Washington, estate 2026
Marco Rubio non ha scelto il linguaggio prudente della diplomazia. Ha scelto quello dello scontro istituzionale.
Il 13 luglio 2026 il Segretario di Stato americano ha annunciato una campagna contro la Corte Penale Internazionale con una formula destinata a diventare il manifesto della nuova offensiva di Washington contro l’Aia: gli Stati Uniti, ha scritto, intendono smantellare la CPI «mattone dopo mattone, se necessario».
Non si parla più di correggere la Corte, limitarne gli eccessi o negoziare garanzie per Washington. L’amministrazione Trump mette in discussione la legittimità stessa dell’istituzione e contrappone apertamente due principi: sovranità nazionale e giurisdizione penale internazionale.
Rubio ha sintetizzato il messaggio con altrettanta chiarezza: «sovereign states over globalism», gli Stati sovrani prima del globalismo.
È questa la vera battaglia che si sta combattendo intorno all’Aia.
Non soltanto Netanyahu. Non soltanto Gaza. Non soltanto l’Afghanistan.
La domanda è molto più grande: fino a dove può arrivare un tribunale internazionale nei confronti dei cittadini di uno Stato che non ha accettato il trattato che lo ha creato?
UNA CORTE NATA A ROMA, MA SENZA ALCUNE DELLE GRANDI POTENZE
Lo Statuto di Roma venne adottato il 17 luglio 1998 ed entrò in vigore il 1° luglio 2002.
Nel 2026 gli Stati parte sono 125.
Ma nell’elenco delle adesioni continuano a mancare alcune delle principali potenze militari e geopolitiche del pianeta: Stati Uniti, Cina, Russia, India e Israele.
Il problema, quindi, esiste fin dall’origine.
Washington partecipò ai negoziati ma votò contro l’adozione finale dello Statuto nel 1998. Bill Clinton firmò successivamente il trattato il 31 dicembre 2000, senza però sottoporlo al Senato per la ratifica. Nel 2002 l’amministrazione George W. Bush comunicò formalmente alle Nazioni Unite che gli Stati Uniti non intendevano diventare parte dello Statuto.
Da allora il rapporto tra Washington e la CPI è stato caratterizzato da cooperazione selettiva e ostilità strutturale.
Il Congresso approvò nel 2002 l’American Servicemembers’ Protection Act, diventato celebre tra i critici con il soprannome di “Hague Invasion Act”.
Il testo contiene una disposizione straordinariamente esplicita: il Presidente degli Stati Uniti è autorizzato a utilizzare «all means necessary and appropriate» per ottenere la liberazione di determinate persone americane o alleate eventualmente detenute dalla Corte.
Non è dunque Trump ad avere inventato il conflitto.
Trump lo sta portando alle sue conseguenze più radicali.
IL PUNTO CHE WASHINGTON NON ACCETTA
L’argomento americano è apparentemente elementare:
gli Stati Uniti non hanno ratificato lo Statuto di Roma.
Per Washington, dunque, la CPI non dovrebbe poter esercitare autorità sui cittadini americani senza il consenso degli Stati Uniti.
La posizione della Corte è differente.
Secondo l’interpretazione della CPI, infatti, la giurisdizione può derivare non soltanto dalla nazionalità dell’imputato, ma anche dal territorio sul quale il presunto crimine sarebbe stato commesso.
Ed è qui che le due concezioni entrano frontalmente in collisione.
Per i sostenitori della CPI, uno Stato aderente allo Statuto può attribuire alla Corte la possibilità di perseguire determinati crimini commessi sul proprio territorio anche quando il presunto responsabile appartiene a uno Stato non aderente.
Per Washington e per Israele, questa costruzione permette invece di ottenere indirettamente ciò che non è stato ottenuto direttamente attraverso un trattato: sottoporre cittadini di Paesi non aderenti all’autorità della Corte.
È il nodo centrale dell’intera controversia.
DALL’AFRICA ALL’AFGHANISTAN
Per molti anni la reputazione della CPI è stata segnata soprattutto dai procedimenti africani.
L’espansione verso dossier geopoliticamente molto più esplosivi ha cambiato la natura dello scontro.
L’Afghanistan ha aperto la possibilità di investigare anche presunti crimini attribuiti a personale americano.
Poi è arrivata l’Ucraina.
La CPI ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin nel marzo 2023.
Infine è arrivata Gaza.
Il 21 novembre 2024 la Corte ha emesso mandati d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, sostenendo che esistessero ragionevoli motivi per ritenere che fossero penalmente responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Israele ha respinto le accuse e contestato la giurisdizione della Corte.
La CPI ha invece sostenuto che l’accettazione israeliana non fosse necessaria perché la propria competenza deriverebbe dalla giurisdizione territoriale riconosciuta alla Palestina.
È precisamente il principio che Washington considera pericoloso.
Perché, se vale per un cittadino israeliano, potrebbe teoricamente valere anche per un cittadino americano.
IL TRIBUNALE NON ELETTO
È su questo terreno che Rubio ha costruito la propria offensiva politica.
La CPI, sostiene l’amministrazione Trump, eserciterebbe un potere enorme senza possedere una legittimazione democratica diretta nei confronti dei cittadini americani.
I giudici non vengono eletti dagli americani.
Il Congresso non ha ratificato lo Statuto.
La Costituzione americana non riconosce alla Corte un’autorità superiore.
La CPI replica implicitamente con una concezione completamente differente: la sua legittimità non deriva dagli elettori statunitensi, ma dal trattato stipulato dagli Stati che hanno aderito allo Statuto di Roma e dalla competenza territoriale derivante da quell’adesione.
Due sistemi di legittimità.
Due concezioni del diritto.
Ed è proprio questo che rende lo scontro difficilmente componibile.
LE ONG ENTRANO NEL MIRINO
La battaglia non riguarda più soltanto giudici e procuratori.
Il 4 settembre 2025, Rubio annunciò sanzioni contro tre organizzazioni palestinesi:
Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights.
La motivazione ufficiale americana era esplicita: secondo il Dipartimento di Stato, le organizzazioni avevano partecipato direttamente agli sforzi della CPI per investigare o perseguire cittadini israeliani senza il consenso di Israele.
Le tre organizzazioni hanno respinto questa interpretazione, sostenendo invece di essere state colpite per la loro attività di documentazione e cooperazione con la giustizia internazionale.
La differenza non è semantica.
Per i sostenitori della CPI si tratta di organizzazioni della società civile che raccolgono prove e cercano giustizia per presunti crimini internazionali.
Per l’amministrazione americana, il problema nasce quando organizzazioni private contribuiscono a procedimenti giudiziari contro cittadini di Paesi che non riconoscono la giurisdizione della Corte.
È la trasformazione del conflitto in ciò che Washington definisce lawfare: l’utilizzo degli strumenti giudiziari come estensione della lotta politica internazionale.
LA RETE CHE CIRCONDA L’AIA
La CPI, naturalmente, non è finanziata dalla Open Society Foundations o da George Soros.
Il suo bilancio ordinario è sostenuto principalmente dai contributi degli Stati parte.
Questa distinzione è essenziale.
Ma intorno alla Corte esiste effettivamente un vastissimo ecosistema internazionale di organizzazioni non governative impegnate nella promozione della giustizia penale internazionale.
La più importante è la Coalition for the International Criminal Court, nata negli anni Novanta e diventata una rete internazionale composta da migliaia di organizzazioni della società civile.
Ed è qui che compare il mondo delle fondazioni private.
Tra i sostenitori attualmente dichiarati dalla Coalition figurano governi europei e fondazioni quali Open Society Foundations e Wellspring Philanthropic Fund.
Documenti storici della stessa Coalition mostrano che in differenti periodi tra i finanziatori sono comparsi anche Humanity United, Planethood Foundation e numerosi governi europei.
Questo non dimostra che tali soggetti controllino i giudici della CPI.
Dimostra però qualcosa di politicamente rilevante: intorno alla giustizia penale internazionale esiste un’infrastruttura transnazionale di advocacy finanziata contemporaneamente da governi e fondazioni private.
Ed è precisamente quell’infrastruttura che il movimento sovranista americano considera parte del problema.
CHI PAGA L’AIA
Anche il denaro racconta qualcosa.
La proposta complessiva di bilancio della Corte per il 2026, includendo gli oneri relativi alla sede permanente, raggiunge circa 197,55 milioni di euro.
Il finanziamento ordinario proviene essenzialmente dagli Stati aderenti.
La scala contributiva deriva dal modello utilizzato dalle Nazioni Unite, adattato alla composizione degli Stati parte della CPI.
L’assenza di Stati Uniti, Cina e Russia dalla Corte significa inevitabilmente che il peso finanziario ricade sugli aderenti, e in particolare su alcune grandi economie industrializzate.
Europa, Giappone, Canada, Australia e Corea del Sud costituiscono quindi una parte fondamentale della struttura finanziaria dell’istituzione.
Questo non significa che “comprino” le sentenze.
Significa qualcosa di molto più semplice: la Corte può esistere materialmente soltanto finché i suoi Stati membri decidono di finanziarla.
E Washington lo sa.
IL VERO POTERE DELLA CPI È LA COOPERAZIONE DEGLI STATI
La Corte non possiede un esercito.
Non possiede una propria forza di polizia capace di attraversare una frontiera e arrestare autonomamente qualcuno.
Dipende dagli Stati.
Questo è contemporaneamente il suo limite e la sua forza.
Un mandato della CPI non significa automaticamente che una persona verrà arrestata. Ma può modificare radicalmente la sua libertà internazionale di movimento perché gli Stati parte possono essere chiamati a cooperare con la Corte.
Il potere dell’Aia, quindi, non consiste nel mandare agenti in giro per il mondo.
Consiste nel trasformare il diritto internazionale in una rete di obblighi nazionali.
Ed è esattamente questa rete che Washington vuole spezzare.
EXECUTIVE ORDER 14203
Il punto di svolta era già arrivato il 6 febbraio 2025.
Trump firmò l’Executive Order 14203, intitolato Imposing Sanctions on the International Criminal Court.
La Casa Bianca accusò la Corte di avere compiuto azioni «illegittime e infondate» contro gli Stati Uniti e Israele e predispose strumenti economici e migratori contro persone coinvolte in determinate attività della CPI.
Da quel momento le sanzioni si sono allargate.
Giudici.
Procuratori.
Organizzazioni.
Personale della Corte.
Nell’agosto 2026 Washington ha colpito perfino la presidente della CPI, la giudice giapponese Tomoko Akane, insieme al senior trial lawyer Abdoulaye Seye.
La Corte ha reagito sostenendo che le misure rappresentassero un attacco alla propria indipendenza.
Ma il dato politico rimane impressionante: secondo la stessa CPI, nell’agosto 2026 risultavano sanzionati dagli Stati Uniti nove dei diciotto giudici, entrambi i viceprocuratori, l’ex procuratore e un membro dello staff.
Non siamo più davanti a una controversia diplomatica.
Siamo davanti a una strategia di pressione istituzionale.
TAGLIARE L’AIA DAL SISTEMA FINANZIARIO
Il passaggio successivo potrebbe essere ancora più pesante.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal e da Reuters nel settembre 2026, l’amministrazione Trump sta valutando sanzioni rivolte non soltanto a singoli funzionari, ma alla Corte come istituzione.
Le conseguenze potrebbero essere enormi.
Gran parte della finanza internazionale continua infatti a transitare direttamente o indirettamente attraverso infrastrutture collegate agli Stati Uniti e al dollaro.
Sanzionare l’intera CPI potrebbe complicare pagamenti, contratti, servizi informatici, rapporti bancari e relazioni con fornitori internazionali.
Il paradosso sarebbe clamoroso.
La Corte possiede il diritto di emettere mandati.
Washington possiede uno dei principali snodi del sistema finanziario necessario per far funzionare materialmente una grande organizzazione internazionale.
La battaglia tra diritto e sovranità diventerebbe così una battaglia bancaria.
CHI ASSEVISCE CHI?
È qui che nasce la domanda politica più interessante.
I sostenitori dell’Aia sostengono che senza una Corte internazionale le grandi potenze potrebbero sottrarsi alla responsabilità per i crimini più gravi semplicemente invocando la propria sovranità.
È un’obiezione seria.
Se ogni Stato fosse giudice esclusivo delle azioni dei propri governanti e delle proprie forze armate, il rischio dell’impunità sarebbe evidente.
Ma esiste anche il problema opposto.
Chi controlla il controllore?
Quando una corte internazionale pretende di giudicare cittadini appartenenti a Stati che non hanno aderito al trattato, la questione della responsabilità penale incontra inevitabilmente quella del consenso politico.
E quando attorno al tribunale opera un vasto ecosistema composto da governi, organizzazioni sovranazionali, ONG, fondazioni private e gruppi di advocacy, diventa legittimo chiedersi quale rapporto esista tra giustizia, pressione politica e costruzione dei dossier.
Non significa che ogni indagine sia manipolata.
Significa che nessuna istituzione dotata di potere dovrebbe essere sottratta alla domanda fondamentale:
da dove deriva la sua autorità?
LA RISPOSTA DELL’AIA
La replica della CPI è altrettanto netta.
La Corte sostiene di operare sulla base dello Statuto di Roma e del mandato conferitole dagli Stati parte.
Nel caso palestinese ha stabilito che la propria giurisdizione territoriale comprende Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.
Secondo questa interpretazione, quindi, non occorre che Israele accetti la giurisdizione della CPI affinché la Corte possa occuparsi di presunti crimini commessi sul territorio palestinese rientrante nella sua competenza.
Giuristi critici verso Rubio sottolineano inoltre un punto importante: quando un cittadino entra nel territorio di un altro Stato, normalmente è soggetto alla legge di quel territorio indipendentemente dalla volontà del proprio governo.
Per loro, quindi, l’argomento americano sulla mancata ratifica non chiude affatto la questione.
Washington risponde che una cosa è essere giudicati dal tribunale nazionale del Paese nel quale ci si trova; un’altra è permettere a quel Paese di trasferire una competenza penale a un tribunale internazionale al quale lo Stato dell’accusato non ha aderito.
Ed eccoci nuovamente al punto di partenza.
Sovranità contro universalizzazione della giustizia.
MATTONE DOPO MATTONE
Rubio ha scelto la metafora perfetta.
Non una riforma.
Non una revisione.
Non una trattativa.
Smantellare.
Mattone dopo mattone.
La campagna americana contro la CPI rappresenta quindi qualcosa di più grande della difesa di Netanyahu o dei militari americani.
È un capitolo dello scontro sulla natura stessa dell’ordine internazionale nato dopo la Guerra fredda.
Da una parte c’è l’idea secondo cui determinati crimini devono poter essere perseguiti oltre le frontiere nazionali, perché nessuno Stato dovrebbe poter garantire impunità ai propri governanti.
Dall’altra c’è l’idea secondo cui nessuna struttura internazionale può acquisire un potere penale sui cittadini di uno Stato senza il consenso democratico e costituzionale di quello Stato.
Sono due principi che possono convivere finché gli Stati collaborano.
Quando una grande potenza decide di non collaborare, emerge però la realtà che normalmente resta nascosta dietro il linguaggio giuridico:
il diritto internazionale possiede soltanto la forza che gli Stati sono disposti a riconoscergli.
Ed è precisamente su quel punto che Trump e Rubio stanno colpendo.
La Corte dell’Aia rimane in piedi.
Continua a emettere decisioni.
Continua a rivendicare la propria indipendenza.
Ma Washington sta cercando di dimostrare che esiste una differenza enorme tra avere giurisdizione sulla carta e possedere il potere materiale di esercitarla.
Il vero processo, dunque, potrebbe non essere quello contro Netanyahu, Putin o un futuro cittadino americano.
Potrebbe essere quello contro la stessa idea di una giustizia penale sovranazionale.
E la sentenza non verrà pronunciata all’Aia.
Verrà pronunciata dagli Stati.
FONTI E DOCUMENTI
Wall Street Journal – Marco Rubio, Why We’re Dismantling the International Criminal Court, 13 luglio 2026:
Wall Street Journal – Marco Rubio sulla CPI
Casa Bianca – Executive Order 14203, Imposing Sanctions on the International Criminal Court, 6 febbraio 2025:
White House – Executive Order 14203
International Criminal Court – mandati nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, 21 novembre 2024:
ICC – Situation in the State of Palestine
International Criminal Court – Proposed Programme Budget for 2026:
ICC – Proposed Programme Budget 2026
U.S. Code – American Servicemembers’ Protection Act, autorità presidenziale per ottenere la liberazione di personale detenuto dalla CPI:
U.S. Code – 22 USC §7427
Coalition for the International Criminal Court – sostenitori e finanziatori dichiarati:
Coalition for the ICC – Global Supporters
Coalition for the International Criminal Court – documento storico sulla rete internazionale e sui finanziatori:
Coalition for the ICC – Background Paper
Dipartimento di Stato USA – sanzioni contro Al-Haq, Al Mezan e Palestinian Centre for Human Rights, 4 settembre 2025:
U.S. Department of State – Sanctions on Palestinian NGOs
International Criminal Court – risposta alle sanzioni contro la presidente Tomoko Akane e Abdoulaye Seye, 19 agosto 2026:
ICC – Statement on new U.S. sanctions
Reuters – conseguenze delle possibili sanzioni statunitensi contro l’intera Corte, 21 settembre 2026:
Reuters – How U.S. sanctions would undermine the ICC
Just Security – analisi giuridica critica delle argomentazioni avanzate da Rubio sulla giurisdizione della CPI:
Just Security – Analysis of Rubio’s ICC arguments

