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Cosa sappiamo del caso Charlie Kirk

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Da quanto riportato:

  • Charlie Kirk è stato colpito al collo durante un evento pubblico all’Università Utah Valley. The Guardian+1
  • Il proiettile non è uscito: è rimasto “nella parte superiore del collo” / “just beneath the skin” (sotto la pelle) secondo il chirurgo. New York Post
  • È stato riferito che l’osso (“bone”) era molto denso, sano, e che questo ha probabilmente impedito al proiettile di uscire. New York Post
  • Il tipo di arma era un Mauser vintage, bolt-action, calibro potente, sparato da una certa distanza/dalla cima di un edificio. ABC News+1

Cosa non si sa ancora / limiti delle informazioni

  • Non ci sono finora resoconti clinici dettagliati su quanto profondamente il proiettile ha penetrato, se ha toccato strutture vertebrali (vertebre, lamina, artropatie vertebrali), né se è entrato nel canale vertebrale.
  • Non è chiaro se il proiettile abbia deviato, rimbalzato, oppure “scorso” lungo ossa del collo (vertebre cervicali) o superfici ossee. Nessuna fonte che riporti immagini radiografiche o TC che mostrino un percorso del proiettile lungo la colonna vertebrale.
  • I giornali parlano di “colpo al collo”, “danno al collo”, “non ha attraversato”, “sotto pelle”, ma non dettagli anatomici (vertebre coinvolte, midollo, canale vertebrale).

Analisi: può essere un caso di proiettile che “corre lungo la spina”?

Basandosi su cosa si sa:

  • Il fatto che il proiettile non abbia attraversato il corpo (“no exit wound”) è coerente con casi in cui un proiettile può essere fermato da osso o rallentato sufficientemente da rimanere interno. Questo potrebbe includere scenari di contatto osseo o deviazione.
  • Però per dire che “ha corso lungo la spina” servirebbe evidenza che il proiettile abbia interagito con le vertebre cervicali e abbia percorso un tragitto lungo quelle ossa o vicino ad esse, cioè aderente o subperiostale o che abbia seguito la superficie vertebrale. Non abbiamo attualmente fonti che affermano ciò.

Quindi: è possibile, ma non ci sono prove pubbliche sufficienti per confermare che questo sia uno di quei casi. In termini forensi: sembra più probabile che il proiettile abbia colpito il collo, danneggiato tessuti molli, magari laringe, vasi, muscoli, ma non ci sono dettagli che suggeriscono coinvolgimento della colonna vertebrale (ossa vertebrali, etc.), né che abbia “scivolato” lungo di esse.

Proiettili che “corrono lungo un osso”: meccanismi, evidenze cliniche e forensi

Meccanismi principali


Evidenza clinica e casi


Imaging e diagnosi


Complicanze ossee


Il comportamento di un proiettile 5,56 NATO (ma anche di altri calibri) in contatto con l’osso può determinare traiettorie anomale, deviazioni, e veri e propri percorsi di “scorrimento” lungo la corticale. Questi casi hanno ricadute cliniche (diagnosi e chirurgia complessa, rischio di infezioni e non-union) e forensi (ricostruzione delle traiettorie e dinamiche di sparo).

Casi con proiettili / frammenti lungo la spina vertebrale

Titolo / fonteLocalizzazioneDettagli di traiettoria / rilevanza “lungo l’osso/spina”Link
Bullet Fragment of the Lumbar Spine: The Decision Is More than Removal (Moisi MD et al., 2015)Colonna lombareIl proiettile/frammento è ritenuto nello spazio intratecale a livello lombare dopo ferita da arma da fuoco. Questo suggerisce che non abbia attraversato “a vista” i tessuti, ma sia rimasto intrappolato nel canale vertebrale o adiacente. Non è specificato che “scorra lungo l’osso”, ma è un esempio di corpo estraneo ritenuto nel contesto vertebrale. PMC
Upper cervical spinal cord gunshot injury without bone (Seçer M, et al., 2014)Cervicale altaCaso raro in cui il proiettile è interno, intradurale, nella regione cervicale, ma non c’è distruzione ossea. Ciò implica che il proiettile si è posizionato vicino o accanto alla colonna vertebrale senza necessariamente distruggere vertebre. Potrebbe aver “scorretto” lungo strutture vicine all’osso. PMC
Case Report: Successful Removal of a Bullet from the Spinal Column at L5 (Pourhajshokr N et al., 2022)Spina lombare, livello L5Descrive un caso di proiettile che ha colpito la colonna vertebrale, lodato in loco, e che è stato rimosso chirurgicamente. Il fatto che sia “della colonna” indica interazione ossea/vertebrale, e probabilmente uno scenario in cui il proiettile ha fatto contatto o percorso vicino all’osso. ScienceDirect
Spinal canal bullet embolus causing paraplegia (Benfield R, 2009)Canale spinaleÈ un caso in cui un proiettile è migrato o è localizzato nel canale spinale, causando paraplegia. Non esplicitamente “scorrimento lungo la spina”, ma è un caso di corpo estraneo all’interno del canale vertebrale. ScienceDirect
Gunshot wound to the spine (Nature / Spinal Cord, Barros Filho et al., 2014)Vari livelli della colonnaStudio sulla variabilità delle traiettorie nei colpi spinali, come il percorso del proiettile nel corpo (tra tissutI molli, osso, canale), e come queste influenzino gli outcome neurologici. Alcune traiettorie implicano contatti vertebrali o coinvolgimento osseo ma non sempre descrivono “scorrere lungo l’osso”. Nature
A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction (Hossin J, 2011)Canale toracolombare28enne, proiettile non passa attraverso il corpo (non si vede uscita), causa paraplegia; il proiettile è lodato nel canale vertebrale toracolombare e non ha distrutto le strutture ossee vicino — dunque ha attraversato tessuti molli e penetrato nel canale spinale, dopo aver bypassato o “aggirato” l’osso senza distruzione massiva. Questo è un esempio molto vicino all’idea di “corsa lungo la spina” in quanto la distruzione ossea è minima. BioMed Central
Surgical removal of a migrating intraspinal bullet (de los Cobos et al., 2021)Canale lombare / cauda equinaFerita da arma da fuoco, proiettile ritenuto che migra all’interno del canale spinale, causando sintomi (problemi neurologici). L’aspetto “migrazione” indica che il proiettile non è fissato esattamente dove è entrato, ma si muove all’interno del canale, possibilmente seguendo superfici ossee o spazi tra dura mater/ossa. The Journal of NeuroScience

Analisi: quanto sono vicini questi casi all’idea di “il proiettile corre lungo la spina”

Nei casi trovati:

  • Molti proiettili risultano intracanale vertebrale o intradurali (cioè all’interno del canale che ospita il midollo/spina dorsale), ma non sempre con descrizione che il proiettile segua la corticale vertebrale (la superficie dell’osso vertebrale).
  • In alcuni casi, come “A firearm bullet lodged into the thoracic spinal canal without vertebral destruction” il proiettile ha penetrato nel canale senza fratturare vertebre — suggerisce che potrebbe aver “scivolato” o percorso un tragitto molto vicino all’osso piuttosto che distruggerlo. BioMed Central
  • Casi di migrazione intraspinale implicano che il proiettile non sia rimasto completamente inserito in un tessuto molle, ma possa muoversi lungo spazi anatomici con superficie dura (ossa, lamina vertebrale, faccette articolari) che possono fungere da guide o ostacoli. The Journal of NeuroScience
  • Alcuni studi riguardano la traiettoria rispetto alla colonna vertebrale (ossia quanto la vicinanza dell’osso abbia influenzato il danno), ma non sempre si parla esplicitamente di “scorrere lungo la spina dorsale” come se fosse una guida ossea.

Aleksandr Dugin l’ innominabile uomo dei Rothschild?

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https://truereport.net/

Aleksandr Dugin é uno dei bersagli preferiti del media mainstream. Ne sono state scritte di ogni genere e risma.

Ma c’è sempre un quid in più da aggiungere in questa narrativa. Tanto da portarci oggi a dire che sí, Diavolo d’un Putin, ce l’hai fatta ancora una volta. Altro che nuovo Zar della Russia, altro che minaccia per l’Occidente con la sua smania di conquistare, a colpi di vanga s’intenda, ogni millimetro di terreno della vecchia, flaccida Europa. C’è chi dice che voglia arrivare sino a Lisbona. Per poi passare, magari, anche oltre. Vladimir Putin non sarebbe altri che un agente provocatore del New World Order, assoldato e schierato nelle falangi ultraglobaliste che fanno riferimento a quell’1 per cento di magnati della Finanza in grado di controllare il mondo e disegnarne gli assetti futuri. Ultrasionisti, sia chiaro.

Ovviamente, Putin agirebbe per interposta persona, poiché sarebbe soltanto un pupazzo manovrato da quel Satrapo quasi innominabile che risponde al nome di Aleksandr Dugin. Les jeux son fait: possiamo morire tranquilli, perché lo sterminio prossimo venturo è inevitabile. Siete avvertiti, di parodia in parodia, anche quel barlume di speranza chiamato Brics è definito come somma impostura messa in atto da chi vuole dominare il genere umano a colpi di transumanesimo, controllo sociale e sterminio di massa. Al confronto, i sostenitori della cosiddetta dottrina Kalergi – sempre che ve ne sia una – sono dei dilettanti allo sbaraglio.
Le inoppugnabili prove di questo complotto planetario – che recherebbe in calce la firma di Vlad e Aleks – sono state rese note grazie alla diffusione di una serie di articolesse pubblicate dal sito “fox-allen.com”. Testi destinati a rimanere scolpiti nella storia futura, sempre che l’abominevole piano Dugin/Putin – eterodiretti dalla famiglia Rothschild, va da sé – venga sventato, anche se non si capisce bene chi si possa opporre a tale orrifico disegno.


Ma veniamo alle cosiddette prove inoppugnabili. Non ce vogliano gli autori di fox-allen se tenteremo, con umili strumenti, di demolire alcune, alcune soltanto, delle loro tesi, appoggiandoci al principio popperiano del falsificazionismo. Primo punto: la simbologia. La contestazione mossa al Professore Dugin è quella di aver utilizzato per il movimento eurasiatico una stella ad otto frecce. Secondo gli estensori degli scritti, quel simbolo è una chiara evocazione dello stemma dei Rothschild, cinque frecce raggruppate con la punta verso il basso.

In realtà, lo stemma Rothschild contiene un pugno chiuso con cinque frecce che simboleggiano le cinque dinastie stabilite dai cinque figli di Mayer Rothschild, in un riferimento al Salmo 127: “Come frecce nelle mani di un guerriero”.

Cosa abbia a che fare con le otto frecce eurasiatiche non viene spiegato. Deve essere accettato come atto di fede. In fondo, sempre di frecce si tratta. A Popper l’ardua sentenza.
Dal punto di vista gerarchico, poi, i testi spiegano chiaramente la gerarchia che intercorre tra il filosofo e il politico. Dugin da “filosofo” di Putin viene elevato a “cervello” del presidente russo. Chissà come la prenderebbe quel ragazzaccio cresciuto in vicolo Baskov a Leningrado se lo venisse a sapere.
La storia personale del professore, poi, viene passata al setaccio nel suo complesso percorso, sottolineando ovviamente le spigolature più gustose per farlo passare se non come un criminale, almeno come uno psicopatico incoerente. E’ un metodo che conosciamo bene. Se l’avversario non si piega, allora deve essere prima deriso e poi demonizzato. Una lettera scarlatta perpetua che lo renda assolutamente incompatibile con il consesso civile. Nota a margine: è impossibile non ricordare come il tentativo di piegare Dugin si sia spinto sino al gesto estremo. Per chi non lo ricordasse, Darya Dugina è rimasta uccisa da un attentato terroristico ad agosto del 2022. Come conciliare l’aggressione a Dugin ed alla sua famiglia con l’appartenenza all’elitè globalista che pianifica i destini del mondo?


La polpa dell’inchiesta che pone Dugin e Putin ai vertici del complotto globalista si condensa, infine, sull’analisi delle teorie filosofiche del professore russo. Nel decifrare in poche decine di righe la complessa opera di Dugin si riesce a definirlo “fascista”, “comunista”, “totalitarista”, “antiliberale”, per poi passare alle sue “tentazioni” da suprematista nero, “sionista”, “cabalista” e probabilmente anche adepto della tremebonda setta fondata da Shabati Zevi. Insomma, un cavaliere dell’Apocalisse o poco ci manca. Qualche riferimento a un passato in un ordine dedito a orge e satanismo, perché si sa, un po’ di sesso e droga non guasta. Un colpo di Baphomet qua e là, per dipingerlo come acuto sostenitore del satanismo.(D’altronde, professore, ha scritto “I Templari del proletariato”, in fondo se l’è andata un po’ a cercare). La zuppa di duginismo non finisce mica qui. Serve il tocco da maestro, il colpo da fuoriclasse per stendere definitivamente l’avversario. Ed eccolo qua: molte riflessioni vengono spese per sciogliere il concetto di Dasein, l’esserci postulato da Heidegger. Ovviamente è un anello necessario per poter dare del nazista a Dugin. Lo spirito di Hannah Arendt, che seppe perdonare l’amato Maestro, li perdoni. E se di filosofi vogliamo parlare, allora peccato che nessun riferimento venga fornito rispetto al confronto, profondo quanto verticale, operato dal filosofo russo nel rapportarsi a Giorgio Agamben, piuttosto che a Massimo Cacciari o a Toni Negri, nella sua dimensione “imperiale, tanto per restare tra i confini di casa nostra.


In realtà, a voler essere pignoli, la teoria di autori, filosofi e intellettuali citati nelle opere di Dugin è talmente vasta da poter colmare un intero volume. Un po’ come fece Ernst Kantorowicz quando decise di pubblicare le note della sua monumentale opera su Federico II, lo Stupor Mundi.
Di Geopolitica, nonostante quella disciplina (sdoganata dall’apparentamento col fascismo soltanto in epoca recente, per colpa o per merito di Carl Schmitt, dipende dai punti di vista) rappresenti un asset fondamentale nella visione di Dugin, gli articoli di fox-allen ne parlano poco e in maniera non del tutto profonda, sorvolando qua e là su strategie, assetti e impostazioni di un possibile, e forse imminente, nuovo mondo multipolare.
Per non essere troppo pedanti, e volendo comunque riconoscere la buona fede e il “merito” agli autori di quegli scritti, rivolgiamo un umile appello. Si può fare di più, contro un uomo, contro un padre che ha già subito il martirio della figlia; si può essere ancora più incisivi, ancora più determinati nell’abbatterlo, nel demonizzarlo e nel ridicolizzare il suo pensiero. Attendiamo con ansia le prossime puntate. E’ una guerra metafisica, d’altronde. Ogni arma è legittima.

Di Piero Messina e Veleno Q.B.

Strana la scelta del Nome Fox Allen noto attivista DEM e sostenitore dei diritti LGBTQ+ e sostenitore dell’ Ucraina

Articolo Pubblicato di Fox Allen “PDF”

Davos e la fine del globalismo unipolare

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L’intervento di Trump come atto simbolico del passaggio a un ordine multipolare post-egemonico

Davos e la fine del globalismo unipolare
Davos e la fine del globalismo unipolare
Davos e la fine del globalismo unipolare

1. Davos come spazio ideologico del globalismo

Per comprendere la portata di quanto avvenuto a Davos con l’intervento di Donald Trump, è necessario innanzitutto chiarire cosa Davos rappresenti storicamente. Il World Economic Forum, sin dalla sua fondazione nel 1971, non è mai stato un semplice forum economico, bensì un laboratorio ideologico del capitalismo globalizzato.

Davos ha incarnato per decenni la convergenza tra:

  • grande finanza internazionale,
  • multinazionali,
  • apparati politici occidentali,
  • istituzioni sovranazionali.

Qui si è progressivamente consolidata l’idea di una governance post-statuale, in cui lo Stato nazionale veniva considerato un residuo del passato, destinato a essere superato da reti tecnocratiche, mercati autoregolati e istituzioni non elette.

In termini teorici, Davos è stato uno dei principali dispositivi di legittimazione dell’ordine unipolare post-1989, nato con il crollo dell’URSS e l’illusione della “fine della storia”.


2. Il globalismo come fase storica dell’egemonia

Il globalismo non va confuso con la semplice interdipendenza economica. Esso è stato una fase storica specifica del capitalismo, caratterizzata da:

  • finanziarizzazione estrema dell’economia,
  • delocalizzazione produttiva sistemica,
  • subordinazione del lavoro alla rendita,
  • uso della guerra come strumento di disciplina geopolitica.

In questo senso, il globalismo ha rappresentato la forma matura dell’egemonia occidentale a guida statunitense, secondo una dinamica ben descritta dalla teoria dei cicli sistemici di accumulazione: espansione produttiva → dominio finanziario → crisi → transizione.

Le guerre “umanitarie”, le sanzioni economiche, il controllo delle valute e delle infrastrutture energetiche non sono state anomalie, ma strumenti strutturali di mantenimento dell’ordine unipolare.


3. L’intervento di Trump: rottura simbolica e politica

Davos e la fine del globalismo unipolare
Davos e la fine del globalismo unipolare
Davos e la fine del globalismo unipolare

L’intervento di Trump a Davos assume un significato che va oltre la contingenza politica. Non è rilevante solo cosa abbia detto, ma dove lo abbia detto.

Trump ha parlato nel cuore simbolico del globalismo, dichiarandone implicitamente la fine. Il suo messaggio può essere sintetizzato in tre assunti fondamentali:

  1. Ritorno della sovranità economica come principio legittimo, non come deviazione populista.
  2. Centralità del commercio rispetto al conflitto militare come strumento di equilibrio internazionale.
  3. Rifiuto dell’universalismo ideologico, ossia dell’idea che un solo modello economico, politico e culturale debba essere imposto globalmente.

In termini gramsciani, si è trattato di una crisi di egemonia apertamente riconosciuta all’interno delle stesse élite che l’avevano costruita.


4. Il multipolarismo come esito storico, non come scelta morale

Il multipolarismo non nasce da un progetto etico, ma da una necessità storica. La crisi del globalismo è il risultato di:

  • squilibri economici interni,
  • delegittimazione delle istituzioni sovranazionali,
  • ascesa di potenze non allineate,
  • saturazione del modello finanziario.

Il nuovo ordine che si va delineando è caratterizzato da:

  • pluralità di centri decisionali,
  • alleanze flessibili,
  • commercio come strumento di mediazione,
  • riduzione della capacità coercitiva unilaterale.

Non si tratta di un mondo pacificato, ma di un sistema meno ideologicamente omogeneo e meno controllabile da un’unica élite.


5. Dalla guerra sistemica al commercio competitivo

Davos e la fine del globalismo unipolare
Davos e la fine del globalismo unipolare
Davos e la fine del globalismo unipolare

Uno degli elementi più rilevanti emersi a Davos è il declino della guerra come strumento ordinario di regolazione del sistema globale. Le guerre degli ultimi decenni non hanno prodotto stabilità, ma:

  • caos regionale,
  • crisi energetiche,
  • inflazione globale,
  • sfiducia sistemica.

Il commercio, al contrario, torna a essere concepito come:

  • meccanismo di equilibrio,
  • strumento di interdipendenza selettiva,
  • alternativa funzionale alla distruzione sistemica.

È un ritorno, in forme nuove, a una logica già nota nella storia: il commercio come deterrente imperfetto ma razionale rispetto alla guerra totale.


6. Verso una struttura di potere distribuita

Il punto forse più significativo è il tentativo – ancora instabile – di costruire una struttura di potere non egemonica. Ciò implica:

  • fine della pretesa di neutralità delle élite tecnocratiche,
  • ritorno della politica come conflitto reale,
  • maggiore peso degli Stati e dei blocchi regionali,
  • crisi delle istituzioni nate per amministrare l’unipolarismo.

In questo senso, Davos non è più il luogo in cui si “decide il futuro”, ma uno spazio in cui si prende atto che il futuro non è più controllabile da un centro unico.


Conclusione: Davos come certificazione del post-globalismo

L’intervento di Trump ha funzionato come atto rivelatore, non come causa. Ha reso visibile ciò che era già in atto: la fine del globalismo come paradigma egemonico e l’ingresso in una fase storica multipolare, conflittuale ma strutturalmente più distribuita.

Il paradosso finale è evidente:
Davos, tempio del globalismo, è diventato il luogo in cui se ne è certificato il tramonto.


Link e riferimenti per approfondire

Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

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La guerra moderna non si vince più solo con i carri armati.
Si vince — e soprattutto si prolunga — con il controllo dei flussi finanziari, con il sequestro delle riserve, con il congelamento degli asset, con la gestione selettiva della ricostruzione.

La convergenza strategica tra Donald Trump e Vladimir Putin sull’uso degli asset russi congelati introduce un elemento di rottura storica: il tentativo di sottrarre il denaro alla rendita di guerra e vincolarlo alla pace.

Per comprenderne la portata, è necessario fare un passo indietro. Molto indietro.


Il colonialismo finanziario ottocentesco: governare senza occupare

Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

Nel XIX secolo, gli imperi europei scoprono che non è più necessario occupare un paese per dominarlo. È sufficiente controllarne il debito.

Nasce così il colonialismo finanziario, un modello che segue uno schema ricorrente:

  1. crisi fiscale o militare dello Stato periferico,
  2. ricorso al credito estero,
  3. imposizione di garanzie su entrate strategiche,
  4. perdita progressiva della sovranità economica.

Il caso emblematico è l’Ottoman Public Debt Administration (1881): un’istituzione controllata dalle potenze creditrici che riscuoteva direttamente imposte e monopoli dell’Impero Ottomano per garantire il rimborso del debito.
Formalmente non era un governo. Di fatto, lo era.

Quando il controllo contabile non bastava, entrava in scena la gunboat diplomacy: blocchi navali, pressioni militari, interventi “punitivi” per forzare il pagamento dei creditori. La sovranità diventava condizionata, reversibile, negoziabile.

Il principio è chiaro:

chi controlla il debito, controlla lo Stato.


Dal colonialismo al sistema: Bretton Woods e la finanziarizzazione della disciplina

Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

Nel Novecento, il colonialismo finanziario non scompare.
Si istituzionalizza.

Con Bretton Woods (1944), il controllo non passa più per consorzi di creditori improvvisati, ma per un’architettura stabile: dollaro, FMI, Banca Mondiale, condizionalità macroeconomiche.

Il linguaggio cambia — “stabilità”, “sviluppo”, “aggiustamento” — ma la funzione resta:
vincolare la sovranità economica alle regole del centro finanziario.

Il debito non è più solo una passività.
Diventa uno strumento di governance.


Il Piano Marshall: ricostruzione ordinante, non predatoria

Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

Il confronto con il Piano Marshall è fondamentale.

Tra il 1948 e il 1952, gli Stati Uniti trasferirono all’Europa occidentale oltre 13 miliardi di dollari.
L’obiettivo non era il caos controllato, ma la stabilizzazione:

  • ricostruzione industriale,
  • rilancio produttivo,
  • riduzione delle tensioni sociali,
  • integrazione economica.

Che lo si interpreti come altruismo o come strategia anti-sovietica, il Piano Marshall aveva una caratteristica oggi quasi scomparsa: ridurre l’entropia post-bellica, non monetizzarla.

La guerra finiva.
La ricostruzione iniziava dopo.


Le ricostruzioni predatorie moderne: quando il caos diventa modello di business

Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco
Dalla cannoniera al conto congelato: come la guerra finanziaria moderna replica il colonialismo ottocentesco

Nelle guerre contemporanee, questo schema è stato rovesciato.

Iraq, Afghanistan, Libia, Ucraina mostrano un nuovo paradigma:

  • la ricostruzione precede la fine della guerra,
  • il conflitto diventa condizione economica permanente,
  • il denaro fluisce in reti opache di contractor, ONG, consulenze, subappalti,
  • il debito futuro viene socializzato sulle popolazioni.

Qui la distruzione non è un costo.
È un asset.


Gli asset congelati come nuova cassa coloniale

Ed eccoci al punto chiave.

Gli asset russi congelati funzionano oggi come:

  • le entrate fiscali sequestrate nell’Ottocento,
  • le condizionalità del debito nel Novecento,
  • una riserva esterna controllata da poteri non eletti.

Se questi fondi restano congelati, diventano rendita.
Se vengono riassegnati a pace e ricostruzione, diventano vincolo politico.

È qui che la mossa Trump–Putin assume una valenza storica:
tentare di sottrarre il denaro alla logica coloniale della punizione infinita e trasformarlo in strumento di chiusura del conflitto.

Chi si oppone a questo passaggio non difende la giustizia.
Difende la continuità del modello ottocentesco, aggiornato agli algoritmi e ai circuiti finanziari.


Dalla cannoniera al conto congelato

Nel XIX secolo servivano le navi da guerra.
Nel XXI secolo basta un clic che congela un conto.

La grammatica del potere è la stessa.
Solo più elegante. Più “tecnica”. Più invisibile.

E proprio per questo più pericolosa.


Dal Düyun-u Umumiye agli asset congelati: dalla cannoniera al circuito finanziario

Se si osserva la lunga durata storica, il filo rosso diventa evidente. Il Düyun-u Umumiye non fu un’anomalia dell’Impero Ottomano in declino, ma il prototipo di una tecnologia di potere: governare senza governare, dominare senza occupare, comandare attraverso il debito e la custodia delle entrate. Oggi quella tecnologia non richiede più commissari stranieri né cannoniere nei porti. È stata miniaturizzata, digitalizzata, normalizzata. Gli asset congelati svolgono la stessa funzione delle dogane ottomane sequestrate: separano uno Stato dalla propria sovranità materiale, trasformando il “vincolo tecnico” in comando politico. La cannoniera è stata sostituita dal circuito finanziario; il blocco navale dal compliance check; l’ultimatum militare da una nota legale. Ma la grammatica del potere non è cambiata. Chi controlla l’accesso al denaro decide la durata della guerra, i tempi della pace, le condizioni della ricostruzione. Per questo il tentativo di spostare gli asset dalla rendita del conflitto al vincolo della pace non è una mossa contingente: è una sfida diretta a due secoli di colonialismo finanziario. E spiega perché le resistenze non saranno morali, ma procedurali. Non ideologiche, ma “tecniche”. Perché quando il cerchio si chiude — dal Düyun-u Umumiye agli asset congelati — ciò che viene messo in discussione non è una guerra, ma il diritto stesso di governare il mondo attraverso il sequestro permanente della sovranità altrui.

Link di approfondimento (da inserire a fondo pagina)

Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico

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La storia delle guerre moderne non è scritta solo nei trattati o nei campi di battaglia.
È scritta nei bilanci, nei fondi congelati, nelle sanzioni, nei debiti imposti e nelle ricostruzioni privatizzate.

In questo quadro, la convergenza strategica tra Donald Trump e Vladimir Putin sull’uso degli asset russi congelati rappresenta una rottura storica, non un semplice gesto diplomatico.

Per la prima volta, il congelamento degli asset — strumento cardine dell’imperialismo finanziario contemporaneo — viene rovesciato semanticamente:
da punizione morale a leva obbligata di pace.

Non è una mossa tattica.
È un attacco al DNA del sistema.


Le sanzioni come arma imperiale: una continuità storica

Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico
Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico
Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico

Dal secondo dopoguerra in poi, il potere occidentale non si è più fondato solo sulla forza militare, ma su un’architettura finanziaria precisa:

  • Bretton Woods (1944): il dollaro come perno globale;
  • FMI e Banca Mondiale: strumenti di disciplina economica;
  • sanzioni e congelamenti: armi non dichiarate ma devastanti.

Le sanzioni non sono mai state neutrali.
Sono state meccanismi di ristrutturazione forzata delle economie non allineate.

I casi storici sono inequivocabili:

  • Iraq: fondi sovrani congelati e poi assorbiti durante l’occupazione;
  • Jugoslavia: strangolamento economico prima della frammentazione politica;
  • Libia: asset di Stato spariti dopo l’intervento NATO;
  • Afghanistan: miliardi bloccati mentre la popolazione collassava.

Il messaggio è sempre stato lo stesso:

la sovranità è revocabile, se non obbedisce.


L’Ucraina: dalla guerra “valoriale” alla rendita sistemica

Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico
Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico
Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico

Il conflitto ucraino rappresenta un salto di qualità.
Non solo per l’intensità militare, ma per la perfezione del modello finanziario.

L’Ucraina è diventata:

  • un pozzo senza fondo di fondi pubblici occidentali;
  • un laboratorio di privatizzazione della ricostruzione prima della fine della guerra;
  • una piattaforma ideale per ONG, contractor, fondi speculativi, consulenze e subappalti.

È lo stesso schema visto:

  • in Vietnam (complesso militare-industriale),
  • in Afghanistan (guerra infinita),
  • in Iraq post-2003 (ricostruzione permanente).

La guerra non è un incidente del sistema.
È una funzione economica strutturale.


Il ribaltamento strategico: dagli asset congelati agli “ostaggi della pace”

Ed è qui che la mossa Trump–Putin assume un valore storico.

Se gli asset russi congelati vengono formalmente vincolati a pace e ricostruzione, il sistema entra in contraddizione frontale con sé stesso.

Perché, a quel punto:

  • bloccarli significa bloccare la ricostruzione;
  • trattenerli significa difendere la guerra;
  • giustificarne il sequestro significa confessare il fine predatorio.

Il denaro cambia statuto:

  • non più bottino;
  • non più sanzione;
  • ma ostaggio politico.

Chi lo trattiene non è più arbitro morale, ma carceriere della pace.

Questo è lo scacco matto.


Il crollo della narrativa globalista

Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico
Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico
Scacco matto finanziario: Trump, Putin e la rottura storica della guerra come modello economico

Per decenni, il modello globalista ha funzionato grazie a una copertura perfetta:

emergenza morale + opacità finanziaria

Ma una pace economicamente tracciabile distrugge l’alibi.

Niente più:

  • guerre “necessarie” senza fine;
  • fondi congelati “temporaneamente”;
  • ricostruzioni privatizzate senza responsabilità.

È per questo che la mossa colpisce direttamente l’ecosistema di potere legato al World Economic Forum e alla governance non eletta: perché svela la guerra come racket, non come tragedia inevitabile.


Il vero bersaglio: la fine della guerra come modello economico

Questa non è una partita su Ucraina, Russia o Stati Uniti.
È una partita sulla sopravvivenza del modello di accumulazione fondato sul caos.

Se la pace diventa:

  • più trasparente della guerra,
  • più controllabile del conflitto,
  • meno redditizia per gli intermediari,

allora l’intera architettura post-Bretton Woods entra in crisi.


Osservare le resistenze: l’ultima prova

La verità emergerà da chi dirà:

  • “non è il momento”,
  • “ci sono problemi tecnici”,
  • “serve più tempo”.

Osservate chi resiste alla destinazione dei fondi verso la pace.
Lì troverete i veri beneficiari della guerra.

Perché quando il denaro non può più nascondersi dietro la morale, resta solo una cosa:
il saccheggio reso sistema.

E a quel punto, lo scacco matto non è narrativo.
È storico.


Link di approfondimento e contesto

Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro

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Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro

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Negli ultimi anni una parte rilevante della cosiddetta controinformazione geopolitica sostiene due tesi ricorrenti:

  1. “Il Cartel de los Soles non esiste”
  2. “Maduro non ha nulla a che vedere con il narcotraffico”

Queste affermazioni non sono una difesa basata sui documenti, ma una costruzione ideologica che utilizza distorsioni semantiche, salti logici e omissioni selettive.

Vediamo perché.


1. La prima manipolazione: confondere “cartello” con “sistema criminale”

Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
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❌ Cosa dice la controinformazione

“Il Cartel de los Soles non esiste perché non è un cartello strutturato come Medellín o Sinaloa.”

✅ Cosa dicono i documenti

Nessuna fonte seria (né ONU, né DEA, né Dipartimento di Giustizia USA) ha mai sostenuto che il Cartel de los Soles fosse un cartello classico.

Nei documenti ufficiali viene descritto come:

  • rete di ufficiali militari
  • sistema di protezione
  • struttura di facilitazione logistica
  • meccanismo di corruzione istituzionale

📄 Negli atti giudiziari USA si legge chiaramente che il termine Cartel de los Soles è un nome convenzionale attribuito a:

“un sistema di corruzione e protezione statale che facilita il traffico di droga”.

👉 Negare l’esistenza del cartello perché non è “un cartello classico” è una fallacia logica, non un’argomentazione.


2. La seconda manipolazione: usare la riformulazione dell’accusa come assoluzione

Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
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Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro

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❌ Narrazione controinformativa

“Gli USA hanno ritirato l’accusa, quindi Maduro è innocente.”

✅ Realtà documentale

Nel superseding indictment del 2026:

  • non viene ritirata l’accusa di narcotraffico
  • non viene ritirata l’accusa di cospirazione
  • non viene ritirata l’accusa di narco-terrorismo

Viene invece modificata la formulazione:

  • da “Maduro capo di un cartello strutturato”
  • a “Maduro parte apicale di un sistema di protezione e facilitazione”

📌 Questo avviene per ragioni processuali, non politiche:

è più facile dimostrare condotte, coperture, ordini indiretti, che una “leadership formale”.

👉 La controinformazione trasforma una scelta tecnica in una assoluzione politica, che non esiste nei documenti.


3. Le prove ignorate: funzionari, familiari e alleati condannati

Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
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Un altro punto che la controinformazione omette sistematicamente:

📄 Fatti accertati

  • Alti ufficiali venezuelani arrestati o incriminati per narcotraffico
  • Familiari di dirigenti politici condannati negli USA
  • Piloti, militari, funzionari aeroportuali coinvolti nelle rotte

👉 Non stiamo parlando di “voci”, ma di:

  • sentenze
  • patteggiamenti
  • confessioni
  • cooperazioni giudiziarie

❗ La tesi:

“Maduro non c’entra nulla e nessuno del suo sistema è coinvolto”

è smentita dalla catena di casi giudiziari che coinvolge l’apparato statale venezuelano.


4. Il Venezuela come hub di transito: dato ONU, non propaganda USA

Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro

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Secondo UNODC (ONU):

  • il Venezuela non è produttore primario
  • è però snodo strategico di transito
  • soprattutto verso Caraibi, Africa occidentale ed Europa

📌 Questo implica:

  • controllo aeroporti
  • controllo porti
  • controllo rotte militari e civili

👉 Senza complicità statale o tolleranza sistemica, queste rotte non esistono.

Negarlo significa negare i report ONU, non quelli USA.


5. Perché la controinformazione costruisce questa narrazione

Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro
Perché una parte della controinformazione mente sul Cartel de los Soles e su Maduro

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Le motivazioni sono politiche e identitarie, non fattuali:

  1. Anti-americanismo automatico
    → se accusa Washington, allora è falso.
  2. Logica binaria
    → o imperialismo USA o purezza rivoluzionaria.
  3. Costruzione del “leader perseguitato”
    → Maduro come vittima, non come attore politico responsabile.
  4. Rifiuto dell’idea di Stato criminale ibrido
    → concetto scomodo perché rompe le categorie ideologiche.

👉 Questa non è controinformazione: è contro-narrazione militante.


Conclusione netta

📌 Vero:
Il Cartel de los Soles non è un cartello classico.

📌 Falso:
Che non esista alcun sistema di protezione e complicità statale.

📌 Falso:
Che Maduro sia stato “scagionato”.

📌 Documentato:
Esistono accuse, reti, condanne collaterali e rotte confermate.

👉 La controinformazione mente quando trasforma una riformulazione giuridica in un’assoluzione politica.


Conclusione editoriale – I nomi, i meccanismi, le responsabilità

Chi continua a ripetere che “il Cartel de los Soles non esiste” e che Nicolás Maduro non ha nulla a che vedere con il narcotraffico non sta difendendo un’analisi alternativa: sta proteggendo una menzogna strutturata.

I nomi esistono.
I documenti esistono.
Le accuse esistono.

E soprattutto non arrivano da blog anonimi, ma da atti depositati, inchieste giudiziarie, rapporti ONU e sentenze statunitensi.

Il Cartel de los Soles non è mai stato descritto, nei documenti seri, come una copia tropicale di Sinaloa o Medellín. È stato definito per quello che è: un sistema di protezione militare e politica, radicato nei vertici delle forze armate venezuelane, che ha garantito passaggi sicuri, immunità operativa e logistica statale al traffico di cocaina prodotto in Colombia e destinato a Caraibi, Africa occidentale ed Europa.

Chi nega questo mente sapendo di mentire.

Perché sa benissimo che i “soles” sono i gradi militari, non un marchio folkloristico.
Perché sa che generali venezuelani sono stati incriminati, arrestati o ricercati per traffico di droga.
Perché sa che i figli di Cilia Flores, moglie di Maduro, sono stati condannati negli Stati Uniti per narcotraffico, dopo essere stati arrestati con chili di cocaina e prove materiali.
Perché sa che piloti militari, funzionari aeroportuali e ufficiali di frontiera sono comparsi ripetutamente negli atti giudiziari come facilitatori delle rotte.

E soprattutto perché sa che nessun traffico di tonnellate di cocaina attraversa uno Stato senza un livello apicale di protezione.

La controinformazione che assolve Maduro utilizza un trucco vecchio e sporco:
prende una riformulazione tecnica del Dipartimento di Giustizia USA — necessaria per reggere in tribunale — e la spaccia come abiura politica, come se Washington avesse improvvisamente ammesso di aver mentito.

È falso.

Le accuse contro Maduro non sono state ritirate.
Sono state rafforzate sul piano probatorio, eliminando l’elemento più debole (la leadership formale di un “cartello”) e concentrandosi su ciò che è dimostrabile: protezione, coordinamento, copertura, beneficio politico ed economico.

Chi trasforma questo in un “Maduro innocente” non sta facendo informazione:
sta facendo militanza.

E qui bisogna dirlo chiaramente:
una parte della controinformazione occidentale è diventata il miglior alleato narrativo delle élite corrotte che dice di combattere. Difende Maduro non per amore della verità, ma per odio ideologico verso gli Stati Uniti. E così facendo sostituisce un mito con un altro, una propaganda con la sua versione speculare.

Il risultato è devastante:

  • si assolvono apparati militari corrotti
  • si cancellano le responsabilità politiche
  • si tradiscono le popolazioni che subiscono quegli stessi regimi

Non esistono Stati “puri” perché antiamericani.
Non esistono leader immuni dal crimine perché parlano di socialismo.
E non esiste controinformazione credibile che nega i documenti per salvare un’icona.

Chi oggi ripete che “Maduro non c’entra nulla” non è un dissidente.
È un propagandista con una bandiera diversa.

E la storia, come sempre, non assolve chi ha scelto di difendere una narrazione invece della realtà.

ATTO D’ACCUSA

Contro la falsificazione sistematica della realtà sul Cartel de los Soles e su Nicolás Maduro


CAPO I – Falsificazione semantica deliberata

Si accusa una parte qualificata della cosiddetta “controinformazione” di falsificazione semantica consapevole, per aver affermato che il Cartel de los Soles “non esiste”, sapendo che:

  • nessuna accusa ufficiale lo ha mai definito un cartello classico sul modello Medellín o Sinaloa;
  • il termine indica, nei documenti giudiziari e nei report internazionali, un sistema di protezione militare e politica del narcotraffico;
  • la negazione si basa su una definizione caricaturale costruita ad arte per essere demolita.

👉 Condotta contestata: uso intenzionale di una definizione falsa per negare un fenomeno reale.


CAPO II – Manipolazione giuridica dell’opinione pubblica

Si accusa la controinformazione militante di manipolazione giuridica, per aver presentato la riformulazione delle accuse statunitensi contro Nicolás Maduro come una “assoluzione”, sapendo che:

  • le accuse di narcotraffico, cospirazione e facilitazione criminale non sono state ritirate;
  • è stata modificata esclusivamente la qualificazione tecnica (leadership formale di un cartello);
  • la riformulazione risponde a criteri di tenuta processuale, non a un’ammissione di falsità.

👉 Condotta contestata: spacciare una scelta tecnica per una verità politica.


CAPO III – Negazione selettiva delle prove collaterali

Si accusa la controinformazione di omissione dolosa per aver sistematicamente ignorato:

  • le condanne di familiari diretti dell’élite chavista per narcotraffico;
  • le incriminazioni e i patteggiamenti di alti ufficiali militari venezuelani;
  • la presenza ricorrente di apparati statali (aeroporti, porti, aviazione) nelle rotte del traffico.

👉 Condotta contestata: cancellazione selettiva dei fatti incompatibili con la narrazione assolutoria.


CAPO IV – Negazione del concetto di Stato criminale ibrido

Si accusa la controinformazione ideologica di rifiuto concettuale intenzionale, per aver negato l’esistenza di Stati ibridi in cui:

  • potere politico,
  • apparati militari,
  • economia criminale,
  • finanza internazionale

operano in sovrapposizione funzionale, come ampiamente documentato in America Latina, Africa e Medio Oriente.

👉 Condotta contestata: negare una categoria analitica consolidata per salvare un regime “amico”.


CAPO V – Propaganda travestita da dissenso

Si accusa la controinformazione di propaganda camuffata, per aver sostituito:

  • l’analisi dei documenti
    con
  • l’adesione identitaria anti-statunitense,

trasformando ogni accusa proveniente da Washington in falsità automatica, senza verifica, comparazione o distinzione tra propaganda politica e atto giudiziario.

👉 Condotta contestata: riduzione del pensiero critico a riflesso ideologico.


CAPO VI – Assoluzione morale di un apparato di potere

Si accusa la controinformazione di aver assolto moralmente:

  • un sistema militare corrotto,
  • un apparato statale compromesso,
  • una classe dirigente coinvolta in economie criminali,

nel nome di una presunta “resistenza all’imperialismo”, tradendo le popolazioni che subiscono quel potere.

👉 Condotta contestata: difesa delle élite contro i popoli in nome della retorica rivoluzionaria.


CAPO VII – Tradimento della funzione della controinformazione

Si accusa infine la controinformazione ideologizzata di aver tradito la propria funzione originaria, che dovrebbe essere:

  • smascherare il potere,
  • non giustificarlo;
  • mettere in crisi le narrazioni,
  • non sostituirle con altre ugualmente dogmatiche.

👉 Condotta contestata: trasformazione del dissenso in apparato di legittimazione.


DISPOSITIVO FINALE

Non è sotto accusa un’opinione.
È sotto accusa un metodo.

Un metodo che:

  • nega i documenti,
  • manipola il diritto,
  • cancella le prove,
  • assolve i potenti,
  • e chiama tutto questo “controinformazione”.

Chi assolve Nicolás Maduro negando i fatti non combatte l’imperialismo.
Combatte la realtà.

E chi combatte la realtà, alla fine, serve sempre un potere.

🔗 LINK E FONTI (raccolti)

Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street

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Come la droga finanzia la “rivoluzione” e come la finanza globalizzata ricicla i proventi della criminalità organizzata

Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street

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1. Le FARC e l’economia della coca: la rivoluzione finanziata dalla droga

Le FARC nascono come movimento guerrigliero marxista-leninista negli anni Sessanta, ma a partire dagli anni ’80 la loro sopravvivenza economica si lega sempre più alla catena del narcotraffico.

Non si tratta di un’interpretazione ideologica, ma di un dato documentato:

  • Le FARC tassavano la coltivazione della coca
  • Proteggevano laboratori di trasformazione
  • Gestivano rotte terrestri e fluviali
  • Imponevano “diritti di passaggio” ai cartelli

📄 Documenti chiave

  • Rapporti DEA e Dipartimento di Stato USA
  • Sentenze colombiane e statunitensi contro comandanti FARC
  • Rapporti UNODC (ONU) su narcotraffico e gruppi armati

Negli anni 2000 oltre il 60% delle entrate FARC proveniva direttamente o indirettamente dalla cocaina.

Questo segna il passaggio cruciale: da guerriglia ideologica a struttura criminale ibrida, dove la “rivoluzione” diventa un brand utile a legittimare un’economia illegale transnazionale.


2. Dalla selva a Caracas: FARC, Venezuela e protezione politica

Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street

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Con l’arrivo al potere di Hugo Chávez, il Venezuela diventa progressivamente:

  • retrovia logistica
  • zona di transito
  • spazio di protezione politica per quadri FARC

Il “Cartel de los Soles”

Secondo atti giudiziari USA, settori delle forze armate venezuelane avrebbero facilitato il traffico di cocaina verso Caraibi, Africa occidentale ed Europa.

📄 Fatti documentati:

  • Incriminazioni del Southern District of New York
  • Accuse formali del Dipartimento di Giustizia USA
  • Deposizioni di ex-narcotrafficanti e disertori

⚠️ Nota metodologica:
Il Cartel de los Soles è una struttura contestata, ma le singole operazioni di narcotraffico e protezione militare sono documentate.


3. Accordi, intermediari e zone grigie: il nodo “Grasso – FARC”

Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street

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Nel corso degli anni emergono intermediari finanziari tra gruppi armati, narcos e sistema bancario internazionale.
Tra i nomi citati in inchieste giornalistiche e atti giudiziari compare quello di Giancarlo Grasso, broker italo-svizzero, accusato di aver facilitato operazioni finanziarie e contatti internazionali per ambienti vicini alle FARC.

📄 Fatti:

  • Grasso è stato citato in indagini per riciclaggio
  • Contatti con ambienti FARC emergono in atti processuali
  • Nessuna assoluzione piena sul piano mediatico-finanziario

🔎 Punto centrale
Non servono “accordi ufficiali”: basta una rete di fiduciari, paradisi fiscali e banche compiacenti.


4. Il salto di scala: dalla droga alla finanza globale

Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street

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Qui avviene il vero salto sistemico.

I FinCEN Files

L’inchiesta dell’ICIJ dimostra che:

  • Grandi banche occidentali
  • Ricevevano segnalazioni interne di operazioni sospette
  • Continuavano comunque a processare miliardi di dollari

📄 Coinvolgimenti ricorrenti:

  • Conti offshore
  • Trust opachi
  • Società-schermo
  • Banche di primo livello

💡 Conclusione chiave
La finanza globale non chiede l’origine del denaro, purché sia:

  • grande
  • mobile
  • utile alla liquidità dei mercati

5. Chávez a Wall Street: ideologia contro realtà

Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street

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Nonostante la retorica anti-capitalista, il Venezuela chavista:

  • Ha emesso bond collocati a Wall Street
  • Ha usato banche d’affari occidentali come intermediari
  • Ha consentito enormi operazioni speculative sui titoli venezuelani

📌 La “rivoluzione bolivariana” non ha mai abbandonato i mercati finanziari
Li ha semplicemente usati in modo opportunistico.


6. Maduro, Londra e la finanza inglese

Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street
Dalle FARC a Chávez, da Maduro a Wall Street

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Sotto Nicolás Maduro il legame con la finanza anglosassone diventa ancora più evidente.

Il caso dell’oro venezuelano

  • Oltre 30 tonnellate di oro custodite presso la Bank of England
  • Blocco deciso da tribunali britannici
  • Utilizzo dell’oro come leva geopolitica

📌 Fatto cruciale
La finanza “liberale” non è neutrale: decide chi è legittimo e chi no.


7. Conclusione: il vero vincitore non è la rivoluzione, ma il sistema

La droga:

  • finanzia la guerriglia
  • attraversa confini
  • entra nei circuiti bancari

La finanza globale:

  • lava
  • moltiplica
  • reintegra

👉 Il sistema non è corrotto: funziona esattamente così.

La retorica rivoluzionaria e quella neoliberale sono due facce dello stesso meccanismo:
controllare flussi, non popoli.


🔗 LINK E FONTI (selezione)

Documenti e inchieste

Venezuela e finanza

FARC e narcotraffico

Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale

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Genealogia del potere finanziario tra impero, banche centrali e governance sovranazionale

Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale
Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale
Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale

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1. Dalla Compagnia-Stato alla finanza sistemica

La Compagnia Britannica delle Indie Orientali non è soltanto una società commerciale coloniale: è il primo prototipo di governance economica privatizzata, in cui capitale, forza militare e amministrazione fiscale convergono in un unico soggetto.

Il suo lascito fondamentale non è territoriale, ma strutturale:

  • separazione tra sovranità formale e controllo economico reale;
  • uso del debito come strumento di governo;
  • subordinazione degli Stati ai creditori.

Questo modello non scompare con la dissoluzione della Compagnia: migra nelle istituzioni finanziarie moderne.


2. Guerra dei Sette Anni e nascita del debito permanente

Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale
Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale
Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale

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La Guerra dei Sette Anni segna il passaggio decisivo da imperi mercantili a imperi del debito.

Per finanziare lo sforzo bellico globale:

  • gli Stati europei emettono debito strutturale;
  • le banche private diventano indispensabili alla sopravvivenza statale;
  • il debito smette di essere emergenziale e diventa permanente.

È in questo contesto che la Banca d’Inghilterra assume un ruolo cardine:
non solo banca, ma architetto del rapporto tra Stato e credito.

👉 Nasce il paradigma moderno:

lo Stato governa, ma solo finché i mercati lo finanziano.


3. La convergenza anglo-francese e la finanza senza bandiera

La sconfitta coloniale francese non elimina i suoi interessi finanziari. Al contrario, dopo il 1763:

  • le élite bancarie europee iniziano a cooperare;
  • il capitale diventa transnazionale;
  • la concorrenza militare lascia spazio alla gestione condivisa del debito.

Qui si afferma una verità sistemica:

il capitale non ha patria, ma ha istituzioni.

Questa logica sarà la base delle future banche centrali coordinate, ben oltre il perimetro nazionale.


4. I conflitti americani: la rottura con il modello del debito imperiale

Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale
Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale
Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale

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La Guerra d’Indipendenza Americana rappresenta il primo grande rifiuto moderno del sistema finanziario imperiale.

Il Tea Act non è una tassa qualunque:
è un tentativo di salvare la Compagnia delle Indie trasferendo le sue perdite sulle colonie.

La ribellione americana nasce dunque come:

  • rifiuto del monopolio,
  • rifiuto del debito imposto,
  • rifiuto della finanza esterna come sovrana.

Da qui prende forma la “terza via”.


5. La “terza via”: sovranità monetaria contro impero finanziario

La nuova repubblica americana tenta un modello alternativo:

  • credito pubblico,
  • moneta sovrana,
  • sviluppo produttivo interno.

È una sfida diretta al modello:
Compagnia → Banca → Debito → Controllo politico.

Questa terza via sarà però instabile, continuamente attaccata e progressivamente riassorbita nel sistema finanziario globale nel corso del XIX e XX secolo.


6. Dalle Compagnie alle Banche Centrali moderne

Con il XX secolo, il modello si perfeziona.

Le banche centrali diventano:

  • formalmente pubbliche,
  • funzionalmente integrate nei mercati finanziari,
  • coordinate a livello internazionale.

Il punto di snodo è la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), fondata nel 1930:
👉 la “banca centrale delle banche centrali”.

Qui non si decide la politica monetaria di uno Stato,
ma la coerenza del sistema globale del debito.


7. Globalismo e governance: il potere senza Stato

Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale
Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale
Dalla Compagnia delle Indie all’Architettura del Debito Globale

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Dopo Bretton Woods emergono istituzioni chiave:

  • Fondo Monetario Internazionale
  • Banca Mondiale
  • World Economic Forum

Queste entità:

  • non rispondono a elettorati,
  • non producono ricchezza reale,
  • condizionano politiche fiscali, monetarie e sociali.

Il debito diventa strumento di:

  • riforme obbligate,
  • privatizzazioni,
  • ristrutturazioni economiche.

👉 È la Compagnia delle Indie senza esercito, ma con rating, spread e conditionality.


8. Continuità storica: ciò che è cambiato (e ciò che no)

Compagnia delle IndieSistema contemporaneo
Esercito privatoMercati finanziari
Concessione realeTrattati e accordi
Tributi colonialiDebito sovrano
Monopolio commercialeOligopolio finanziario
Amministrazione direttaGovernance multilaterale

La forma cambia, la funzione resta:
👉 trasferire sovranità dagli Stati ai centri finanziari.


Conclusione

La Compagnia delle Indie non è un’anomalia storica:
è il prototipo del mondo attuale.

Dal XVIII secolo a oggi, il potere ha seguito una traiettoria coerente:

dalla conquista armata alla conquista finanziaria,
dalla colonia al debitore,
dallo Stato alla governance.

Comprendere questa continuità significa smascherare l’illusione secondo cui il globalismo sarebbe “neutrale” o “tecnico”.
È, piuttosto, la forma matura dell’impero finanziario.


Documenti e fonti ufficiali (link diretti)

Archivi storici e debito

Banche centrali e coordinamento globale

Sistema finanziario internazionale

Governance globale

Globalismo e sovranità nel mondo multipolare

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Grafici concettuali e mappe comparative USA – UE – BRICS

Questo inserimento visuale non ha funzione illustrativa neutra, ma analitica: i grafici concettuali e le mappe comparative servono a rendere visibile ciò che spesso resta astratto nel dibattito su globalismo, sovranità e geopolitica, in linea con l’impostazione critica di Marcello Foa.


1. Mappa comparativa dei blocchi geopolitici (USA – UE – BRICS)

Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare

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Lettura della mappa

La divisione del mondo non è più ideologica (capitalismo vs comunismo), ma funzionale al controllo del potere.

  • USA
    • proiezione militare globale
    • dominio finanziario (dollaro, sanzioni)
    • sovranità statale piena
  • UE
    • alta integrazione normativa
    • sovranità frammentata
    • forte dipendenza strategica
  • BRICS
    • pluralità di modelli politici
    • sovranità come principio non negoziabile
    • contestazione dell’ordine finanziario occidentale

👉 La mappa mostra ciò che Foa sottolinea spesso: la sovranità non è scomparsa, ma distribuita in modo diseguale.


2. Grafico concettuale: sovranità vs integrazione globale

Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare

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Asse interpretativo

  • Asse orizzontale: grado di integrazione globale
  • Asse verticale: capacità decisionale sovrana
BloccoIntegrazioneSovranità
USAAlta (selettiva)Molto alta
UEMolto altaBassa
BRICSVariabileAlta

Questo schema rende visibile il trilemma di Rodrik applicato alla geopolitica reale, non come teoria astratta ma come scelta concreta di potere.


BOX CONCETTO

Il trilemma di Rodrik applicato ai blocchi geopolitici

  • USA: sovranità + integrazione (democrazia adattata)
  • UE: integrazione + regole (democrazia compressa)
  • BRICS: sovranità + politica (integrazione negoziata)

3. Grafico concettuale: dove risiede il potere decisionale

Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare

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Catena del potere (semplificata)

USA
Cittadini → Stato → Mercati / Istituzioni globali

UE
Cittadini → Stati → Istituzioni UE → Mercati

BRICS
Cittadini → Stato → Accordi multilaterali

Questo schema visualizza il concetto di post-democrazia di Colin Crouch: la distanza tra cittadino e decisione cresce all’aumentare dei livelli intermedi non eletti.


4. Mappa concettuale: informazione e soft power

Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare

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Dominio narrativo

  • USA: controllo dell’ecosistema mediatico globale
  • UE: allineamento normativo e morale
  • BRICS: costruzione di canali alternativi

Qui emerge uno dei punti centrali di Foa:

il potere moderno non domina solo territori, ma cornici cognitive.


5. Grafico concettuale: globalismo come sistema multilivello

Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare

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Questo grafico rende visibile ciò che Saskia Sassen definisce denazionalizzazione della sovranità:

  • lo Stato resta formalmente sovrano
  • ma decisioni chiave passano attraverso
    • trattati
    • norme tecniche
    • tribunali
    • mercati finanziari

Il potere non scompare: si opacizza.


BOX CONCETTO

Post-democrazia e denazionalizzazione (in sintesi visiva)

  • Elezioni: restano
  • Dibattito: limitato
  • Decisioni: spostate
  • Responsabilità: diluita

6. L’Italia nella mappa geopolitica

Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare
Globalismo e sovranità nel mondo multipolare

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L’Italia appare come zona di intersezione:

  • economicamente vincolata all’UE
  • strategicamente allineata agli USA
  • geograficamente esposta al Mediterraneo e al multipolarismo

Il sovranismo italiano, al netto delle caricature, nasce proprio da questa compressione multilivello della sovranità, resa invisibile da un’informazione fortemente allineata.


Conclusione visuale – Cosa mostrano i grafici che il dibattito nasconde

L’inserimento dei grafici chiarisce un punto fondamentale:
la guerra tra globalismo e sovranismo non è retorica, ma strutturale.

  • Gli USA possono permettersi la sovranità
  • L’UE la disciplina
  • I BRICS la rivendicano

Come suggeriscono Foa, Rodrik, Streeck e Crouch, il vero nodo del XXI secolo non è “globalizzazione sì o no”, ma chi decide, dove e con quali limiti democratici.


Documenti e fonti di riferimento

Marcello Foa

  • Il sistema (in)visibile
  • Gli stregoni della notizia
  • TEDx: Vivere in un sistema (in)visibile

Dani Rodrik

  • The Globalization Paradox
  • Saggi sul trilemma (Harvard Kennedy School)

Joseph Stiglitz

  • Globalization and Its Discontents

Wolfgang Streeck

  • Buying Time

Colin Crouch

  • Post-Democracy

Saskia Sassen

  • Losing Control? Sovereignty in an Age of Globalization

Geopolitica

  • Documenti BRICS (New Development Bank)
  • Studi su multipolarismo e de-dollarizzazione
  • Analisi UE sulla governance economica

Guerra tra mondialismo e sovranismo

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Una frattura sistemica del nostro tempo

(lettura ispirata agli articoli e agli interventi di Marcello Foa)


Introduzione

Negli articoli e negli interventi pubblici di Marcello Foa, il conflitto tra mondialismo e sovranismo non viene mai presentato come una semplice dialettica politica. È, piuttosto, una frattura strutturale del nostro tempo, paragonabile a uno scontro di paradigmi storici.

Non si tratta di destra contro sinistra, ma di due visioni inconciliabili dell’ordine politico, economico e culturale globale:
da un lato il potere che si emancipa dal consenso popolare, dall’altro il tentativo di ricondurlo sotto controllo democratico.


Il mondialismo: potere senza popolo

Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo

Nel pensiero critico di Foa, il mondialismo si configura come un sistema di governance transnazionale che tende a svuotare la sovranità degli Stati nazionali a favore di:

  • istituzioni sovranazionali non elette
  • grandi gruppi finanziari e multinazionali
  • organismi tecnocratici
  • media globali strutturalmente allineati

Il punto centrale non è la cooperazione internazionale in sé, ma il deficit democratico che ne deriva.
Le decisioni cruciali vengono prese lontano dai cittadini, in sedi opache, e successivamente presentate come necessarie, tecniche o inevitabili.

Secondo Foa, temi come la globalizzazione economica, la transizione ecologica, l’immigrazione di massa, la digitalizzazione e la governance sanitaria vengono spesso sottratti al dibattito pubblico, trasformandosi in dogmi incontestabili.
Il dissenso non viene discusso, ma neutralizzato tramite paura, emergenza permanente e delegittimazione morale.


Il sovranismo: ritorno al primato politico

Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo

Il sovranismo, nella lettura foiana, non coincide con chiusura autarchica o nazionalismo aggressivo. È piuttosto una reazione difensiva alla progressiva perdita di controllo democratico.

I suoi pilastri fondamentali sono:

  • sovranità popolare
  • centralità dello Stato nazionale
  • controllo politico dell’economia
  • tutela delle identità culturali
  • pluralismo informativo

Il sovranismo nasce quando ampie fasce di popolazione percepiscono che:

  • votare non cambia le politiche reali
  • le élite decisionali non rispondono agli interessi collettivi
  • i sacrifici economici e sociali ricadono sempre sugli stessi

In questa prospettiva, Foa lo interpreta non come una deviazione patologica, ma come un sintomo politico di una crisi democratica più profonda.


Media e consenso: il vero campo di battaglia

Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo

Uno dei nuclei più ricorrenti negli articoli di Foa riguarda il ruolo dell’informazione.
La guerra tra mondialismo e sovranismo è, prima di tutto, una guerra narrativa.

Secondo questa analisi:

  • il mondialismo domina i grandi media tradizionali
  • il sovranismo trova spazio soprattutto nei media alternativi
  • il dissenso viene spesso etichettato come populismo, complottismo o disinformazione

Questo meccanismo produce una profonda asimmetria comunicativa:
una visione del mondo viene presentata come razionale, moderna e inevitabile; l’altra come emotiva, arretrata e pericolosa.

Il controllo del linguaggio diventa così una forma sofisticata di controllo politico indiretto.


Non uno scontro ideologico, ma sistemico

Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo

Foa insiste su un punto chiave:
questa non è una battaglia tra ideologie tradizionali, ma tra livelli di potere.

  • Il mondialismo tende a separare il potere decisionale dal consenso popolare
  • Il sovranismo cerca di ricondurre il potere sotto il controllo democratico

Per questo il conflitto attraversa partiti, schieramenti e perfino singole forze politiche, generando fratture interne e alleanze trasversali che sfuggono alle categorie politiche classiche.


Una guerra destinata a durare

Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo
Guerra tra mondialismo e sovranismo

Nella visione ispirata a Foa, questa guerra non conosce soluzioni rapide.
È una fase storica di transizione, in cui il vecchio ordine globale mostra crepe sempre più evidenti, mentre il nuovo fatica a prendere forma.

La posta in gioco non è soltanto economica o geopolitica, ma antropologica e democratica:

  • chi decide?
  • in nome di chi?
  • con quali limiti?

Domande che il mondialismo tende a eludere e che il sovranismo, nel bene e nel male, ha riportato al centro del dibattito pubblico.


Riferimenti, documenti e approfondimenti

Libri e saggi

  • Marcello Foa, Gli stregoni della notizia
  • Marcello Foa, Il sistema (in)visibile
  • Colin Crouch, Postdemocrazia
  • Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione

Documenti e temi correlati

  • Trattati e meccanismi decisionali delle istituzioni sovranazionali
  • Studi su concentrazione dei media e pluralismo informativo
  • Analisi su governance globale e deficit democratico

Link utili (ricerca diretta)

  • Archivio articoli e interventi di Marcello Foa
  • Centri di studi geopolitici indipendenti
  • Database accademici su global governance e democrazia

Smontare la propaganda mainstream

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Come il globalismo racconta il mondo (e cosa nasconde)

Smontare la propaganda mainstream
Smontare la propaganda mainstream
Smontare la propaganda mainstream

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MITO 1 — «La globalizzazione è un processo naturale e inevitabile»

🔹 Narrazione mainstream

La globalizzazione viene presentata come:

  • evoluzione spontanea dei mercati
  • risultato tecnologico neutro
  • destino storico inevitabile

🔻 Realtà strutturale

La globalizzazione non è un processo naturale, ma:

  • una scelta politica precisa
  • imposta tramite:
    • trattati
    • deregulation
    • liberalizzazione forzata dei capitali

È stata progettata, non scoperta.

👉 Quando serve, viene sospesa immediatamente (sanzioni, controlli, protezionismo).


MITO 2 — «I mercati sono neutrali, la politica li distorce»

Smontare la propaganda mainstream
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🔹 Narrazione mainstream

  • i mercati allocano risorse in modo efficiente
  • la politica è irrazionale
  • lo Stato deve “farsi da parte”

🔻 Realtà strutturale

I mercati finanziari:

  • non sono naturali
  • esistono solo grazie a:
    • leggi
    • banche centrali
    • tribunali
    • apparati coercitivi

👉 Dire “lasciate fare ai mercati” significa:

lasciate decidere a chi controlla il capitale


MITO 3 — «La Cina è una minaccia perché non è democratica»

Smontare la propaganda mainstream
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Smontare la propaganda mainstream

🔹 Narrazione mainstream

La Cina sarebbe pericolosa perché:

  • autoritaria
  • illiberale
  • incompatibile con l’ordine globale

🔻 Realtà strutturale

La Cina è una minaccia non politica, ma sistemica perché:

  • rifiuta la finanziarizzazione
  • mantiene controllo sui capitali
  • subordina la finanza allo Stato

👉 Non è il suo sistema politico a disturbare.
È il fatto che dimostra che il dogma globalista è falso.


MITO 4 — «Le istituzioni finanziarie internazionali aiutano i Paesi in difficoltà»

Smontare la propaganda mainstream
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Smontare la propaganda mainstream

🔹 Narrazione mainstream

Organismi come FMI e Banca Mondiale:

  • aiutano lo sviluppo
  • stabilizzano economie fragili
  • promuovono riforme “necessarie”

🔻 Realtà strutturale

I “programmi di aggiustamento” producono:

  • privatizzazioni forzate
  • tagli sociali
  • perdita di sovranità
  • dipendenza strutturale

👉 Non sono aiuti.
Sono strumenti di ristrutturazione coloniale del debito.


MITO 5 — «La Russia anni ’90 è stata liberata dal comunismo»

Smontare la propaganda mainstream
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Smontare la propaganda mainstream

🔹 Narrazione mainstream

Il crollo dell’URSS sarebbe stato:

  • una liberazione
  • una transizione mal riuscita

🔻 Realtà strutturale

La Russia negli anni ’90:

  • è stata smantellata economicamente
  • saccheggiata
  • trasformata in periferia finanziaria

👉 Non una transizione.
Un collasso indotto.


MITO 6 — «Il Giappone è entrato in crisi per errori interni»

Smontare la propaganda mainstream
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Smontare la propaganda mainstream

🔹 Narrazione mainstream

La stagnazione giapponese sarebbe dovuta a:

  • errori di policy
  • demografia
  • rigidità culturali

🔻 Realtà strutturale

Il Giappone viene:

  • colpito dal Plaza Accord
  • costretto alla rivalutazione
  • finanziarizzato

👉 Non un errore.
Una neutralizzazione sistemica.


MITO 7 — «L’Unione Europea è un progetto di pace e cooperazione»

Smontare la propaganda mainstream
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Smontare la propaganda mainstream

🔹 Narrazione mainstream

La Unione Europea:

  • garantirebbe pace
  • rafforzerebbe gli Stati
  • proteggerebbe i cittadini

🔻 Realtà strutturale

L’UE:

  • sottrae sovranità monetaria
  • impone vincoli fiscali
  • neutralizza la politica

👉 È un’architettura post-democratica, non un’unione di popoli.


MITO 8 — «Il Sud America ha bisogno del capitale globale per svilupparsi»

Smontare la propaganda mainstream
Smontare la propaganda mainstream
Smontare la propaganda mainstream

🔹 Narrazione mainstream

Senza investimenti esteri:

  • niente sviluppo
  • niente crescita
  • niente modernità

🔻 Realtà strutturale

Il Sud America:

  • possiede risorse strategiche immense
  • viene mantenuto dipendente tramite:
    • debito
    • instabilità
    • condizionalità

👉 Non è povero.
È impedito.


MITO 9 — «Il mondo multipolare è pericoloso e instabile»

Smontare la propaganda mainstream
Smontare la propaganda mainstream
Smontare la propaganda mainstream

🔹 Narrazione mainstream

Il multipolarismo sarebbe:

  • caos
  • instabilità
  • regressione

🔻 Realtà strutturale

Il multipolarismo significa:

  • fine del monopolio
  • possibilità di scelta
  • competizione tra modelli

👉 È pericoloso solo per chi non vuole concorrenti, come i BRICS dimostrano.


TESI FINALE (senza attenuazioni)

La propaganda mainstream non informa: disciplina.
Non spiega: normalizza.
Non analizza: protegge un sistema di potere.

Chi controlla:

  • la narrazione
  • il linguaggio
  • le categorie mentali

controlla ciò che è pensabile.

Ed è per questo che il vero conflitto oggi non è militare, ma cognitivo.


🔗 Link di approfondimento (fonti istituzionali e analitiche)

Il capitale come potere coloniale

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Il capitale come potere coloniale

Perché la Cina ha spezzato il progetto globalista e l’Occidente non può ammetterlo

Il capitale come potere coloniale
Il capitale come potere coloniale
Il capitale come potere coloniale

1. Il dogma che non si può mettere in discussione

Il globalismo finanziario si presenta come ordine naturale, inevitabile, tecnicamente neutro.
In realtà è un sistema di potere, con:

  • centri decisionali precisi
  • strumenti coercitivi sofisticati
  • una logica coloniale aggiornata

La sua premessa è semplice e brutale:

gli Stati devono adattarsi ai mercati,
non i mercati agli Stati

Chi rifiuta questo dogma diventa immediatamente:

  • “autoritario”
  • “non allineato”
  • “minaccia sistemica”

2. La colonizzazione senza bandiere: l’eredità britannica

Il capitale come potere coloniale
Il capitale come potere coloniale
Il capitale come potere coloniale

L’Impero britannico ha lasciato in eredità la forma più efficace di dominio mai costruita:
non il controllo diretto dei territori, ma il controllo dei flussi.

La City of London diventa il prototipo:

  • il potere non governa
  • non si assume responsabilità politiche
  • non risponde a popoli o parlamenti

👉 Governa attraverso il debito, la valuta, il diritto commerciale.

Questo modello non muore con l’Impero.
Viene globalizzato.


3. Quando la colonizzazione riesce: Giappone e Russia

Giappone: la sconfitta invisibile

Il capitale come potere coloniale
Il capitale come potere coloniale
Il capitale come potere coloniale

Il Giappone non viene bombardato, né occupato.
Viene finanziarizzato.

Con il Plaza Accord:

  • perde autonomia monetaria
  • entra nella logica delle bolle
  • sacrifica la sovranità industriale

Trent’anni di stagnazione non sono un incidente.
Sono il prezzo della sottomissione consensuale.


Russia: il saccheggio esplicito

Il capitale come potere coloniale
Il capitale come potere coloniale
Il capitale come potere coloniale

Negli anni ’90 la Russia è trattata come territorio sconfitto:

  • privatizzazioni forzate
  • distruzione dello Stato
  • oligarchia funzionale al capitale estero

Qui il globalismo mostra il suo vero volto.
Ed è da questo trauma che nasce la reazione russa successiva.


4. La Cina: l’errore fatale del capitale globale

Il capitale come potere coloniale

Il capitale come potere coloniale

Il capitale come potere coloniale

Con la Cina, le élite globaliste credono di ripetere il copione.

Ma Pechino fa qualcosa di intollerabile per il sistema:

  • usa il mercato senza diventarne schiava
  • accetta il commercio ma rifiuta la finanziarizzazione
  • subordina il capitale alla politica

👉 Qui il capitale perde il comando.

Non è una divergenza ideologica.
È una rottura strutturale.


5. Perché la Cina deve essere demonizzata

La Cina non è pericolosa perché “autoritaria”.
È pericolosa perché dimostra che il dogma globalista è falso.

Dimostra che:

  • la crescita non richiede deregolamentazione totale
  • la sovranità monetaria è compatibile col commercio
  • lo Stato può dominare la finanza

Questo è inaccettabile per un sistema che vive di:

  • debito
  • rendita
  • controllo indiretto

6. L’Unione Europea: la colonia perfetta


Il capitale come potere coloniale

Il capitale come potere coloniale

Il capitale come potere coloniale

La Unione Europea non è un progetto di integrazione.
È un meccanismo di espropriazione della sovranità.

Caratteristiche:

  • moneta senza Stato
  • Stati senza banca centrale
  • politica subordinata ai mercati
  • popoli esclusi dalle decisioni

👉 L’UE è ciò che il globalismo voleva fare con la Cina.
Ma la Cina ha detto no.


7. Sud America: l’ultimo grande fronte


Il capitale come potere coloniale

Il capitale come potere coloniale

Il capitale come potere coloniale

Dopo la Cina, il capitale globale cerca nuovi spazi vulnerabili.

Il Sud America offre:

  • risorse strategiche
  • sistemi politici fragili
  • storica dipendenza finanziaria

Ma ora il contesto è cambiato:

  • Cina presente
  • Russia presente
  • BRICS in espansione

👉 Non più colonizzazione silenziosa, ma scontro aperto tra modelli.


8. Tesi radicale finale (senza mediazioni)

Il mondo multipolare nasce perché il capitale globale ha incontrato un limite politico invalicabile.
Quel limite si chiama Stato sovrano.

La Cina ha dimostrato che:

  • il globalismo non è inevitabile
  • la finanziarizzazione non è progresso
  • la sovranità non è obsoleta

Ed è per questo che viene attaccata, isolata, demonizzata.


Conclusione – Il punto di non ritorno

Non stiamo assistendo a una “crisi dell’ordine mondiale”.
Stiamo assistendo alla fine di una pretesa:

che il capitale potesse governare il mondo
senza più ostacoli politici.

Quel progetto è finito.
E per questo il sistema reagisce con paura, censura e guerra narrativa.


🔗 Link di approfondimento