” in senso classico, ma di una infrastruttura americana con valore globale, difficilmente negoziabile o condivisibile.
2. Trump e la logica dell’America post-NATO
Quando Donald Trump propose nel 2019 l’idea di “acquistare” la Groenlandia, la narrazione mediatica liquidò la questione come eccentricità personale. In realtà, l’idea era perfettamente coerente con la dottrina America First.
La logica strategica era chiara:
ridurre i costi di difesa dell’Europa
mettere in discussione la dipendenza strutturale dalla NATO
preparare uno scenario di ridimensionamento delle basi USA in:
Germania
Italia
Regno Unito
In questo quadro, la Groenlandia diventa l’avamposto esterno ideale: controllare l’Europa senza dipendere politicamente dagli europei.
3. Europa autonoma = Europa da sorvegliare
Se l’Europa evolvesse verso:
un esercito autonomo
una politica estera indipendente
un distacco strategico da Washington
dal punto di vista americano diventerebbe:
un alleato meno affidabile
un polo di potere concorrente
un soggetto da monitorare
La Groenlandia consente agli Stati Uniti di:
osservare l’Europa da fuori
mantenere superiorità informativa
controllare linee di comunicazione e proiezione atlantiche
In altri termini: meno basi dentro l’Europa → più valore delle basi attorno all’Europa.
4. Dal contenimento eurasiatico al cancello artico
La funzione della Groenlandia si inserisce in una continuità dottrinale profonda.
Mackinder e l’Heartland
Halford Mackinder teorizzò l’Eurasia come “isola-mondo” e il suo cuore (Heartland) come perno del potere globale.
Spykman e il Rimland
Nicholas Spykman spostò l’attenzione sulla fascia costiera eurasiatica, vero spazio vitale industriale e demografico.
Nel XXI secolo, però, il contenimento non è più solo terrestre o marittimo: è artico, aereo, spaziale e informativo.
La Groenlandia diventa così:
parte del cancello GIUK (Greenland-Iceland-UK)
nodo di chiusura del Nord Atlantico
piattaforma di sorveglianza sull’asse Eurasia-Atlantico
5. Artico, Russia e Cina: il moltiplicatore strategico
Il valore della Groenlandia cresce esponenzialmente nel nuovo triangolo strategico:
Stati Uniti
Russia
Cina
Con:
militarizzazione accelerata dell’Artico
apertura della Northern Sea Route
competizione su:
risorse
satelliti
missili ipersonici
infrastrutture dati
Per Washington, perdere la Groenlandia significherebbe:
cedere il controllo dell’asse Artico-Atlantico, vero cuore strategico del XXI secolo.
6. Crisi dell’ordine atlantico e mondo multipolare
La NATO ha funzionato finché è rimasta:
un vincolo interno di allineamento politico-militare
un sistema basato su fiducia e asimmetria accettata
Nel mondo multipolare emergente, l’Europa può diventare:
un terzo polo
oppure un campo di competizione
In entrambi i casi, la Groenlandia funge da:
assicurazione geopolitica USA
leva di comando sulle rotte euro-atlantiche
piattaforma ISR indipendente dal consenso europeo
7. Sintesi finale: la chiave corretta di lettura
✔️ Le risorse contano, ma sono secondarie ✔️ Le rotte artiche contano, ma non spiegano tutto ✔️ Il vero valore è militare, informativo e sistemico
👉 La Groenlandia è la leva strategica che consente agli Stati Uniti di mantenere il controllo sull’Europa anche in uno scenario post-NATO o di autonomia europea.
Se la NATO è il vincolo interno, la Groenlandia è il vincolo esterno.
1. La cornice imperiale: quando Londra decide il futuro dell’Islam politico
Per comprendere la genesi del potere saudita è necessario partire da un dato spesso rimosso: il Medio Oriente moderno è una costruzione coloniale. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, l’area era integrata – con tutti i suoi limiti – nell’Impero Ottomano, che garantiva una unità politica sovra-tribale e un equilibrio tra autorità religiosa e amministrazione statale.
La strategia britannica mirava a:
smantellare l’unità ottomana,
impedire la nascita di un Islam politico centralizzato,
sostituire l’impero con entità frammentate, dipendenti e reciprocamente ostili.
📚 David Fromkin definisce questo processo una vera e propria “pace progettata per non durare” (A Peace to End All Peace).
2. Il metodo britannico: creare élite locali, non Stati
Londra aveva già sperimentato con successo questo modello in India e in Africa:
non governare direttamente, ma governare chi governa.
Nel mondo arabo ciò si traduce in:
monarchie senza costituzione,
confini artificiali,
dipendenza economica e militare.
📚 Elie Kedourie parla esplicitamente di “fabbricazione politica” del Medio Oriente (England and the Middle East).
3. Abdulaziz Ibn Saud: da predone tribale a sovrano riconosciuto
All’inizio del Novecento, Ibn Saud non rappresenta una forza storica inevitabile. È un capo tribale sconfitto, in esilio, privo di risorse e marginale rispetto ai centri religiosi dell’Islam.
Il salto di qualità avviene solo dopo l’intervento britannico:
Trattato di Darin (1915): Ibn Saud diventa ufficialmente alleato di Londra;
finanziamenti regolari (documentati negli India Office Records);
armi, munizioni e copertura diplomatica.
📚 Mark Curtis documenta come questi sussidi fossero parte di una strategia sistemica di manipolazione dell’Islam politico (Secret Affairs).
➡️ La “conquista” saudita non è una rivoluzione popolare, ma una campagna militare sponsorizzata.
4. Wahhabismo: teologia della desertificazione politica
L’elemento più sottovalutato – ma cruciale – è l’uso del wahhabismo come strumento di ingegneria sociale.
Il wahhabismo:
elimina il pluralismo islamico,
distrugge santuari, tombe e memoria storica,
riduce l’Islam a codice morale tribale, non a progetto politico.
📚 Madawi Al-Rasheed sottolinea come questa dottrina abbia svuotato l’Islam di qualsiasi potenziale emancipatorio (A History of Saudi Arabia).
➡️ Per una potenza imperiale, è l’Islam perfetto: radicale contro i fedeli, docile verso il potere esterno.
5. L’eliminazione degli Hashemiti: la legittimità che dava fastidio
Il confronto con gli Hashemiti è rivelatore. Essi possedevano:
discendenza diretta dal Profeta,
controllo dei luoghi santi,
riconoscimento diffuso nel mondo islamico.
📌 Proprio per questo erano incompatibili con il progetto britannico.
La loro estromissione dalla Mecca nel 1925 avviene:
con l’appoggio saudita,
senza alcuna reazione britannica,
seguita dalla loro relegazione in regni secondari.
📚 James Barr evidenzia come Londra abbia deliberatamente sacrificato la legittimità religiosa in favore della controllabilità politica (A Line in the Sand).
6. Uno Stato senza nazione
Il Regno saudita nasce:
senza processo costituente,
senza sovranità popolare,
senza istituzioni rappresentative.
📚 Toby Jones lo definisce “un apparato di sicurezza travestito da Stato” (Desert Kingdom).
Il patto fondativo è chiaro:
repressione interna + fedeltà esterna in cambio di sopravvivenza dinastica.
7. Dal colonialismo britannico all’egemonia statunitense
Dopo il 1945 cambia il tutore, non il modello:
basi militari,
protezione del regime,
petrolio come moneta geopolitica.
📚 Andrew Scott Cooper mostra come gli Stati Uniti abbiano ereditato integralmente l’architettura britannica (The Oil Kings).
➡️ La Casa dei Saud diventa cerniera tra capitale energetico e ordine imperiale globale.
8. Sovranità apparente, dipendenza strutturale
Definire la Casa dei Saud una “invenzione inglese” è una sintesi polemica, ma storicamente difendibile se intesa così:
non come creazione ex nihilo,
ma come costruzione guidata, selettiva e assistita.
La sua funzione non è:
rappresentare il popolo arabo,
ma garantire stabilità imperiale, frammentazione islamica e controllo energetico.
Conclusione: il Medio Oriente come zona cuscinetto permanente
La Casa dei Saud non è un’anomalia, ma il paradigma:
di un Medio Oriente senza autodeterminazione,
di Stati nati per non essere sovrani,
di religioni piegate a tecnologia di dominio.
La vera eredità britannica non sono i confini, ma:
la dipendenza strutturale mascherata da tradizione.
Documenti d’archivio: non “teoria”, ma carta
La prova parlamentare: Londra ammette sussidio e scopo
Nel dibattito alla Camera dei Lord del 7 marzo 1923, riportato negli atti ufficiali di Hansard, un membro del governo britannico risponde in modo diretto su quando e perché Londra iniziò a pagare Ibn Saud:
“a subsidy was first paid to Ibn Saud… during the war. The object of the subsidy was to assist him in his operations against the Turks …”
Questa affermazione, nero su bianco, smonta la narrazione di una nascita “organica” e autosufficiente del potere saudita. Il denaro britannico aveva una funzione dichiarata: sostenere militarmente un alleato locale contro l’Impero ottomano e i suoi aderenti. Non ideologia, ma strategia.
Il passaggio-chiave del modello coloniale: quando l’inglese “prevale”
Nel Treaty of Jeddah del 1927, documento ufficiale pubblicato dal Foreign Office, compare una clausola rivelatrice: in caso di divergenze interpretative tra versione araba e inglese, entrambe sono valide, ma prevale il testo inglese.
Non è un dettaglio tecnico. È una finestra sul rapporto di forza. Le relazioni davvero paritarie non prevedono, per definizione, una lingua che “vince” sull’altra. Qui l’indipendenza è riconosciuta, ma incorniciata da regole scritte da chi esercita il primato giuridico.
Il disegno statunitense degli anni Settanta: politica, sicurezza, investimenti
Nei documenti del United States Department of State, raccolti nella serie Foreign Relations of the United States (1969–1976), emerge con chiarezza la logica della special relationship con Riad:
“If Saudi oil and investment policies… were seen to flow… from a close political relationship… the U.S. role in the world would be greatly enhanced.”
Non si parla di commercio neutro. Si parla di architettura di potere: energia, sicurezza e investimenti come leva sistemica per amplificare l’egemonia globale.
Dal “petrodollaro” al petrodollar-system
Sgombrare il campo dal falso più diffuso
L’idea di un accordo segreto che obbligherebbe l’Arabia Saudita a vendere petrolio solo in dollari è diventata virale. Ma non esiste un singolo trattato pubblico che contenga quella clausola nella forma semplicistica spesso raccontata online.
Il nucleo vero: il meccanismo, non la clausola
Ciò che conta non è un vincolo contrattuale esplicito, ma un sistema. Dopo gli shock petroliferi, Washington lavora affinché gli enormi surplus del Golfo vengano riciclati verso asset occidentali: titoli del Tesoro, banche, commesse militari, joint commissions. Le audizioni e i materiali dell’epoca trattano la relazione USA–Arabia Saudita come un pilastro macroeconomico e geopolitico.
Tradotto in linguaggio non edulcorato: non serve un obbligo scritto quando esistono sicurezza garantita, accesso privilegiato, canali finanziari e convergenza di interessi. È così che il petrolio diventa ordine monetario.
Guerre per procura: il “format” saudita
Yemen: status regionale e gestione del caos
Dal 26 marzo 2015, l’intervento saudita in Yemen è stato analizzato da un’ampia letteratura come parte di una rivalità regionale strutturale, non come un episodio isolato. Le fratture interne al fronte anti-Houthi e la competizione con altri attori del Golfo mostrano che la “stabilità” prodotta non coincide con la pace, ma con una gestione del caos a bassa o media intensità.
Siria: guerra per interposti attori
Nel conflitto siriano, report accademici e giornalistici indicano che Riad, insieme ad altri, ha fornito sostegno a porzioni dell’opposizione armata. La Siria diventa così un teatro di guerra per procura multilaterale, funzionale a impedire l’emergere di un asse politico capace di sfidare l’ordine regionale sponsorizzato dall’esterno.
“Terrorismo geopolitico”: infrastruttura, non slogan
Parlare seriamente di terrorismo geopolitico significa descrivere un fatto documentato: reti di finanziamento, reclutamento e propaganda possono essere tollerate o sfruttate all’interno di strategie di potenza, con frequenti ritorni di fiamma.
Afghanistan anni Ottanta: l’ecosistema
Durante la guerra contro l’URSS, i mujahideen afghani furono sostenuti da una convergenza di attori statali e da flussi finanziari provenienti anche dall’area del Golfo. Una volta creato, quell’ecosistema – combattenti, fondi, predicatori, canali logistici – non scompare: migra e si riconfigura. È l’effetto-serra delle guerre per procura.
Donazioni e supervisione: la zona grigia riconosciuta
Il 9/11 Commission Report osserva che storicamente non esisteva un meccanismo uniforme di controllo sulle donazioni e collega la ricchezza saudita alla diffusione religiosa wahhabita, registrando anche le misure correttive adottate da Riad dopo il 2003.
Il punto non è sostenere che “lo Stato controlla tutto”, ma riconoscere che quando l’ideologia è parte della legittimazione interna e la proiezione religiosa è strumento esterno, le zone opache sono strutturali.
Cucitura finale: dalla fabbricazione imperiale alla funzione contemporanea
Mettendo insieme i livelli storici:
1915–1923: Londra trasforma Ibn Saud in asset politico-militare con sussidi finalizzati.
1927: l’indipendenza è riconosciuta, ma il diritto è scritto in una lingua che prevale.
Anni Settanta: Washington esplicita che petrolio e investimenti sauditi rafforzano l’egemonia USA.
Anni 2010–2020: Yemen e Siria mostrano la piena maturità della logica “proxy”.
Sul jihadismo: documentazione e ricerca descrivono zone grigie reali, non slogan.
Tesi controinformativa, ma sostenibile: la Casa dei Saud è meno “tradizione” e più infrastruttura di ordine regionale: prima britannico, poi statunitense; oggi in dialogo competitivo con nuove potenze, ma sempre dentro una logica di scambio strutturale tra energia, finanza, sicurezza e influenza ideologica.
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