IRAN 1953: IL GOLPE DEL PETROLIO

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Quando Londra e Washington rovesciarono Mossadeq. La guerra per il controllo dell’oro nero che cambiò il Medio Oriente

Ci sono date che entrano nei libri di storia e altre che continuano a vivere dentro gli avvenimenti successivi.

Il 19 agosto 1953 appartiene alla seconda categoria.

Quel giorno il governo iraniano guidato da Mohammad Mossadeq cadde dopo una crisi politica culminata in un’operazione clandestina nella quale ebbero un ruolo centrale l’intelligence statunitense e quella britannica. La CIA chiamò l’operazione TPAJAX, più comunemente ricordata come Operation Ajax.

Non si trattava soltanto di comunismo, Guerra fredda e contenimento sovietico. Al centro dello scontro c’era anche qualcosa di molto più concreto: il petrolio iraniano e chi avrebbe avuto il potere di controllarlo.

Per comprendere il 1953 bisogna quindi tornare indietro di oltre mezzo secolo.


1901: QUANDO IL PETROLIO PERSIANO VENNE CONCESSO PRIMA ANCORA DI ESSERE TROVATO

Nel 1901 la Persia della dinastia Qajar attraversava una profonda debolezza finanziaria.

Fu in questo contesto che l’imprenditore britannico William Knox D’Arcy ottenne dallo scià Mozaffar ad-Din Shah una gigantesca concessione petrolifera.

D’Arcy acquisì il diritto di cercare, estrarre e commercializzare petrolio su gran parte del territorio persiano.

All’epoca nessuno poteva sapere con certezza quanto sarebbe diventata importante quella concessione.

Per anni, anzi, sembrò un investimento disastroso.

Le esplorazioni erano costosissime, le condizioni ambientali proibitive e il petrolio continuava a non arrivare. D’Arcy rischiò la rovina finanziaria e dovette appoggiarsi alla Burmah Oil Company per mantenere in vita il progetto.

Poi arrivò il 1908.

A Masjid-i-Suleiman, dopo anni di tentativi, la squadra guidata da George Reynolds trovò finalmente petrolio in quantità commercialmente sfruttabili.

Era l’inizio di una nuova epoca.

Nel 1909 nacque la Anglo-Persian Oil Company, destinata a diventare successivamente Anglo-Iranian Oil Company e, attraverso successive trasformazioni societarie, l’attuale BP.

La stessa BP riconosce nella propria ricostruzione storica che la scoperta del 1908 rappresentò la base sulla quale sarebbe sorta la futura compagnia internazionale.


1914: IL PETROLIO IRANIANO DIVENTA UNA QUESTIONE DI STATO BRITANNICA

La svolta decisiva arrivò alla vigilia della Prima guerra mondiale.

La Royal Navy stava passando dal carbone al petrolio. Le navi alimentate a petrolio offrivano importanti vantaggi strategici, ma l’Impero britannico aveva un problema evidente: aveva bisogno di garantirsi forniture energetiche sicure.

Nel 1914 il governo britannico acquisì una partecipazione di controllo nella Anglo-Persian Oil Company.

Da quel momento la questione cambiò natura.

Il petrolio persiano non rappresentava più soltanto un investimento commerciale britannico. Era diventato parte dell’architettura strategica dell’Impero e della sicurezza energetica della Royal Navy.

La storia aziendale della stessa BP documenta il ruolo assunto da Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato, nel legare il futuro della compagnia alle esigenze strategiche britanniche.

Questo passaggio è fondamentale per capire tutto ciò che sarebbe accaduto quarant’anni dopo.

Per Teheran il petrolio era una risorsa nazionale.

Per Londra era ormai anche un interesse strategico.

Le due concezioni erano destinate prima o poi a scontrarsi.


IL PARADOSSO IRANIANO

Con il passare degli anni crebbe in Iran la convinzione che il Paese ricevesse troppo poco dalla propria principale ricchezza naturale.

Non era soltanto propaganda nazionalista.

I documenti diplomatici americani dell’epoca riconoscevano apertamente che gli iraniani ritenevano di non ricevere una quota equa delle entrate petrolifere e accusavano i britannici di utilizzare la propria posizione economica per esercitare influenza negli affari interni iraniani.

Il petrolio diventò quindi qualcosa di più di una questione economica.

Divenne il simbolo della sovranità nazionale.

La tensione aumentò ulteriormente quando, alla fine del 1950, in Arabia Saudita venne adottato con ARAMCO un sistema di ripartizione degli utili molto più favorevole al governo locale.

La domanda degli iraniani diventava inevitabile:

perché l’Iran avrebbe dovuto continuare ad accettare condizioni considerate inferiori su una risorsa estratta dal proprio territorio?

Fu su questo terreno che emerse definitivamente Mohammad Mossadeq.


MOSSADEQ E L’IDEA CHE IL PETROLIO DOVESSE APPARTENERE ALL’IRAN

Mossadeq non era un rivoluzionario comunista.

Era un nazionalista, costituzionalista e parlamentare di lunghissimo corso.

Il suo progetto politico ruotava attorno a un principio semplice e potentissimo:

uno Stato non poteva considerarsi realmente sovrano se una potenza straniera controllava la sua principale risorsa economica.

Alla fine degli anni Quaranta Mossadeq divenne il principale riferimento del Fronte Nazionale, una coalizione eterogenea unita soprattutto dalla battaglia contro il predominio della Anglo-Iranian Oil Company.

Nel marzo 1951 la crisi precipitò.

Il primo ministro Haj Ali Razmara, contrario alla nazionalizzazione immediata, venne assassinato da un militante islamista.

Pochi giorni dopo il Parlamento iraniano approvò la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.

I documenti diplomatici statunitensi dell’epoca mostrano quanto ormai il principio della nazionalizzazione fosse radicato nella società iraniana. Washington arrivò a sostenere nei colloqui con Londra che qualsiasi accordo realistico avrebbe dovuto riconoscerlo almeno in linea di principio.

Nell’aprile 1951 Mossadeq diventò primo ministro.

La Anglo-Iranian Oil Company perdeva il controllo diretto dell’industria petrolifera iraniana.

Per Londra era una crisi strategica.


LA RISPOSTA BRITANNICA

La Gran Bretagna reagì su più livelli.

Innanzitutto sul terreno economico.

Le esportazioni iraniane vennero pesantemente colpite e le grandi compagnie petrolifere occidentali evitarono di acquistare il greggio nazionalizzato.

La produzione iraniana crollò.

Per un Paese fortemente dipendente dagli introiti petroliferi fu un colpo devastante.

Parallelamente Londra aprì la battaglia diplomatica e giudiziaria.

Il governo britannico portò la controversia davanti alla Corte internazionale di giustizia, sostenendo che la nazionalizzazione violasse gli obblighi assunti dall’Iran.

Mossadeq si presentò personalmente all’Aia.

Nel 1952 la Corte concluse di non avere giurisdizione sulla controversia.

Ma la vittoria giuridica non risolveva il problema economico.

L’Iran aveva riconquistato formalmente il petrolio.

Ora doveva riuscire a venderlo.


OPERATION BOOT: LONDRA CERCA UN’ALTRA STRADA

Dietro la diplomazia si muovevano i servizi segreti.

L’intelligence britannica lavorò alla possibilità di rimuovere Mossadeq attraverso un’operazione clandestina generalmente associata al nome Operation Boot.

Nel 1952 la situazione divenne però più difficile.

Mossadeq interruppe le relazioni diplomatiche con il Regno Unito ed espulse il personale britannico.

Senza un’ambasciata operativa sul territorio, Londra aveva bisogno degli Stati Uniti.

Ma l’amministrazione di Harry Truman rimase inizialmente riluttante all’idea di un colpo di Stato.

I documenti americani mostrano infatti che Washington aveva cercato una soluzione negoziata e riteneva necessario riconoscere almeno il principio della nazionalizzazione.

Poi cambiò il presidente.

E cambiò tutto.


1953: ARRIVANO EISENHOWER E I FRATELLI DULLES

Nel gennaio 1953 entrò alla Casa Bianca Dwight D. Eisenhower.

John Foster Dulles divenne segretario di Stato.

Allen Dulles assunse la direzione della CIA.

La crisi iraniana venne progressivamente reinterpretata attraverso il prisma della Guerra fredda.

La Gran Bretagna insisteva sul rischio che l’instabilità economica e politica iraniana potesse favorire il Tudeh, il potente partito comunista iraniano, e quindi aumentare l’influenza sovietica.

La documentazione storica della CIA riconosce che l’operazione TPAJAX fu alimentata in larga misura dai timori britannici, presentati all’amministrazione Eisenhower, che l’Iran potesse cadere nella sfera comunista.

Il petrolio non scomparve.

Ma la giustificazione strategica divenne l’anticomunismo.

Era la formula perfetta per trasformare una disputa sulla sovranità economica iraniana in un dossier della Guerra fredda.


TPAJAX: LA MACCHINA DEL GOLPE

La CIA e l’intelligence britannica elaborarono il piano per rimuovere Mossadeq.

L’uomo incaricato dalla CIA di dirigere l’operazione sul terreno fu Kermit Roosevelt Jr., nipote del presidente Theodore Roosevelt.

L’operazione combinava differenti strumenti:

propaganda, finanziamento di reti politiche, contatti con ufficiali militari, mobilitazione di manifestanti, pressione sullo scià e costruzione di un’alternativa governativa.

Una successiva descrizione attribuita all’ex vicedirettore della CIA Ray Cline riassumeva il metodo con notevole chiarezza: la CIA finanziò manifestanti, istruì militari iraniani fedeli allo scià sulla presa della radio e preparò il terreno per il ritorno del monarca.

Era una forma di guerra politica.

Non serviva invadere l’Iran.

Serviva modificare dall’interno i rapporti di forza.


IL PRIMO GOLPE FALLISCE

Lo scià Mohammad Reza Pahlavi era una componente indispensabile del piano.

Servivano decreti reali che rimuovessero Mossadeq e indicassero nel generale Fazlollah Zahedi il nuovo capo del governo.

Lo scià esitò.

Alla fine firmò.

Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1953, però, il primo tentativo fallì.

Il colonnello Nematollah Nassiri, incaricato di consegnare a Mossadeq il decreto di destituzione, venne arrestato.

La radio di Teheran annunciò che un complotto militare era stato sventato.

Lo scià fuggì.

Prima Baghdad.

Poi Roma.

Sembrava finita.

Anche la ricostruzione storica interna della CIA descrive l’arresto di Nassiri e la fuga dello scià dopo il fallimento della prima fase dell’operazione.

Ma Kermit Roosevelt non abbandonò il terreno.


19 AGOSTO 1953

Nei giorni successivi la situazione nelle strade di Teheran divenne estremamente confusa.

Gruppi favorevoli allo scià, reti organizzate, settori militari e manifestanti entrarono in azione.

La propaganda aveva preparato il terreno.

Il denaro aveva costruito alleanze.

L’apparato militare avrebbe fatto il resto.

Il 19 agosto 1953 manifestazioni favorevoli allo scià attraversarono Teheran mentre reparti militari si schieravano contro Mossadeq.

La radio venne conquistata.

Le forze golpiste avanzarono.

La residenza del primo ministro venne attaccata.

Il governo collassò.

Mossadeq riuscì inizialmente a fuggire, ma si consegnò poco dopo.

Il colpo di Stato era riuscito.

Lo scià poté tornare in Iran.

Decenni più tardi non sarebbe più stato seriamente possibile sostenere che gli Stati Uniti fossero semplici spettatori degli avvenimenti: la documentazione resa pubblica dalla stessa CIA riconosce il ruolo dell’Agenzia nell’operazione.


E POI TORNÒ IL PETROLIO

Se si vuole capire la dimensione economica della vicenda bisogna guardare a ciò che avvenne subito dopo.

Nel 1954 venne costituito un nuovo consorzio internazionale per gestire l’industria petrolifera iraniana.

Formalmente la proprietà degli impianti rimaneva iraniana attraverso la National Iranian Oil Company.

Ma la gestione operativa e commerciale tornava a essere fortemente legata alle grandi compagnie occidentali.

I documenti diplomatici americani descrivono due società operative registrate nei Paesi Bassi, incaricate rispettivamente della produzione/esplorazione e della raffinazione. L’Iran manteneva formalmente la proprietà degli ex beni della Anglo-Iranian, mentre il consorzio otteneva ampi diritti di sfruttamento.

La composizione del consorzio è particolarmente significativa.

La ex Anglo-Iranian, ormai BP, mantenne una quota fondamentale; importanti compagnie americane entrarono massicciamente nel sistema insieme a Royal Dutch Shell e alla francese CFP.

Il vecchio monopolio britannico era terminato.

Ma non era nato il pieno controllo operativo iraniano immaginato da Mossadeq.

Era nato un nuovo equilibrio petrolifero occidentale.


IL PARADOSSO DEL 1953

Qui emerge il punto centrale.

Il golpe può essere letto attraverso due dimensioni che non si escludono.

La prima è quella della Guerra fredda.

Washington temeva l’espansione sovietica e l’ascesa del Tudeh.

La seconda è quella petrolifera e imperiale.

La crisi che aveva portato allo scontro era nata dalla nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company e dal rifiuto iraniano di accettare il precedente assetto economico.

Ridurre tutto al petrolio sarebbe semplicistico.

Ma cancellare il petrolio dalla storia del golpe sarebbe altrettanto fuorviante.

Lo dimostrano gli stessi documenti americani: nelle discussioni ufficiali dell’epoca Washington dichiarava esplicitamente di voler evitare che la crisi iraniana danneggiasse il sistema internazionale del petrolio o creasse precedenti negativi per gli investimenti statunitensi all’estero.

Il petrolio era quindi contemporaneamente denaro, sicurezza energetica, influenza geopolitica e potere.


DAL GOLPE ALLA SAVAK

Il successo del 1953 rafforzò enormemente Mohammad Reza Pahlavi.

Negli anni successivi il sistema politico iraniano divenne progressivamente più autoritario.

Nel 1957 nacque la SAVAK, il servizio di sicurezza e intelligence dello scià, sviluppato anche con assistenza straniera.

Oppositori politici, nazionalisti, comunisti e successivamente militanti islamisti subirono repressione, censura e sorveglianza.

Contemporaneamente l’Iran diventava uno dei principali alleati degli Stati Uniti nella regione.

Lo scià modernizzò il Paese, costruì infrastrutture, ampliò l’istruzione, industrializzò settori dell’economia e trasformò le forze armate.

Ma la modernizzazione economica non cancellò il problema politico.

Lo spostò.

La memoria di Mossadeq e del 1953 continuò a sopravvivere.


IL BOOMERANG DEL 1979

Ventisei anni dopo il golpe, il sistema costruito intorno allo scià crollò.

La rivoluzione del 1979 fu il prodotto di molte cause: autoritarismo, disuguaglianze, trasformazioni sociali rapidissime, opposizione religiosa, nazionalismo, repressione politica e crisi della legittimità monarchica.

Ma il 1953 rimase una componente fondamentale della memoria politica iraniana.

Per molti iraniani lo scià non era semplicemente un monarca autoritario.

Era anche l’uomo che era tornato sul trono dopo un’operazione sostenuta dalle potenze straniere.

Quando nel novembre 1979 militanti rivoluzionari occuparono l’ambasciata americana a Teheran, il ricordo del 1953 contribuì alla loro convinzione che la sede diplomatica potesse diventare nuovamente il centro di un’operazione contro il nuovo regime.

La crisi degli ostaggi durò 444 giorni.

La storia aveva presentato il conto.


L’AMMISSIONE ARRIVATA DECENNI DOPO

Per molto tempo Washington mantenne una posizione reticente sulla vicenda.

Poi le ammissioni arrivarono gradualmente.

Nel 2000 il segretario di Stato Madeleine Albright riconobbe il ruolo americano nel rovesciamento di Mossadeq e definì comprensibile il risentimento iraniano provocato da quella politica.

Nel 2009 Barack Obama, parlando al Cairo, ricordò pubblicamente che durante la Guerra fredda gli Stati Uniti avevano avuto un ruolo nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto.

La progressiva declassificazione dei documenti rese poi sempre più chiara l’estensione dell’operazione TPAJAX.

Non si trattava più di una teoria.

Era storia documentata.


IL VERO LASCITO DI MOSSADEQ

La figura di Mossadeq continua a essere interpretata in modi differenti.

Per alcuni fu il simbolo del nazionalismo democratico iraniano.

Per altri un leader che contribuì alla radicalizzazione della crisi istituzionale e commise gravi errori politici.

Ma un fatto rimane.

La crisi che portò alla sua caduta nacque dalla domanda fondamentale posta dall’Iran nel 1951:

chi deve controllare le risorse naturali di uno Stato?

Il Paese che possiede il sottosuolo?

Oppure chi dispone del capitale, delle raffinerie, delle petroliere, dei mercati e della forza geopolitica necessaria per trasformarlo in ricchezza?

Era questa la domanda dietro la nazionalizzazione.

Ed è una domanda che non appartiene soltanto al 1953.


IL PRECEDENTE CHE FECE SCUOLA

Il successo dell’operazione iraniana contribuì inoltre a rafforzare a Washington la fiducia nelle operazioni clandestine.

L’anno successivo, nel 1954, la CIA intervenne contro il governo di Jacobo Árbenz in Guatemala.

La stessa documentazione storica dell’intelligence americana colloca Iran 1953, Guatemala 1954 e Indonesia 1957 nella stagione delle grandi operazioni clandestine dell’amministrazione Eisenhower.

L’Iran aveva dimostrato qualcosa di estremamente importante:

un governo poteva essere destabilizzato senza un’invasione convenzionale.

Denaro.

Propaganda.

Media.

Reti politiche.

Manifestazioni.

Intelligence.

Settori militari.

Pressione economica.

Diplomazia.

Tutti strumenti diversi che, combinati, potevano produrre un cambio di regime.

Il 1953 diventò così qualcosa di più della storia dell’Iran.

Diventò parte della storia moderna del regime change.


SETTANT’ANNI DI INTERESSI

Quando oggi si parla di Iran, nucleare, sanzioni, Hormuz, petrolio, Israele, Stati Uniti e guerre per procura, il 1953 non può spiegare tutto.

Sarebbe storicamente sbagliato trasformarlo nell’unica causa di settant’anni di conflitti.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che non sia accaduto.

La documentazione disponibile dimostra che Stati Uniti e Regno Unito parteciparono a un’operazione clandestina contro Mossadeq nel contesto della crisi aperta dalla nazionalizzazione petrolifera e delle paure occidentali per una possibile espansione comunista.

E ciò che avvenne dopo è altrettanto importante.

Lo scià venne rafforzato.

Le compagnie occidentali tornarono nell’industria petrolifera.

L’autoritarismo monarchico aumentò.

Il risentimento verso Washington e Londra sopravvisse.

Poi arrivò il 1979.

E il passato tornò improvvisamente presente.


CONCLUSIONE – IL PETROLIO NON ERA SOLO PETROLIO

La lezione del 1953 è più profonda della semplice formula «guerra per il petrolio».

Il petrolio iraniano rappresentava contemporaneamente una fonte di profitto, il carburante di una potenza militare, un elemento dell’equilibrio della Guerra fredda e soprattutto il simbolo della sovranità di un Paese che voleva decidere autonomamente che cosa fare delle proprie risorse.

Mossadeq sfidò un sistema costruito quando la Persia era debole e le potenze imperiali potevano trasformare concessioni economiche in strumenti strategici.

Quando tentò di spezzarlo, entrò in collisione con interessi enormemente più potenti del suo governo.

Il 19 agosto 1953 quella collisione terminò con i carri armati nelle strade di Teheran e con la caduta del primo ministro.

Ma la storia non terminò quel giorno.

Continuò sotto la monarchia.

Esplose nel 1979.

Entrò nella crisi degli ostaggi.

Sopravvisse nelle relazioni tra Washington e Teheran.

E ancora oggi rimane una delle chiavi storiche indispensabili per comprendere perché, quando in Iran si parla di interferenze straniere, petrolio e sovranità nazionale, il 1953 non viene percepito come storia antica.

Perché dietro buona parte della lunga ostilità tra Iran e Occidente esiste una ferita precisa.

Una ferita che porta una data:

19 agosto 1953.


FONTI E LINK

CIA – Reading Room, documentazione e ricostruzioni sul golpe iraniano del 1953
https://www.cia.gov/readingroom/document/0005654141

CIA – documentazione storica su TPAJAX
https://www.cia.gov/resources/csi/static/The-Agency-and-Hill.pdf

CIA FOIA – riferimenti al ruolo della CIA nella caduta di Mossadeq
https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp91-00587r000100710038-4

U.S. Department of State – Foreign Relations of the United States, Iran 1951-1954
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951-54IranEd2

U.S. Department of State – documenti sulla nazionalizzazione dell’industria petrolifera iraniana
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951-54IranEd2/d21

U.S. Department of State – controversia Iran-Anglo-Iranian Oil Company
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1952-54v10/d179

U.S. Department of State – accordo petrolifero e consorzio del 1954
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951-54IranEd2/d375

U.S. Department of State – analisi strategica del problema petrolifero iraniano
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951-54Iran/d355

BP – storia della Anglo-Persian Oil Company e delle origini dell’industria petrolifera persiana
https://www.bp.com/content/dam/bp/business-sites/en/global/bp-trading-and-shipping/documents/bp-shipping-centenary-booklet.pdf

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